dead media

Fiducia per Settori
Pubblicato il 22 gennaio 2015 by Pier Luca Santoro

Nessuna Fiducia nei Media

Sono stati pub­bli­cati i risul­tati del “Trust Baro­me­ter 2015″, inda­gine annuale, giunta alla quin­di­ce­sima edi­zione, con­dotta in 27 nazioni, Ita­lia inclusa, su un cam­pione di 33mila rispon­denti di età com­presa tra i 25 ed i 64 anni, tesa ad iden­ti­fi­care il livello di fidu­cia nei con­fronti di orga­niz­za­zioni non gover­na­tive, aziende, media e governi.

Il nostro Paese si col­loca tra i “distru­sters”, tra le nazioni in cui è mag­giore la per­cen­tuale di coloro che non hanno fidu­cia, posi­zio­nan­dosi al top con il 48% [era il 43% l’anno precedente].

Di 15 set­tori mer­ceo­lo­gici presi in esame i media risul­tano essere quelli con la minor fidu­cia. All’ultimo posto per­sino dopo le ban­che, grandi impu­tate degli ultimi anni.

Fiducia per Settori

Rispetto ad una media del 51%, la fidu­cia nei con­fronti dei media nel nostro Paese si asse­sta al 48%. Valore in cre­scita rispetto alla pre­ce­dente rile­va­zione ma che resta uno dei più mode­sti tra le nazioni prese in considerazione.

Sono i motori di ricerca la fonte d’informazione in cui le per­sone godono di mag­gior fidu­cia. Motori di ricerca che sono anche la prima fonte d’informazione in asso­luto pareg­giando la tele­vi­sione in caso di “brea­king news” e restando sal­da­mente in prima posi­zione rispetto a TV e gior­nali anche come fonte per avere con­ferma delle noti­zie avute attra­verso altri canali/media.

Motori di Ricerca

Le noti­zie sono dun­que unbran­ded come già emer­geva dal Digi­tal News Report 2014 del Reu­ters Insti­tute for the Study of Jour­na­lism. Com­mo­dity in cui il valore dei sin­goli brand, delle sin­gole testate, è costan­te­mente in calo.

Una stra­te­gia senza tat­ti­che è il cam­mino più lento verso la vit­to­ria. Le tat­ti­che senza una stra­te­gia sono il cla­more prima della scon­fitta, scri­veva Sun Tzu nel suo cele­bre “L’arte della guerra”. È quello che un decen­nio di tat­ti­ci­smi, di rin­corse all’ultimo click hanno gene­rato: una per­dita di fidu­cia e di valore del brand delle testate distrutte, tra le altre cose, nella dico­to­mia delle loro ver­sioni online rispetto a quelle cartacee.

La neces­sità, l’urgenza, direi, di lavo­rare su fidu­cia e bran­ding è ormai non dero­ga­bile pena l’ulteriore per­dita di appeal e di valore. Si chiama mar­ke­ting, pare.

Trend TG
Pubblicato il 21 gennaio 2015 by Pier Luca Santoro, Francesca Clementoni

L’informazione in Tv NON Piace Più

Seconda pun­tata del 2015 di “In Media Stat Virus: Il mondo dei media nell’era di Twit­ter” con la pun­tata di ieri dedi­cata all’infor­ma­zione in Tv tra il crollo degli ascolti di TG e Talk Show e dintorni.

Si foca­lizza l’attenzione sui dati rela­tivi al trend degli ascolti dei tele­gior­nali delle reti gene­ra­li­ste ed alcuni talk show dal 2005 ad otto­bre 2014 appro­fon­dendo su i TG serali dei canali nazio­nali in chiaro.

La prin­ci­pale causa, oltre all’invecchiamento dell’età media dei tele­spet­ta­tori, si iden­ti­fica nel calo di fidu­cia nei con­fronti di pra­ti­ca­mente tutti i tele­gior­nali dei diversi broa­d­ca­ster e nella liti­gio­sità, e rela­tiva con­fu­sione che gene­rano i talk show, secondo i dati emer­genti dalla set­tima edi­zione dell’indagine Demos & Pi dedi­cata al rap­porto fra gli ita­liani e l’informazione del dicem­bre 2014.

TG Demos 2014

Nel pod­cast sot­to­stante, ancora una volta, è pos­si­bile ria­scol­tare e, volendo, sca­ri­care l’intera pun­tata. “Fever” dei Cramps, “Free­dom of Choi­che” dei Devo e “Too Much Infor­ma­tion” degli ultimi Duran Duran i brani scelti come colonna sonora per spez­zare il par­lato. Buon ascolto.

“In Media Stat Virus: I Media nell’era di Twit­ter” con­ti­nuerà la pro­gram­ma­zione sino a giu­gno e sono asso­lu­ta­mente gra­diti sug­ge­ri­menti sui temi da affron­tare da qui ad allora. È pos­si­bile inte­ra­gire, anche, via Twit­ter uti­liz­zando l’hashtag  #imsv14 @pedroelrey / @radiofujiko.

Newsstand
Pubblicato il 5 gennaio 2015 by Pier Luca Santoro

La Chiusura di Left, una Strana Storia

Left nasce nel 2006 attra­verso la tra­sfor­ma­zione edi­to­riale della pre­ce­dente Avve­ni­menti. Il suo nome, oltre al chiaro e dichia­rato rife­ri­mento poli­tico, si spiega in ori­gine come acro­nimo delle parole sim­bolo della rivo­lu­zione fran­cese, Liberté, Ega­lité, Fra­ter­nité, con l’aggiunta della T di Trasformazione.

Dal novem­bre del 2011 ha rin­no­vato gra­fica e con­te­nuti ed è uscita per due numeri in alle­gato pro­mo­zio­nale con l’Unità, per poi uscire con il gior­nale ogni sabato a par­tire dal 12 mag­gio 2012. 

Da quando l’Unità ha chiuso, il 31 luglio, la rivi­sta ha con­ti­nuato ad essere distri­buita nelle edi­cole da sola rea­liz­zando ven­dite bas­sis­sime, che ad ago­sto non hanno supe­rato le 6mila copie,  indi­ca­tore che dal rap­porto con l’Unità la rivi­sta non ha gua­da­gnato let­tori, visto che non ha con­qui­stato nes­suno degli orfani del quotidiano.

Nono­stante una reda­zione ridotta, com­po­sta da otto gior­na­li­sti, due poli­gra­fici, un ammi­ni­stra­tivo, la testata in que­stione ha accu­mu­lato circa 150mila euro di debiti in sei mesi ed è stata chiusa da un giorno all’altro.


Pare che la moti­va­zione prin­ci­pale alla rinun­cia da parte di Mat­teo Fago di soste­nere eco­no­mi­ca­mente e rilan­ciare la testata dipen­de­rebbe da pro­ble­ma­ti­che legate a pos­si­bili con­flitti rela­tivi ai con­tri­buti pub­blici per l’editoria essendo lo stesso
parte di Nie,  la società edi­trice messa in liqui­da­zione per per­dite pari a 25 milioni di euro per il fal­li­mento de l’Unità.

Fago, che è pro­prie­ta­rio anche del domi­nio della testata il cui sito web è stato com­ple­ta­mente oscu­rato per 36 ore [per­chè?], ha inter­rotto le trat­ta­tive, in corso da mesi, per la rica­pi­ta­liz­za­zione della testata a gio­chi fatti, quando i soci della coo­pe­ra­tiva non avreb­bero mai avuto il tempo di ripia­nare i debiti per tempo, nono­stante, come riporta  Il Fatto, avesse chie­sto e otte­nuto la nomina di un con­di­ret­tore di fidu­cia, Ila­ria Bonac­corsi, sorella di Luca Bonac­corsi che aveva ten­tato la sca­lata a Libe­ra­zione, che poi ha chiuso, ed è stato diret­tore di Terra, che anche in que­sto caso ha chiuso. 

Un gruppo di per­sone che, per usare un eufe­mi­smo, non pare certo bril­lare per capa­cità mana­ge­riale e gestio­nale vista la lunga fila di fal­li­menti in ambito edi­to­riale. Non a caso, forse, a Fago è stato poi pre­fe­rito Vene­ziani per il rilan­cio de l’Unità. 

Potrebbe essere che si sia spinto ad accu­mu­lare debiti con false pro­messe con l’intento di acqui­stare poi la testata dal cura­tore fal­li­men­tare gua­da­gnan­doci rispetto al ripia­na­mento dei debiti ed avendo anche diritto agli ammor­tiz­za­tori pre­vi­sti per i nuovi assunti nella nuova società che diven­terà pro­prie­ta­ria di Left, testata senza gior­na­li­sti né debiti a quel punto. O più banal­mente potrebbe essere l’ennesima dimo­stra­zione di carenza di professionalità.

Comun­que la si veda è certo che la chiu­sura improv­visa di Left è dav­vero una strana sto­ria, dif­fi­cile cre­dere nel lieto fine nono­stante le spe­ranze dell’ex diret­tore Gio­vanni Maria Bellu.

 

Tech Info Online
Pubblicato il 2 gennaio 2015 by Giacomo Fusina

Problemi e Soluzioni

Qual­che tempo fa in que­sti spazi è stato pub­bli­cato un pezzo dal titolo “Essere Online Vs Essere Parte della Rete” in rispo­sta a un arti­colo di Sever­gnini cri­tico nei con­fronti dei com­menti agli arti­coli sul Cor­riere online.

[Se hai perso la cro­no­lo­gia della vicenda puoi par­tire dall’arti­colo di Masha­ble, ripreso da un pezzo di Sever­gnini al quale hanno fatto seguito le rispo­ste dia­let­ti­che e inter­lo­cu­to­rie di Man­tel­lini su IlPost e Data­me­dia­hub].

Ho letto que­sti inter­venti tenendo sullo sfondo una recente rifles­sione di Fede­rico Bada­loni sul tema dell’interazione tra cul­tura e tec­no­lo­gia. Secondo Bada­loni la tec­no­lo­gia è “la rispo­sta a biso­gni iden­ti­fi­cati da una cul­tura e si occupa di tro­vare le solu­zioni”. L’applicazione di que­sta regola al caso sol­le­vato da Sever­gnini si tra­duce affer­mando che la tec­no­lo­gia ha reso pos­si­bile un nuovo for­mat edi­to­riale: l’articolo com­men­tato e par­te­ci­pato, tra­sfor­mato in piat­ta­forma di con­ver­sa­zione tra let­tore e gior­na­li­sta.
Ma qual è il biso­gno che dovrebbe aver atti­vato que­sta tec­no­lo­gia? E’ un biso­gno del gior­na­li­sta? Del let­tore? Della testata? E’ un biso­gno pre­sente nella nostra cultura?

Sono d’accordo con Sever­gnini: i com­menti agli arti­coli sono rara­mente utili e spesso dan­nosi. Dal punto di vista edi­to­riale la fun­zio­na­lità dei com­menti è un flop. Non fun­ziona, costa e non rende. Tutte le cose che non fun­zio­nano per­ché non rispon­dono a un biso­gno, prima o poi spa­ri­scono. Soprat­tutto se costano più di quanto rendono.

Non parlo, ovvia­mente, della pos­si­bi­lità di espri­mere un’opinione o un com­mento sulla Rete. Ci sono ambienti nei quali l’espressione di un feed­back più o meno strut­tu­rato è la risorsa fon­da­men­tale per la costru­zione di un ser­vi­zio e dà ori­gine a solu­zioni favo­lose: tutti i sistemi di review e rating di pro­dotti e ser­vizi, le com­mu­nity tema­ti­che, gli ambienti di col­la­bo­ra­zione dif­fusa, l’intrattenimento e le rela­zioni sui social. Qui la tec­no­lo­gia risolve dei biso­gni pre­cisi e, infatti, ha tra­sfor­mato la nostra cultura.

Parlo invece dei com­menti agli arti­coli sulle testate d’informazione e offro il mio ragio­na­mento su tre diret­trici: la quan­tità, la qua­lità dei com­menti e la man­cata pro­messa della partecipazione.

La quan­tità dei com­menti
La regola empi­rica parla di un gene­ra­tore di con­te­nuto online ogni 100 frui­tori. Nel caso dei com­menti agli arti­coli, una mia stima indica la media di un com­mento al giorno ogni die­ci­mila let­tori. Si deve con­clu­dere che un com­mento è letto da un let­tore ogni 100. Dal punto di vista del mar­ke­ting del pro­dotto edi­to­riale, che senso ha man­te­nere in piedi un sistema che sod­di­sfa (forse) l’1 per cento degli utenti? Non vor­rai mica con­vin­cermi che gra­zie ai com­menti aumen­tano i let­tori, il tempo speso sulla pagina, le con­di­vi­sioni sui social. Io non ho mai cono­sciuto un let­tore che va a leg­gere un arti­colo online per leg­gerne i commenti.

Quindi, i com­menti non rispon­dono ai biso­gni della testata.

La qua­lità edi­to­riale (i com­menti si scri­vono, le opi­nioni si leg­gono)
I com­menti non rispon­dono al biso­gno dei let­tori di espri­mere un’opinione.
Da che il Web è social non si è mai visto un com­mento diven­tare opi­nione. Chi ha un’opinione non scrive un com­mento, scrive un arti­colo. Come fac­cio io ora. E chi ha tanta pas­sione e tante opi­nioni non scrive com­menti qua e là ma apre un blog o fini­sce per fare il gior­na­li­sta su qual­che testata. Cioè, costrui­sce il pro­prio stile edi­to­riale e offre una visione del mondo a chi la cerca. Legge i fatti nella cul­tura del pro­prio tempo, o in una delle tante, e trova i let­tori che cer­cano pro­prio que­sto tipo di media­zione e di spie­ga­zione della realtà.

Il biso­gno di espri­mere una valu­ta­zione sin­te­tica può essere sod­di­sfatto in modi diversi, più sin­te­tici e imme­diati e, in que­sto modo, più aperti al con­tri­buto di tutti. E’ ciò che si è veri­fi­cato con la prassi della con­di­vi­sione dell’articolo sui social, spesso non asso­ciata ad alcun com­mento, e con la pos­si­bi­lità di espri­mere un rating di valu­ta­zione dell’articolo in una sem­plice scala in cin­que step.

La pro­messa man­cata
I com­menti potreb­bero allora rispon­dere ai biso­gni dell’autore dell’articolo. Avere un ambiente di discus­sione è un’opportunità per gli autori per­ché con­sente di man­te­nere il con­tatto coi let­tori e la loro sen­si­bi­lità sui temi trat­tati. In linea di prin­ci­pio que­sto è molto utile e nobile ma nella pra­tica di que­sti anni non si è rea­liz­zato. Almeno non nelle testate gene­ra­li­ste e popolari.

Lo dico con ama­rezza: è un pec­cato per­ché sarebbe stato bello. Pensa, una Rete in cui le per­sone leg­gono, appro­fon­di­scono, discu­tono per aiu­tarsi a capire; una Rete in cui i gior­na­li­sti diven­tano le voci della coscienza civica rac­co­glien­done le istanze e le rifles­sioni nel rispetto delle opi­nioni diverse. Una Rete, insomma, in cui matura la sen­si­bi­lità demo­cra­tica.
Nel caso dei com­menti non è andata così. La fun­zio­na­lità del com­mento è come la carta moschi­cida, attrae solo una certa spe­cie di let­tori, e favo­ri­sce alcune com­po­nenti della dina­mica di par­te­ci­pa­zione, gene­ral­mente non edu­cata e non costrut­tiva. Spiace dirlo ma va detto in modo bru­tale, come scrive Sever­gnini: i gior­na­li­sti non pos­sono essere i guar­diani dello zoo dell’online ed è meglio per loro spen­dere tempo per stu­diare, veri­fi­care e impa­rare, che per dia­lo­gare con per­sone che non rap­pre­sen­tano i let­tori e hanno più tempo che argo­menti da spen­dere quando scri­vono i loro commenti.

Credo che soste­nere la tesi della neces­sità di un gior­nale comu­nità o di una testata in cui i let­tori par­te­ci­pano alla linea edi­to­riale sia una for­za­tura. Ci sono luo­ghi dell’online che nascono con una forte com­po­nente di par­te­ci­pa­zione asso­ciata all’informazione ma non pos­siamo con­si­de­rarli l’evoluzione dei gior­nali di carta. Una cosa sono i dibat­titi e le assem­blee a cui si par­te­cipa, altra cosa è una con­fe­renza a cui si va per ascol­tare e imparare.

La Rete ha tra­sfor­mato le dina­mi­che d’interazione ma non l’identità dei sog­getti che la com­pon­gono. Io do cre­dito a una testata che mi informa e mi fa riflet­tere. Voglio leg­gere i suoi arti­coli sapendo che li leg­gono altre migliaia di indi­vi­dui (per que­sto non mi piac­ciono gli algo­ritmi di per­so­na­liz­za­zione). Se non sono d’accordo con le opi­nioni di una testata trovo molte altre occa­sioni per veri­fi­care e appro­fon­dire. Non è la fun­zio­na­lità dei com­menti a farmi sen­tire parte di una comu­nità o di un seg­mento socio-culturale: sono i valori, gli ideali e lo stile di ana­lisi che trovo nella testata e nei suoi giornalisti.

Un elenco di tecnologie che hanno arricchito l’informazione online negli ultimi anni e che hanno dato risposta alcuni bisogni dei lettori, dei giornalisti o delle stesse testate editoriali.

Un elenco di tec­no­lo­gie che hanno arric­chito l’informazione online negli ultimi anni e che hanno dato rispo­sta ad alcuni biso­gni dei let­tori, dei gior­na­li­sti o delle stesse testate editoriali.

 

Comments Moderation
Pubblicato il 22 dicembre 2014 by Pier Luca Santoro, Massimo Gentile, Lelio Simi

Essere Online Vs Essere Parte della Rete

Beppe Sever­gnini sce­glie di ammor­bare l’ultimo wee­kend di shop­ping nata­li­zio con un arti­colo con­tro i com­menti all’interno dei siti web dei gior­nali, e ci riesce.

Ci sono diversi pas­saggi ed aspetti di quanto scritto da Sever­gnini che vale la pena di approfondire.

Un primo aspetto riguarda le cita­zioni, i rife­ri­menti che ven­gono fatte dalla firma del Cor­riere che non ven­gono mai lin­kate. È pro­ba­bil­mente il più banale ma indi­ca­tore di quale sia la men­ta­lità, l’attitudine di fondo. Un’ atti­tu­dine che si ritrova anche nella ver­sione car­ta­cea dell’articolo che a lato riporta “Puoi con­di­vi­dere sui social net­work le ana­lisi dei nostri edi­to­ria­li­sti e com­men­ta­tori: le trovi su www.corriere.it”.

Non c’è inte­resse al dia­logo, non esi­ste bidi­re­zio­na­lità, non vi è la pos­si­bi­lità di appro­fon­dire. Si pon­ti­fica con un solo obiet­tivo quello di avere traf­fico sul sito del gior­nale, pre­oc­cu­pati che possa scap­pare asse­gnando alle per­sone, al mas­simo, il ruolo di ampli­fi­ca­tori sociali del brand della testata e dei suoi giornalisti.

Cinismo Commenti Severgnini

Dopo il para­grafo di aper­tura si scrive che: “I siti d’informazione non hanno né la voglia né i titoli per diven­tare guar­diani della morale pub­blica”.

Detta così è un’affermazione abba­stanza grave sia per­ché smen­ti­sce l’ipotesi, sem­pre pro­po­sta quando di pro­pria con­ve­nienza, che l’informazione [ed i gior­nali in par­ti­co­lare, mi rac­co­mando eh!] sia ele­mento per­niante, indis­so­lu­bile, delle demo­cra­zie moderne, che per­ché disco­no­sce l’influenza che i mezzi di comu­ni­ca­zione di massa di fatto hanno sull’opinione pub­blica, sulla deco­di­fica della realtà e sull’agenda set­ting, motivo per il quale pro­prio nel nostro Paese nes­suna della testate è di pro­prietà di edi­tori puri.

È, ancora, un’affermazione grave poi­ché è chiara mani­fe­sta­zione di non aver com­preso come con la Rete il ruolo dei gior­nali, o almeno di quelli che vogliono soprav­vi­vere, e dei gior­na­li­sti sia cam­biato. Come giu­sta­mente scrive Man­tel­lini, “Esat­ta­mente come il bravo cro­ni­sta di ieri entrava den­tro la mani­fe­sta­zione di piazza per meglio com­pren­dere umori e punti di vista e poi rac­con­tar­celi, oggi spor­carsi le mani signi­fica vivere la rete come ambito di inter­pre­ta­zione sociale. Per­ché le cose del mondo suc­ce­dono spes­sis­simo da quelle parti. Diver­sa­mente, se così non sarà, se que­sto cam­bio di visuale non sarà accet­tato, il destino della pro­fes­sione gior­na­li­stica è il destino già segnato di un pro­gres­sivo evi­dente allon­ta­na­mento dalla com­pren­sione del mondo. Che è poi quello che spes­sis­simo vediamo rap­pre­sen­tato nei gior­nali ita­liani”.

Ruolo dei gior­na­li­sti che una recente ricerca dimo­stra essere rile­vante anche pro­prio nel man­te­nere un buon livello di con­ver­sa­zione poi­ché il loro coin­vol­gi­mento diretto ridu­cendo sen­si­bil­mente com­menti oltrag­giosi e/o offensivi.

I troll sono un pro­blema non c’è dub­bio, ma abbiamo la sen­sa­zione che alla base della deci­sione di chiu­dere i com­menti la “que­stione troll” spesso sia solo una scusa. Die­tro a que­ste deci­sioni c’è, in un momento nel quale il for­mato pub­bli­ci­ta­rio emer­gente è [e sarà sem­pre di più] il native adver­ti­sing ed i con­te­nuti spon­so­riz­zati, quello di creare spazi aset­tici, sem­plici da gestire e certo più “con­for­te­voli” per i con­te­nuti pagati dai brand dove le cri­ti­che – giu­sti­fi­cate o ingiu­sti­fi­cate che siano – sareb­bero certo ancora più dif­fi­cili da mode­rare e cree­reb­bero ancora più imba­razzo senza l’utilizzo di pro­fes­sio­na­lità ade­gua­ta­mente for­mate [che poi qual­cuno, se vuole, anche se non ci piace, può anche chia­mare “guar­diani dello zoo”]. Ma que­sto modo di ragio­nare dimo­stra ancora una volta di non voler affron­tare la que­stione ma sem­pli­ce­mente di ten­tare di girarci attorno. E forse, di non avere pro­prio gli stru­menti “cul­tu­rali” per affrontarla.

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Pro­se­gue Sever­gini spie­gando che la gestione dei com­menti richiede un tempo e delle risorse, umane ed eco­no­mi­che, che non tutti i gior­nali pos­sono per­met­tersi di inve­stire. Anche su que­sta affer­ma­zione è oppor­tuno sof­fer­marsi ed ana­liz­zarne le implicazioni.

Il grande pro­blema per i pros­simi anni per i siti online, com­presi quelli dei gior­nali, ovvia­mente, sarà dimo­strare che die­tro ai mil­le­mila utenti unici men­sili messi in bella evi­denza e ai fan­ta­smi­lioni di pagine viste dichia­rate ci sono per­sone reali. Il 35% del traf­fico inter­net è – già adesso – gene­rato da “bot” [ed è un numero desti­nato a salire sem­pre più per molte ragioni], met­tia­moci anche grossi pro­blemi con vere e pro­prie truffe e “gio­chetti vari” che gon­fiano que­sti numeri a dismi­sura [famoso è il caso di una cam­pa­gna di Mercedes-Benz dove si è sco­perto che il 57% delle 365mila ad impres­sion era gene­rata da bot]. Per tutto que­sto agli occhi di un inve­sti­tore pub­bli­ci­ta­rio sarà sarà sem­pre più impor­tante capire quanto die­tro a quelle cifre espo­ste ci sono per­sone vere che vanno al super­mer­cato o entrano in una con­ces­sio­na­ria auto.

Quindi il valore di un gior­nale online sarà sem­pre più diret­ta­mente pro­por­zio­nale alla sua capa­cità di dimo­strare di avere, oltre ai soliti “numeri”, anche quelli rela­tivi a misu­rare una comu­nità di let­tori real­mente coin­volti e attenti, ovvero che abbiano voglia di con­di­vi­dere idee, con­te­nuti, che desi­de­rano dia­lo­gare con gli autori degli arti­coli, che par­te­ci­pino agli eventi orga­niz­zati da quel gior­nale, che si sen­tano insomma, coin­volti con­cre­ta­mente nel pro­getto edi­to­riale e lo per­ce­pi­scano come un valore.

I com­menti agli arti­coli non sono certo più, da tempo, l’unico stru­mento per fare tutto que­sto ma in qual­che maniera que­sto lavoro andrà fatto. E ci sem­bra che all’azione di chiu­dere i com­menti ben poco si fac­cia in altra dire­zione e con altri stru­menti. Tanto per citare un paio di esempi: al Guar­dian [che tra le grandi testate inter­na­zio­nali rea­lizza le reve­nue da digi­tale più alte] hanno fatto del “Com­ment is free” un emblema. Nella pagina di Guar­dian Labs [la divi­sione interna che vende ser­vizi ai brand] vedrete che la prima cosa che viene messa in bella evi­denza agli spon­sor è l’avere una comu­nità glo­bale attiva e for­te­mente “enga­ged” con le atti­vità e i con­te­nuti del gior­nale. Ma anche in Ita­lia potremmo fare l’esempio del Fatto Quo­ti­diano, unico tra le nuove testate nate in que­sti ultimi anni capace di navi­gare con una certa tran­quil­lità nelle agi­tate acque edi­to­riali nostrane, che ha il suo punto di forza in una comu­nità deci­sa­mente coin­volta, e che molto com­menta i sin­goli articoli.

Se, come pare, Corriere.it ha inten­zione di pas­sare dall’inizio dell’anno a paga­mento attra­verso una qual­che forma di mem­ber­ship le idee di Sever­gnini sono peri­co­lose per la sua stessa testata. Cre­diamo dav­vero che la domanda da porsi non sia se e quali testate pos­sano per­met­tersi la gestione dei com­menti, che peral­tro può essere faci­li­tata da appo­siti sup­porti come avviene, ad esem­pio, per l’Huffington Post, ma esat­ta­mente all’opposto di chie­dersi quali gior­nali pos­sano non permettersela.

Corsera Social

L’articolo di Sever­gnini si chiude affer­mando che “[…] togliendo la sezione com­menti, cru­deltà, vol­ga­rità e insulti si tra­sfe­ri­scono sui social (Face­book, You­Tube, Twit­ter etc). È vero, pur­troppo. Ma almeno non è più un pro­blema dei gior­nali, che di pro­blemi ne hanno abba­stanza[…]”.

Viene da sor­ri­dere [ma è riso amaro come dimo­stra l’immagine sopra ripor­tata pro­prio della pagina Face­book del Cor­riere]  a vedere come nella stra­grande mag­gio­ranza dei casi, gli account uffi­ciali dei gior­nali ven­gano gestiti. Quanti esempi pos­siamo fare di buone pra­ti­che dove su Face­book, Twit­ter e gli altri social i gior­nali, i gior­na­li­sti dia­lo­gano con i let­tori, met­tono a dispo­si­zione degli spazi per coin­vol­gerli o sem­pli­ce­mente si “spor­chino le mani” a moderare?

È la mio­pia che si dimo­stra del volere dal let­tore sola­mente un click su un titolo. Niente, asso­lu­ta­mente niente di più. La gestione di un brand, anche quello dei gior­nali, appunto defi­niti “new­sbrand”, passa sem­pre più dalla rela­zione, dalla con­ver­sa­zione, come si suol dire. Spo­stare il pro­blema sui social, senza gestirlo, signi­fica accom­pa­gnarne il deca­di­mento, la per­dita di valore.

La NON tra­scu­ra­bile dif­fe­renza tra essere online ed essere parte della Rete è que­sta caro Beppe, meglio pren­derne atto.

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