dead media

ADV 2004_2014
Pubblicato il 9 marzo 2015 by Pier Luca Santoro

10 Anni di Adv in Italia in 3 Grafici

Non c’è ricerca che non indi­chi come la comu­ni­ca­zione tra pari, il pas­sa­pa­rola, sia ampia­mente il mezzo di comu­ni­ca­zione più effi­cace e quanto sem­pre meno valore abbiano gli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari clas­sici. In tre gra­fici l’andamento della comu­ni­ca­zione above the line nel nostro Paese.

Il totale del mer­cato cala di oltre il 30% negli ultimi 10 anni pas­sando, per i mezzi presi in con­si­de­ra­zione [*]  da 8240 milioni di euro nel 2004 a 5739.

Ana­liz­zando il det­ta­glio di cia­scun mezzo si evi­den­zia come, ad esclu­sione di Inter­net, il calo sia generalizzato.

La stampa [quo­ti­diani e perio­dici] si dimezza, con un calo del 54.9%. Nel 2004 gli inve­sti­menti per que­sto mezzo erano di 2891 milioni di euro, il 2014 si chiude a 1304. Anche la TV, regina sovrana da sem­pre della comu­ni­ca­zione d’impresa del bel­paese, perde il 22.9% pas­sando da 4551 a 3510 milioni di euro. La radio perde in dieci anni il 13.5% ed è, tra tutti, il mezzo che tiene meglio forse per­ché comun­que in parte com­ple­men­tare ad Inter­net ed in parte poi­ché le occa­sioni di frui­zione sono anche esclu­si­vi­ste; si pensi all’ascolto in auto. Crollo di cinema ed out­door [affis­sioni] che per­dono rispet­ti­va­mente il 57.8 ed il 73.3%

In que­sto sce­na­rio apo­ca­lit­tico la TV comun­que gua­da­gna quota pas­sando dal 55.2% del 2004 all’attuale 61.1%. Inter­net, che cre­sce del 408% nel decen­nio, vede aumen­tare la sua quota dal 1.4% nel 2004 al 8.2% del 2014.

Com­plice anche la peg­gior crisi dal dopo­guerra in poi la cre­scita degli inve­sti­menti sul Web, che apre il 2015 con un calo del 10%, non com­pensa asso­lu­ta­mente il calo degli altri mezzi.

Comun­que sia ora al cen­tro delle stra­te­gie del mar­ke­ting non sono più la TV e gli altri mezzi clas­sici ma “nuove” forme di comu­ni­ca­zione più per­so­na­liz­zate con i pub­blici di rife­ri­mento, con le per­sone. Qua­lun­que impresa, start up ed edi­tori, che pensi di basare il pro­prio modello di busi­ness sulla rac­colta pub­bli­ci­ta­ria cano­nica è avvisata.

[*]Per Inter­net ed Outo­door il peri­me­tro di rife­ri­mento varia negli anni.

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Pubblicato il 4 marzo 2015 by Pier Luca Santoro, Francesca Clementoni

Media che si Masturbano

19esima pun­tata di “In Media Stat Virus: I Media nell’Era di Twit­ter” dedi­cata ai media ed il [soft] porno, di come la stra­grande mag­gio­ranza delle testate online siano sem­pre più alla deriva nell’affannosa ricerca di click, pro­du­cendo quello che Man­tel­lini defi­ni­sce, giu­sta­mente, “Il gior­na­li­smo delle caz­zate“[*]

Il pre­te­sto, l’occasione, per affron­tare ancora una volta il tema è for­nita dalla sapiente ope­ra­zione di con­tent mar­ke­ting con­dotta lo scorso wee­kend da Por­n­hub con Wan­k­band.

Par­tiamo dai “Pig Data” del por­tale di con­te­nuti por­no­gra­fici, sem­pre più azienda di tec­no­lo­gia e data ana­ly­tics, per andare dritti al cuore della que­stione evi­den­ziando come i media di tutto il pia­neta abbiano imme­dia­ta­mente rac­colto l’ipotesi del brac­cia­letto che rica­ri­che­rebbe [il con­di­zio­nale è d’obbligo poi­ché allo stato attuale non si cono­sce se e quando verrà effet­ti­va­mente rea­liz­zato] i pro­pri device tec­no­lo­gici gra­zie all’energia pro­dotta dalla masturbazione.

ilGiornale-posts-wankband

Nume­ro­sis­sime le testate, anche nel nostro Paese, che hanno colto l’occasione “acchiappa click” rilan­cian­dola anche sui social con i risul­tati che l’immagine sopra ripor­tata esem­pli­fica. Da l’Huffington Post, che al lan­cio aveva solen­ne­mente pro­messo che non avrebbe dato spa­zio a gos­sip e din­torni, a La Stampa, pas­sando per Il Gior­nale per chiu­dere in bel­lezza, si fa per dire, con il men­sile di lyfe­style maschile GQ che pro­pone “Wan­k­band, il brac­ciale che vale una sega”.

Deriva dalla quale non è immune pra­ti­ca­mente nes­suna testata con, giu­sto per citare qual­che esem­pio con­creto solo degli ultimi giorni. Il Gaz­zet­tino che si lan­cia in una appas­sio­nante cro­naca minuto per minuto — che mi aveva fatto addi­rit­tura pen­sare all’ipotesi che ci voles­sero fare un live blog­ging sulla que­stione stante il numero di arti­coli pro­dotti in 36 ore al riguardo - della “sexy sup­plente” cul­mi­nata con il “per­dono del pre­side” cor­re­dato da una foto­gal­lery degna delle rivi­ste che cir­co­la­vano ai miei tempi nelle caserme. Il Gior­nale che nel suo ricco reper­to­rio pro­pone il video della gior­na­li­sta che sul sito “si tuffa semi­nuda”, men­tre sui social — da leg­gere i com­menti, ancora una volta — diventa “tutta nuda”, appunto per acchiap­pare click, ed Il Cor­riere della Sera che tran­quil­lizza l’orgoglio maschile sulle dimen­sioni medie dei loro attri­buti più cari otte­nendo anche in que­sto caso le rea­zioni del pro­prio pubblico.

Corriere Pene

È fon­da­men­tal­mente un discorso di new­sbrand, di imma­gine di marca della testata e di coe­renza con la stessa che è fon­da­men­tale. Se per Buz­z­feed, et simi­lia, è un valore aggiunto inse­rire anche con­te­nuti di valore oltre a meme, gat­tini, etc., poi­chè rap­pre­senta un upgra­ding, così non è per gior­nali che invece inse­rendo con­te­nuti “fri­voli”, o peg­gio, svi­li­sce la pro­pria imma­gine di marca rispetto al pro­prio pubblico.

Il sen­sa­zio­na­li­smo, le coper­tine “hot” [e din­torni] non sono una novità del gior­na­li­smo online, la dif­fe­renza però è che adesso non si tratta più di un esclu­siva dei maga­zine popo­lari di gos­sip ma il cer­chio si è allar­gato a dismi­sura a fonti d’informazione “serie”.

Qual­che giorno fa è stato pub­bli­cato un inte­res­sante arti­colo: “Porn Can Save the News Indu­stry, and Not in the Way That You Think” che sostiene quanto avevo pro­vato ad espli­ci­tare anni fa su come il porno sia da sem­pre pre­cur­sore dei tempi e la costante ricerca di inno­va­zione com­ples­siva del set­tore pos­sono [al di là di gusti e mora­li­smi indi­vi­duali] essere d’insegnamento per molti altri set­tori e seg­menti di mer­cato. Se ne con­si­glia asso­lu­ta­mente la let­tura ai capo redat­tori dei web desk delle testate che è evi­dente abbiano sinora ampia­mente frain­teso il concetto.

Ad oggi, la com­pe­ti­zione si è asse­stata sul minimo comun deno­mi­na­tore per un modello che ricerca volume e non valore, non è cer­ta­mente que­sta la strada da percorrere.

Digital Revenues

Nel pod­cast sot­to­stante, come d’abitudine, è pos­si­bile ria­scol­tare e, volendo, sca­ri­care l’intera puntata.

Si ricorda che “In Media Stat Virus: I Media nell’era di Twit­ter” con­ti­nuerà la pro­gram­ma­zione sino a giu­gno e sono asso­lu­ta­mente gra­diti sug­ge­ri­menti sui temi da affron­tare da qui ad allora. Sul ter­razzo di Radio Fujiko abbiamo alle­stito appo­si­ta­mente una pic­cio­naia allo scopo. In alter­na­tiva è pos­si­bile inte­ra­gire, anche, via Twit­ter uti­liz­zando l’hashtag  #imsv14 e/o men­zio­nando i due account @pedroelrey / @radiofujiko.

RadioMonitor
Pubblicato il 19 febbraio 2015 by Stefano Chiarazzo, Pier Luca Santoro

RadioMonitor. La radio è viva, ma tanto bene non sta

Sono stati rila­sciati da Euri­sko i dati rela­tivi a 60mila inter­vi­ste dell’indagine Radio­Mo­ni­tor Cati con­dotte nel secondo seme­stre 2014. Il gra­fico sot­to­stante sin­te­tizza gli ascolti delle prin­ci­pali radio nazio­nali [pas­sando il mouse si visua­liz­zano i dati].

Il totale degli ascol­ta­tori radio­fo­nici in Ita­lia resta alto ma è dimi­nuto di 533.000 unità, dai 34.416.000 del 2° seme­stre 2013 ai 33.883.000 del 2° seme­stre 2014. Dove sono finiti? Pro­ba­bil­mente tra ripo­si­zio­na­menti dei grandi net­work – vedi l’operazione “svec­chia­mento” di Radio RAI – le offerte delle web radio e, soprat­tutto, feno­meni come Spo­tify pos­sono avere optato per una mag­gior per­so­na­liz­za­zione. La radio si ascolta sem­pre più dalla TV e da dispo­si­tivi mobili come smart­phone e tablet dove è in com­pe­ti­zione con altri ser­vizi “ruba-tempo”. Per quanto si possa essere, o meno, grandi sup­por­ter del mezzo radio­fo­nico non stu­pi­rebbe per­tanto una reale per­dita secca.

Se limi­tiamo la somma alle sole radio nazio­nali [al netto delle dupli­ca­zioni] vediamo che dal 2013 al 2014 hanno subito una per­dita totale di più di due milioni di ascol­ta­tori. Qui una pos­si­bile spie­ga­zione è che tale delta si sia river­sato sulle radio locali.

Leg­gendo i dati del secondo seme­stre, oltre al calo gene­ra­liz­zato di tutte le radio nazio­nali, ci hanno col­pito in par­ti­co­lare due risultati:

- Radio Ita­lia solo­mu­si­cai­ta­liana ha perso meno di RDS e Radio Dee­jay salendo così dal 4° al 2°. Mario Volanti, Edi­tore e Pre­si­dente Radio Ita­lia, ha sot­to­li­neato come “solo due anni fa il nostro distacco dalla seconda radio era di 1.150.000 ascol­ta­tori ed era­vamo in quinta posizione”;

- Radio 105 si con­ferma la seconda radio ita­liana per ascolto nel quarto d’ora medio – con­si­de­rato come misura della fedeltà dell’audience – dimez­zando il diva­rio con RTL 102.5 e aumen­tando il distacco dalla terza, la rivale Radio Deejay.

Insomma qual­cuno che fa un po’ meglio c’è. Cosa fare per inver­tire il trend? Pro­ba­bil­mente serve mag­gior corag­gio nella dif­fe­ren­zia­zione e spe­ri­men­ta­zione sia in ter­mini di palin­se­sti, con­te­nuti e talent scou­ting che nell’offrire ser­vizi rile­vanti e custo­miz­za­bili tra­mite web e mobile.

Visto il trend degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari nel 2014 che evi­den­zia una fles­sione infe­riore alla media, ed a molti altri medium, gli spazi di una ripresa non sono poi così imma­gi­ni­fici. Che la radio viva, ma torni in salute.

Mercato ADV 2014

Maltempo Audiweb
Pubblicato il 11 febbraio 2015 by Pier Luca Santoro, Francesca Clementoni

Il Maltempo dei Media

16esima pun­tata di “In Media Stat Virus: I Media nell’Era di Twit­ter” dedi­cata alla coper­tura ed al trat­ta­mento infor­ma­tivo da parte dei media del mal­tempo dei giorni scorsi.

Come ormai d’abitudine quando si veri­fi­cano feno­meni meteo­ro­lo­gici di una certa  rile­vanza anche in que­sta occa­sione i main­stream media, a comin­ciare dalla tele­vi­sione, si affi­dano in larga parte agli user gene­ra­ted con­tent ed alla piat­ta­forma di video-citizen jour­na­lism: You­Re­por­ter, per i fil­mati e le imma­gini su nevi­cate, mareg­giate e vento che hanno fla­gel­lato il nostro paese.

Visto che ormai que­sta pra­tica è con­sue­tu­dine sono due gli aspetti che è oppor­tuno con­si­de­rare. Da un lato si impone una rifles­sione su come rico­no­scere alle per­sone i bene­fici, in ter­mini sia di saving che di ricavi, gene­rati dai con­te­nuti pro­dotti. Dall’altro lato impos­si­bile non rile­vare come la logica sia sem­pre “top-down” con video ed imma­gini pre­le­vati tout court dalla Rete senza un flusso orga­niz­zato, senza una rela­zione tra le reda­zioni e coloro che pro­du­cono que­sti contenuti.

Rela­ti­va­mente mode­sta nel com­plesso l’attenzione nei con­fronti del feno­meno, se si esclu­dono le foto su Insta­gram che però non ha la pene­tra­zione di altri social nel nostro Paese, con circa 35mila tweet dedi­cati con l’account @WebcamForSki in testa per numero di tweet e @3BMeteo al ver­tice per reach.

 Big Snow

Per quanto riguarda i quo­ti­diani si evi­den­zia una netta frat­tura tra nazio­nali, che hanno dedi­cato le prime pagine ad altri temi legati alla poli­tica ed agli esteri, e locali che invece si sono con­cen­trati sul meteo.

Al di là delle dif­fe­renze emerge però come vi sia stato pre­va­len­te­mente un trat­ta­mento descrit­tivo limi­tan­dosi a ripor­tare le noti­zie. Non ci sono stati appro­fon­di­menti sul per­chè, con feno­meni ben distanti dal tanto annun­ciato “big snow”, le per­sone abbiano dovuto subire disagi di note­vole por­tata, su cause e respon­sa­bi­lità. Trat­ta­mento descrit­tivo che rende l’informazione una com­mo­dity, un bene indif­fe­ren­ziato di scarso valore.

Non sono stati creati degli spazi di aggre­ga­zione sui social ed all’interno dei siti web delle testate dove le per­sone potes­sero acqui­sire e scam­biarsi infor­ma­zioni sulla por­tata degli eventi, su quali atten­zioni e cau­tele avere nella vita quo­ti­diana e su come risol­vere i pro­blemi a comin­ciare dalla man­canza di elet­tri­cità [e dun­que di riscal­da­mento] che in alcune zone ancora per­si­ste. Un’opportunità spre­cata ancora una volta.

Oppor­tu­nità spre­cata anche sotto il pro­filo pret­ta­mente spe­cu­la­tivo di atten­zione e mone­tiz­za­zione del feno­meno che, come mostrano i dati Audi­web sotto ripor­tati, evi­den­ziano non esservi stati incre­menti di traf­fico, anzi, in quei giorni.

Maltempo Audiweb

Nel pod­cast sot­to­stante, come d’abitudine, è pos­si­bile ria­scol­tare e, volendo, sca­ri­care l’intera pun­tata inter­val­lata da musica scelta ad hoc, in tema.

“In Media Stat Virus: I Media nell’era di Twit­ter” con­ti­nuerà la pro­gram­ma­zione sino a giu­gno e sono asso­lu­ta­mente gra­diti sug­ge­ri­menti sui temi da affron­tare da qui ad allora. È pos­si­bile inte­ra­gire, anche, via Twit­ter uti­liz­zando l’hashtag  #imsv14 e/o men­zio­nando i due account @pedroelrey / @radiofujiko.

cloud mattarella
Pubblicato il 9 febbraio 2015 by Pier Luca Santoro, Massimo Gentile

L’Insostenibile Leggerezza delle WordCloud

Le parole sono impor­tanti. A mag­gior ragione lo sono quelle pro­nun­ciate davanti al Par­la­mento da un nuovo Pre­si­dente della Repub­blica in occa­sione del pro­prio inse­dia­mento. In un momento così solenne il peso sim­bo­lico dei ter­mini espressi chia­ra­mente si moltiplica.

Per veri­fi­care quali siano le parole più ricor­renti in un testo o in un discorso le Wor­d­Cloud sono ottimi stru­menti di con­trollo. Si tratta di appli­ca­zioni che gene­rano delle “forme” gra­fi­che nelle quali i ter­mini chiave sono rap­pre­sen­tati con un corpo che aumenta in fun­zione della fre­quenza con le quali si sono ripe­tuti. Esat­ta­mente come le parole comun­que rile­vanti ma apparse meno ven­gono rap­pre­sen­tante in corpo più pic­colo. L’effetto finale è inte­res­sante: una “nuvola” com­po­sta in media di una cin­quan­tina di parole con gran­dezze diverse e che ruota intorno a alcune chiavi prin­ci­pali in corpo mag­giore. Quell’immagine in qual­che modo dovrebbe rap­pre­sen­tare l’essenza, l’anima di un testo.

In rete è facile tro­vare le appli­ca­zioni gra­tuite capaci di gene­rare un Wor­d­Cloud. Le più cono­sciute sono Wordle e Tag­xedo. A seconda del pro­gramma scelto, si pos­sono con­trol­lare le pro­por­zioni, il carat­tere da sce­gliere, impo­stare fil­tri di esclu­sione per alcuni ter­mini, si può deci­dere l’inclinazione delle sin­gole parole nella nuvola finale, il rela­tivo colore e per­sino defi­nire la forma della nuvola [rotonda, a forma di cuore, qua­drata e via dicendo]. Il risul­tato è sem­pre un “oggetto” visuale che cat­tura l’attenzione.

Nel caso di Mat­ta­rella, i media ita­liani [quo­ti­diani, tv, Ansa, siti di infor­ma­zione online] hanno mostrato un certo entu­sia­smo verso le Wor­d­Co­lud, come se fosse una novità straor­di­na­ria. Ne sono uscite “nuvole” in cui la parola più in evi­denza è stata quasi sem­pre “significa”.

info mattarella

Però quello è un ter­mine che iso­lato vuol dire ben poco. In realtà “signi­fica” faceva parte di una costru­zione incal­zante gio­cata dal neo Pre­si­dente per descri­vere l’idea che “Difen­dere la Costi­tu­zione” si deve tra­durre nel garan­tire il diritto allo stu­dio, nella difesa di quello al lavoro, nel soste­gno alla fami­glia e via dicendo fino al rifiuto di ogni forma di mafia e di ille­ga­lità. Per que­sto motivo “signi­fica” è stato ripe­tuto ben 18 volte nel discorso pro­nun­ciato in Par­la­mento. Nel dire “Signi­fica” Mat­ta­rella richia­mava diret­ta­mente i valori della Costituzione.

Le Wor­d­Coud sono stru­menti effi­caci per­ché veloci ma in un certo senso appros­si­ma­tivi pro­prio per­ché è com­plesso valu­tare il peso di una parola estra­po­lan­dola dal con­te­sto. Non solo, ma i pro­grammi che gene­rano i Clouds ten­dono a esclu­dere alcuni ter­mini, le con­giun­zioni giu­sta­mente, o a pena­liz­zarne altri, gli agget­tivi per esempio.

Eppure a rileg­gere il testo del Pre­si­dente si nota che la parola più fre­quente (26 volte) in realtà è stata pro­prio un agget­tivo, “nostro” [nostro, nostra, nostri, nostre]. E non si tratta di un det­ta­glio da poco. Il Pre­si­dente, nei suoi rife­ri­menti al Paese, ha volu­ta­mente evi­tato ter­mini for­mali — solo 2 volte la parola “Patria” — per dare invece enfasi a un con­cetto di appar­te­nenza, di comu­nità. E que­sto spiega l’uso di “nostro” che appare come:

- nostro paese — nostro popolo — nostro essere comu­nità — nostra Costi­tu­zione — nostra demo­cra­zia — nostra gente — nostra poli­tica — nostra con­vi­venza — nostri con­cit­ta­dini — nostri ragazzi — nostri tesori

Ora, nes­sun Wor­d­Cloud è capace di rico­no­scere e leg­gere così in pro­fon­dità la strut­tura di un discorso. E’ bene ricor­dar­selo ogni volta che si passa al setac­cio di un gene­ra­tore di nuvole un testo da esa­mi­nare. I Clouds restano comun­que validi stru­menti per una prima veri­fica a caldo, ma per un appro­fon­di­mento, anche di natura pura­mente visuale, sareb­bero neces­sari altri interventi.

Per restare all’esempio del discorso di Mat­ta­rella nes­sun gior­nale, digi­tale e/ car­ta­ceo, è riu­scito a andar oltre le “nuvole”. Pur­troppo. Eppure di mate­riale da rap­pre­sen­tare in ter­mini visuali, a par­tire pro­prio dai vari Clouds, non mancava.

Tanto per fare un esem­pio, quale è stato il peso dei rife­ri­menti alle Isti­tu­zioni o quelli ai valori etici rispetto al totale? Poi è man­cata la com­pa­ra­zione coi ter­mini più ricor­renti nei discorsi dei pre­de­ces­sori. Quante volte Napo­li­tano ha citato l’Europa pre­sen­tando il suo primo man­dato e quante volte lo ha fatto Mat­ta­rella? Sarebbe stato inte­res­sante sco­prire certi tipi di differenze.

La rin­corsa gene­rale ai Wor­d­Cloud non è stato un errore. Al con­tra­rio. Nean­che l’aver evi­den­ziato la parola “signi­fica”. Infatti nel totale del discorso di Mat­ta­rella com­po­sto da 2.274 parole, ben 351 sono state spese nel pas­sag­gio sulla difesa della Costi­tu­zione. Non poco.

Però le Wor­d­Cloud, come spie­gato in pre­ce­denza, vanno comun­que usati con cau­tela. Pro­prio Mat­ta­rella par­lando in Par­la­mento ha accen­nato, novità asso­luta, alla neces­sità di abbat­tere in Ita­lia il “digi­tal divide”. Lo ha fatto una volta sola, quindi nes­sun Cloud lo ha regi­strato. E’ un buon motivo per con­si­de­rarla una cita­zione irrilevante?

Ogni medium ha un suo ruolo e signi­fi­cato, come noto. Un conto è un tweet, o un post su Face­book, ed un altro è invece un arti­colo di gior­nale, sia esso digi­tale o car­ta­ceo poco importa. Le Wor­d­Cloud, lo riba­diamo ancora, vanno benis­simo ci pia­ce­rebbe però che non fos­sero con­si­de­rate solo uno dei tanti ele­menti visivi di con­torno, come è avve­nuto nel caso di Mat­ta­rella che abbiamo usato come esem­pio, ma che vi sia data la giu­sta atten­zione ed accu­ra­tezza che si riserva ad ogni ele­mento infor­ma­tivo, magari cor­re­dan­dolo con una cor­retta ana­lisi del discorso.

È que­sto, anche, il valore aggiunto che gior­nali e gior­na­li­sti pos­sono por­tare al let­tore che altri­menti, stante l’ampiezza di tool a dispo­si­zione, è asso­lu­ta­mente in grado di far­sela da solo la Wor­d­Cloud. L’insostenibile leg­ge­rezza delle Wor­d­Cloud cre­diamo sia un buon esem­pio del gior­na­li­smo fret­to­loso, raf­faz­zo­nato [o peg­gio], da evi­tare se si vuole ridare cen­tra­lità all’informazione — di qua­lità — ormai sem­pre più tra­bal­lante, unbran­ded e domi­nata dai social. Dove sta il ruolo del gior­na­li­sta se non nella capa­cità di gui­dare il let­tore attra­verso una nar­ra­zione che in que­sto caso sarà di tipo grafico?

cloud mattarella

Nota meto­do­lo­gica: per il con­teg­gio esatto delle parole, è stato preso il testo ori­gi­nale della tra­scri­zione. Poi gli spazi bian­chi tra parole sono stati sosti­tuiti con un a capo. A quel punto il testo, com­po­sto da una parola per riga, è stato messo in Excel. Ne è risul­tata una lista a tabella da una colonna con le parole in ordine alfa­be­tico. A quel punto il con­teg­gio delle ripe­ti­zioni è stato facile.

LA CLASSIFICA DELLE PAROLE PIÙ RICORRENTI PRONUNCIATE DAL PRESIDENTE

26 nostri 18 signi­fica 13 tutti 12 spe­ranza 12 volti 11 par­la­mento 11 nuovo 10 Paese 9 sociale 9 libertà 9 rap­pre­sen­tanza 9 libertà 9 ita­liano 8 poli­tica 7 repub­blica 7 gio­vani 6 Ita­lia 6 vita 6 nazio­nale 6 Europa 5 lotta 5 società 5 sfida 5 reli­gione 5 ter­ro­ri­smo 4 sovra­nità 4 pace 4 valori 4 risorse 4 rischio 4 mafia 4 ragazzi 4 stato 4 lavoro 4 isti­tu­zioni 4 grave 4 guerra 4 glo­bali 3 par­te­ci­pa­zione 3 ostaggi 3 sicu­rezza 3 ser­vi­zio 3 rispo­ste 3 regole 3 magi­stra­tura 3 ingiu­sti­zia 2 Patria 2 paura 2 riforme 2 tec­no­lo­gia 2 nazi­fa­sci­smo 2 mez­zo­giorno 2 povertà 2 prin­cipi 2 one­sto 2 imprese 2 governo 2 giu­sti­zia 2 indi­gna­zione 1 Nord 1 occupazione

Bonus track: Da leg­gere, “8 Great Exam­ples of Data Visualization”

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