corriere della sera

humor (1)
Pubblicato il 19 gennaio 2015 by Pier Luca Santoro

Appunti per un Corriere NON Sciacallo

Si è par­lato molto dell’inserto spe­ciale rea­liz­zato dal Cor­riere della Sera che ha sca­te­nato furiose rea­zioni in Rete al grido di #cor­rie­re­scia­callo.

Oltre al con­tri­buto all’interno di que­sti spazi, in cui si esorta in buona sostanza a rila­sciare nei pros­simi giorni in open data tutti i dati rela­tivi a tira­tura, distri­bu­zione, ven­dita, ricavi [inclu­sivi delle ven­dite extra del quo­ti­diano gene­rate dall’iniziativa, eh!], costi e ver­sa­mento in bene­fi­cenza del libro, se vi fos­sero sfug­giti, val­gono asso­lu­ta­mente il tempo di let­tura le con­si­de­ra­zioni di Mas­simo Man­tel­lini e le impres­sioni di Luca Sofri sulla vicenda.

Credo ci siano degli aspetti che non sono emersi e che sia utile evi­den­ziare, non per ampli­fi­care la pole­mica ma, al con­tra­rio, spe­rando che pos­sano essere spunto, tra per­sone edu­cate come sug­ge­ri­sce Sofri, per evi­tare il ripe­tersi di epi­sodi di que­sto tipo. Per il bene della testata di Via Sol­fe­rino e per tutte le altre testate che voles­sero trarre inse­gna­mento da que­sta vicenda.

Die­tro alle scuse di De Bor­toli si cela qual­cosa di ben più pre­oc­cu­pante. Un errore così doz­zi­nale, che segue dopo quelli della vicenda del “click fasulli” e del macro­sco­pico errore nel lan­cio del nuovo Corriere.it, non è casuale. Si tratta della somma di evi­denze di quanto mac­chi­nosa e far­ra­gi­nosa sia l’organizzazione del lavoro all’interno del quo­ti­diano la cui già dif­fi­cile gestione di equi­li­bri di più poteri, ed inte­ressi, con­trap­po­sti, è resa ancor più dif­fi­col­tosa dalle dimis­sioni annun­ciate del suo Diret­tore e, secondo quanto batte “radio moquette”, la voce dei ben infor­mati, da mesi ormai di assenza di dia­logo tra la parte editoriale-giornalistica e quella mana­ge­riale del quotidiano.

In caso di dubbi al riguardo, credo sia suf­fi­ciente il tweet di Michela Cola­mussi, Mar­ke­ting Mana­ger Cor­riere Digi­tal, che a breve distanza dalle scuse di De Bor­toli cerca invece di repli­care alle accuse rice­vute. Un exploit, diciamo, che al di là di altre pos­si­bili con­si­de­ra­zioni è il segno tan­gi­bile della con­trap­po­si­zione tra “noi e loro”, non­ché il segnale della asso­luta man­canza di unità di visione tra i due com­parti azien­dali.

È evi­dente che la riso­lu­zione di que­ste dina­mi­che diviene perno cen­trale per evi­tare il pros­simo “epic fail” e, pos­si­bil­mente, essere final­mente parte della Rete.

Corriere Colamussi

La comu­nità di let­tori è da sem­pre asset fon­da­men­tale per un gior­nale, ancor più, se pos­si­bile, per una testata per la quale si voci­fera da tempo sulle inten­zioni di appli­care a breve un modello di mem­ber­ship come forma di remu­ne­ra­zione, di gene­ra­zione di ricavo.

A pre­scin­dere di quanto siano effet­ti­va­mente reali le giu­sti­fi­ca­zioni addotte rela­ti­va­mente al poco tempo per un’operazione da instant book e la dif­fi­coltà di chie­dere a tutti gli autori i per­messi neces­sari è l’approccio che è da rive­dere, anzi da ribaltare.

Se infatti gli autori delle vignette fos­sero stati con­tat­tati e coin­volti per tempo non solo si sarebbe evi­tato quanto avve­nuto ma addi­rit­tura si sarebbe potuto con­tare su un gruppo di per­sone che avreb­bero soste­nuto e dif­fuso l’operazione benefico-promozionale magni­fi­can­done gli aspetti posi­tivi con­tri­buendo così com­ples­si­va­mente ad un impatto posi­tivo non solo rela­ti­va­mente all’iniziativa spe­ci­fica ma più in gene­rale rispetto al “new­sbrand” Cor­riere. Un per­corso sul quale poi sarebbe pos­si­bile costruire ulte­riori svi­luppi positivi. 

Era que­sta insomma una pos­si­bile occa­sione di crea­zione di valori con­di­visi per una testata che al con­tra­rio del suo più diretto con­cor­rente non può con­tare sul senso di appar­te­nenza. Si chiama, nel suo insieme, com­mu­nity mana­ge­ment ed è ormai da tempo che se ne sente par­lare, mi pare…

Credo, e spero, pos­sano essere appunti utili per un Cor­riere non scia­callo e tutto quel che ne con­se­gue poten­zial­mente. Buon lavoro!

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Pubblicato il 16 gennaio 2015 by Alessio Cimarelli

Matite spuntate al Corriere della Sera

La recente strage alla reda­zione del gior­nale sati­rico Char­lie Hebdo a Parigi ha scosso pro­fon­da­mente il mondo pro­fes­sio­nale a cui appar­te­ne­vano le vit­time, in par­ti­co­lar modo quello dei dise­gna­tori, dei vignet­ti­sti, degli arti­sti del fumetto, dei gior­na­li­sti a fumetti. Come rispo­sta molti di loro, più o meno noti al grande pub­blico, chi più, chi meno, hanno uma­na­mente espresso i loro sen­ti­menti e la loro opi­nione sull’evento con il lin­guag­gio che gli è pro­prio, quello gra­fico appunto. E, nes­suna sor­presa, lo hanno fatto anche pri­va­ta­mente sulle piat­ta­forme social che tutti uti­liz­ziamo quo­ti­dia­na­mente. Con­te­nuti pub­blici, ma pub­bli­cati a titolo pri­vato: su pro­pri account, su pro­fili per­so­nali, ecc. Tutto molto sem­plice, per chi la Rete la vive tutti i giorni.

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Ieri il Cor­riere della Sera esce però in edi­cola con un inserto spe­ciale, dedi­cato ai fatti di Char­lie Hebdo: un cor­poso libretto (circa 300 pagine) con un’ampia rac­colta di que­sti con­tri­buti gra­fici, presi dai mille rivoli della rete, impac­chet­tati e ven­duti a 4,90 euro. Il tutto per bene­fi­cenza, per­ché i pro­venti, assi­cu­rano anche in seconda di coper­tina, andranno tutti a favore delle vit­time. Ma il tutto sca­tena anche un puti­fe­rio, per­ché le decine di dise­gna­tori autori di quelle vignette si accor­gono dell’uso non auto­riz­zato delle loro opere solo a cose fatte, quando il libro è già in edicola.

Le rea­zioni dei diretti inte­res­sati sono per lo più sar­ca­sti­che (un buon esem­pio è quella di Roberto Rec­chioni), ma non nascon­dono sor­presa e rab­bia. Il fumet­ti­sta Gia­como Bevi­lac­qua mette i pun­tini sulle “i” sulle pagine di Wired Ita­lia e rac­co­glie i post di molti suoi col­le­ghi. Altri blog­ger, anche ospi­tati da siti di testate come L’Inkiesta, arri­vano a usare toni molto aspri. Su Twit­ter il poco lusin­ghiero hash­tag #cor­rie­re­scia­callo diventa pure trend topic. Ler­cio non si smen­ti­sce (l’immagine di aper­tura di que­sto post è loro!). Si pro­fi­lano all’orizzonte denunce a raf­fica, da più parti si chie­dono le scuse dell’editore e alla fine il diret­tore Fer­ruc­cio De Bor­toli ci mette la fac­cia e chiede espres­sa­mente scusa a tutti, seguito oggi da Paolo Rastelli sul quo­ti­diano car­ta­ceo. Un gesto impor­tante dato il con­te­sto del gior­na­li­smo ita­liano, men­tre lasciano molti dubbi le cri­ti­che aperte pro­ve­nienti da altre testate che non hanno ancora dimo­strato oltre ogni ragio­ne­vole dub­bio una par­ti­co­lare affe­zione alla sacra­lità della cita­zione e dell’attribuzione.

[UPDATE: segnalo lo sto­rify det­ta­gliato sulla vicenda pub­bli­cato da Vali­gia Blu]

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Fur­bata, errore, leg­ge­rezza, incom­pe­tenza, totale inca­pa­cità di com­pren­dere l’ecosistema digi­tale, enne­simo #epic­fail pre­sto dimen­ti­cato? Luca Sofri avanza qual­che ipo­tesi che fa rab­bri­vi­dire, anche se non stu­pi­sce affatto. Certo è che le giu­sti­fi­ca­zioni addotte (il poco tempo per un’operazione da instant book e la dif­fi­coltà di chie­dere a tutti gli autori i per­messi neces­sari) lasciano un po’ il tempo che tro­vano, in un’era di con­nes­sione 24h e comu­ni­ca­zione in tempo reale. C’è poi l’elemento del fine bene­fico, che dalle parti di via Sol­fe­rino è sem­brato per diverse ore più che suf­fi­ciente per risol­vere la que­stione. Ma qual­cuno ha giu­sta­mente obiet­tato: anche solo rima­nendo nell’ambito dei soldi, in bene­fi­cenza andrà anche il rica­vato dal sur­plus di ven­dite del quo­ti­diano cau­sato dalla pre­senza del libro in alle­gato? In fondo lo sap­piamo benis­simo, l’unica bene­fi­cenza senza alcun secondo fine (se non una pub­bli­cità indi­retta) è stac­care un asse­gno per­so­nal­mente, non rac­co­gliere fondi ven­dendo un pro­prio pro­dotto. Avanzo però un sug­ge­ri­mento! Per fugare ogni dub­bio e mal­di­cenza, il Cor­riere potrebbe rila­sciare nei pros­simi giorni in open data tutti i dati rela­tivi a tira­tura, distri­bu­zione, ven­dita, ricavi, costi e ver­sa­mento in bene­fi­cenza del libro. Così una volta tanto tutti potranno veri­fi­care il die­tro le quinte di que­ste ope­ra­zioni uma­ni­ta­rie colme di buone intenzioni.

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Tech Info Online
Pubblicato il 2 gennaio 2015 by Giacomo Fusina

Problemi e Soluzioni

Qual­che tempo fa in que­sti spazi è stato pub­bli­cato un pezzo dal titolo “Essere Online Vs Essere Parte della Rete” in rispo­sta a un arti­colo di Sever­gnini cri­tico nei con­fronti dei com­menti agli arti­coli sul Cor­riere online.

[Se hai perso la cro­no­lo­gia della vicenda puoi par­tire dall’arti­colo di Masha­ble, ripreso da un pezzo di Sever­gnini al quale hanno fatto seguito le rispo­ste dia­let­ti­che e inter­lo­cu­to­rie di Man­tel­lini su IlPost e Data­me­dia­hub].

Ho letto que­sti inter­venti tenendo sullo sfondo una recente rifles­sione di Fede­rico Bada­loni sul tema dell’interazione tra cul­tura e tec­no­lo­gia. Secondo Bada­loni la tec­no­lo­gia è “la rispo­sta a biso­gni iden­ti­fi­cati da una cul­tura e si occupa di tro­vare le solu­zioni”. L’applicazione di que­sta regola al caso sol­le­vato da Sever­gnini si tra­duce affer­mando che la tec­no­lo­gia ha reso pos­si­bile un nuovo for­mat edi­to­riale: l’articolo com­men­tato e par­te­ci­pato, tra­sfor­mato in piat­ta­forma di con­ver­sa­zione tra let­tore e gior­na­li­sta.
Ma qual è il biso­gno che dovrebbe aver atti­vato que­sta tec­no­lo­gia? E’ un biso­gno del gior­na­li­sta? Del let­tore? Della testata? E’ un biso­gno pre­sente nella nostra cultura?

Sono d’accordo con Sever­gnini: i com­menti agli arti­coli sono rara­mente utili e spesso dan­nosi. Dal punto di vista edi­to­riale la fun­zio­na­lità dei com­menti è un flop. Non fun­ziona, costa e non rende. Tutte le cose che non fun­zio­nano per­ché non rispon­dono a un biso­gno, prima o poi spa­ri­scono. Soprat­tutto se costano più di quanto rendono.

Non parlo, ovvia­mente, della pos­si­bi­lità di espri­mere un’opinione o un com­mento sulla Rete. Ci sono ambienti nei quali l’espressione di un feed­back più o meno strut­tu­rato è la risorsa fon­da­men­tale per la costru­zione di un ser­vi­zio e dà ori­gine a solu­zioni favo­lose: tutti i sistemi di review e rating di pro­dotti e ser­vizi, le com­mu­nity tema­ti­che, gli ambienti di col­la­bo­ra­zione dif­fusa, l’intrattenimento e le rela­zioni sui social. Qui la tec­no­lo­gia risolve dei biso­gni pre­cisi e, infatti, ha tra­sfor­mato la nostra cultura.

Parlo invece dei com­menti agli arti­coli sulle testate d’informazione e offro il mio ragio­na­mento su tre diret­trici: la quan­tità, la qua­lità dei com­menti e la man­cata pro­messa della partecipazione.

La quan­tità dei com­menti
La regola empi­rica parla di un gene­ra­tore di con­te­nuto online ogni 100 frui­tori. Nel caso dei com­menti agli arti­coli, una mia stima indica la media di un com­mento al giorno ogni die­ci­mila let­tori. Si deve con­clu­dere che un com­mento è letto da un let­tore ogni 100. Dal punto di vista del mar­ke­ting del pro­dotto edi­to­riale, che senso ha man­te­nere in piedi un sistema che sod­di­sfa (forse) l’1 per cento degli utenti? Non vor­rai mica con­vin­cermi che gra­zie ai com­menti aumen­tano i let­tori, il tempo speso sulla pagina, le con­di­vi­sioni sui social. Io non ho mai cono­sciuto un let­tore che va a leg­gere un arti­colo online per leg­gerne i commenti.

Quindi, i com­menti non rispon­dono ai biso­gni della testata.

La qua­lità edi­to­riale (i com­menti si scri­vono, le opi­nioni si leg­gono)
I com­menti non rispon­dono al biso­gno dei let­tori di espri­mere un’opinione.
Da che il Web è social non si è mai visto un com­mento diven­tare opi­nione. Chi ha un’opinione non scrive un com­mento, scrive un arti­colo. Come fac­cio io ora. E chi ha tanta pas­sione e tante opi­nioni non scrive com­menti qua e là ma apre un blog o fini­sce per fare il gior­na­li­sta su qual­che testata. Cioè, costrui­sce il pro­prio stile edi­to­riale e offre una visione del mondo a chi la cerca. Legge i fatti nella cul­tura del pro­prio tempo, o in una delle tante, e trova i let­tori che cer­cano pro­prio que­sto tipo di media­zione e di spie­ga­zione della realtà.

Il biso­gno di espri­mere una valu­ta­zione sin­te­tica può essere sod­di­sfatto in modi diversi, più sin­te­tici e imme­diati e, in que­sto modo, più aperti al con­tri­buto di tutti. E’ ciò che si è veri­fi­cato con la prassi della con­di­vi­sione dell’articolo sui social, spesso non asso­ciata ad alcun com­mento, e con la pos­si­bi­lità di espri­mere un rating di valu­ta­zione dell’articolo in una sem­plice scala in cin­que step.

La pro­messa man­cata
I com­menti potreb­bero allora rispon­dere ai biso­gni dell’autore dell’articolo. Avere un ambiente di discus­sione è un’opportunità per gli autori per­ché con­sente di man­te­nere il con­tatto coi let­tori e la loro sen­si­bi­lità sui temi trat­tati. In linea di prin­ci­pio que­sto è molto utile e nobile ma nella pra­tica di que­sti anni non si è rea­liz­zato. Almeno non nelle testate gene­ra­li­ste e popolari.

Lo dico con ama­rezza: è un pec­cato per­ché sarebbe stato bello. Pensa, una Rete in cui le per­sone leg­gono, appro­fon­di­scono, discu­tono per aiu­tarsi a capire; una Rete in cui i gior­na­li­sti diven­tano le voci della coscienza civica rac­co­glien­done le istanze e le rifles­sioni nel rispetto delle opi­nioni diverse. Una Rete, insomma, in cui matura la sen­si­bi­lità demo­cra­tica.
Nel caso dei com­menti non è andata così. La fun­zio­na­lità del com­mento è come la carta moschi­cida, attrae solo una certa spe­cie di let­tori, e favo­ri­sce alcune com­po­nenti della dina­mica di par­te­ci­pa­zione, gene­ral­mente non edu­cata e non costrut­tiva. Spiace dirlo ma va detto in modo bru­tale, come scrive Sever­gnini: i gior­na­li­sti non pos­sono essere i guar­diani dello zoo dell’online ed è meglio per loro spen­dere tempo per stu­diare, veri­fi­care e impa­rare, che per dia­lo­gare con per­sone che non rap­pre­sen­tano i let­tori e hanno più tempo che argo­menti da spen­dere quando scri­vono i loro commenti.

Credo che soste­nere la tesi della neces­sità di un gior­nale comu­nità o di una testata in cui i let­tori par­te­ci­pano alla linea edi­to­riale sia una for­za­tura. Ci sono luo­ghi dell’online che nascono con una forte com­po­nente di par­te­ci­pa­zione asso­ciata all’informazione ma non pos­siamo con­si­de­rarli l’evoluzione dei gior­nali di carta. Una cosa sono i dibat­titi e le assem­blee a cui si par­te­cipa, altra cosa è una con­fe­renza a cui si va per ascol­tare e imparare.

La Rete ha tra­sfor­mato le dina­mi­che d’interazione ma non l’identità dei sog­getti che la com­pon­gono. Io do cre­dito a una testata che mi informa e mi fa riflet­tere. Voglio leg­gere i suoi arti­coli sapendo che li leg­gono altre migliaia di indi­vi­dui (per que­sto non mi piac­ciono gli algo­ritmi di per­so­na­liz­za­zione). Se non sono d’accordo con le opi­nioni di una testata trovo molte altre occa­sioni per veri­fi­care e appro­fon­dire. Non è la fun­zio­na­lità dei com­menti a farmi sen­tire parte di una comu­nità o di un seg­mento socio-culturale: sono i valori, gli ideali e lo stile di ana­lisi che trovo nella testata e nei suoi giornalisti.

Un elenco di tecnologie che hanno arricchito l’informazione online negli ultimi anni e che hanno dato risposta alcuni bisogni dei lettori, dei giornalisti o delle stesse testate editoriali.

Un elenco di tec­no­lo­gie che hanno arric­chito l’informazione online negli ultimi anni e che hanno dato rispo­sta ad alcuni biso­gni dei let­tori, dei gior­na­li­sti o delle stesse testate editoriali.

 

Comments Moderation
Pubblicato il 22 dicembre 2014 by Pier Luca Santoro, Massimo Gentile, Lelio Simi

Essere Online Vs Essere Parte della Rete

Beppe Sever­gnini sce­glie di ammor­bare l’ultimo wee­kend di shop­ping nata­li­zio con un arti­colo con­tro i com­menti all’interno dei siti web dei gior­nali, e ci riesce.

Ci sono diversi pas­saggi ed aspetti di quanto scritto da Sever­gnini che vale la pena di approfondire.

Un primo aspetto riguarda le cita­zioni, i rife­ri­menti che ven­gono fatte dalla firma del Cor­riere che non ven­gono mai lin­kate. È pro­ba­bil­mente il più banale ma indi­ca­tore di quale sia la men­ta­lità, l’attitudine di fondo. Un’ atti­tu­dine che si ritrova anche nella ver­sione car­ta­cea dell’articolo che a lato riporta “Puoi con­di­vi­dere sui social net­work le ana­lisi dei nostri edi­to­ria­li­sti e com­men­ta­tori: le trovi su www.corriere.it”.

Non c’è inte­resse al dia­logo, non esi­ste bidi­re­zio­na­lità, non vi è la pos­si­bi­lità di appro­fon­dire. Si pon­ti­fica con un solo obiet­tivo quello di avere traf­fico sul sito del gior­nale, pre­oc­cu­pati che possa scap­pare asse­gnando alle per­sone, al mas­simo, il ruolo di ampli­fi­ca­tori sociali del brand della testata e dei suoi giornalisti.

Cinismo Commenti Severgnini

Dopo il para­grafo di aper­tura si scrive che: “I siti d’informazione non hanno né la voglia né i titoli per diven­tare guar­diani della morale pub­blica”.

Detta così è un’affermazione abba­stanza grave sia per­ché smen­ti­sce l’ipotesi, sem­pre pro­po­sta quando di pro­pria con­ve­nienza, che l’informazione [ed i gior­nali in par­ti­co­lare, mi rac­co­mando eh!] sia ele­mento per­niante, indis­so­lu­bile, delle demo­cra­zie moderne, che per­ché disco­no­sce l’influenza che i mezzi di comu­ni­ca­zione di massa di fatto hanno sull’opinione pub­blica, sulla deco­di­fica della realtà e sull’agenda set­ting, motivo per il quale pro­prio nel nostro Paese nes­suna della testate è di pro­prietà di edi­tori puri.

È, ancora, un’affermazione grave poi­ché è chiara mani­fe­sta­zione di non aver com­preso come con la Rete il ruolo dei gior­nali, o almeno di quelli che vogliono soprav­vi­vere, e dei gior­na­li­sti sia cam­biato. Come giu­sta­mente scrive Man­tel­lini, “Esat­ta­mente come il bravo cro­ni­sta di ieri entrava den­tro la mani­fe­sta­zione di piazza per meglio com­pren­dere umori e punti di vista e poi rac­con­tar­celi, oggi spor­carsi le mani signi­fica vivere la rete come ambito di inter­pre­ta­zione sociale. Per­ché le cose del mondo suc­ce­dono spes­sis­simo da quelle parti. Diver­sa­mente, se così non sarà, se que­sto cam­bio di visuale non sarà accet­tato, il destino della pro­fes­sione gior­na­li­stica è il destino già segnato di un pro­gres­sivo evi­dente allon­ta­na­mento dalla com­pren­sione del mondo. Che è poi quello che spes­sis­simo vediamo rap­pre­sen­tato nei gior­nali ita­liani”.

Ruolo dei gior­na­li­sti che una recente ricerca dimo­stra essere rile­vante anche pro­prio nel man­te­nere un buon livello di con­ver­sa­zione poi­ché il loro coin­vol­gi­mento diretto ridu­cendo sen­si­bil­mente com­menti oltrag­giosi e/o offensivi.

I troll sono un pro­blema non c’è dub­bio, ma abbiamo la sen­sa­zione che alla base della deci­sione di chiu­dere i com­menti la “que­stione troll” spesso sia solo una scusa. Die­tro a que­ste deci­sioni c’è, in un momento nel quale il for­mato pub­bli­ci­ta­rio emer­gente è [e sarà sem­pre di più] il native adver­ti­sing ed i con­te­nuti spon­so­riz­zati, quello di creare spazi aset­tici, sem­plici da gestire e certo più “con­for­te­voli” per i con­te­nuti pagati dai brand dove le cri­ti­che – giu­sti­fi­cate o ingiu­sti­fi­cate che siano – sareb­bero certo ancora più dif­fi­cili da mode­rare e cree­reb­bero ancora più imba­razzo senza l’utilizzo di pro­fes­sio­na­lità ade­gua­ta­mente for­mate [che poi qual­cuno, se vuole, anche se non ci piace, può anche chia­mare “guar­diani dello zoo”]. Ma que­sto modo di ragio­nare dimo­stra ancora una volta di non voler affron­tare la que­stione ma sem­pli­ce­mente di ten­tare di girarci attorno. E forse, di non avere pro­prio gli stru­menti “cul­tu­rali” per affrontarla.

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Pro­se­gue Sever­gini spie­gando che la gestione dei com­menti richiede un tempo e delle risorse, umane ed eco­no­mi­che, che non tutti i gior­nali pos­sono per­met­tersi di inve­stire. Anche su que­sta affer­ma­zione è oppor­tuno sof­fer­marsi ed ana­liz­zarne le implicazioni.

Il grande pro­blema per i pros­simi anni per i siti online, com­presi quelli dei gior­nali, ovvia­mente, sarà dimo­strare che die­tro ai mil­le­mila utenti unici men­sili messi in bella evi­denza e ai fan­ta­smi­lioni di pagine viste dichia­rate ci sono per­sone reali. Il 35% del traf­fico inter­net è – già adesso – gene­rato da “bot” [ed è un numero desti­nato a salire sem­pre più per molte ragioni], met­tia­moci anche grossi pro­blemi con vere e pro­prie truffe e “gio­chetti vari” che gon­fiano que­sti numeri a dismi­sura [famoso è il caso di una cam­pa­gna di Mercedes-Benz dove si è sco­perto che il 57% delle 365mila ad impres­sion era gene­rata da bot]. Per tutto que­sto agli occhi di un inve­sti­tore pub­bli­ci­ta­rio sarà sarà sem­pre più impor­tante capire quanto die­tro a quelle cifre espo­ste ci sono per­sone vere che vanno al super­mer­cato o entrano in una con­ces­sio­na­ria auto.

Quindi il valore di un gior­nale online sarà sem­pre più diret­ta­mente pro­por­zio­nale alla sua capa­cità di dimo­strare di avere, oltre ai soliti “numeri”, anche quelli rela­tivi a misu­rare una comu­nità di let­tori real­mente coin­volti e attenti, ovvero che abbiano voglia di con­di­vi­dere idee, con­te­nuti, che desi­de­rano dia­lo­gare con gli autori degli arti­coli, che par­te­ci­pino agli eventi orga­niz­zati da quel gior­nale, che si sen­tano insomma, coin­volti con­cre­ta­mente nel pro­getto edi­to­riale e lo per­ce­pi­scano come un valore.

I com­menti agli arti­coli non sono certo più, da tempo, l’unico stru­mento per fare tutto que­sto ma in qual­che maniera que­sto lavoro andrà fatto. E ci sem­bra che all’azione di chiu­dere i com­menti ben poco si fac­cia in altra dire­zione e con altri stru­menti. Tanto per citare un paio di esempi: al Guar­dian [che tra le grandi testate inter­na­zio­nali rea­lizza le reve­nue da digi­tale più alte] hanno fatto del “Com­ment is free” un emblema. Nella pagina di Guar­dian Labs [la divi­sione interna che vende ser­vizi ai brand] vedrete che la prima cosa che viene messa in bella evi­denza agli spon­sor è l’avere una comu­nità glo­bale attiva e for­te­mente “enga­ged” con le atti­vità e i con­te­nuti del gior­nale. Ma anche in Ita­lia potremmo fare l’esempio del Fatto Quo­ti­diano, unico tra le nuove testate nate in que­sti ultimi anni capace di navi­gare con una certa tran­quil­lità nelle agi­tate acque edi­to­riali nostrane, che ha il suo punto di forza in una comu­nità deci­sa­mente coin­volta, e che molto com­menta i sin­goli articoli.

Se, come pare, Corriere.it ha inten­zione di pas­sare dall’inizio dell’anno a paga­mento attra­verso una qual­che forma di mem­ber­ship le idee di Sever­gnini sono peri­co­lose per la sua stessa testata. Cre­diamo dav­vero che la domanda da porsi non sia se e quali testate pos­sano per­met­tersi la gestione dei com­menti, che peral­tro può essere faci­li­tata da appo­siti sup­porti come avviene, ad esem­pio, per l’Huffington Post, ma esat­ta­mente all’opposto di chie­dersi quali gior­nali pos­sano non permettersela.

Corsera Social

L’articolo di Sever­gnini si chiude affer­mando che “[…] togliendo la sezione com­menti, cru­deltà, vol­ga­rità e insulti si tra­sfe­ri­scono sui social (Face­book, You­Tube, Twit­ter etc). È vero, pur­troppo. Ma almeno non è più un pro­blema dei gior­nali, che di pro­blemi ne hanno abba­stanza[…]”.

Viene da sor­ri­dere [ma è riso amaro come dimo­stra l’immagine sopra ripor­tata pro­prio della pagina Face­book del Cor­riere]  a vedere come nella stra­grande mag­gio­ranza dei casi, gli account uffi­ciali dei gior­nali ven­gano gestiti. Quanti esempi pos­siamo fare di buone pra­ti­che dove su Face­book, Twit­ter e gli altri social i gior­nali, i gior­na­li­sti dia­lo­gano con i let­tori, met­tono a dispo­si­zione degli spazi per coin­vol­gerli o sem­pli­ce­mente si “spor­chino le mani” a moderare?

È la mio­pia che si dimo­stra del volere dal let­tore sola­mente un click su un titolo. Niente, asso­lu­ta­mente niente di più. La gestione di un brand, anche quello dei gior­nali, appunto defi­niti “new­sbrand”, passa sem­pre più dalla rela­zione, dalla con­ver­sa­zione, come si suol dire. Spo­stare il pro­blema sui social, senza gestirlo, signi­fica accom­pa­gnarne il deca­di­mento, la per­dita di valore.

La NON tra­scu­ra­bile dif­fe­renza tra essere online ed essere parte della Rete è que­sta caro Beppe, meglio pren­derne atto.

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Pubblicato il 28 novembre 2014 by Pier Luca Santoro

Esempi Virtuosi & Cattive Pratiche

Un paio di giorni fa La Stampa ha pub­bli­cato “Il nuovo gala­teo de La Stampa su Face­book”, neti­quette per imma­gini dedi­cata alla com­mu­nity del gior­nale che riprende, ren­den­doli visi­va­mente, le linee guida per Face­book, e più in gene­rale per i social, che avevo scritto quando ad ini­zio anno ho col­la­bo­rato con il quo­ti­diano in que­stione in qua­lità di “tem­po­rary social media editor”.

Linee guida che, se si esclu­dono gli aspetti più ovvi quali insulti etnici, com­menti offen­sivi o dif­fa­ma­tori e osce­nità, sono una “neti­quette” che fac­cia da base comune per un con­fronto costrut­tivo e che, infatti, sin dai primi com­menti, è stata accolta posi­ti­va­mente nel com­plesso. Si tratta insomma della base affin­ché il dia­logo sia tale con la comu­nità di riferimento.

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A distanza di quasi un anno ormai dalla sua imple­men­ta­zione, e dalla rela­tiva gestione e mode­ra­zione su tale base, La Stampa resta l’unico dei quo­ti­diani nazio­nali o plu­ri­re­gio­nali ad aver seguito que­sta strada ed i risul­tati si vedono.

È il caso, giu­sto per avere degli esempi con­creti di rife­ri­mento tra quelle che sono le testate online con il mag­gior traf­fico, con il mag­gior numero di utenti unici nel giorno medio, di Repub­blica, del Cor­riere della Sera , di TGCom24 [che ha un social media policy ben nasco­sta], che quo­ti­dia­na­mente rice­vono con­te­sta­zioni alle noti­zie for­nite, accu­mu­lano innu­me­re­voli com­menti con ingiu­rie, minacce, paro­lacce, danno spa­zio a xeno­fo­bia e raz­zi­smo, e molto altro ancora, senza che nes­suno moderi, inter­venga, lasciando l’arena al caso come se non appar­te­nesse, come se quello spa­zio non  fosse pro­prio e non costi­tuisse parte del pro­prio brand, della pro­pria realtà dalla quale appa­iono com­ple­ta­mente alienati.

Stupro

É sem­pre pro­prio La Stampa a [di]mostrare — vedasi post sotto ripor­tato, e rela­tivi com­menti sia da parte dei let­tori che, soprat­tutto, del social media team del quo­ti­diano - che è pos­si­bile inter­ve­nire, dia­lo­gare, nel senso pro­prio del termine.

Il pro­blema, lo riba­di­sco, NON è l’algoritmo di Face­book. Il pro­blema è che nella stra­grande mag­gio­ranza delle testate nella pra­tica l’idea di com­mu­nity mana­ge­ment è ampia­mente sot­to­va­lu­tata o forse, peg­gio ancora, sco­no­sciuta. Auguri!

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