Comunicazione

immaginario
Pubblicato il 13 aprile 2015 by Pier Luca Santoro

Lanciare un Nuovo Brand

Lan­ciare un nuovo brand, un nuovo prodotto/linea di pro­dotti, pre­senta sem­pre nume­rose inco­gnite, per quanta atten­zione possa essere stata posta nella fase preparatoria.

Per le imprese che hanno come sbocco com­mer­ciale canali carat­te­riz­zati da ele­vata nume­ro­sità e fram­men­ta­zione la pre­sen­ta­zione alla forza ven­dita ed il for­nire alla stessa valide argo­men­ta­zioni di sup­porto diviene fon­da­men­tale poi­chè in ultima ratio sarà poi il gra­di­mento, l’accettazione e la capa­cità di tra­sfe­rire al nego­ziante le giu­ste moti­va­zioni, da parte si area mana­ger e ven­di­tori a fare in buona parte la dif­fe­renza nella fase di pipe­line, di prima col­lo­ca­zione dei pro­dotti sul mercato.

Nel video sot­to­stante il lan­cio di una linea di cosme­tica ter­male, tutt’ora in com­mer­cio, da me effet­tuato quando ero [tem­po­rary] diret­tore com­mer­ciale di una delle mag­giori imprese del set­tore. Essendo pas­sati diversi anni ho pen­sato che si potesse sve­lare e che avesse un senso, come case history, ren­dere pub­blici i contenuti.

Com­ment is free.

Social newsroom
Pubblicato il 8 aprile 2015 by Pier Luca Santoro, Francesca Clementoni

Comunicazione d’Impresa & Brand Journalism

23esima pun­tata di “In Media Stat Virus: I Media nell’Era di Twit­ter” dedi­cata a comu­ni­ca­zione d’impresa e brand journalism.

Pro­viamo a for­nire una defi­ni­zione di brand jour­na­lism pren­dendo in pre­stito le parole del Chief Mar­ke­ting Offi­cer di Mc Donald:

Il brand jour­na­lism è la cro­naca delle varie cose che acca­dono al mondo di un mar­chio, attra­verso i giorni e attra­verso gli anni. È così che creiamo un valore reale per­ce­pito per sem­pre dal consumatore

Il pas­sag­gio da brand a media e del brand jour­na­lism fa diven­tare i brand edi­tori di se stessi, gene­rando con­te­nuti esclu­sivi e adat­tando il loro sto­ry­tel­ling all’interattività della rete e dei social media, cam­bia il modo di comu­ni­care, di rela­zio­narsi con le per­sone, tra impresa e pub­blico. Moda­lità adot­tata ormai da molte imprese, sia a livello inter­na­zio­nale che nel nostro Paese, che si inse­ri­sce in una più ampia stra­te­gia di con­tent mar­ke­ting.

Per­corso egre­gia­mente descritto da David Armano che sin­te­tizza gra­fi­ca­mente l’evoluzione e le carat­te­ri­sti­che di come i mar­chi azien­dali diven­gano sem­pre più dei media adat­tando la loro comu­ni­ca­zione al muta­mento di sce­na­rio attra­verso quella che defi­ni­sce the social crea­tive newsroom.

Social newsroom

Nel nuovo, sem­pre in muta­mento, eco­si­stema dell’informazione si rom­pono i vec­chi equi­li­bri: i gior­nali hanno meno biso­gno delle agen­zie stampa di un tempo gra­zie a social media e citi­zen jour­na­lism; men­tre dall’altro lato, le agen­zie imma­gi­nano in un futuro pros­simo di entrare in con­cor­renza con i loro clienti. Al tempo stesso le imprese, spesso clienti di entrambi, abbrac­ciano sem­pre più l’idea di diven­tare loro stessi edi­tori, pro­dut­tori di con­te­nuti dando vita a quello che viene rac­colto nella defi­ni­zione di brand jour­na­lism, come è il caso, ad esem­pio, dell’ini­zia­tiva di P&G par­tita pro­prio dall’Italia.

Ovvia­mente, com’è natu­rale che sia, è l’esecuzione che fa la dif­fe­renza nel suc­cesso come stru­mento di comu­ni­ca­zione d’impresa ed è impor­tante seguire i cri­teri di base con un approc­cio bilan­ciato che non sia ecces­si­va­mente pro­mo­zio­nale. Cosa che ad alcuni rie­sce bene e ad altri deci­sa­mente meno bene.

brand-journalism_criteria

Se ogni impresa è un media i media devono [final­mente?] diven­tare impresa, al di là delle pecu­lia­rità legate al “pro­dotto” infor­ma­zione, diver­si­fi­cando le fonti di ricavo abban­do­nando il bino­mio vendite-pubblicità che appare chia­ra­mente sem­pre meno soste­ni­bile.

Nel pod­cast sot­to­stante, come d’abitudine, è pos­si­bile ria­scol­tare e, volendo, sca­ri­care l’intera puntata.

Si ricorda che “In Media Stat Virus: I Media nell’era di Twit­ter” con­ti­nuerà la pro­gram­ma­zione sino a giu­gno e sono asso­lu­ta­mente gra­diti sug­ge­ri­menti sui temi da affron­tare da qui ad allora. Sul ter­razzo di Radio Fujiko abbiamo alle­stito appo­si­ta­mente una pic­cio­naia allo scopo. In alter­na­tiva è pos­si­bile inte­ra­gire, anche, via Twit­ter uti­liz­zando l’hashtag  #imsv14 e/o men­zio­nando i due account @pedroelrey / @radiofujiko

Stagista Gazzettino
Pubblicato il 7 aprile 2015 by Pier Luca Santoro

Click-Baiting, Chi la Fa l’Aspetti

Che Il Gaz­zet­tino sia, ahimè, un caso di stu­dio, in nega­tivo, su come dila­pi­dare il brand del quo­ti­diano più dif­fuso del Nord-Est, è un aspetto che ho avuto modo di evi­den­ziare già in precedenza.

Per 30 denari si demo­li­sce un new­sbrand per acchiap­pare qual­che click in più con con­te­nuti che nulla hanno a che vedere con l’identità del gior­nale e con gli inte­ressi dei lettori.

Accade che all’ennesimo post soft porn cari­cato sulla pagina Face­book del quo­ti­diano in que­stione, oltre ai soliti insulti e vol­ga­rità, non mode­rati come d’abitudine, qual­cuno colga per­fet­ta­mente nel segno ed uti­liz­zando uno dei tanti tool dispo­ni­bili online allo scopo pro­duca un post di rispo­sta che cen­tra in pieno la poli­tica scel­le­rata por­tata avanti dal gior­nale del gruppo Caltagirone.

Stagista Gazzettino

Non è sol­tanto Mark Zuc­ker­berg, che evi­den­te­mente cono­sce le per­sone molto meglio dei gior­nali, a dichia­rare guerra con­tro il click-baiting, l“adescamento” che met­tono in atto alcuni gior­nali a comin­ciare appunto da Il Gaz­zet­tino. Sor­gono infatti ini­zia­tive quali quella di una comu­nità su Face­book: Spoi­le­rare posts che lasciano infor­ma­zioni a metà, che conta, al momento della reda­zione di que­sto arti­colo, ben 31mila iscritti, ed è sem­pre più fre­quente, for­tu­na­ta­mente anche tra i diret­tori di testate online, chi afferma io non clicco.

Come scrisse David Ogilvy ai suoi col­le­ghi, “il con­su­ma­tore non è uno stu­pido. Il con­su­ma­tore è tua moglie”. Click-baiting, chi la fa l’aspetti.

Greatness Communication
Pubblicato il 3 aprile 2015 by Pier Luca Santoro

Buone Pratiche Social

Invece di pun­tare il dito con­tro le, nume­rose, cat­tive pra­ti­che — anche se ogni tanto è neces­sa­rio farlo per dare “una scossa” — tre esempi di buone pratiche.

Il primo viene da KPMG. La nota società di con­su­lenza ha pub­bli­cato da tempo un video: KPMG Social Media Gui­de­li­nes, rivolto al pro­prio per­so­nale che da un lato inco­rag­gia all’utilizzo dei social, spie­gan­done i motivi, e dall’altro lato sta­bi­li­sce una serie di buoni com­por­ta­menti da tenere per la pre­senza sui diversi canali, mezzi. Una best prac­tice tanto neces­sa­ria quanto poco diffusa.

Ci si lamenta con fre­quenza del livello dei com­menti online arri­vando addi­rit­tura ad eli­mi­narne la pos­si­bi­lità o, peg­gio, lascian­doli in stato di abban­dono, non gesten­doli, sui social, su Face­book, come se non fos­sero parte inte­grante dei pro­prio con­te­nuti e dun­que ele­mento del [news]brand.

Il Finan­cial Times invece sce­glie la strada più cor­retta, quella di incen­ti­varli defi­nen­done al tempo stesso i con­fini. Base affin­ché il dia­logo sia tale con la comu­nità di rife­ri­mento che parte dal pre­sup­po­sto sotto ripor­tato per defi­nire in estremo det­ta­glio, con pun­tua­lità, modi e moda­lità per i com­menti secondo l’autorevole quo­ti­diano eco­no­mico — finan­zia­rio. A memo­ria si tratta della più com­pleta defi­ni­zione che abbia visto, da pren­dere come esem­pio di buona pratica.

Rea­ders’ com­ments are an inte­gral part of ft.com. They help to put our cove­rage in con­text and pro­vide dif­fe­rent per­spec­ti­ves. Some­ti­mes we get story ideas from these discus­sions, as a com­ment can be a star­ting point for ano­ther FT piece.

Ieri su Twit­ter segnalo che a la Gaz­zetta dello Sport hanno qual­che pro­ble­mino, diciamo, e con­fon­dono hash­tag ed account. Pro­blema di alfa­be­tiz­za­zione digi­tale di base da parte delle testate che per altro, dopo la segna­la­zione, sco­pro essere di gran lunga più dif­fuso di quanto sin­ce­ra­mente pen­sassi e sperassi.

Il social media edi­tor del quo­ti­diano spor­tivo, con tempi di rispo­sta asso­lu­ta­mente ragio­ne­voli e con­grui, risponde ammet­tendo l’errore, rin­gra­ziando e ammet­tendo la neces­sità di una “sco­la­riz­za­zione” sul tema [e din­torni]. Se que­sto dovrebbe essere la norma, sap­piamo invece, ahimè, quali siano nor­mal­mente le pra­ti­che ed i com­por­ta­menti quo­ti­diani da parte delle testate ma non solo. Un caso vir­tuoso da segna­lare come buona pra­tica in attesa di alzare ulte­rior­mente l’asticella, di evol­versi ancor più.

L’illustrazione di Gai­ping­void rias­sume per­fet­ta­mente, credo, il senso com­ples­sivo dei tre casi di buone pra­ti­che segna­lati. Buon lavoro.

Greatness Communication

The Reportero
Pubblicato il 2 aprile 2015 by Pier Luca Santoro

Formazione Obbligatoria per Giornalisti

La for­ma­zione obbli­ga­to­ria per i gior­na­li­sti è una delle [tante?] spine nel fianco dell’Ordine dei Gior­na­li­sti. Non solo l’idea della neces­sità di aggior­na­mento pro­fes­sio­nale è stata comu­ni­cata deci­sa­mente male ma anche la gestione in molti casi non pare otti­male. Leg­gendo i com­menti sui social dei molti amici, o comun­que con­tatti, gior­na­li­sti vedo spesso espri­mere più di una per­ples­sità su come ven­gono affron­tati gli argo­menti da parte dei docenti durante i corsi.

Nella mia espe­rienza per la for­ma­zione post-experience, per l’aggiornamento pro­fes­sio­nale per chi già lavora, le tra­di­zio­nali ses­sioni fron­tali hanno scarso impatto e valore poi­ché coin­vol­gendo poco il pub­blico creano un rifiuto anche nei con­fronti dei con­te­nuti. In tal senso il lear­ning by doing, l’imparare facendo, e l’applicazione di meto­do­lo­gie e tec­ni­che “non con­ven­zio­nali”  favo­ri­scono la par­te­ci­pa­zione e ren­dono pos­si­bile l’introiezione dei con­te­nuti da parte dei discenti.

The Repor­tero Chal­lenge è un gioco che pone le per­sone nel ruolo di un capo redat­tore di un  quo­ti­diano di Tijuana, Mes­sico, tra­di­zio­nal­mente schie­rato con­tro i car­telli della droga e la cor­ru­zione. Argo­mento per altro di estrema attua­lità visti i peri­coli del mestiere in quel Paese che hanno por­tato recen­te­mente alla crea­zione di Mexi­co­Leaks, piat­ta­forma di denun­cia che garan­ti­sce l’anonimato.

Nel gioco, in inglese e/o in spa­gnolo, con 52 gio­cate cor­ri­spon­denti ad altret­tante set­ti­mane, ven­gono richie­ste prese di deci­sione sui dif­fe­renti sce­nari pro­po­sti. Deci­sioni che hanno un impatto sulla cre­di­bi­lità del gior­nale, sulle sue ven­dite e sulla sicu­rezza del suo per­so­nale. Il gioco è fun­zio­nale all’insegnamento dell’etica gior­na­li­stica, della deon­to­lo­gia, ma anche alla gestione di un gior­nale ed all’impatto che deter­mi­nate scelte hanno anche sotto il pro­filo economico.

È pos­si­bile ripe­tere il gioco sce­gliendo opzioni diverse per veri­fi­care diret­ta­mente il loro impatto ed esi­ste una guida al suo uti­lizzo per i for­ma­tori. Mi pare che con la giu­sta con­sa­pe­vo­lezza possa even­tual­mente essere uti­liz­zato come stru­mento di auto-formazione.

Come si suol dire, fai­tes vos jeux.

The Reportero

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