Chris Anderson

Pubblicato il 18 aprile 2011 by Pier Luca Santoro

La Coda Lunga del Fumetto

Uti­liz­zando lo stile nar­ra­tivo delle novelle gra­fi­che,  è stata pub­bli­cata a fine marzo la ver­sione a fumetti del bestsel­ler di Chris Ander­son che in 80 pagine ripro­pone i con­cetti della “Coda Lunga”.

Apprez­za­bile ver­sione divul­ga­tiva dell’originale non­chè esem­pli­fi­ca­zione con­creta di uno dei con­cetti por­tanti delle teo­rie del “guru”.

[Via]

Pubblicato il 7 marzo 2011 by Pier Luca Santoro

La Coda Corta

eMar­ke­ter, fonte sem­pre inte­res­sante di dati, pub­blica i ricavi pub­bli­ci­tari negli Stati Uniti det­ta­gliando, per quanto riguarda l’online, la quota di mer­cato assor­bita, coperta, dai 5 prin­ci­pali players del mercato.

Secondo quanto ripor­tato nel 2010 l’incidenza dell’advertising online è stata del 15,3% rispetto al totale mer­cato, quota che in base alle pro­ie­zioni dovrebbe rag­giun­gere il 18,3% nel 2012.

Come sin­te­tiz­zato dalla tavola sot­to­ri­por­tata, le prime 5 aziende attive dovreb­bero coprire in pro­spet­tiva oltre il 75% del mer­cato pub­bli­ci­ta­rio online gra­zie al con­so­li­da­mento di Goo­gle ed alla cre­scita espo­nen­ziale di Face­book.

Pareto vs Ander­son: 2 – 0 [vd]

Pubblicato il 9 luglio 2010 by Pier Luca Santoro

The Short Tail

Le prime dieci aziende sta­tu­ni­tensi che ven­dono pub­bli­cità on line, si acca­par­rano, sta­bil­mente nell’ultimo quin­quen­nio, il 70% del totale mercato.

Pareto vs Ander­son: 1 — 0

Pubblicato il 4 agosto 2009 by Pier Luca Santoro

Dubito ergo sum

Credo di aver com­ples­si­va­mente lasciato inten­dere quale sia la mia posi­zione rela­ti­va­mente al con­cetto pro­mosso, prin­ci­pal­mente, da uno dei migliori impac­chet­ta­tori di idee attual­mente in circolazione.

Torno sull’argomento per foca­liz­zare l’attenzione e, spero, sti­mo­lare la rifles­sione ed il dibat­tito con spe­ci­fico rife­ri­mento alla free press.

E’ noto che il modello di busi­ness sul quale si fonda[va] la free press ha dimo­strato scarsa tenuta ed è di que­sti giorni , a con­ferma, l’ufficializzazione della ces­sione, ampia­mente pre­an­nun­ciata, dell’edi­zione ita­liana di Metro.

Al di là del modello, fal­li­men­tare, di busi­ness, si tende gene­ral­mente a con­si­de­rare la free press come un pro­dotto senza costo per il sin­golo e per la col­let­ti­vità nel suo insieme. E’ inte­res­sante, a mio avviso, rile­vare come non vi sia nulla di meno vero in que­sta dif­fusa credenza.

Un primo costo occulto è rela­tivo alla rac­colta della free press che viene get­tata dopo la let­tura. Secondo quanto ripor­tato dall’ AMSA, più di un milione di chili di carta viene rac­colto nelle sole sta­zioni della metro­po­li­tana mila­nese. Que­ste quan­tità, equi­va­lenti alla cel­lu­losa otte­nuta da circa 15mila piante, hanno un evi­dente costo eco­lo­gico ed anche un costo imme­diato, sti­mato in 300mila €, annui per la col­let­ti­vità. Mol­ti­pli­cando i dati rife­riti alla sola città di Milano per tutte le altre città in cui viene distri­buita la free press, si com­prende quale sia il costo – ingente – di quanto era­vamo por­tati a rite­nere gratuito.

L’altro costo, non meno rile­vante, riguarda le con­se­guenze che la free press [così come la Tv com­mer­ciale] ha per ampi strati della popo­la­zione ed è rela­tivo agli aspetti sociali e cul­tu­rali di cui la free press è, tra gli altri, vei­colo, mezzo appunto.

Se da un lato, infatti, sono migliaia i ‘non let­tori’ che si sono avvi­ci­nati alla let­tura gra­zie ai quo­ti­diani distri­buiti gra­tui­ta­mente , dall’altro la ste­ri­liz­za­zione cul­tu­rale e la mani­po­la­zione sono state indub­bia­mente favo­rite dal free.

La cul­tura del trash, degli [ir]reality show e delle veline, è soste­nuta, se non ali­men­tata, dalla pro­po­sta effet­tuata dai quo­ti­diani [e maga­zine] gra­tuiti che costi­tuendo spesso l’unica fonte di infor­ma­zione fini­sce per influen­zare com­por­ta­menti e scelte delle fasce meno pro­tette della popolazione.

Poi­ché distri­buita gra­tui­ta­mente la dipen­denza della free press dai let­tori è deci­sa­mente infe­riore rispetto a quella della carta stam­pata a paga­mento, men­tre aumenta di con­se­guenza l’influenza che inser­zio­ni­sti e cen­tri di potere pos­sono eser­ci­tare in quanto finanziatori.

La pros­sima volta che vi offrono gra­tui­ta­mente con­te­nuti pro­dotti soste­nendo, ine­vi­ta­bil­mente, dei costi riflet­te­teci ed infor­ma­tevi sulle regole del gioco. Tutto ha un costo.

Dubito ergo sum.

Forges - "El Pais"

For­ges — “El Pais”

Pubblicato il 30 luglio 2009 by Pier Luca Santoro

No media, no news, no business model per Chris Anderson

Chris Ander­son è stato inter­vi­stato recen­tis­si­ma­mente da Spie­gel Inter­na­tio­nal sul futuro delle noti­zie, la sfida posta dal web ai media tra­di­zio­nali e sui pos­si­bili modelli di busi­ness.

Nell’ inter­vi­sta Ander­son esor­di­sce pro­vo­ca­to­ria­mente rispon­dendo che non uti­lizza le parole media e news poi­ché prive di signi­fi­cato chia­rendo fin da subito la sua posi­zione rela­ti­va­mente ai main­stream media.

Tra­la­sciando che Ander­son stesso, come noto, sia edi­tore tra­di­zio­nale con Wired, è inte­res­sante rile­vare come non venga di fatto for­nita una alter­na­tiva né di ter­mini né di con­te­nuti e prospettive.

Alla domanda dell’ inter­vi­sta­tore di cono­scere i ter­mini alter­na­tivi a news e media, la rispo­sta è: “There are no other words”.

Ancora più inte­res­sante è il pas­sag­gio in cui afferma che i gior­nali non sono più impor­tanti, ma che resta rile­vante il pro­cesso di rac­colta ed ana­lisi delle infor­ma­zioni [New­spa­pers are not impor­tant. It may be that their phy­si­cal, prin­ted form no lon­ger works. But the pro­cess of com­pi­ling infor­ma­tion and ana­ly­zing it, and adding value to it and distri­bu­ting it, still works].

Sol­le­ci­tato dun­que sul modello di busi­ness web based, Ander­son risponde testual­mente: “We’re still figu­ring that out”.

Pare insomma che  il miglior impac­chet­ta­tore di idee in cir­co­la­zione non sia in grado di argo­men­tare alter­na­tive cre­di­bili né in ter­mini seman­tici né, tanto meno, a a livello di busi­ness model.

Good luck Mr. Anderson!

Wired

A mar­gine si segnala che:

  1. La rac­colta pub­bli­ci­ta­ria di Wired negli Stati Uniti è crol­lata del 40% come ripor­tato da Spie­gel a latere dell’articolo sopraccitato.

  2. Free non esi­ste. C’è sem­pre qual­cuno che paga, a titolo esem­pli­fi­ca­tivo si veda il fun­zio­na­mento dei finan­zia­menti defi­niti “a tasso zero”.

Pubblicato il 20 luglio 2009 by Pier Luca Santoro

Business Models

Come sem­bra sug­ge­rire Steve Rubel può darsi che Chris Ander­son abbia ragione, ma forse no; quan­to­meno non mi pare che ne siano state valu­tate cor­ret­ta­mente le impli­ca­zioni.

Update: “L’ eco­no­mia della scar­sità torna a chie­dere il conto a quella dell’abbondanza, il mondo del busi­ness [ma anche quello gior­na­li­stico] non sem­bra nella con­di­zione ideale per cre­dere a chi vuole con­vin­cerli a rega­lare qual­cosa. Anche se si chiama Ander­son ed è il miglior impac­chet­ta­tore di idee in cir­co­la­zione, e anche se «Free» resta un pacco ben con­fe­zio­nato. Per una volta il geniale ven­di­tore potrebbe avere scelto il momento sba­gliato per piaz­zare il suo prodotto”.

skeptics

Ndr: Spero venga apprez­zata la sin­tesi del pen­siero espresso in linea con i canoni ed i requi­siti del twitter-giornalismo. Fatemi sapere.