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Riassunto Vendite Giornali Digitali 2011 e Primo trim 2012
Pubblicato il 19 ottobre 2012 by Pier Luca Santoro

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Per una strana coin­ci­denza nello stesso giorno in cui il  «The Guar­dian» smen­ti­sce cate­go­ri­ca­mente le illa­zioni secondo le quali sarebbe pros­simo a diven­tare testata solo digi­tale,  «New­sweek» uffi­cia­lizza invece la ces­sa­zione dell’edizione car­ta­cea con la fine del 2012 [da leg­gere anche la nota interna allo staff del set­ti­ma­nale sta­tu­ni­tense sulla que­stione da parte di Tina Brown].

Sem­pre nello stesso giorno, il sot­to­scritto, ospi­tato da «Wired», soste­neva che i gior­nali hanno ancora biso­gno della carta, tra­sfor­mando, appa­ren­te­mente, le strane coin­ci­denze in destino bef­fardo. Arti­colo i cui con­te­nuti hanno avuto inter­pre­ta­zioni cor­rette e meno corrette.

La deci­sione del maga­zine sta­tu­ni­tense, che peral­tro non sor­prende, ha riac­cesso ine­vi­ta­bil­mente il dibat­tito, per usare una ter­mi­no­lo­gia in voga, tra rot­ta­ma­tori, coloro che vedono come ine­lut­ta­bile la ces­sa­zione delle ver­sioni tra­di­zio­nali di testate quo­ti­diane e perio­di­che, e rifor­ma­tori, coloro che riten­gono, come il mio caso, che la sfida da vin­cere sia quella della con­ver­genza, dell’integrazione, asse­gnando a cia­scun mezzo, carta inclusa, il suo ruolo e signi­fi­cato sia sotto il pro­filo dei con­te­nuti che di con­tri­bu­zione ai ricavi delle testate.

Juan Varela, che citavo anche un paio di giorni fa, ha rea­liz­zato un rias­sunto delle ven­dite di alcune delle prin­ci­pali testate a livello inter­na­zio­nale aggior­nata al primo tri­me­stre 2012. Una sin­tesi dello stato di imple­men­ta­zione dei pay­wall e di altri modelli di ven­dita per quanto riguarda le edi­zioni online/digitali.

Spic­cano le testate di infor­ma­zione eco­no­mica – finan­zia­ria, le uni­che ad avere un inci­denza della ver­sione digi­tale supe­riore al 30% del totale.

In molti casi pare essere pre­va­lente un modello “misto” con la ven­dita abbi­nata di carta+digitale. Un det­ta­glio non tra­scu­ra­bile nell’interpretazione del signi­fi­cato dei dati. Numeri che con­fron­tati alla situa­zione attuale di «New­sweek», che secondo quanto riporta il «The Wall Street Jour­nal», conta 27mila abbo­na­menti alla ver­sione digi­tale con­tro 1,37 milioni di abbo­na­menti per l’edizione car­ta­cea fanno appa­rire la scelta se non scel­le­rata sicu­ra­mente azzardata.

Ad oggi, come ricor­davo nel pre­ci­tato arti­colo di un paio di giorni fa, per il digi­tale, quasi, nes­suno ha un modello di busi­ness defi­nito, nes­suno ha ancora una rispo­sta certa sulla gestione soste­ni­bile di tran­si­zione, par­ziale o totale, da carta a digi­tale. I casi sin qui dimo­strano che spesso il pas­sag­gio è una fuga più che una scelta che ha por­tato al suc­cesso. Fuga che par­rebbe con­fer­mata dalle parole di Baba Shetty, CEO di «New­sweek», che in un’intervista rila­sciata ieri afferma che l’abbandono dalla carta stam­pata “li libera” e che il modello di busi­ness per il 2013 si basa fon­da­men­tal­mente su una cre­scita espo­nen­ziale degli abbo­na­menti alla ver­sione online/digitale.

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Al momento della pub­bli­ca­zione di que­sto arti­colo ne par­lano: WWD Media Head­li­nes, Gaw­ker, newsweek.tumblr.com, Jon Slat­tery, CNNMoney.com, Eco­no­mist, Poli­tico, Capi­tal New York, Fish­bo­wlNY, Busi­ness Insi­der, Quartz, TUAW, @gabrielsnyder, @mlcalderone, @jeffjarvis, @felixsalmon, JIMROMENESKO.COM, @ledbetreuters, Los Ange­les Times, Media Nation, Reu­ters, @jbflint, The Huf­fing­ton Post, Mar­ke­ting­Vox News & Trends, @sdkstl, @ryanbeckwith, @joshgreenman, The Atlan­tic Online, Wall Street Jour­nal, For­bes, @erichippeau, Daily Down­load, @editorialiste, Asso­cia­tions Now, @bronwen, Reu­ters, Poyn­ter, @edmundlee, @rajunarisetti, @obsoletedogma, @thedailybeast, Digi­day, Masha­ble!, Engad­get, Guar­dian, TVNew­ser, Fish­bo­wlDC, Folio, Bloom­berg, The Atlan­tic Wire, @jenny8lee, UPROXX, CJR, New York Maga­zine, Digi­tal Media Wire, Cana­dian Maga­zi­nes, @dylanbyers, CNET, Mediaite, The Week, The Awl, The Daily Cal­ler, Gal­ley­Cat, The Verge, Gotha­mist, Web­Pro­News, Media­Post, Vanity Fair, Social­Ti­mes, Deadline.com, Tampa Bay Times, Journalism.co.uk, Tech­Crunch, @thetinabeast, @johnbowman, @meenasaurus, @sirharryevans, @ditzkoff, @jerometaylor, New York Post, Tal­king Points Memo, @thatdanstewart, msnbc.com, USA Today, Pocket-lint, Agence France Presse, Noted, Guar­dian, All­ThingsD, Reco­ve­ring Jour­na­list, NYTi­mes, yelvington.com, pai­d­Con­tent, Vanity Fair, Free Press, Erik Wem­ple, LA Obser­ved, For­bes, eMe­dia Vitals, … e anche un arti­colo pub­bli­cato su The Eco­no­mist a giu­gno 2012.

Pubblicato il 11 novembre 2009 by Pier Luca Santoro

La qualità [non] paga?

Due pub­bli­ca­zioni hanno annun­ciato che ben pre­sto chiu­de­ranno i battenti.

Uscirà infatti a dicem­bre l’ultimo numero in ver­sione car­ta­cea di Dia­rio, che, secondo quanto ripor­tato, l’editore ha pre­fe­rito chiu­dere man­te­nen­done intatte sino alla fine le carat­te­ri­sti­che di indi­pen­denza e bella scrit­tura piut­to­sto che cederne le sorti a qual­che avven­tu­riero, o peg­gio ancora finan­ziere, dell’editoria.

Stessa sorte per Fmr, lus­suosa e raf­fi­nata rivi­sta dedi­cata al mondo dell’arte alle stampe da 27 anni da Franco Maria Ricci che aveva l’ambizione di essere “l’Armani dell’editoria”.

Si tratta di due rivi­ste che sep­pur di taglio deci­sa­mente diverso tra loro sono acco­mu­nate dall’attenzione alla qua­lità sia in ter­mini di con­te­ni­tore che di con­te­nuto. Rivi­ste che, tra l’altro, ave­vano prezzi di coper­tina deci­sa­mente supe­riori alla media ma che non sono bastati a ren­dere pro­fit­te­vole la loro esistenza.

Le moti­va­zioni della chiu­sura, in que­sto come negli altri casi, spesso risie­dono nella carenza di inve­sti­menti pub­bli­ci­tari su que­ste rivi­ste che senza gli stessi non rie­scono a sopravvivere.

Credo che que­sti esempi aprano neces­sa­ria­mente una rifles­sione sul gior­na­li­smo ed i giornali/periodici di qua­lità, smen­tendo appa­ren­te­mente chi – com­preso il sot­to­scritto – ritiene che sia invece l’assenza di buon gior­na­li­smo uno dei fat­tori che allon­tana i let­tori e dun­que con­tri­bui­sce a deter­mi­nare l’attuale stato di crisi gene­rale dell’editoria.

Sem­bre­rebbe che gli spazi per fare cul­tura siano estre­ma­mente ristretti o addi­rit­tura ine­si­stenti e che gli inve­sti­tori pub­bli­ci­tari non siano inte­res­sati ad entrare in con­tatto con “micro­nic­chie”, con pub­blici sofi­sti­cati ed attenti.

Sono aspetti che nel dibat­tito sulle strade da per­se­guire per una cor­retta e red­di­ti­zia ripresa dell’editoria non devono essere sottovalutati.

Mediatica

Si segnala, infine, che c’è chi ritiene vi pos­sano essere spazi mag­giori nella fascia media del mer­cato dei set­ti­ma­nali con una pub­bli­ca­zione che si col­lo­chi a cavallo tra il duo “Espresso-Panorama” e la triade “Chi-Gente-DiPiù”; e chi, invece, garan­ti­sce che gli annunci pub­bli­ci­tari posi­zio­nati all’interno della pro­pria pub­bli­ca­zione saranno ricor­dati di più che su quelle concorrenti.