business model

Pubblicato il 22 febbraio 2012 by Pier Luca Santoro

Investimenti Pubblicitari & Media

Pres­so­chè con­tem­po­ra­nea­mente alle mie rifles­sioni sul con­torto mec­ca­ni­smo che spinge gli edi­tori a pri­vi­le­giare la quan­tità, i volumi di traf­fico al pro­prio sito, rispetto alla qua­lità della rela­zione con le per­sone, con i let­tori, una ricerca pub­bli­cata da Flurry aggiorna i dati che citavo nell’articolo all’interno degli spazi dell’European Jour­na­lism Observatory.

Dati che ana­liz­zando la rela­zione tra tempo speso per cia­scun media e livello di inve­sti­mento pub­bli­ci­ta­rio, con­fer­mano ulte­rior­mente come l’online, ed in par­ti­co­lare ancor più tutta l’area legata al web in mobi­lità, par­rebbe abbia pro­spet­tive di rac­colta pub­bli­ci­ta­ria dav­vero rile­vanti. E’ sem­pre la carta stam­pata che ne esce con minori pro­spet­tive poi­chè pare essere il media che in asso­luto oggi assorbe inve­sti­menti appa­ren­te­mente spro­por­zio­nati rispetto al tempo che le per­sone vi dedicano.

L’impatto con­cet­tuale che pare emer­gere sulle pro­spet­tive future di inve­sti­menti pub­bli­ci­tari e media è di tale por­tata da aver spinto anche il «Washing­ton Post» a ripren­derne la tavola di sin­tesi sot­to­ri­por­tata che, appunto, evi­den­zia un rap­porto di 5:1 tra livello di inve­sti­menti e tempo per la carta stam­pata. Fon­da­men­tal­mente nulla di nuovo se non per l’aggiornamento degli eCPM medi a seconda della stra­ti­fi­ca­zione socio-demografica della popo­la­zione di riferimento.

Oltre ai con­cetti pre­ce­den­te­mente espressi sul tema, che con­fermo asso­lu­ta­mente, dei quali vi rispar­mio la ripe­ti­zione riman­dan­dovi alla let­tura del pre­ci­tato arti­colo di lunedì, l’aggiornamento con­sente di ripren­dere ed appro­fon­dire altri aspetti che per sin­tesi non avevo esplicitato.

In breve.

Allo stato attuale ogni devia­zione dalla coper­tura di noti­zie, di infor­ma­zioni che mas­si­miz­zino l’audience implica ine­vi­ta­bil­mente la per­dita di una quota, più o meno rile­vante, del volume di visite e dun­que dei cor­ri­spon­denti ricavi pub­bli­ci­tari. Si tratta di un fatto noto, risa­puto, forse tanto da essere banale, ma che espli­ci­tato con chia­rezza, mi pare dia la dimen­sione del rap­porto e dei vin­coli che nel tempo si sono costruiti, asso­lu­ta­mente anche in Rete, tra inve­sti­menti pub­bli­ci­tari e media e dell’impatto che ine­vi­ta­bil­mente que­sto genera come influenza sull’informazione pro­po­sta e trasmessa.

Inol­tre, senza arri­vare agli eccessi con­cet­tuali di pen­siero espressi dal neo Pre­si­dente FIEG, Giu­lio Anselmi, e dal Prof. Der­rick de Kerc­khove, che durante la con­fe­renza stampa della filiera della carta [Edi­to­ria, Stampa e Tra­sfor­ma­zione] svol­tasi a Roma pochi giorni fa hanno magni­fi­cato, in parte evi­den­te­mente puor cause, il ruolo e la supre­ma­zia della carta affer­mando che ” la carta è il mezzo capace di sti­mo­lare il pen­siero e arti­co­larlo, è il mezzo che crea l’individuo”, è indub­bio che i dati [ri]proposti da Flurry siano fuorvianti.

Cer­ta­mente è noto­ria­mente insito nei bene­fici della stampa la pos­si­bi­lità di sof­fer­marsi, leg­gere, appro­fon­dire e, se del caso, con­ser­vare, un valore che nel caso della comu­ni­ca­zione pub­bli­ci­ta­ria diviene anche ras­si­cu­ra­zione oltre che appro­fon­di­mento. Ele­mento al quale si abbina la con­ferma di pochi giorni fa di una ricerca che fa emer­gere come la mag­gior parte dei let­tori di gior­nali e rivi­ste su tablet sia insod­di­sfatta da que­sto tipo di espe­rienza, e con­ti­nui a pre­fe­rire la ver­sione cartacea.

Come con­clu­deva Piero Vietti nel suo focus di ieri su carta stam­pata e online/digitale “Il futuro dei gior­nali [ e della carta stam­pata in gene­rale, aggiungo io] si gioca su que­sto cri­nale, tra vec­chio mer­cato da non delu­dere e nuovo da con­qui­stare. Vin­cerà chi saprà sod­di­sfarli entrambi”. E’ un aspetto che se ana­liz­zato solo sulla base della rela­zione tra tempo e denari pun­tati su cia­scun cavallo, su cia­scun media, rischia di por­tare fuori strada chi si affi­dasse solo a tale criterio.

Update -  Ieri a com­mento dell’articolo l’amico Fabio Caval­lotti scrive: “Da que­sto dibat­tito, [dilemma?], si gioca molto del futuro non solo dell’editoria come appa­rato indu­striale, ma pure dell’informazione e della cir­co­la­zione della cul­tura. Se per ipo­tesi il modello audience/cpm/quantità diven­tasse l’unica archi­trave dell’ecosistema, si por­rebbe il pro­blema della solu­zione di con­ti­nuità tra chi accede — per­ché può per soldi e per pre­pa­ra­zione sco­la­stica — agli stru­menti di appro­fon­di­mento e tra chi — per i motivi oppo­sti — resta nel recinto di del trash e della facile mani­po­la­zione. Fino a oggi — con pro­cesso che si è for­mato e acce­le­rato negli anni ’60 — il modello ha per­messo — pur con limiti e imper­fe­zioni — un accesso al sapere ten­den­zial­mente inter­clas­si­sta. Ma domani? La piega che tra pren­dendo la scuola pub­blica ci sta già annun­ciando il domani? ” — E’ asso­lu­ta­mente un ulte­riore poten­ziale peri­colo di un approc­cio esclu­si­va­mente quan­ti­ta­tivo che avevo omesso. Gra­zie a Fabio per averlo ricordato.

Pubblicato il 1 dicembre 2009 by Pier Luca Santoro

News Cafè

Che il livello delle ven­dite di gior­nali sia noto­ria­mente ele­mento prin­ci­pale di estrema sof­fe­renza è una spia­ce­vole ma banale con­sta­ta­zione che ho modo nel mio pic­colo di veri­fi­care quo­ti­dia­na­mente. Quando a for­ni­ture di minor entità non cor­ri­sponde minor resa è evi­dente che vi siano minori vendite.

Stando alle ultime rile­va­zioni sono i gior­nali regio­nali quelli che sem­brano sof­frire di più con par­ti­co­lare rife­ri­mento a quelli della Poli­gra­fici edi­to­riale che fa capo a Rif­fe­ser Monti.

L’amministratore dele­gato di que­sto gruppo si è distinto in que­sti mesi alter­nando a dichia­ra­zioni cata­stro­fi­ste ric­chi premi e cotil­lons e preso da evi­dente scon­forto si è lasciato andare a pro­po­ste che solo la fan­ta­sia più sfre­nata poteva imma­gi­nare dav­vero. Un modello di busi­ness che per la sua lun­gi­mi­ranza ha atti­rato l’attenzione di gior­na­li­sti e blog­ger nono­stante la sta­gione indu­cesse all’intorpidimento.

Una prima con­ferma di come l’ipotesi for­mu­lata fosse insen­sata è stata for­nita dall’ini­zia­tiva dedi­cata al canale horeca da parte del quo­ti­diano spa­gnolo più ven­duto della quale abbiamo par­lato recentemente.

Dall’estremo più occi­den­tale del nostro con­ti­nente si passa a quello orien­tale che for­ni­sce ulte­riori con­ferme, spunti di rifles­sione e, per­chè no, di azione al riguardo.

E’ il caso del set­ti­ma­nale Ceco Nase Adresa che scom­mette sul gior­na­li­smo iper­lo­cale, sulla com­bi­na­zione tra carta e digi­tale e, soprat­tutto, sulla rela­zione con i let­tori. Attra­verso la rea­liz­za­zione di una rete di “news cafè”sul ter­ri­to­rio sono stati creati dei punti di incon­tro dove, oltre a bere un caffè o una bibita, è pos­si­bile inte­ra­gire con gior­na­li­sti e capi­re­dat­tori della pub­bli­ca­zione. Sem­pre in que­sti locali si svol­gono riu­nioni tra vicini, con­fe­renze di poli­tici, con­certi e semi­nari sulla comu­ni­ca­zione per bam­bini ed adulti.

Secondo quanto ripor­tato, l’iniziativa è con­si­de­rata un modello di busi­ness rivo­lu­zio­na­rio e, giu­sta­mente, una nuova fron­tiera per l’industria dei gior­nali, tanto da indurre la World Asso­cia­tion of New­spa­pa­pers ad orga­niz­zare un tour di stu­dio per osser­vare in loco quanto realizzato.

I primi risul­tati di que­sta scom­messa impren­di­to­riale sono stati posi­tivi con, tra l’altro, il 50% degli abbo­na­menti alla rivi­sta rea­liz­zati all’interno dei cafè.

Non solo c’è dun­que tanto spa­zio da esplo­rare ma, stante le tipo­lo­gie di punti ven­dita che ven­dono i gior­nali nel nostro paese, potrebbe essere dav­vero uno dei per­corsi per il rilan­cio di gior­nali e la defi­ni­zione dell’edi­cola del futuro.

Pubblicato il 28 luglio 2009 by Pier Luca Santoro

Ignoranti quem portum petat nullus ventus suus est

Esclu­dendo alcuni sog­getti asso­lu­ta­mente mar­gi­nali per con­cla­mata incom­pe­tenza, ini­zia ad esserci coe­sione ed accordo su quale sia il modello futu­ri­bile di costru­zione delle notizie.

Anche il sot­to­stante dia­gramma di ishi­kawa sin­te­tizza come alla costru­zione della noti­zia com­par­te­ci­pino ele­menti fino a poco fa con­si­de­rati alieni [o quan­to­meno mar­gi­nali] alla stessa rela­tivi all’area del gior­na­li­smo non professionale.

mediachartprocess

Jeff Jar­vis ieri, dalle pagine [web] del Guar­dian, inte­gra egre­gia­mente que­sta visione par­lando non solo dell’eco­si­stema delle noti­zie ma di quello che con­ti­nua ad essere l’anello debole del dibat­tito attual­mente in corso sul tema, i key pil­lars sui quali possa rea­li­sti­ca­mente basarsi la red­di­ti­vità dell’editoria.

Sono due, a mio avviso, i pas­saggi chiave dell’arti­colo.

L’ecosistema delle noti­zie è cam­biato ed i gior­nali [ed i main­stream media più in gene­rale] non ne sono più né gli attori esclu­sivi né tan­to­meno cen­trali: “[….] the new­spa­per pro­du­ces, owns and con­trols the asset that is the news. If, instead, we define news as the pro­vince of a lar­ger eco­sy­stem of which a new­spa­per — or its suc­ces­sor news orga­ni­sa­tion — is merely a mem­ber, then help no lon­ger looks like cha­rity. It looks like col­la­bo­ra­tion”.

Il modello di busi­ness delle noti­zie non può basarsi sulle sov­ven­zioni o, peg­gio, sulle pre­bende. Le imprese edi­to­riali non pos­sos­sono affi­darsi al volon­ta­riato ed alle offerte cari­ta­te­voli: “[…] Cha­rity is likely to be a con­tri­bu­tor to the future of news. So will volun­teer labour in the form of blog­gers and cro­wd­sour­cing. But we still need a busi­ness model for news. News still needs to be pro­fi­ta­ble to sur­vive. It’s not a church”.

Le imprese edi­to­riali non hanno, sin ora, effet­tuato le dolo­rose, ma neces­sa­rie, rior­ga­niz­za­zioni già avve­nute da tempo in altri set­tori, garan­tite da un modello di busi­ness fon­dato sulla cre­scita all’infinito degli inve­sti­menti promo-pubblicitari e sui ritorni gene­rati per­lo­più dall’osse­quiare ser­vi­zie­vol­mente il potente di turno accu­mu­lando e man­te­nendo costi non sostenibili.

Già in tempi remoti era chiaro, come diceva Seneca, che: igno­ranti quem por­tum petat nul­lus ven­tus suus est [il vento non sof­fia mai dalla parte giu­sta per chi non sa dove andare]. Ormai è ade­gua­ta­mente defi­nito il futuro del gior­na­li­smo e delle noti­zie, è adesso neces­sa­rio lavo­rare sul modello soste­ni­bile di busi­ness delle stesse.

Se cre­dete, pro­vate a chie­dere al vostro gior­na­laio, secondo me ha delle idee in proposito.