brand journalism

Social newsroom
Posted on 8 aprile 2015 by Pier Luca Santoro, Francesca Clementoni

Comunicazione d’Impresa & Brand Journalism

23esima pun­tata di “In Media Stat Virus: I Media nell’Era di Twit­ter” dedi­cata a comu­ni­ca­zione d’impresa e brand journalism.

Pro­viamo a for­nire una defi­ni­zione di brand jour­na­lism pren­dendo in pre­stito le parole del Chief Mar­ke­ting Offi­cer di Mc Donald:

Il brand jour­na­lism è la cro­naca delle varie cose che acca­dono al mondo di un mar­chio, attra­verso i giorni e attra­verso gli anni. È così che creiamo un valore reale per­ce­pito per sem­pre dal consumatore

Il pas­sag­gio da brand a media e del brand jour­na­lism fa diven­tare i brand edi­tori di se stessi, gene­rando con­te­nuti esclu­sivi e adat­tando il loro sto­ry­tel­ling all’interattività della rete e dei social media, cam­bia il modo di comu­ni­care, di rela­zio­narsi con le per­sone, tra impresa e pub­blico. Moda­lità adot­tata ormai da molte imprese, sia a livello inter­na­zio­nale che nel nostro Paese, che si inse­ri­sce in una più ampia stra­te­gia di con­tent mar­ke­ting.

Per­corso egre­gia­mente descritto da David Armano che sin­te­tizza gra­fi­ca­mente l’evoluzione e le carat­te­ri­sti­che di come i mar­chi azien­dali diven­gano sem­pre più dei media adat­tando la loro comu­ni­ca­zione al muta­mento di sce­na­rio attra­verso quella che defi­ni­sce the social crea­tive newsroom.

Social newsroom

Nel nuovo, sem­pre in muta­mento, eco­si­stema dell’informazione si rom­pono i vec­chi equi­li­bri: i gior­nali hanno meno biso­gno delle agen­zie stampa di un tempo gra­zie a social media e citi­zen jour­na­lism; men­tre dall’altro lato, le agen­zie imma­gi­nano in un futuro pros­simo di entrare in con­cor­renza con i loro clienti. Al tempo stesso le imprese, spesso clienti di entrambi, abbrac­ciano sem­pre più l’idea di diven­tare loro stessi edi­tori, pro­dut­tori di con­te­nuti dando vita a quello che viene rac­colto nella defi­ni­zione di brand jour­na­lism, come è il caso, ad esem­pio, dell’ini­zia­tiva di P&G par­tita pro­prio dall’Italia.

Ovvia­mente, com’è natu­rale che sia, è l’esecuzione che fa la dif­fe­renza nel suc­cesso come stru­mento di comu­ni­ca­zione d’impresa ed è impor­tante seguire i cri­teri di base con un approc­cio bilan­ciato che non sia ecces­si­va­mente pro­mo­zio­nale. Cosa che ad alcuni rie­sce bene e ad altri deci­sa­mente meno bene.

brand-journalism_criteria

Se ogni impresa è un media i media devono [final­mente?] diven­tare impresa, al di là delle pecu­lia­rità legate al “pro­dotto” infor­ma­zione, diver­si­fi­cando le fonti di ricavo abban­do­nando il bino­mio vendite-pubblicità che appare chia­ra­mente sem­pre meno soste­ni­bile.

Nel pod­cast sot­to­stante, come d’abitudine, è pos­si­bile ria­scol­tare e, volendo, sca­ri­care l’intera puntata.

Si ricorda che “In Media Stat Virus: I Media nell’era di Twit­ter” con­ti­nuerà la pro­gram­ma­zione sino a giu­gno e sono asso­lu­ta­mente gra­diti sug­ge­ri­menti sui temi da affron­tare da qui ad allora. Sul ter­razzo di Radio Fujiko abbiamo alle­stito appo­si­ta­mente una pic­cio­naia allo scopo. In alter­na­tiva è pos­si­bile inte­ra­gire, anche, via Twit­ter uti­liz­zando l’hashtag  #imsv14 e/o men­zio­nando i due account @pedroelrey / @radiofujiko

DMH Servizi
Posted on 28 maggio 2014 by Pier Luca Santoro

Evoluzioni di DataMediaHub

Data­Me­dia­Hub è un hub sui media ita­liani e sul gior­na­li­smo nato per aggre­gare dati su que­sto tema e pre­sen­tarli in forma gra­fica e inte­rat­tiva così da dare un impatto visivo e, soprat­tutto, aiu­tare la com­pren­sione dei feno­meni rac­con­tati. Il nostro ambito di inter­vento è con­cen­trato esclu­si­va­mente verso la realtà ita­liana, que­sto non vuol dire che non trat­tiamo dati ed ana­lisi su media, comu­ni­ca­zione e gior­na­li­smi dall’estero ma que­sti sono presi sem­pre e comun­que in con­si­de­ra­zione come ele­mento di raf­fronto con la nostra realtà nazio­nale. I dati e le infor­ma­zioni prese in ana­lisi sono rela­tive ai diversi media, agli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari ed al mondo dell’informazione nel senso più ampio del termine.

A bre­vis­simo oltre ai canali ed alle aree già online apri­remo l’area com­mu­nity, spa­zio con­ce­pito per poter costruire insieme a chi vorrà for­nire il pro­prio con­tri­buto un per­corso rispetto agli obiet­tivi che ci siamo posti così da uscire dalla attuale “fase beta” per set­tem­bre ed ini­ziare a quel punto le pub­bli­ca­zioni in maniera defi­ni­tiva e condivisa.

Data­Me­dia­Hub nasce con l’obiettivo di dare degli stru­menti utili ad edi­tori, testate gior­na­li­sti­che, aziende, Ong, enti pub­blici e chiun­que altro sia inte­res­sato a capire il mondo dei media e affron­tare così più con­sa­pe­vol­mente il pro­cesso di tra­sfor­ma­zione che oggi i mezzi di comu­ni­ca­zione stanno affrontando.

Per que­sto oltre al sito di infor­ma­zione Data­Me­dia­Hub è anche rete di ser­vizi basati sulle diverse espe­rienze del gruppo di pro­fes­sio­ni­sti  che l’hanno fon­data [ed a chi vorrà aggre­garsi a noi] matu­rate nell’ambito del gior­na­li­smo, della comu­ni­ca­zione d’impresa e del mar­ke­ting e unite dal “lavoro sul campo” e l’interesse verso le nuove forme e stra­te­gie di comu­ni­ca­zione. In sin­tesi stra­te­gie e tec­ni­che per il cambiamento.

Qui di seguito la pre­sen­ta­zione sin­te­tica dei ser­vizi che offriamo ed il det­ta­glio delle 4 aree di inter­vento. Se siete inte­res­sati potete con­tat­tarci inviando una email a servizi@datamediahub.it

 

Stra­te­gie

DMH Strategie

 Con­te­nuti

DMH Contenuti

 Comunicazione

DMH Comunicazione

For­ma­zione

DMH Formazione

 

BrandJournalismTheRiseOfNonFiction
Posted on 23 luglio 2013 by Pier Luca Santoro

La Victoria del Brand Journalism

Proc­ter & Gam­ble ha lan­ciato circa un mese fa, sia in edi­zione car­ta­cea che online, un maga­zine dedi­cato alle donne over 50: «Victoria».

Victoria

Secondo quanto ripor­tato, spiega Bar­bara Del Neri, Diret­tore Mar­ke­ting, Brand Ope­ra­tions di P&G e respon­sa­bile dell’intera ini­zia­tiva, “è un pro­getto pilota di P&G nel mondo. Nasce in Ita­lia, sia per motivi ana­gra­fici, dato che la lon­ge­vità delle ita­liane è supe­rata in Europa solo da Fran­cia e Spa­gna, sia per­ché le donne dai 50 anni in su sono il 20% della popo­la­zione femminile”.

La deci­sione di lan­ciare que­sta ini­zia­tiva parte infatti dai risul­tati dell’indagine di Astra­Ri­cer­che dedi­cata a que­sta fascia della popo­la­zione dalla quale emerge appunto come le donne tra i 50 ed i 64 anni rap­pre­sen­tino attual­mente un quinto dell’universo fem­mi­nile ita­liano; inci­denza che sem­bre­rebbe desti­nata a rad­dop­piare da qui al 2030 secondo le pro­ie­zioni basate sui dati ISTAT.

La pre­senza dei mar­chi della nota mul­ti­na­zio­nale sul sito web della rivi­sta è discreta, non inva­siva, o quanto meno cer­ta­mente meno inva­siva di quella che si può vedere su testate rea­liz­zate da edi­tori tradizionali.

Sei le sezioni del maga­zine dalla cucina al “bel­les­sere” pas­sando per viaggi e tech. Gli arti­coli pro­po­sti sono sia con con­te­nuti “spon­so­riz­zati”, con in evi­denza uno dei brand azien­dali, che divul­ga­tivi, pret­ta­mente redazionali.

Come scri­vevo qual­che giorno fa, nel nuovo, sem­pre in muta­mento, eco­si­stema dell’informazione si rom­pono i vec­chi equi­li­bri: i gior­nali hanno meno biso­gno delle agen­zie stampa di un tempo gra­zie a social media e citi­zen jour­na­lism; men­tre dall’altro lato, le agen­zie imma­gi­nano in un futuro pros­simo di entrare in con­cor­renza con i loro clienti. Al tempo stesso le imprese, spesso clienti di entrambi, abbrac­ciano sem­pre più l’idea di diven­tare loro stessi edi­tori, pro­dut­tori di con­te­nuti dando vita a quello che viene rac­colto nella defi­ni­zione di brand jour­na­lism, come con­ferma, se neces­sa­rio, l’iniziativa di P&G.

Se ogni impresa è un media i media devono [final­mente?] diven­tare impresa, al di là delle pecu­lia­rità legate al “pro­dotto” infor­ma­zione, diver­si­fi­cando le fonti di ricavo abban­do­nando il bino­mio vendite-pubblicità che appare chia­ra­mente sem­pre meno sostenibile.

BrandJournalismTheRiseOfNonFiction

The-Anatomy-of-Great-Content-Steve-Seager
Posted on 8 luglio 2013 by Pier Luca Santoro

Anatomia dei Contenuti di Successo

Sono pas­sati quasi 20 anni da quando Bill Gates, nel 1996, scrisse “Con­tent is King”.

I con­te­nuti sono sem­pre più il segreto del suc­cesso di mar­ke­ting sul “Web sociale”. Il con­te­nuto di valore è ciò che spinge le per­sone a sce­gliere, con­di­vi­dere, seguire, iscri­versi, donare e acqui­stare. Ele­mento di sem­pre mag­gior rile­vanza per atti­rare, acqui­sire e coin­vol­gere le per­sone in una logica di con­tent mar­ke­ting, di inbound marketing.

Cam­bia il modo di comu­ni­care, di rela­zio­narsi con le per­sone e le imprese ini­ziano ad abbrac­ciare l’idea di diven­tare loro stesse degli edi­tori, dei pro­dut­tori di con­te­nuti dando vita a quello che viene rac­colto nella defi­ni­zione di brand jour­na­lism, ten­denza esplosa defi­ni­ti­va­mente nel corso di quest’anno.

Ma cosa sono esat­ta­mente dei grandi con­te­nuti, dei con­te­nuti di successo?

Un inte­res­sante con­tri­buto alla defi­ni­zione viene da Steve Sea­ger che ha pub­bli­cato un modello chia­mato  “Ana­to­mia dei grandi con­te­nuti” . Il modello è inteso come base di discus­sione per mar­ke­ters e comu­ni­ca­tori come con­tri­buto per miglio­rare la qua­lità dei con­te­nuti nella comu­ni­ca­zione d’impresa.

Ven­gono iden­ti­fi­cati 7 ele­menti che pos­sono essere uti­liz­zati per valu­tare la bontà dei pro­pri con­te­nuti proposti.

  • Mirati: Scri­vere il con­te­nuto per gli indi­vi­dui non i mer­cati o segmenti.
  • Pre­ziosi: Capire esat­ta­mente che cosa il vostro pub­blico di rife­ri­mento, le per­sone hanno dav­vero biso­gno e come è pos­si­bile aiu­tare a risol­vere i loro pro­blemi, le loro neces­sità, creando valore aggiunto.
  • Strut­tu­rati: Tutto quello che viene fatto come “edi­tore” sul Web sociale, ini­zia con la domanda che cosa voglio otte­nere? Poi si chiede con chi [tar­ge­ted] e come, con quale valore di offerta. Met­tete in prosa la vostra logica di busi­ness abban­do­nando il gergo azien­dale e pubblicitario.

Per quanto riguarda gli altri quat­tro ele­menti del modello: ato­miz­zati, otti­miz­zati, atti­vanti e misu­ra­bili, che ovvia­mente hanno asso­lu­ta­mente la loro rile­vanza, non pre­oc­cu­pa­tevi di quelli fino a che non avrete defi­nito, ed otte­nuto, il vostro mes­sag­gio, i vostri con­te­nuti cor­ret­ta­mente secondo i primi tre aspetti. Non si vede quasi mai un grande film che si basa esclu­si­va­mente sulla grande foto­gra­fia, la mac­china da presa e gli effetti spe­ciali. No?

The-Anatomy-of-Great-Content-Steve-Seager

Native ADV
Posted on 5 marzo 2013 by Pier Luca Santoro

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Le spon­so­red sto­ries, sono sem­pre esi­stite e non c’è nulla che indi­chi che ces­se­ranno di esserlo, in gergo, in maniera vol­gare ma effi­cace, ven­gono comu­ne­mente chia­mate “mar­chette”. In maniera più o meno velata, dal box reda­zio­nale su una deter­mi­nata azienda/marca vicino alla pagina pub­bli­ci­ta­ria acqui­stata dalla stessa a forme più sofi­sti­cate, o più sub­dole, a seconda dei punti di vista, la coper­tura gior­na­li­stica è da sem­pre influen­zata dalla comu­ni­ca­zione pubblicitaria.

Da tempo le spon­so­red sto­ries, parte di quello che viene chia­mato native adver­ti­sing, hanno preso piede nei siti d’informazione con Huf­f­Post US ad intro­durlo già nel 2010 ed i casi più recenti di For­bes, Atlan­tic e Buz­z­Feed a seguire, solo per citare i più noti.

Secondo un son­dag­gio di fine 2012 negli Stati Uniti il 50% circa degli inve­sti­tori pub­bli­ci­tari quest’anno spe­ri­men­te­ranno que­sto for­mat di comu­ni­ca­zione e da oggi «The Washing­ton Post» rompe il tabù sulla que­stione da parte dei grandi quo­ti­diani nazio­nali intro­du­cendo per la pro­pria edi­zione online Bran­d­Con­nect, spa­zio a dispo­si­zione delle imprese all’interno del sito web del quo­ti­diano per vei­co­lare i pro­pri con­te­nuti. E se il quo­ti­diano sta­tu­ni­tense non si occu­perà della crea­zione dei con­te­nuti di marca altri, a comin­ciare dal già citato Huf­f­Post US, che pro­duce 1,600 arti­cles al giorno, pari ad un “pezzo” ogni 58 secondi, sfrut­tano quest’abbondanza for­nendo diret­ta­mente alle aziende i contenuti.

Il prin­ci­pale motivo di que­sta ten­denza è legato all’inefficacia dell’advertsing display, quelli che chia­miamo ban­ner per sem­pli­fi­care, che si tra­duce in un costante calo del valore rico­no­sciuto per CPM legato esclu­si­va­mente alla logica dei volumi di traf­fico, delle pagine viste ed ha, giu­sta­mente, sem­pre minor appeal presso gli inve­sti­tori pubblicitari.

BeyondDisplay_charts

Un numero cre­scente di siti d’informazione, con moda­lità e for­mat diversi, sta dun­que caval­cando l’onda delle spon­so­red sto­ries come modo di recu­pe­rare contribuzione.

Si tratta a mio avviso, al di là delle sin­gole spe­ci­fi­cità, dell’unica rispo­sta sen­sata che l’industria dell’informazione può pen­sare di dare al brand jour­na­lism ed allla ten­denza che vede le aziende sem­pre più  diven­tare loro stesse media com­pa­nies.

Ovvia­mente, come dimo­stra il caso Atlantic-Scientology sono neces­sa­rie le oppor­tune atten­zioni e, altret­tanto, l’opportuna chia­rezza nei con­fronti del let­tore per evi­tare l’effetto boo­me­rang, ma si tratta sicu­ra­mente di un filone che apre diverse pro­spet­tive con­sen­tendo di mone­tiz­zare i volumi di traf­fico e  di instau­rare, final­mente, un rap­porto tra edi­tori ed aziende che non sia quello da ven­di­tore di pixel ma di con­su­lente di comu­ni­ca­zione a tutto campo.

Se gestite in maniera ade­guata credo dav­vero che le sto­rie spon­so­riz­zate, e tutto quello che può ruo­tarci attorno, pos­sano essere parte del futuro dei gior­nali online entrando a pieno titolo nel mix di comu­ni­ca­zione delle imprese.

Native ADV

Bonus track: “Gior­nali che fanno soldi (in USA). nes­suna for­mula magica solo talento, lea­der­ship e qua­lità” — da leg­gere.

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