Posted on 3 agosto 2012 by Pier Luca Santoro

Quando è l’Informazione ad Essere Fake

Ieri ha avuto ampio risalto la “notizia” che l’8,7% degli utenti registrati su Facebook sarebbero “fake”, falsi. Informazione che anche il sottoscritto ha segnalato di buon ora, come d’abitudine, su Twitter e che partendo da CNet News, che l’aveva diffusa poche ore prima [20.28 negli USA], si è propagata alle edizioni online di molti dei principali quotidiani ed ai siti delle agenzie di stampa.

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Se in realtà anche il titolo della prima fonte è fuorviante, basta leggerne il dettaglio del sottotitolo per capire che a onor del vero non è l’8,7% degli utenti ad essere falso ma un 3,9% costituito dal 2,4% di “user-misclassied”, quali ad esempio profili aziendali che invece si registrano come persone, e dal rimanente 1,5% di “undesirable accounts”, profili creati ad hoc per inviare contenuti non richiesti, spam.

Dopo la querelle che ha tenuto banco per quasi una decina di giorni arrivando addirittura ad ottenere la definizione di “Twittergate” evidentemente la spinta al sensazionalismo sta avendo il sopravvento anche in questo caso. Visti i precedenti non mi sorprenderei di vedere titoli che parlano di “Fakebook” considerando che vi è già il caso di un importante quotidiano nazionale che dimentica persino le più basiche nozioni della matematica e nel titolo parla di 83 milioni di profili falsi per poi spiegare nel sottotitolo, si fa per dire, “che circa il 12% dei 955 milioni di utenti del network utilizza account non veri”; continuando di pari tono nell’apertura dell’articolo a parlere di tale percentuale.

Inesattezze ed errori gravi che, al di là della necessità di sensazionalismo accompagnata forse dal desiderio di screditare un soggetto che di fatto è concorrente per la vendita di spazi pubblicitari online, testimoniano come nella maggior parte dei casi pochi si siano dedicati alla lettura del documento originale diffuso dalla Security Exchange Commission a cui Facebook l’ha inviato rientrando tra gli obblighi di una società quotata in borsa.

Lettura del documento della SEC che mi permetto di consigliare caldamente poichè oltre al dato sui profili di cui, come detto, si è tanto parlato [a sproposito], contiene informazioni assolutamente d’interesse per chi s’interessa a media e comunicazione.

Oltre ai dati di bilancio del primo semestre 2012 ed al confronto degli stessi con il pari periodo dell’anno precedente vi sono contenute diverse informazioni sia quantitative che qualitative che – ribadendo il consiglio di una lettura integrale del documento – provo a sintetizzare.

Rispetto ai 955 milioni di utenti mensili che facebook dichiara sono 552 milioni gli utenti giornalieri, utenti del giorno medio del mese. Di questi la quota maggiore è proprio dell’Europa con 154 milioni di utenti giornalieri rispetto ai 130 di USA & Canada, 129 dell’Asia e 139 del resto del mondo [Africa, Oceania e Sud America].  Sempre rispetto ai 955 milioni di utenti mensili ben 543 milioni hanno avuto accesso al network da un device mobile [smartphone o tablet] e più del 10% – 102 milioni – vi accedono esclusivamente in mobilità.

L’ARPU totale si attesta a 1,28$ [in decremento rispetto al dicembre 2011] ed è forte lo sbilanciamento, contrariamente sia al numeri di utenti mensili che giornalieri, verso gli USA che generano la maggior parte dei ricavi di Facebook ed hanno un ARPU di 3,20$, oltre il doppio rispetto all’Europa ed infinitamente superiore al resto dei continenti.

Si tratta di aspetti che possono aiutare a comprendere il tonfo borsistico del titolo di Facebook poichè sin ora la crescita dei ricavi del network si è fondata più sulla crescita del numero degli utenti che sugli effetti dei cambiamenti del “prodotto” nel tempo. Elemento che abbinato ai fattori di rischio che Facebook stessa dichiara nel documento potrebbero generare perdita di pubblico e di ricavi come già sta avvenendo negli USA dove si registra un calo del 2% degli investimenti pubblicitari sul network.

Sono aspetti che mi sarei atteso di trovare, almeno, su un quotidiano quale «Il Sole24Ore» che invece, pur avendo rispetto ad altri il merito di fornire il link alla fonte originale, al documento, si limita a battere anch’esso sulla questione dei falsi utenti e poco più.

Scrive Luca Sofri, in un articolo che merita il tempo della lettura, che “saremo costretti – ripeto, già lo siamo – a crearci una grande competenza e senso d’orientamento tra tutte le notizie che ci riceviamo, per costruire una comprensione delle cose che più si approssimi a come le cose sono davvero”.

Una necessità che se confermata ridurrebbe ulteriormente il già precario ruolo, rispetto ad un tempo, di giornali e giornalisti. Quando è l’informazione ad essere “fake” a pagare il prezzo più alto inevitabilmente sono i soggetti deputati istituzionalmente a verificarla ed a diffonderla.