DataMediaHub http://www.datamediahub.it L'informazione sui media come non l'avete mai vista Thu, 29 Sep 2016 10:20:38 +0000 it-IT hourly 1 63066005 Newsletter e comunità: il “caso” TheSkimm http://www.datamediahub.it/2016/09/29/newsletter-comunita-caso-theskimm/ http://www.datamediahub.it/2016/09/29/newsletter-comunita-caso-theskimm/#respond Thu, 29 Sep 2016 10:20:38 +0000 http://www.datamediahub.it/?p=186902 TheSkimm è sicuramente uno dei progetti editoriali più interessanti da seguire oggi. «Una newsletter che vuole essere qualcosa di più una semplice newsletter» ha scritto Recode nel titolo del pezzo nel quale si annuncia un [...]

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TheSkimm è sicuramente uno dei progetti editoriali più interessanti da seguire oggi. «Una newsletter che vuole essere qualcosa di più una semplice newsletter» ha scritto Recode nel titolo del pezzo nel quale si annuncia un nuovo finanziamento ottenuto da TheSkimm: 500 mila dollari da un gruppo di investitori tra cui il New York Times. Un finanziamento che si aggiunge ad altri ottenuti in questi ultimi due anni tra cui quello di 8 milioni da parte di un gruppo di investitori guidato dalla Fox, e nel dicembre 2014 era stato annunciato un finanziamento da un gruppo di investitori privati di 6,25 milioni. Il valore stimato di TheSkimm è oggi – riporta The Drum – di circa 55 milioni di dollari. Non male per una “semplice” newsletter fondata da due ragazze poco più che ventenni che si sono inventate questo progetto dopo essere uscite da un’esperienza alla Nbc Television.

Perché TheSkimm attira soldi e finanziamenti?, perché ne attira anche da editori come il NYTimes che di newsletter ne pubblica almeno una trentina? Principalmente per la sua comunità di lettori (anzi lettrici, visto che soprattutto al pubblico femminile che che la newsletter è pensata) particolarmente coinvolta. The Skimm è una newsletter gratuita (da qualche mese esiste anche un app  a pagamento) che, dichiarano i responsabili del progetto, ha oggi 4 milioni di iscritti (erano 1,5 milioni nel 2015), un cifra assolutamente considerevole se paragonata ad altri progetti simili – ad esempio il Morning Brief di Quartz di lettori ne dichiara 250 mila. Ma nemmeno così enorme se i numeri vengono confrontati con i finanziamenti ottenuti da privati: se non ci siamo persi qualcosa e prendendo come buoni i dati forniti dai responsabili del progetto i dollari raccolti negli ultimi 24 mesi da finanziatori sono 3,68 volte superiori all’attuale numero di iscritti dichiarati.

Il tutto per una newsletter il cui testo nel corpo centrale non supera normalmente le 4 mila battute [per dettagli tecnici rimando a video mio workshop “La rinascita della Newsletter” fatto in occasione della presentazione della newsletter Wolf al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia].

Cosa cosa vuol dire? Che i numeri sono importanti, che è necessario avere buoni tassi di crescita, ma che conta ancora di più la qualità di quei numeri. Soprattutto se parliamo di comunità di lettori. A fronte dei millemila fan o seguaci dichiarati dagli editori e sparati un po’ così per fare impressione, c’è sempre da chiedersi quanti realmente di quei lettori sia disposto a fare qualcosa per il giornale e quanto davvero il giornale rappresenta una “risorsa” per loro.

Le due fondatrici di theSkimm hanno avuto subito le idee chiare. Un pubblico di riferimento (lo zoccolo duro delle iscritti sono lettrici dai 22 ai 34 anni) una loro esigenza da soddisfare (ricevere quotidianamente la notizia del giorno “spiegata bene”), uno stile personale semplice e diretto, un canale e un format sul quale fare tutto questo (l’email e la newsletter, appunto). E poi, anzi soprattutto, una serie di servizi da fornire alla comunità con la quale il progetto editoriale si stava connettendo. E certo il collante di tutto è stato quello di fare comunque buona informazione anche se il modello non è certo quello del giornalismo investigativo d’assalto ma quello popolare e friendly dei talk show mattutini della televisione americana (comunque nella sua semplicità la guida Skimm the vote 2016 è uno splendido esempio di buona informazione e di interazione con la comunità di riferimento).

Come già abbiamo scritto altre volte, ma piace ripeterci su questo aspetto, concentrarsi sul proprio pubblico, avere ben chiaro a quale pubblico rivolgersi e costruire intorno a lui un “prodotto” dovrebbe essere l’obiettivo primario di qualsiasi progetto editoriale.

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ChartaMente http://www.datamediahub.it/2016/09/29/chartamente-128/ http://www.datamediahub.it/2016/09/29/chartamente-128/#respond Thu, 29 Sep 2016 05:45:21 +0000 http://www.datamediahub.it/?p=185816 Il branded content porta al 59% in più di recall rispetto ad altri annunci digitali. Questo è quanto emerge da un nuovo nuovo studio condotto congiuntamente da IPG MediaLab, Forbes e Scuola Newhouse della Syracuse University. [...]

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Il branded content porta al 59% in più di recall rispetto ad altri annunci digitali. Questo è quanto emerge da un nuovo nuovo studio condotto congiuntamente da IPG MediaLab, Forbes e Scuola Newhouse della Syracuse University.

Lo studio ha incluso più di 4.000 lettori di Forbes negli Stati Uniti ai quali è stato chiesto di visualizzare i contenuti web con marchi come Sony, Maserati e Boeing, seguiti da un sondaggio post-esposizione. I risultati hanno dimostrato che:

  • Il recall del marchio è del 59% più elevato per il branded content rispetto a display e native advertising;
  • Le persone percepiscono il branded content come più consumer-centric, perché è meno incentrato sulla vendita di prodotti e più invece nel fornire valore ai consumatori;
  • Coloro tra 18-34 anni di età hanno risposto meglio a lunghi articoli, con tassi di coinvolgimento più elevati e favorendo il recall del brand;
  • I consumatori hanno il 14% in più di probabilità di cercare contenuti aggiuntivi da un’azienda, da un brand, dopo una singola impression di branded content.

L’Amministratore Delegato di Forbes, a commento dei risultati dello studio, ha dichiarato: «As the study shows, branded content educates audiences on topics in which brands have a domain expertise, allowing our brands to truly connect in a consumer centric way». Sapevatelo! [*]

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[*] Se vi interessa approfondire, si tratta di uno dei servizi che come Communication FactorY offriamo.

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Anteprima del Nuovo Manifesto http://www.datamediahub.it/2016/09/28/anteprima-del-manifesto/ http://www.datamediahub.it/2016/09/28/anteprima-del-manifesto/#respond Wed, 28 Sep 2016 08:30:05 +0000 http://www.datamediahub.it/?p=186557 DataMediaHub, in esclusiva, è riuscita ad ottenere un’anteprima di quella che sarà, da domani, la nuova versione de il Manifesto. Da giovedì 29 settembre in edicola il “nuovo” Manifesto. Una nuova grafica che è un [...]

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DataMediaHub, in esclusiva, è riuscita ad ottenere un’anteprima di quella che sarà, da domani, la nuova versione de il Manifesto.

Da giovedì 29 settembre in edicola il “nuovo” Manifesto. Una nuova grafica che è un omaggio ai grandi maestri del suo passato e uno squarcio sul futuro.

Nella fase di progettazione è stato fatto un lavoro molto accurato, con l’unico obiettivo di migliorare l’esperienza di lettura sia del quotidiano che degli inserti di approfondimento. Nuova tipografia, nuova carta, nuova grafica, ma stessa voglia di raccontare e cambiare il mondo.

Il progetto del nuovo Manifesto è un tributo a due maestri della grafica che con questo quotidiano hanno lavorato, Giuseppe Trevisani e Piergiorgio Maoloni.

Trevisani ha progettato il primo Manifesto, quando il giornale, da mensile divenne quotidiano. Quelle quattro pagine erano figlie del razionalismo degli anni ’50, il progetto era rigoroso: titoli di grandezza uguale, in carattere Helvetica, impaginazione a sei colonne e assenza di fotografie. Nel 1973 Trevisani muore e la scelta del nuovo grafico ricade su Piergiorgio Maoloni.

Con lui si sperimentano nuovi linguaggi visivi. Il quotidiano cambia formato più volte fino ad approdare al formato piccolo con la foto a tutta pagina. Questa versione, diventata famosa, si impose come standard in tanti giornali di formato ridotto.

Il progetto di oggi quindi è un compendio tra due menti differenti. Il giornale è diviso in sezioni e ognuna ha le sue regole. La prima parte ha i titoli in Helvetica, come il giornale quando nacque. Tra il primo e il secondo sfoglio c’è il reportage con una titolazione diversa e una lettura più ragionata. In seguito uno scarto di carattere: al posto dell’Helvetica appare un carattere usato da Maoloni per un progetto di questo quotidiano, lo Swift. Aggraziata e leggibile, questa font è usata per le pagine di Culture e Visioni. In questa sezione anche l’impaginazione e l’uso delle immagini sono diverse: tagli fotografici più estremi, le rubriche, spilli per sottolineare un’idea.

Il quotidiano di via Bargoni ha da sempre una comunità di lettori attivi, che vuole coinvolgere in prima persona nel progetto. Perciò nei giorni scorsi fino alla vigilia del lancio, sulla prima pagina del giornale è uscito un post-it speciale, con lo slogan della campagna: “La tua rivoluzione quotidiana”. Un editoriale di prima pagina spiega il prossimo passo: «Ci piacerebbe che questo “memo” diventasse anche un “meme”, uno di quei graffi liquidi che transitano tra mondo reale e mondo virtuale».

Come recita uno degli slogan creati come teaser per il lancio: Il 29 Settembre scoppia la rivoluzione [chiedi al tuo giornalaio. Lui sa]. Almeno domani c’è un buon motivo per andare in edicola.manifesto-rivoluzione

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ChartaMente http://www.datamediahub.it/2016/09/28/chartamente-129/ http://www.datamediahub.it/2016/09/28/chartamente-129/#respond Wed, 28 Sep 2016 05:45:23 +0000 http://www.datamediahub.it/?p=186543 Pubblicati i dati dell’indagine Audipress 2016/II.  Per l’edizione Audipress 2016/II sono state eseguite 47.393 interviste personali su un campione rappresentativo della popolazione italiana di 14 anni e oltre, condotte con il sistema CAPI Doppio Schermo, [...]

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Pubblicati i dati dell’indagine Audipress 2016/II.  Per l’edizione Audipress 2016/II sono state eseguite 47.393 interviste personali su un campione rappresentativo della popolazione italiana di 14 anni e oltre, condotte con il sistema CAPI Doppio Schermo, lungo un calendario di rilevazione di 38 settimane complessive, dal 14 settembre 2015 al 10 luglio 2016. Gli Istituti esecutori del field sono Doxa ed Ipsos; il disegno del campione e l’elaborazione dei dati sono stati effettuati da Doxa.

Analizzando i dati emergenti dall’indagine la principale considerazione possibile è che il digitale non sfonda, anzi. Infatti, se superano i 27.5 milioni le letture che ogni giorno coinvolgono le testate quotidiane, con 18.085.000 lettori al netto delle duplicazioni[- 2.1 vs Audipress 2016/I], mentre ogni settimana si raggiungono in media per le testate settimanali circa 27,4 milioni di letture, con 15.983.000 lettori netti [- 1.8%] e ogni mese più di 27,5 milioni di letture per le testate mensili, con 14.835.000 lettori netti [- 2%], analizzando il dettaglio dei dati emerge come i lettori della versione digitale siano una assoluta minoranza pressoché irrilevante.

Per quanto riguarda i quotidiani dei 18.085.000 nel giorno medio 17.555.000 sono lettori della versione cartacea e 853mila quelli della “replica digitale”, pari al 4.7% del totale del lettorato. Lo stesso dicasi per i settimanali che 15.884.000 lettori della versione cartacea e solamente 198mila della versione digitale [1.2%]. Non cambia la situazione neppure per i mensili 14.674.000 lettori di riviste in formato cartaceo e 360mila, pari al 2.4%, nel formato digitale.

Si evidenzia infine come, in barba a coloro che sostengono che la rovina dei giornali sia Internet ed il “tutto gratis”, per i quotidiani la maggioranza assoluta, il 55.8% delle persone non ha acquistato, non ha pagato, ciò che legge.

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Tecnologie & Futuro delle News http://www.datamediahub.it/2016/09/27/tecnologie-futuro-delle-news/ http://www.datamediahub.it/2016/09/27/tecnologie-futuro-delle-news/#respond Tue, 27 Sep 2016 08:30:20 +0000 http://www.datamediahub.it/?p=185554 Ad ogni novità, in particolare sui social ma non solo, tech entusiasti ed affini si prodigano [spesso pour cause] a spiegare l’impatto dell’ultima “rivoluzione” in ordine cronologico, salvo poi scoprire, ad esempio, che Snapchat in [...]

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Ad ogni novità, in particolare sui social ma non solo, tech entusiasti ed affini si prodigano [spesso pour cause] a spiegare l’impatto dell’ultima “rivoluzione” in ordine cronologico, salvo poi scoprire, ad esempio, che Snapchat in Italia ha meno di 700mila utenti.

Sulla questione fa luce, in specifico riferimento all’ex industria dell’informazione un sondaggio condotto a luglio 2016 da Wibbitz su 1.011 adulti statunitensi di età compresa tra 18-65.

Quando si tratta dei modi di ottenere la notizia emerge che i live video sono di gran lunga preferiti dalle persone rispetto a chatbot, wearables e realtà virtuale. Due terzi degli intervistati ha citato i video dal vivo come la tecnologia emergente più utile per tenere il passo con le notizie, e la maggioranza [52%] ritiene che sia la più divertente delle nuove tecnologie.

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Particolarmente negativi i giudizi su wearables e realtà virtuale. In realtà si tratta semplicemente del ciclo di vita nell’adozione delle tecnologie che in entrambi casi è agli inizi con poche persone dunque che hanno effettivamente sperimentato in prima persona le possibilità offerte dalla realtà virtuale, mentre invece i wearables, in relazione alla loro effettiva utilità, sono ancora “roba per ricchi”, un gadget o poco più per una ristrettissima fascia di utenti.

Anche se, a proposito di “hype” i chatbots sono ben lontani dall’essere le nuove app del futuro, una piccola percentuale di persone sta iniziando ad apprezzare l’idea di messaggi automatizzati che li tengano informati sulle ultime notizie d’interesse. Preziosa in tal senso l’esperienza delle sperimentazioni effettuate da Guardian.

Insomma, i live video sono il presente [anche se la stragrande maggioranza dei quotidiani italiani ancora non ne fa uso], i chatbot il futuro prossimo, mentre wearables e realtà virtuale il futuro remoto, lontani dal venire. Se non lo avete ancora fatto investite sui live video, fatevi esperienza, sperimentate, e misurate gli effetti. Per il momento dimenticatevi di Snapchat a meno che il vostro mercato di riferimento non sia internazionale, ipotesi di lavoro estremamente improbabile per i quotidiani italiani, direi.

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ChartaMente http://www.datamediahub.it/2016/09/27/chartamente-126/ http://www.datamediahub.it/2016/09/27/chartamente-126/#respond Tue, 27 Sep 2016 05:45:44 +0000 http://www.datamediahub.it/?p=185782 Le “reaction” di Facebook, introdotte a fine febbraio di quest’anno, continuano a rappresentare una parte assolutamente minoritaria delle “emozioni” che le persone condividono su Facebook ma il loro utilizzo è in forte crescita. Quintly ha [...]

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Le “reaction” di Facebook, introdotte a fine febbraio di quest’anno, continuano a rappresentare una parte assolutamente minoritaria delle “emozioni” che le persone condividono su Facebook ma il loro utilizzo è in forte crescita.

Quintly ha analizzato 105mila pagine a maggio e giugno 2016. Secondo i dati pubblicati, i “mi piace” continuano ad essere la stragrande maggioranza [93%], confermando, se necessario, che il livello di partecipazione si riduce all’incrementarsi dello sforzo richiesto per produrlo, ma in un solo mese la crescita dell’utilizzo delle “reaction” è stato mediamente del 22.4% con una crescita del 15% per le pagine con meno di 10 milioni di fan e addirittura del 47% per quelle con più di 10 milioni.

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Amore e risata sono quelle più usate ed assieme pesano oltre due terzi [68.9%] di tutte le “reaction” anche se ad avere il maggior incremento [+48%] è stata quella della tristezza, probabilmente per gli avvenimenti che hanno caratterizzato il mese di giugno, a cominciare dall’attacco nella discoteca gay di Orlando.

L’analisi di Quintily, infine, evidenzia come i post che contengono un video ottengono un numero di “reaction” decisamente superiore: +60% rispetto ai post con immagini e/o con link e preview. Pare insomma che i video spingano di più le persone emotivamente e dunque favoriscano l’utilizzo di altre forme di espressione che vadano al di là del “mi piace”.

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Facebook Top Newspapers 2016 http://www.datamediahub.it/2016/09/26/facebook-top-newspapers-2016/ http://www.datamediahub.it/2016/09/26/facebook-top-newspapers-2016/#respond Mon, 26 Sep 2016 08:30:23 +0000 http://www.datamediahub.it/?p=185821 Pubblicata la settima edizione della desk research condotta da Innova et Bella: “Facebook Top Newspapers 2016”. La ricerca Innova et Bella per l’attribuzione del social rating e la formulazione della classifica finale dei principali quotidiani analizza per ogni testata 12 [...]

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Pubblicata la settima edizione della desk research condotta da Innova et Bella: “Facebook Top Newspapers 2016”. La ricerca Innova et Bella per l’attribuzione del social rating e la formulazione della classifica finale dei principali quotidiani analizza per ogni testata 12 best practices di relazione, dal coinvolgere tutti i portatori d’interesse [lettori, giornalisti, dipendenti, imprese e istituzioni] nelle proprie strategie di relazione a dedicare un’attenzione crescente alla fase di “ascolto” dei propri lettori, all’analisi della loro partecipazione e alla restituzione in Rete, passando per offrire al pubblico la partecipazione all’agenda editoriale, considerando i comportamenti dei lettori più partecipativi e molto altro ancora.

Il campione posto sotto osservazione comprende i principali 60 giornali quotidiani nazionali stampati in Europa e Usa, considerando Gran Bretagna, Stati Uniti, Italia, Francia, Spagna e Germania. Ai primi posti della classifica dei quotidiani di riferimento strategico su Facebook si confermano The New York Times e USA Today, seguiti da Bild, The Wall Street Journal, ed El País. Cinque quotidiani da utilizzare come benchmark per lavorare adeguatamente sui social. In particolare, Il New York Times, tripla A, si riconferma anche quest’anno al primo posto della classifica di Innova et Bella. È il quarto anno consecutivo. Le best practices del quotidiano su Facebook rappresentano un punto di riferimento per tutto il campione analizzato. Eccellente la qualità dei contenuti: aree tematiche, rubriche dedicate, svariate possibilità di confronto e discussione in conversazioni e chat con blogger, giornalisti e personaggi. L’elevato standard qualitativo dell’offerta di contenuti iconografici e multimediali rafforza l’eccellente fluidità di fruizione della sua pagina Facebook.

Le testate italiane si posizionano al quarto posto per numero complessivo di likers: 11.6 milioni, in crescita di 2.2 milioni rispetto ai 9,4 milioni dell’anno precedente, a fronte di una diffusione media di circa 1,3 milioni di copie [in discesa di circa 100 mila copie rispetto al 2015]. Tra i quotidiani del nostro Paese, La Repubblica, con rating A, guadagna nel 2016 l’undicesima posizione nel ranking internazionale, a un passo dall’assoluta eccellenza, mentre La Stampa conserva il proprio rating A e mantiene anche quest’anno il quindicesimo posto della classifica internazionale.Il Fatto Quotidiano si posiziona quest’anno al ventunesimo del ranking internazionale, con rating B+. Sempre notevole il record mondiale conquistato dal quotidiano nel rapporto fra likers e copie diffuse: raggiungendo 1.9 milioni di likers [erano 1.7 milioni nel 2015] vanta ben 54 likers per copia diffusa. La conferma, se necessario che i “mi piace” sono una “vanity metric” di valore estremamente scarso o nullo. In terzultima posizione [58esima su 60] l’Unità.

La sfida competitiva più importante per tutti i quotidiani è investire in conoscenza. studiare e interpretare i big data delle preferenze sociali di ogni singolo lettore per potergli offrire il lusso di un’informazione su misura e per profilare sempre meglio la propria audience, potenziale ed effettiva, al fine di poter competere sul mercato pubblicitario, non piattaforme di distribuzione e driver di traffico come vengono utilizzati ad oggi.

classifica_globale_fb-newspapers-2016

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ChartaMente http://www.datamediahub.it/2016/09/26/chartamente-125/ http://www.datamediahub.it/2016/09/26/chartamente-125/#respond Mon, 26 Sep 2016 05:45:41 +0000 http://www.datamediahub.it/?p=185766 La quantità e la natura di valore in un particolare prodotto o servizio si trovano sempre negli occhi di chi guarda, ovviamente. Ciò che per le persone è realmente valore, dunque, può essere difficile da definire e [...]

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La quantità e la natura di valore in un particolare prodotto o servizio si trovano sempre negli occhi di chi guarda, ovviamente. Ciò che per le persone è realmente valore, dunque, può essere difficile da definire e psicologicamente complesso da interpretare.

Eppure esistono blocchi di costruzione universali di valore, che favoriscono la creazione di opportunità per le aziende di migliorare le loro prestazioni nei mercati attuali o penetrare in nuovi. Un modello rigoroso di valore per il consumatore, per le persone, consente ad una azienda di creare nuove combinazioni di valore che i suoi prodotti e servizi potrebbero fornire.

Sulla falsariga della piramide dei bisogni di Maslow, Bain & Company ha identificato i 30 “elementi di valore”. Questi elementi si dividono in quattro categorie: funzionale, emozionale, che cambiano la vita e che hanno impatto sociale. Alcuni elementi sono focalizzati più interiormente affrontando in primo luogo le esigenze personali dei consumatori.

L’infografica sottostante li sintetizza. Da stampare ed appendere in ufficio in questo periodo dell’anno in cui molti stanno scrivendo, o aggiornando, i piani marketing per l’anno prossimo. Buon lavoro.

the-30-elements-of-value

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Post-it http://www.datamediahub.it/2016/09/23/post-it-151/ http://www.datamediahub.it/2016/09/23/post-it-151/#respond Fri, 23 Sep 2016 05:45:19 +0000 http://www.datamediahub.it/?p=185206 Una sele­zione ragio­nata delle noti­zie di oggi su media, gior­na­li­smi e comu­ni­ca­zione da non per­dere. Gli altri giorni della settimana que­sta rubrica è parte inte­grante di Wolf e dun­que viene pub­bli­cata gra­tui­ta­mente solo il venerdì. Se non volete [...]

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Una sele­zione ragio­nata delle noti­zie di oggi su media, gior­na­li­smi e comu­ni­ca­zione da non per­dere. Gli altri giorni della settimana que­sta rubrica è parte inte­grante di Wolf e dun­que viene pub­bli­cata gra­tui­ta­mente solo il venerdì. Se non volete per­der­vela potete abbonarvi per molto meno di un caffè al giorno. Per capire meglio cosa è Wolf potete leggere cosa dicono di noi quelli della World Association of Newspapers and News Publishers e consultare gratuitamente lo “speciale” del 100° numero reso disponibile gratis online.

  • Online Purchase Experience Ranking – Contactlab e Exane BNP Paribas hanno pubblicato la 2a edizione del loro report “The Online Purchase Experience Ranking”  il primo al mondo sulle esperienze di acquisto online e il consumer journey nel retail di lusso. I punti di ingaggio digitali riguardano il processo di ordinazione, i carrelli abbandonati, le comunicazioni di acquisto e reso e il servizio clienti online, mentre i punti di ingaggio fisici riguardano l’engagement diretto del cliente con il prodotto, come le opzioni e l’efficienza nella consegna, il confezionamento esterno e interno e la relativa documentazione e le politiche di reso. I ricercatori di Contactlab rivelano che in generale i brand utilizzano le best practice durante il consumer journey meno della metà delle volte e che si comportano meglio nei punti di contatto digitali che in quelli fisici. Il potenziale del cross-channel è ancora scarsamente sfruttato nel processo di Acquisto Online: ad esempio, quasi la metà del panel non offre la possibilità di effettuare resi e cambi in negozio e solo in un caso su tre nell’email di benvenuto è inserito un link all’opzione “trova negozi”.  L’attenzione all’ambiente è ancora molto bassa: solo pochissimi marchi offrono informazioni sulla sostenibilità dei loro packaging o su programmi di responsabilità sociale. Annamo bene, proprio bene.
  • Le Agenzie Stampa Sono Ufficialmente Competitor dei Loro ClientiValzer di poltrone in AGI, l’agenzia stampa controllata da ENI. Con l’attuale direttore destinato ad incarichi all’interno del colosso petrolifero e Riccardo Luna che ne prende il posto affiancato da Marco Pratellesi fino a ora responsabile del sito web dell’Espresso. Ma l’aspetto più interessante è che AGI vuol fare la media company. Infatti, secondo quanto riportato, L’ Agi svolta per trasformarsi da agenzia stampa classica a vera e propria media company. Con un piano industriale al 2019 già approvato, la strategia della testata che fa capo all’ Eni punta per esempio sulla produzione di video,  data journalism, la produzione di contenuti per le aziende [soprattutto per le pmi], le consulenze per la comunicazione dei marchi e ancora la comunicazione istituzionale, in Italia come all’ estero. È Ufficiale, le agenzie stampa sono competitor del loro [ex?] clienti.
  • I Giornalisti Vanno a Farsi Benedire – Ieri ben 400 membri del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti a udienza da Papa Francesco che nell’occasione ha richiamato con forza i valori ideali del giornalismo. Tutto quanto del Papa è un appello alla coscienza del giornalismo che ha chiuso l’incontro con un augurio finale: «Auspico che sempre più e dappertutto il giornalismo sia uno strumento di costruzione, un fattore di bene comune, un acceleratore di processi di riconciliazione; che sappia respingere la tentazione di fomentare lo scontro, con un linguaggio che soffia sul fuoco delle divisioni, e piuttosto favorisca la cultura dell’incontro». I giornalisti vanno a farsi benedire e visti i tempi ne hanno decisamente bisogno. Speriamo serva a qualcosa.
  • Cancellare i Troll dal Mondo – «L’hater, come nel caso di Morandi, fa notizia. Va monitorato ma incide relativamente», dicevo ieri interpellato dal Sole24Ore sulla questione. Arriva ora potenzialmente a risolvere il problema di troll e hate speech Conversation AI, il nuovo strumento di Google per censurare le molestie online. Immaginate un algoritmo evoluto – capace di imparare con l’esperienza come gli ultimi ritrovati delle ricerche nell’apprendimento automatico – che riconosce abusi e molestie meglio del più stoico team di moderazione umano, e facendo meno errori di qualsiasi altro sistema di filtraggio: Conversation AI vuol essere questo, l’intelligenza artificiale all’attacco del lato più oscuro dell’esperienza online. A testare il nuovo superstrumento di Google saranno il New York Times e Wikipedia, proprietari degli spazi online tra i più frequentati e commentati, e quindi tra i più intensamente dediti al trolling, loro malgrado. Siamo pronti a una rete pacificata dagli algoritmi?
  • Heritage Branding – L’ heritage branding rappresenta un approccio strategico emergente, in rapida ascesa a livello internazionale nell’ambito del mercato della comunicazione.  Esso si basa sulla ri-costruzione narrativa e sul management strategico della storia aziendale, anche in riferimento a specifici prodotti e marche commerciali. Nel nuovo millennio, la tendenza a valorizzare e comunicare la tradizione industriale ha visto un vero e proprio boom in Italia, dal momento che le aziende hanno iniziato a riscoprire la propria storia e a farne una strategia di comunicazione distintiva. Da un lato, il fenomeno dell’heritage branding riguarda specialmente quelle aziende storiche che rappresentano una nicchia esclusiva del mercato. Dall’altro lato, anche le aziende non in grado di vantare una così lunga tradizione possano rivendicare il proprio ruolo nella memoria collettiva se scelgono non di promuovere un puro storytelling, ma di riscoprire profondamente la propria storia e condividerla con gli stakeholder. Iniziate a frugare negli archivi aziendali.
  • Facebook è il Nemico Numero uno per i Giornali, e il Giornalismo – A sostenerlo è addirittura Roy Greenslade, professore di giornalismo alla City University ed autorità riconosciuta nel campo. Dalle colonne del Guardian Greenslade si scaglia contro la “Facebookisation delle notizie”, che ha il potenziale di destabilizzare la democrazia, in primo luogo, controllare ciò che leggiamo, e contro le possibilità offerte di targeting sofisticato da proporre agli inserzionisti sul quale i publisher non sono in grado di competere. Gli fa eco, quasi contemporaneamente Lucy Küng, Google News Digital Senior Visiting Research Fellow presso l’Istituto Reuters, consulente sulla strategia e l’innovazione ed autrice di “Strategic Management in the Media: From Theory to Practice”[2008] e “Innovators in Digital News” [2015] che durante il Digital Innovators’ Summit ha spiegato come Facebook ha fatto deragliare la strategia di molte media companies. Dal canto mio che i social NON siano piattaforme di distribuzione ho iniziato a scriverlo dall’inizio di quest’anno. Felice di non essere più una voce nel deserto.
  • Psycotropical e Kinship: i Trend di Domani – Wgsn, trendwatcher britannico, focalizzato in particolare sul mondo della moda, del design e del retail ha individuato le parole chiave per lo sviluppo del commercio che verrà. Ecco a che cosa dovranno fare attenzione i retailer che combattono in un mercato globale -i termini sono tutti di nuovo conio ma, assicurano da Wgsn entreranno presto nel vocabolario dei trend setter. 1) Psycotropical. Colorate, brillanti, ecologiche ecco come saranno le interpretazioni di questo trend che mescoleranno stampe e piume, una natura psichedelica, una jungla sotto acido. Saranno la plastica o i tessuti stessi riciclati a fare da base a una rinnovata interpretazione del nuovo sostenibile; 2) Youth Tonic. La gioventù diventerà sempre più pervasiva non solo i giovani detteranno sempre di più modi e forme, ma daranno forza alle caratteristiche intrinseche della gioventù: individualismo e creatività; 3) Kinship. L’evolvere prepotente della connettività porta ad aumentare il senso di comunità, di condivisione culturale che disegna nuovi confini pronti per essere superati; 4) Slow Future, non significa crescita lenta bensì taglio degli eccessi: la nuova consapevolezza che nuovo non significa necessariamente meglio. Sapevatelo!

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L’insostenibile peso delle rese per i quotidiani italiani http://www.datamediahub.it/2016/09/22/linsostenibile-peso-delle-rese-quotidiani-italiani/ http://www.datamediahub.it/2016/09/22/linsostenibile-peso-delle-rese-quotidiani-italiani/#respond Thu, 22 Sep 2016 09:00:29 +0000 http://www.datamediahub.it/?p=184996 Dopo parecchi mesi torniamo ad affrontare il tema delle copie rese per i quotidiani italiani. Quando avevamo analizzato i dati Ads di dicembre e poi elaborandoli quelli del 2015 avevamo messo in evidenza come questo [...]

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Dopo parecchi mesi torniamo ad affrontare il tema delle copie rese per i quotidiani italiani. Quando avevamo analizzato i dati Ads di dicembre e poi elaborandoli quelli del 2015 avevamo messo in evidenza come questo parametro ci raccontasse un po’ di cose sulle grandi difficoltà dei giornali italiani nell’affrontare il “problema” della distribuzione. Problemi che rappresentano anche un notevole costo aggiuntivo, il valore medio del peso delle copie rese sulla tiratura totale in Italia viaggia intorno al 31-33 % mentre in altri Paesi, ad esempio la Francia, è intorno al 14-15% la differenza da questi due valori sono milioni di euro che finiscono al macero. E guardando ai bilanci degli editori italiani è un “lusso” che non possono permettersi.

Per questo torniamo a guardare i dati delle rese analizzando quelli di luglio 2016 forniti da Ads. Cosa ci dicono questi dati? In valori assoluti la testata che a luglio ha il maggior numero di copie medie rese è il Corriere dello Sport (119.656) seguito dai due maggiori quotidiani di casa nostra Repubblica (117.938) e Corriere della Sera (112.126). Il peso complessivo delle copie rese sulla tiratura media è ancora per molte testate pari o superiore al 30% (24 su un campione di 59 analizzato) e per quasi la totalità (52 su 59) superiore al 20%.

La cosa interessante è confrontare il dato di luglio di quest’anno con quello del luglio 2015. In valori assoluti (lo potete vedere dall’infografica) il numero assoluto delle copie rese diminuisce per molte testate (41 su 59), ad esempio per Repubblica la resa tra i due valori di luglio 2016 e 2015 cala di 17.451 copie medie (-13%) alla Stampa di 11.485 (-13%) mentre al Corsera di sole 1.545 (-1%). C’è anche però chi vede aumentarle ad esempio Libero con 7.248 copie rese media (+13%) ma in generale, come detto, i valori assoluti la resa diminuisce.

Tutto bene quindi? Non proprio perché se guardiamo al valore del peso delle copie rese sulla tiratura vediamo che l’incidenza di queste in realtà non diminuisce affatto. Per la maggior parte delle testate monitorate questo peso resta invariato o aumenta: ad esempio per il Sole 24 Ore passa dal 28% di luglio 2015 al 32% di luglio 2016, al Corriere della Sera si va dal 28%  al 30%, a Repubblica la quota rimane invariata ferma al 30%.

Cosa è successo? Semplice i quotidiani hanno diminuito la tiratura dei propri giornali (non cala solo la tiratura calano in generale anche le copie vendute ma su questo dato torneremo prossimamente) di circa il 10-13% per le maggiori testate, di conseguenza cala anche la resa. Meno copie in edicola meno copie rese ovviamente. Ma nonostante questo non cala il loro peso non accenna a dirigersi verso quella quota intorno al 18-20% (non pretendiamo il 14% della Francia) che risolverebbe un po’ di cose e alleggerirebbe notevolmente i bilanci. È evidente che i problemi stanno a monte a cominciare dall’organizzazione e gestione della distribuzione.

Infine concludiamo con una osservazione: nella “classifica” delle testate con maggior peso delle rese troviamo Il Manifesto, Il Fatto Quotidiano, Libero e Il Giornale tutti come peso percentuale superiore al 50%. Strano che giornali con linee editoriali molto schierate e aggressive (certo con stili e strategie molto diverse tra loro) e che hanno come riferimento comunità di lettori ben identificate soffrano più di tutti il problema delle copie rese.

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