DataMediaHub http://www.datamediahub.it L'informazione sui media come non l'avete mai vista Fri, 27 May 2016 05:45:15 +0000 it-IT hourly 1 Post-it http://www.datamediahub.it/2016/05/27/post-it-135/ http://www.datamediahub.it/2016/05/27/post-it-135/#respond Fri, 27 May 2016 05:45:15 +0000 http://www.datamediahub.it/?p=149616 Una sele­zione ragio­nata delle noti­zie di oggi su media, gior­na­li­smi e comu­ni­ca­zione da non per­dere. Gli altri giorni della settimana que­sta rubrica è parte inte­grante di Wolf e dun­que viene pub­bli­cata gra­tui­ta­mente solo il venerdì. Se non volete [...]

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Una sele­zione ragio­nata delle noti­zie di oggi su media, gior­na­li­smi e comu­ni­ca­zione da non per­dere. Gli altri giorni della settimana que­sta rubrica è parte inte­grante di Wolf e dun­que viene pub­bli­cata gra­tui­ta­mente solo il venerdì. Se non volete per­der­vela potete abbonarvi per molto meno di un caffè al giorno [e se non vi piace disdire quando e come vi pare].

  • Loren Ipsum – Il più famoso dei testi segnaposto è il lorem ipsum: una serie di parole latine che non formano frasi di senso compiuto. Secondo Richard McClintock – professore di latino al Hampden-Sydney College, un’università in Virginia – i tipografi iniziarono a utilizzare il lorem ipsum già nel Cinquecento, anche se non abbiamo prove del suo uso precedente agli anni Sessanta. Si diffuse negli anni Sessanta del Novecento grazie a una pubblicità dei fogli di caratteri trasferibili Letraset, anche noti come “trasferelli“, e la Aldus Corporation – una delle più importanti aziende di software negli anni Ottanta, poi comprata da Adobe – lo inserì nei modelli predefiniti del suo prodotto più importante, PageMaker, che uscì nel luglio del 1985 per il computer Macintosh di Apple. Bella e interessante la storia del “lorem ipsum” e degli altri testi riempitivi utilizzati nelle prove di stampa [e non solo].
  • Banking Online – Tra i 25.6 milioni di italiani che utilizzano internet da pc e da mobile – smartphone e tablet -, nove su dieci intrattengono una relazione con almeno un istituto bancario ma ancora meno della metà accede al proprio conto corrente online. Nel rapporto eFinance 2015 Nielsen ha individuato 5 profili di italiani bancarizzati e digitali in base all’utilizzo dei canali di interazione con la banca e ai bisogni finanziari. Dallo studio emerge che Distanti [5.1 milioni] e Concreti [8,0 milioni], benché raccolgano la popolazione più giovane, sono i meno digitalizzati nel finance: i primi perché vivono la banca come un “oggetto lontano” – il 59% non manifesta alcun bisogno finanziario, disponendo di poca liquidità –; gli altri, di età un po’ più elevata, perché prediligono un rapporto con una persona in carne e ossa in questo tipologia di attività. I Vicini di Casa [9.1 milioni] sono il cluster più corposo e maturo, scarsamente attratto dalla tecnologia e dal suo concreto utilizzo. L’online banking riveste una funzione di complemento rispetto al canale fisico che rimane centrale.  I due cluster più attrattivi per le società che operano nel finance online sono gli Affermati [1.3 milioni] e gli Esperti Digitali [2.2 milioni]; un  assoluta minoranza, sigh!
  • Storyteller – Lo storytelling, ovvero narrare e saper raccontare delle storie, oltre a essere una delle nostre forme di comunicazione preferite possiede anche un potere naturale nell’influenzare quello che è il comportamento umano. Basti pensare a quante pubblicità e campagne marketing ne facciano uso per cercare di raggiungere con più immediatezza l’utente, puntando a coinvolgerlo emotivamente, raccontandogli storie che in tutto e per tutto siano capaci di rappresentarlo. Non sorprende che, secondo tre diversi studi, condotti da due psicologi: Melanie Green e John Donahue, l’abilità di storytelling in amore diventi vantaggiosa ed attrattiva. Ne avevo scritto diverso tempo fa parlando degli skills del “tombeur de femmes” applicati ai social media. Sapevatelo.
  • Comunicazione Politica – La miglior pubblicità elettorale in circolazione è quella di Filippo Del Corno, compositore musicale ed Assessore uscente alla Cultura di Milano. Perchè non sembrano affatto degli spot la serie di video [1, 2, 3] che Del Corno ha prodotto e pubblicato su Facebook. Meno male che ogni tanto qualcuno “alza la media” di una comunicazione politica normalmente davvero scadente. Bravò.
  • Saga RCS – Continua la saga RCS che l’ultima puntata, per il momento, vede coinvolto Della Valle. Il Presidente di Tod’s e azionista di Rcs ieri, a margine dell’ottava edizione del Luxury Summit, ha dichiarato: “Urbano Cairo, ha fatto benissimo a provarci e Banca Intesa fa benissimo a sostenerlo perché è il suo mestiere. Secondo me hanno fatto altrettanto bene quelli che hanno reputato il prezzo basso e hanno fatto un’offerta molto più alta, se poi domani Urbano rifà un rilancio, fa altrettanto bene. Questo è il mercato: è la prima volta che vediamo intorno alla Rizzoli un’operazione di mercato”. Il bello è che Della Valle è schierato con la cordata che fa capo a Bonomi noto per l’operazione Recoletos, che non è stata certamente una buona operazione di mercato per RCS, sulla quale il CDR ha avuto in passato molto da dire, giustamente, mentre invece ora tace su uno dei suoi protagonisti uscito dalla porta e rientrato dalla finestra. To be continued…
  • News & Social Media – Il Pew Research Center ha pubblicato ieri un nuovo rapporto su news e social media. Facebook e Twitter sono i due social dai quali maggiormente le persone attingono le notizie. Due gli elementi d’interesse principali: 1) oltre due terzi delle persone apprendono le notizie dai un solo social; 2) su Facebook, che ovviamente è la principale fonte social di notizie, il 62% delle persone non ricerca informazione ma incrocia casualmente le notizie. In netta crescita, rispetto al recente passato, per tutti i social presi in considerazione dallo studio, la porzione di persone che ottiene news da questi. Infine, interessante la definizione di notizia che nel questionario dell’indagine viene identificata come “information about events and issues that involve more than just your friends or family”. Per riflettere sul fenomeno.
  • Reo Confesso – In “Confessions of a newspaper publishing exec” un importante elemento dell’industria dell’informazione britannica, anonimamente, si “confessa” sui peccati sin qui commessi. Emerge quello che è da tempo sotto gli occhi di tutti, la ricerca di volume invece che di valore è la principale causa dell’attuale [penoso] stato dei quotidiani online. Il piano B? Come conclude l’anonimo “There needs to be a recalibration of what individual newspapers are about, what value they add to their own readers, and what services they can provide”. Concetti ben espressi, come sempre, da Jeff Jarvis in “Death to the Mass” pochi giorni fa, e da tempo dal sottoscritto. Uomo avvisato mezzo salvato.

Bonus track, sotto riportata la word cloud del testo integrale della Relazione del Presidente di Confidustria Vincenzo Boccia ieri all’assemblea degli industriali [cliccando sull’immagine avrete accesso al testo].

Vincenzo Boccia

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Come ti maschero una pubblicità (sponsored content de noantri) http://www.datamediahub.it/2016/05/26/ti-maschero-pubblicita-sponsored-content-de-noantri/ http://www.datamediahub.it/2016/05/26/ti-maschero-pubblicita-sponsored-content-de-noantri/#respond Thu, 26 May 2016 08:30:39 +0000 http://www.datamediahub.it/?p=149339 Le native advertising, lo sappiamo bene, sono il formato pubblicitario digitale emergente, per la loro totale somiglianza a contenuti “normali” agli editori e agli advertiser risolvono diversi problemi che la pubblicità tradizionale si porta dietro da anni (visibilità) o che [...]

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Le native advertising, lo sappiamo bene, sono il formato pubblicitario digitale emergente, per la loro totale somiglianza a contenuti “normali” agli editori e agli advertiser risolvono diversi problemi che la pubblicità tradizionale si porta dietro da anni (visibilità) o che le si sono presentati più di recente (ad-blocking) promettendo così nuove voci di ricavo. Ma se oggi le native advertidsing risolvono qualche problema è anche vero che ne presentano di nuovi. Primo fra tutti quello della loro “etichettatura”: ovvero una qualche indicazione – chiara ed evidente – che indichi a noi lettori  che ci troviamo di fronte a un contenuto che è lì sulla pagina web di un giornale perché pagato da uno sponsor. Non è un problema da poco perché in gioco c’è una cosa molto preziosa per i giornali (in particolare in questo periodo di grande crisi per gli editori): la fiducia dei lettori.

Essere chiari e trasparenti con i lettori è decisamente un buon modo per conquistarsi la loro fiducia. È una precisazione la mia che dovrebbe suonare quasi ridicola per la sua ovvietà. Eppure spesso ci troviamo di fronte a operazioni che ci lasciano perplessi e delle quali ci continuiamo a chiedere quale possa essere la loro reale efficacia.

Ad esempio: qualche tempo fa abbiamo segnalato come una pubblicità per una nota marca di smartphone fosse stata presentata sul sito del Corriere della Sera come un qualsiasi contenuto “interessante” o “divertente” .

pubblicità Dynamo svela i suoi trucchi Corriere TV

Facciamo notare come nella presentazione del video sul sito del Corsera la fonte citata sia “dalla rete” e come le gesta di Dynamo (noto illusionista inglese) realizzate per un advertorial (marca e logo sono citati una decina di volte nella manciata di minuti dello spot), siano presentati invece come una normale tutorial per realizzare i trucchi del famoso mago: “puoi farlo anche tu, basta un telefono e qualche sostegno” (notare “un telefono” generico in sede di presentazione del video quando invece come detto di una marca precisa si sta parlando). Sul sito del Corsera segnaliamo anche questo sempre con Dynamo legato ad evento per lancio nuovo modello della Fiat 500.

Una cosa simile l’abbiamo notata ieri sul sito della Stampa dove un video con protagonista il portiere della Juventus e della Nazionale Gianluigi Buffon viene presentato come un normale contenuto “divertente” mentre in realtà è lo spot di una nota carta di credito. Nessuna diversificazione rispetto agli altri video della sezione se non l’inciso finale della didascalia “si tratta dello spot per una carta di credito” senza citarne il nome però (anche qui in sede di lancio del pezzo ci teniamo sul generico) che però è poi ben evidenziato nel due minuti del video online (e come potrebbe essere altrimenti?, visto che è uno spot!).

pubblicità Tifoso si tatua Buffon su una gamba sorpresa del portiere è senza prezzo La Stampa

 

pubblicità La Stampa Gianluigi Buffon uno dei migliori portieri al mondo ...4

La Stampa Gianluigi Buffon uno dei migliori portieri al mondo ....3png

Il tutto, e con i medesimi toni, è stato presentato anche su Facebook sulla pagina ufficiale del giornale innescando le proteste dei lettori. Il post è poi stato rimosso (qui il link originale). Alcune considerazioni al volo:

  • Se una campagna pubblicitaria è, per qualsiasi motivo, giudicata interessante da un giornale ne può parlare facendo riferimento, a cominciare dal titolo del pezzo, che stiamo parlando, appunto, di una campagna pubblicitaria, magari spiegando anche perché se ne parla dal punto di vista giornalistico. Come in questi casi fanno testate come il Washington Post (su una campagna di un noto stilista), il New York Times (per il lancio di advertorial di una rete televisiva) o il Wall Street Journal. Giusto per fare degli esempi. Altrimenti si fa un’altra operazione poco chiara e poco trasparente. E poco intelligente, a nostro giudizio.
  • Comunque è un danno per l’azienda, per la sua brand awareness se fatta consapevolmente, per il valore dei suoi spazi pubblicitari se fatta inconsapevolmente (ma stentiamo davvero a crederlo, però): mettetevi nei panni di un investitore pubblicitario che ha pagato per la sua visibilità su quel sito e poi vede regalata altrettanta visibilità a un altro (magari concorrente) perché il suo spot era tanto carino e divertente.
  • Se la “furbata” (permettertici di chiamarla così) suscita le più che giustificate ire dei lettori esplicitate nei commenti al post sulla pagina Facebook del giornale la soluzione non dovrebbe essere quella di rimuovere il post, ma semmai scusarsi con loro per il “disguido” e rimuovere il contenuto che ha suscitato quei commenti (il video pubblicitario). Non il contrario. Anche perché – come giustamente mi fa notare l’amico Pierluigi – il problema per il lettore non è il post in sè ma la scelta editoriale che rappresenta.
  • La Stampa in questi ultimi anni si è distinta nel panorama editoriale italiano per aver realizzato progetti molto interessanti sul fronte degli strumenti digitali a servizio di un giornalismo di qualità: dal data journalism, all’interazione con i lettori, fino alla nomina – unico giornale oggi in Italia – di un public editor di livello come Anna Masera a garanzia dei diritti del lettore [che sull’argomento ha scritto questo articolo “Come notizie e pubblicità convivono”]. Perché poi avere queste cadute di stile che rischiano di incrinare tutto il buon lavoro fatto?
  • Anche all’estero i nuovi formati pubblicitari generano (molti) problemi etici ma anche grandi possibilità di realizzare lavori di altissima qualità, in particolare in occasione del lancio di serie tv come questo splendido reportage del WSJ sponsorizzato da Netflix per il lancio della serie televisiva Narcos. Non ho visto (ma forse mi sono sfuggiti, felice di essere smentito) su testate di giornali mainstream italiani lavori simili per serie di successo nostrane messe in onda di recente: non sarebbe stata una bella opportunità per iniziare a fare sul serio contenuti sponsorizzati di qualità anche da noi? Possibile che delle controverse pubblicità native bisogna sorbirci solo la faccia peggiore?

[p.s. di queste operazioni ne abbiamo segnalate solo un paio ma temiamo ne esistano diverse altre in giro, se le avete notate di altre potete segnalarcele nella sezione commenti sarebbe interessante monitorare questo fenomeno]

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ChartaMente http://www.datamediahub.it/2016/05/26/chartamente-66/ http://www.datamediahub.it/2016/05/26/chartamente-66/#respond Thu, 26 May 2016 05:45:25 +0000 http://www.datamediahub.it/?p=149473 Utilizzando i dati di Android, SimilarWeb ha esaminato la diffusione delle app di [social] instant messaging in 187 nazioni. Il mondo appare spaccato in due sostanzialmente con WhatsApp e Messenger a dominare assolutamente la scena. [...]

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Utilizzando i dati di Android, SimilarWeb ha esaminato la diffusione delle app di [social] instant messaging in 187 nazioni.

Il mondo appare spaccato in due sostanzialmente con WhatsApp e Messenger a dominare assolutamente la scena. In buona sostanza, anche in questo caso, è Facebook ad avere il predominio assoluto anche in questo campo.

WhatsApp è il leader mondiale con una predominanza in 109 Paesi [Italia compresa], pari ad il 55,6% della popolazione mondiale. Messenger è invece leader in 49 nazioni mentre in Cina l’app maggiormente utilizzata è WeChat.

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Competenze Digitali: Cresce la Domanda [e la confusione] http://www.datamediahub.it/2016/05/25/competenze-digitali-cresce-la-domanda-e-la-confusione/ http://www.datamediahub.it/2016/05/25/competenze-digitali-cresce-la-domanda-e-la-confusione/#comments Wed, 25 May 2016 08:57:25 +0000 http://www.datamediahub.it/?p=149229 Il mondo del lavoro ha bisogno di professionisti del digitale. Secondo l’ultimo report pubblicato da McKinley Marketing Partners, la domanda di competenze digitali sarebbe in continua crescita. Difficile asserire il contrario ma altrettanto difficile è dare [...]

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Il mondo del lavoro ha bisogno di professionisti del digitale.

Secondo l’ultimo report pubblicato da McKinley Marketing Partners, la domanda di competenze digitali sarebbe in continua crescita. Difficile asserire il contrario ma altrettanto difficile è dare una connotazione precisa a cosa intendiamo per competenze digitali.

In una fase storica in cui la digitalizzazione pervade, a onor del vero anche con lentezza, ormai tutti i contesti, dire che servono competenze digitali è come dire che serve manodopera. Così semplice e così scontato, oserei dire. Fortunatamente il  report approfondisce diversi aspetti per provare a delineare  un quadro più sensato e leggibile. Vale la pena sottolineare, in apertura, che i dati  non sono riferiti al territorio italiano ma danno comunque un quadro complessivo seppur riferito, con ogni probabilità, a un mercato più maturo del  nostro.

Un primo dato in controtendenza col passato che emerge è l’investimento in figure di marketing digitale a discapito di project manager.
Screen-Shot-2016-05-10-at-11.54.37
Consistente anche la quota  delle risorse impegnate in data analysis, su cui si potrebbe aprire un altro  fronte rispetto alla definizione. Si tratta di un ombrello sotto cui possiamo posizionare, ad esempio, chi si occupa di statistica o di far quadrare i conti, tanto quanto chi fa monitoraggio delle attività  di marketing e non ultime le risorse che si occupano di analisi dei feedback alle attività online.

In quest’altro grafico possiamo invece vedere  le proiezioni future in materia di  investimento in figure professionali con competenze digitali.
Screen-Shot-2016-05-10-at-11.59.19Il 19% dichiara di voler investire meno. Ben più consistente la “fetta” [28%] di chi invece dichiara di voler investire di più. Circa la metà degli intervistati invece prevede di restare sulle stesse posizioni.

In questo ulteriore grafico è possibile visualizzare gli incrementi divisi per settore.

Screen-Shot-2016-05-10-at-13.50.10

Tutti incrementeranno le risorse di almeno il 10% in più rispetto allo scorso anno.

Aspetto molto interessante è che il 90% dei ruoli prevede delle competenze trasversali in digital marketing o data analysis. Difficile ormai ragionare su figure professionali a compartimenti stagni, ma perdurano delle skill che è sempre meglio avere.

Per venire a una  nota dolente, con particolare riferimento al contesto italiano, il report racconta anche  alcuni dati sugli anni di esperienza che aprono o meno  le porte a determinati settori.

Dal grafico sottostante si evince chiaramente che da 0 a 3 anni di esperienza le possibilità  sono pressoché le stesse, con quote  non propriamente lusinghiere.

I settori in cui sembrerebbe essere più semplice accedere da “entry level” e quindi senza esperienza o quasi, sarebbero digital marketing e data analysis. Su questo punto mi permetto di dissentire o almeno di esprimere le mie perplessità.

La speranza è che questi dati recitino  una volontà di investire in risorse fresche e  creative, più che una tendenza ad approcciare a queste dinamiche con poca fiducia e molta approssimazione.

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ChartaMente http://www.datamediahub.it/2016/05/25/chartamente-65/ http://www.datamediahub.it/2016/05/25/chartamente-65/#respond Wed, 25 May 2016 05:45:33 +0000 http://www.datamediahub.it/?p=149181 L’Italia si posiziona al 25° posto fra i 28 Stati membri dell’UE secondo l’indice di digitalizzazione dell’economia e della società della Commissione europea [DESI] 2016 perdendo una posizione rispetto al 2015 in cui era 24esima. [...]

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L’Italia si posiziona al 25° posto fra i 28 Stati membri dell’UE secondo l’indice di digitalizzazione dell’economia e della società della Commissione europea [DESI] 2016 perdendo una posizione rispetto al 2015 in cui era 24esima. In termini di propensione delle persone ad utilizzare la rete siamo addirittura all’ultimo posto in assoluto.

Nella lettura delle news online, tra le persone di età compresa tra i 16 ed i 74 anni che hanno usato Internet negli ultimi tre mesi, siamo al 26° posto. Miglioriamo negli open data, di cui tanto si parla [e straparla], collocandoci addirittura in sesta posizione rispetto al 9° posto del 2015 ma nei digital skill della popolazione ripiombiamo in ultima posizione.

Insomma, viva il Foia che tanto gli italiani, analfabeti digitali, e non solo, resteranno esattamente nella stessa condizione di prima, o peggio. Mi fermo qui per oggi, meglio.

DESI 2016

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La Risposta di Facebook sui Trending Topics http://www.datamediahub.it/2016/05/24/la-risposta-facebook-sui-trending-topics/ http://www.datamediahub.it/2016/05/24/la-risposta-facebook-sui-trending-topics/#respond Tue, 24 May 2016 08:30:14 +0000 http://www.datamediahub.it/?p=148896 Non è stato certo un mese di Maggio tranquillo quello all’headquarter di Facebook. Prima le “confessioni” di un impiegato a contratto e poi il “leak” del Guardian hanno procurato dei seri grattacapi al social network [...]

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Non è stato certo un mese di Maggio tranquillo quello all’headquarter di Facebook. Prima le “confessioni” di un impiegato a contratto e poi il “leak” del Guardian hanno procurato dei seri grattacapi al social network più popoloso del pianeta impegnato a giustificare la propria neutralità ma anche a rispondere ad una domanda formale fatta dal Senato statunitense sulla questione con Mark Zuckerberg in prima fila a colloquio per calmare le acque.

Arriva ora la risposta ufficiale che in buona sostanza sostiene che se manipolazioni ci sono state non si sono verificate in maniera sistematizzata e preordinata e che dunque è difficile, se non impossibile, intervenire su elementi sporadici frutto della volontà dei singoli, concludendo che comunque Facebook si impegna a fare dei miglioramenti sia con un controllo più stringente sulla discrezionalità del proprio personale che con modifiche al prodotto, all’algoritmo.

Lobby FB

Pensare che Facebook fosse neutrale è di una tale ingenuità che se non fosse preoccupante sarebbe persino divertente vedere come sia stato necessario questo “scandalo” per far emergere quanto avrebbe dovuto essere evidente a chiunque da sempre. Altrettanto ingenuo, diciamo, l’approccio fideista nella tecnologia che avrebbe voluto il solo algoritmo più neutrale dell’intervento umano. In caso di dubbi l’andamento delle spese per azioni di lobby, che negli USA nel rispetto di alcune regole sono legali, mostrate nel grafico sopra riportato credo possa essere elemento di rimozione di ogni perplessità al riguardo.

Che i social, a cominciare da Facebook ovviamente, non siano piattaforme di distribuzione lo vado dicendo da qualche mese. Credo che la questione dei trending topics e del ruolo attribuito anche a 13 fonti d’informazione del nostro Paese, della quali mancando tale caratteristica non se ne capisce il significato peraltro, possano sancire definitivamente che ruolo e valore dei social non stanno nell’essere canali di distribuzione se non in maniera estremamente marginale, accessoria rispetto ad altre potenzialità.

Facebook, e sempre più anche gli altri social con, ad esempio, Discover di Snapchat e Moments di Twitter, sono in una fase di evoluzione che già comprende non essere solo canali di distribuzione ma anche ambiti di “curation”, volendola vedere in termini positivi, di selezione per il proprio pubblico di riferimento di quello che è, o si ritiene essere, d’interesse.

Se questo è lo stadio attuale in prospettiva, come già intrapreso con Instant Articles ma anche con i video nativi premiati nella portata, “ospitano” i contenuti e li monetizzano. I due schemi sottostanti, pur nella loro semplicità, lo evidenziano chiaramente [da leggere assolutamente la “trilogia di Tony Haile sulla questione: qui, qui, qui].

New Mockup 2

Haile 3.2

Se, come d’abitudine, Jeff Jar­vis aggiunge mate­riale inte­res­sante al dibat­tito spiegando che: “piat­ta­forme come Face­book e Goo­gle dipen­dono da un eco­si­stema di con­te­nuti e non vogliono farne parte, per­ché li met­te­rebbe in con­flitto con lo stesso sistema”, che poi è sostanzialmente il senso della succitata risposta di Facebook, guarda caso, è l’approccio che, in particolare per le testate italiane è completamente da cambiare rispetto a quello avuto sin ora.

Le persone, anche nel nostro Paese, passano una grande quantità del loro tempo online sui social ed in particolare su Facebook. Noi, i giornali [ma complessivamente vale assolutamente anche per i brand in generale e non solo per i newsbrand], andiamo lì come una volta – è una metafora che uso spesso – andavamo al bar a incontrarli, a conoscerli. I social sono piattaforme di distribuzione del contenuto ma, soprattutto, luoghi di relazione con le persone. Dobbiamo capire bene chi sono, quali sono i loro interessi, le loro preferenze, per poi – continuando nella metafora – andare via dal bar per bere qualcosa insieme a casa nostra. Facebook è un bar, una piazza di paese dove incontrare persone, comprenderne interessi, motivazioni, aspirazioni e, soprattutto, dati, da interpretare correttamente per tradurli e renderli disponibili a casa propria, nel proprio sito, nei prodotti e nei servizi forniti.

Una “casa” dove vi saranno comunità d’interesse, anche di nicchia, aree di partecipazione e discussione sui temi di rilevanza per il lettore, per le persone.

I social NON sono piattaforme di distribuzione. Mettetevelo, mettiamocelo, bene in testa. Repetita iuvant, spero.

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ChartaMente http://www.datamediahub.it/2016/05/24/chartamente-64/ http://www.datamediahub.it/2016/05/24/chartamente-64/#respond Tue, 24 May 2016 05:45:02 +0000 http://www.datamediahub.it/?p=148783 I dati aggiornati a fine 2015 dell’utilizzo dell e-government da parte delle imprese. Le attività considerate nei rapporti online con la PA sono le seguenti: Adempimenti e procedure per il lavoro [INPS/INAIL], Dichiarazione dei redditi [...]

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I dati aggiornati a fine 2015 dell’utilizzo dell e-government da parte delle imprese.

Le attività considerate nei rapporti online con la PA sono le seguenti: Adempimenti e procedure per il lavoro [INPS/INAIL], Dichiarazione dei redditi dell¿impresa, Dichiarazione IVA, Sportello Unico per le Attività Produttive [permessi di costruire, dichiarazione di inizio attività, ecc.], Adempimenti e procedure in materia edilizia, Dichiarazioni doganali [dazi, accise], comunicazioni Intrastat, Partecipazione a gare d’appalto e bandi on-line della PA, Utilizzo della fatturazione elettronica con la PA, Utilizzo della PEC per interagire con la PA.

La peggiore delle regioni è la Campania mentre la più virtuosa è il Friuli Venezia Giulia. Se si considera quanto ampia sia la definizione succitata di e-government secondo i parametri dell’Istat, c’è poco da stare allegri con oltre il 30% delle imprese che non hanno alcun rapporto digitale con la PA. EGov Imprese

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Rapporto sul Giornalismo Digitale Locale & Iperlocale in Italia http://www.datamediahub.it/2016/05/23/rapporto-sul-giornalismo-digitale-locale-iperlocale-in-italia/ http://www.datamediahub.it/2016/05/23/rapporto-sul-giornalismo-digitale-locale-iperlocale-in-italia/#respond Mon, 23 May 2016 08:30:27 +0000 http://www.datamediahub.it/?p=148392 Il gruppo di lavoro del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, con il quale collaboro come consulente da tre anni, ha prodotto, anche grazie al supporto di Anso, l’Associazione degli editori online, il “Rapporto sul Giornalismo Digitale [...]

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Il gruppo di lavoro del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, con il quale collaboro come consulente da tre anni, ha prodotto, anche grazie al supporto di Anso, l’Associazione degli editori online, il “Rapporto sul Giornalismo Digitale Locale e Iperlocale”.

Il report, frutto di oltre sei mesi di lavoro, è il seguito della precedente ricerca sul giornalismo e l’editoria digitale in Italia, sempre a cura dello stesso gruppo di lavoro, e si focalizza, come dice il nome stesso, sul giornalismo digitale “nativo”, non collegato a testate cartacee o emittenti radiotelevisive, locale ed iperlocale, per comprenderne le dinamiche. La ricerca ha come appendice un focus, attraverso interviste personali, su problemi ed opportunità della professione di foto-reporter.

Il questionario che abbiamo sottoposto al mondo del giornalismo digitale ‘’diffuso’’ è stato compilato da 79 testate italiane. Si tratta di circa il 6% delle 1300 testate giornalistiche online operanti in Italia, secondo le valutazioni di Anso. Undici di esse [il 14% del campione] hanno dichiarato un fatturato superiore ai 100.000 euro annui e solo tre di esse fanno capo a editori che pubblicano anche quotidiani cartacei. Un campione relativamente ristretto dunque, ma che – a nostro parere – offre comunque una serie di spunti interessanti, da cui si potrebbe partire per approfondire l’esame dello sviluppo e dei problemi del giornalismo e dell’editoria digitale in Italia.

Dai risultati della ricerca emerge incertezza, poche risorse e scarsa attenzione da parte delle istituzioni al giornalismo online e ancor meno, se possibile, a quello locale e iperlocale. Una fotografia tanto puntuale quanto impietosa della situazione attuale, delle prospettive e dei, tanti, nodi da scogliere.

L’imprenditore combatte con i conti che non tornano per la pubblicità insufficiente e con la paura delle cause che possono arrivare dai dipendenti se i contratti non sono sufficientemente “blindati”. Il dipendente da un lato si gode l’avventura di un lavoro che quando dà soddisfazioni non ha nulla da invidiare alle altre testate, anzi, ma è talmente legato alle oscillazioni del mercato che ritrovarsi per strada può essere un attimo. Insomma, sintetizzano in coro i protagonisti dell’ editoria online che abbiamo interpellato, “siamo soli, vogliamo un nostro contratto e delle leggi che finalmente ci tutelino”.

Dal canto mio una sola considerazione [*] prima di lasciarvi alla lettura integrale del rapporto. Il giornalismo locale ed iperlocale da sempre, da ben prima dell’avvento della Rete, vive della comunità che deve ancor prima che narrare rappresentare. Vedendo i dati sulla presenza social delle 79 testate esaminate è evidente che su questo fronte ben poco è stato fatto.

VENEZIA  30/04/16 - Alta Marea del 1/12/2009. Edicolante trasporta giornali. ©Andrea Pattaro/Vision
                                                                                                       Image Credits: ©Andrea Pattaro/Vision

[*] In attesa di un confronto più allargato in occasione della presentazione della ricerca prevista per il 24/6 venturo

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ChartaMente http://www.datamediahub.it/2016/05/23/chartamente-63/ http://www.datamediahub.it/2016/05/23/chartamente-63/#respond Mon, 23 May 2016 05:45:42 +0000 http://www.datamediahub.it/?p=148377 Istat ha aggiornato i 303 indicatori territoriali per le politiche di sviluppo. Nella massa di dati disponibile sono andato a pescare quelli relativi alla partecipazione sociale in Rete. Se si considera che, secondo i dati [...]

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Istat ha aggiornato i 303 indicatori territoriali per le politiche di sviluppo. Nella massa di dati disponibile sono andato a pescare quelli relativi alla partecipazione sociale in Rete.

Se si considera che, secondo i dati Istat a fine 2015 erano oltre 34 milioni gli italiani che hanno utilizzato Internet negli ultimi 12 mesi, e che secondo i dati Audiweb la total digital audience a marzo 2016 è rappresentata da 28.3 milioni di utenti unici nel mese e 21.4 milioni nel giorno medio, coloro che usano la Rete per parlare di temi sociali e/o politici è da sempre una minoranza.

Dopo l’esplosione del 2012 coloro che su Internet parlano di temi sociali e/o politici è in netto calo e a fine 2015 i maggiori di 6 anni che negli ultimi tre mesi hanno usato il Web per questa finalità è di circa un quinto del totale degli utenti.

Se consideriamo inoltre che il solo Facebook ha circa 25 milioni di utenti attivi nel giorno medio in Italia, è chiaro che il livello di partecipazione sociale effettivo è di gran lunga inferiore a quello erroneamente percepito, come dimostrato chiaramente dall’ultimo #Matteorisponde che raccoglie 309.000 visualizzazioni, una quota minima rispetto alle persone attive su Facebook, e più in generale in Rete, a quell’ora del giorno.

Sono dati che da un lato forniscono spunti di riflessione per selezionare i temi di community management e, dall’altro lato, sanciscono che le teorie sulla democrazia elettronica [ed affini] sono decisamente aleatorie. Regolatevi, regoliamoci, di conseguenza.

Partecipazione Sociale in Rete

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Una sele­zione ragio­nata delle noti­zie di oggi su media, gior­na­li­smi e comu­ni­ca­zione da non per­dere. Gli altri giorni della settimana que­sta rubrica è parte inte­grante di Wolf e dun­que viene pub­bli­cata gra­tui­ta­mente solo il venerdì. Se non volete per­der­vela potete abbonarvi a con­di­zioni straordinariamente favorevoli.

  • Editoria: Un’Era Glaciale più che una Tempesta – AgenSir, organo d’informazione della CEI, analizza in maniera tanto spietata quanto puntuale lo scenario di riferimento dell’ex industria dell’informazione anche alla luce delle recenti concentrazioni e lotte di potere. Il pezzo si chiude affermando che: “La carta rimarrà, così come sono rimasti i libri dopo la rivoluzione degli e-book. Ma, tra una lacrima e l’altra, comunque serve una profonda revisione del prodotto editoriale. La cosa scioccante non è la disaffezione, ma quanto questa sia repentina. Se un giornale viene abbandonato in un amen, forse è anche perché era diventato più un’abitudine che un piacere o un bisogno. E per fare buoni prodotti editoriali occorrono ottimi giornalisti con preparazione adeguata, cultura e idee valide. La mediocrità non paga più”. Applausi!
  • Spark – Adobe lancia Spark, suite di app che consente sia da PC che da mobile di creare e condividere contenuti visivi quali post per i social, grafici, video e molto altro ancora. Adobe Spark è completamente gratuito ed è già disponibile anche per iOS. Interessante e utile.
  • Stronzate – IL, mensile del Sole 24 Ore, nel numero in edicola oggi venerdì 20 maggio dedica la storia di copertina allo scenario presente e futuro che si apre davanti al mondo dei giornali. Due gli spunti che rendono assolutamente meritevole recarsi dal vostro giornalaio di fiducia stamani. “Nessun media è stato mai ucciso da un altro media. La radio non ha ucciso la carta stampata, la tv non ha ucciso la radio, il web non ha ucciso né la radio né la tv. La stampa ha un futuro a patto che abbia un forte brand con cui monetizzare e diversificare, dall’editoria agli eventi” spiega il banchiere ed editore francese Pigasse. Affermazioni a cui fanno eco quelle di Joshua Topolsky, co-fondatore del sito The Verge e di Vox Media, che senza tanti giri di parole sostiene che: “Ma il vero problema dell’editoria è che si producono stronzate. Un mare di stronzate. Stronzate di bassa lega che non interessano nessuno. E, questo, mentre un pubblico sempre più consapevole, sempre più connesso e anche capace di cambiare idea non riesce a trovare altro che questa robaccia. E non la vuole. Vuole roba buona, che andrà a trovare altrove e che addirittura pagherà per averla”. Correte in edicola, leggete e meditate.
  • Più Newsletter per Tutti – Il servizio di “social news” Nuzzel lancia il “primo network di newsletter”. L’idea è assolutamente diversa da quella fornita da altri servizi quali, uno per tutti, MailChimp. Infatti l’accento viene posto non sulla parte grafica, sui template, ma sui contenuti che vengono aggregati automaticamente sulla base del proprio [social] network. Da testare.
  • Da Provare a Casa – Il 9 marzo scorso The Sun, il famoso tabloid scandalistico inglese, ha pubblicato a tutta pagina il titolo secondo il quale la Regina sarebbe stata favorevole alla Brexit. Ora The Independent Press Standards Organisation ha sentenziato che l’headline era “fortemente fuorviante”. Mi piacerebbe tanto che succedesse anche in Italia con certi titoli che definire fuorvianti è davvero un eufemismo.
  • Le Bufale più Cercate in Rete – Gli italiani credono scie chimiche e rettiliani. E chiedono a Google. TrueNumbers ha pubblicato l’elenco delle bufale più cercate in Rete nel periodo Maggio 2015 – Aprile 2016. A digitare “scie chimiche” sono 14.800 persone ogni mese, mentre le pagine dedicate all’argomento sono addirittura 476 mila.  I rettiliani, ovviamente, praticano il controllo mentale attraverso le scie chimiche e il microchip sottocutaneo e stanno dietro al progetto Monarch , al gruppo Bilderberg e al signoraggio bancario. Su questi personaggi fanno ricerche 8.100 persone al mese. Sigh!
  • Influencers vs. Celebrities – Parlando di influencer marketing si confonde spesso ruolo e significato degli influencer rispetto alle celebrities, ai testimonial. La differenza, al di là di ogni altra possibile considerazione, sta nel fatto che i testimonial portano esposizione mentre gli influencer, se ben selezionati e coinvolti rispetto all’obiettivo, portano “peso”, portano la credibilità che i testimonial non sono più in grado di fornire. Sapevatelo.

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