DataMediaHub http://www.datamediahub.it L'informazione sui media come non l'avete mai vista Tue, 09 Feb 2016 09:30:10 +0000 it-IT hourly 1 La Social Media InAbility delle Aziende Italiane http://www.datamediahub.it/2016/02/09/la-socialmedia-inability-delle-aziende-italiane/ http://www.datamediahub.it/2016/02/09/la-socialmedia-inability-delle-aziende-italiane/#respond Tue, 09 Feb 2016 09:30:10 +0000 http://www.datamediahub.it/?p=121692 Presentati pochi giorni fa i risultati della ricerca Osservatorio sulla SocialMediAbility delle Aziende Italiane, giunta alla sua quarta edizione. L’indagine, promossa e realizzata dall’Executive Master in Social Media Marketing & Digital Communication, ha continuato il monitoraggio avviato nel 2010 del panel di 720 aziende italiane, appartenenti a 6 diversi settori: alimentare, arredamento, banche, hospitality, moda Read More

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Presentati pochi giorni fa i risultati della ricerca Osservatorio sulla SocialMediAbility delle Aziende Italiane, giunta alla sua quarta edizione.

L’indagine, promossa e realizzata dall’Executive Master in Social Media Marketing & Digital Communication, ha continuato il monitoraggio avviato nel 2010 del panel di 720 aziende italiane, appartenenti a 6 diversi settori: alimentare, arredamento, banche, hospitality, moda e, novità di quest’anno, aziende che, pur operando in settori diversi [manifattura, legno, gomma e plastica, metallurgia], sono accomunate da un modello di business di tipo B2B.

Le aziende prese in considerazione sono del Nord per il 53% del campione, Centro 27% e Sud 20%. Di piccola dimensioni 32%, media 33% e grande 34%; c’è quindi probabilmente una sotto rappresentazione delle piccole imprese che, come noto, costituiscono la stragrande maggioranza del tessuto economico italiano. Su quanto emerge c’è davvero molto su cui riflettere.

Un quarto delle imprese esaminate non ha un sito web, percentuale che sale al 33.2% per le aziende di piccole dimensioni e arriva al 46.3% per le imprese che operano nel B2B. Se le banche hanno quasi tutte una presenza in almeno un canale social, così non è nella moda con il 25% che non ha alcuna presenza sui social, percentuale che per le aziende alimentari passa al 32.7% per toccare l’80.2% nel B2B. Anche la dimensione aziendale, oltre al settore di appartenenza, sembra fare la differenza con le imprese di grandi dimensioni ad avere decisamente una maggior presenza sui social rispetto a medie e piccole.

la-socialmediability-delle-aziende-italiane-2016-22-638

Facebook regna sovrano anche in questo caso con il 79% delle aziende del campione che ha una presenza sul social network più popoloso del pianeta. Instagram, di cui tanto si parla, è presidiato da un terzo delle imprese. Solo il 5% ha invece un corporate blog e si scende al 1% per quanto riguarda forum o brand community.

Se sono già questi numeri che fanno tremare è nell’analisi qualitativa della presenza social che si tocca il fondo. Delle, poche, aziende B2B che hanno una presenza social nessuna, sottolineo nessuna, ha caricato almeno due post sulla propria fanpage nell’ultimo mese di attività, ma anche tra le banche il 13.3% ha creato una sua presenza ma nei fatti non è attiva, così come non sono attive il 18.4% delle aziende dell’alimentare, il 21.1% dell’arredamento e il 21.9% di quelle della moda. Anche per quanto riguarda Twitter le cose non vanno in maniera molto diversa, anzi.

Per aggregare in forma sintetica l’insieme dei dati raccolti sulle pratiche d’uso dei social media da parte di ciascuna delle aziende esaminate e dei relativi settori di attività presi nel loro insieme è stato messo a punto dal gruppo di ricerca l’indice di SocialMediAbility. Indice che sintetizza un numero elevato di variabili, sia quantitative che qualitative, in base a cinque dimensioni: orientamento, gestione, caring, reachness e general engagement. In base a questi parametri le aziende che usano almeno un social, in una scala di valori da 0 a 10, ottengono uno score generale di 4 con quelle che operano nel B2C a 4.2 e quelle del B2B a 3.2.

Insomma se i social sono un fenomeno ampiamente consolidato, seppur in costante evoluzione, per molte aziende non pare avere senso esservi presenti ed ancor meno presidiare i canali con continuità ed in maniera adeguata. Nel 2016 la social media inability delle imprese italiane è un dato di fatto.

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ChartaMente http://www.datamediahub.it/2016/02/09/chartamente-8/ http://www.datamediahub.it/2016/02/09/chartamente-8/#respond Tue, 09 Feb 2016 06:45:34 +0000 http://www.datamediahub.it/?p=120604 Continuiamo il filo del discorso intrapreso ieri su andamento vendite dei quotidiani con le visualizzazioni dedicate ai dati ADS e alla vendita della copie (cartacee+digitali) con due infografiche: la prima sulla differenza tra le vendite anno su anno prendendo come riferimento novembre 2015 e novembre 2014 per tutte le testate rilevate da ADS, la seconda è dedicata Read More

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Continuiamo il filo del discorso intrapreso ieri su andamento vendite dei quotidiani con le visualizzazioni dedicate ai dati ADS e alla vendita della copie (cartacee+digitali) con due infografiche: la prima sulla differenza tra le vendite anno su anno prendendo come riferimento novembre 2015 e novembre 2014 per tutte le testate rilevate da ADS, la seconda è dedicata alla variazione percentuale della medesimi valori.

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Pediatri, Unioni Civili & Media http://www.datamediahub.it/2016/02/08/pediatri-unioni-civili-media/ http://www.datamediahub.it/2016/02/08/pediatri-unioni-civili-media/#respond Mon, 08 Feb 2016 09:30:53 +0000 http://www.datamediahub.it/?p=120873 È stato un vero e proprio terremoto quello che mercoledì scorso ha travolto il dibattito sulle unioni civili, da tempo argomento di primo piano nei mezzi di informazione. All’improvviso accanto ai “no” dei cattolici più ostinati e della destra conservatrice ne è apparso uno autorevole e inaspettato: quello dei pediatri.  Tuttavia quel “no”, come un grande fuoco d’artificio, Read More

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È stato un vero e proprio terremoto quello che mercoledì scorso ha travolto il dibattito sulle unioni civili, da tempo argomento di primo piano nei mezzi di informazione. All’improvviso accanto ai “no” dei cattolici più ostinati e della destra conservatrice ne è apparso uno autorevole e inaspettato: quello dei pediatri.  Tuttavia quel “no”, come un grande fuoco d’artificio, si è infiammato, incenerito e spento nel giro di poche ore, non senza lasciare conseguenze. Al di là delle valutazioni politiche, la vicenda appare alquanto singolare e più che arricchire il dibattito sull’omogenitorialità  mette in luce alcune aberrazioni che molto hanno a che fare con le regole e le pratiche dell’informazione. Ripercorro perciò le tappe di quel sisma.

Mercoledì pomeriggio, mentre al Senato procedevano gli interventi degli eletti sul testo di legge Cirinnà, le agenzie hanno battuto una notizia:  “Unioni civili: pediatri, danni sui bimbi” (Ansa.it, 16:56). Una dichiarazione esplosiva, che irrompeva con grande  enfasi (attorno alle 18 era l’apertura dei siti di Repubblica e Corriere) nell’aula in cui era in discussione la legge. Panico: chi avrebbe potuto votare a quel punto una legge definita senza incertezze da esperti come “dannosa per i bambini”?

In realtà quella notizia, e più ancora i titoli che la veicolavano, avevano non pochi problemi: il primo riguardava proprio Giovanni Corsello, presidente della Sip, acronimo che sta per Società italiana per la pediatria, un’associazione di categoria rispettabilissima e di lungo corso ma che non è la Fimp, cioè la federazione italiana dei medici pediatri, il sindacato di categoria a cui aderisce il 90% dei pediatri convenzionati con il servizio sanitario nazionale. La puntualizzazione non serve a togliere rilievo al profilo del presidente Corsello, semmai a sottolineare l’inappropriatezza della formula “il numero uno dei pediatri” usata da molte testate per riportare le sue dichiarazioni. Il punto di vista di Corsello era il punto di vista della Sip, in quanto tale assolutamente degno di attenzione, ma non rappresentativo dei numerosi professionisti che in Italia esercitano in quel campo. Primo abbaglio.

Ma cosa diceva esattamente Corsello? In un intervento pubblicato il 27 gennaio sul sito della Sip con il titolo “Stepchild adoption, no a scelte ideologiche”, il presidente, tra le altre cose, scriveva:   “Non è infatti scontato che avere due genitori dello stesso sesso non abbia ricadute negative sui processi di sviluppo psichico e relazionale nell’età evolutiva.”

Insomma, non è scontato che non succeda. Ma che significa? Succede? Non succede? Queste domande portano dirette al secondo abbaglio: quel “danni a bambini” lanciato nei titoli era lontano anni luce dall’arzigogolato calcolo dell’improbabilità del professor Corsello e non ne rappresentava in alcun modo la sintesi. L’esperto quei danni non li escludeva ma non riusciva neanche a prevederli. Ogni parola oltre era perciò una forzatura.

Ma anche il punto di vista di Corsello, a ben guardare,  ha qualcosa che non va. A sottolinearlo è (tra gli altri) Elena Cattaneo, scienziata e senatrice a vita: “Senza voler entrare nel merito delle evidenze scientifiche a fondamento delle dichiarazioni del dottor Corsello, stupisce la costruzione della frase priva di un significato ‘scientifico’, nella misura in cui è indimostrabile in astratto che qualcosa non possa avvenire, dovendosi al contrario, con dati empirici alla mano, dimostrare che l’effetto indesiderato si è realizzato”. Insomma: alla scienza spetta dimostrare che una cosa accade, non che non possa accadere. Makkox, a Gazebo, coglie perfettamente il punto messo in evidenza dalla Cattaneo.

Va detto che il dottor Corsello in realtà aveva già espresso il suo punto di vista in materia in almeno un’altra occasione, sempre in maniera un po’ complicata: nel febbraio 2013 (grazie al collega Giovanni Stinco per averlo segnalato) Corsello commentava una sentenza della Corte di Cassazione a favore di una famiglia omogenitoriale, definendo in maniera molto rigida i contorni di quel pronunciamento, cioè mettendo in chiaro che non si trattava di  “un pronunciamento a favore di una legge per le adozioni gay ma  la valutazione di un caso concreto”. Corsello argomentava: “Che due soggetti omosessuali possano garantire ad un bambino affettività e standard educativi in linea con uno sviluppo normale non è in discussione e su questa base poggia la sentenza della Corte di Cassazione. Ciò che risulta rischioso e inutile è un dibattito teso a promuovere situazioni simili come assolutamente fisiologiche. Non si può infatti negare, sulla base di evidenze scientifiche e ragionamenti clinici, che una famiglia costituita da due genitori dello stesso genere può costituire un fattore di rischio di disagio durante l’infanzia e l’adolescenza, quando il confronto con i coetanei e le relative ricadute psicologiche, diventano elemento decisivo sul piano  relazionale”. Non si può negare che una famiglia omogenitoriale possa originare un disagio: suona familiare? È il già citato “non è detto che non succeda” che Corsello sembra utilizzare con una disinvoltura un po’ sospetta per il suo profilo di scienziato.

Dopo il clamore delle prime ore la notizia dell’attacco dei pediatri alla stepchild adoption ha iniziato a smontarsi: Bufale.net addirittura  mette in evidenza alcuni ritocchi alla notizia nel sito Repubblica.it. All’indomani è stato interessante osservare i tagli scelti dalle diverse testate per dare la notizia: per il Corriere “Pediatri divisi” nel titolo di apertura a pagina 8, per il Sole 24 Ore poche righe in fondo a un pezzo, non richiamate in nessun elemento del titolo; La Stampa ne dà notizia nel catenaccio a pagina 6: “I pediatri: non esclusi effetti negativi per i figli di gay”e Il Messaggero ci apre pagina 9 “I pediatri: adozioni gay rischiose/ Ma psichiatri e psicologi: è falso”. La più curiosa però è la scelta di Repubblica, che  con quella notizia apre il giornale: “Adozioni gay, esperti divisi” è il titolo e sotto “Unioni civili, il presidente dei pediatri critica la legge: i figli possono soffrire”.  All’interno in un’intervista dal titolo “Avere genitori dello stesso sesso causa diversità” lo stesso Corsello scandisce: “Per me va bene la stepchild adoption, ma nel caso di nuove adozioni prevederei dei meccanismi di valutazione più stringenti”. Perbacco! Ma se Corsello non ha perplessità sulla stepchild adoption, bensì sull’adozione (non prevista dalla legge in discussione) perché Repubblica ci racconta di un attacco del pediatra al testo di legge?

titoli

A chiusura di questa epopea è necessario puntualizzare che dopo le dichiarazioni di Corsello sono intervenuti, nelle ore e nei giorni successivi, numerosi esperti, dando pareri di segno opposto. Ha preso parola anche Giampietro Chiamenti, presidente della Fimp: “nessuno può parlare in nome e per conto dei pediatri italiani”, ha messo in chiaro. Lo stesso Corsello ha aggiunto al suo post originale una precisazione (“Stepchild adoption, Corsello: non rischiosa di per sé, valutare caso per caso”) e successivamente, intervistato da radiopopolare, ha ribadito di essere a favore della “regolarizzazione” delle situazione già esistenti (cioè la stepchild adoption) e ha detto che le sue dichiarazioni sono state “semplificate”. Attenzione: nella sua intervista Letizia Mosca domanda anche a Corsello se si è chiesto come mai le sue dichiarazioni siano state lanciate proprio in quel momento. Ma il dottore non conosce risposte esaustive: “Quelle dichiarazioni erano on line da una settimana, non so perché quel giorno qualcuno le abbia pescate”.

A fiamme domate, dal punto di vista dell’informazione occorre porsi una domanda: le persone che in quei giorni sono state raggiunte da questa notizia, come la sintetizzerebbero? Probabilmente molti utilizzerebbero il primo titolo, cioè  “i pediatri contro le adozioni gay: dannose per i bimbi”. E se facciamo qualche tentativo di ricerca per parole chiave con google ci appare chiaro che anche la rete “ricorda” la notizia per come era uscita immediatamente. L’informazione, insomma, ha prodotto disinformazione, cioè moltissimi link  di articoli che dicono cose che altrove sono state smentite, ridimensionate, ritrattate. Potremmo addirittura dire che abbiamo assistito alla nascita di una bufala, per quanto accidentale. E attenderci purtroppo che sarà longeva, come tutte le bufale.

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ChartaMente http://www.datamediahub.it/2016/02/08/chartamente-7/ http://www.datamediahub.it/2016/02/08/chartamente-7/#comments Mon, 08 Feb 2016 06:45:28 +0000 http://www.datamediahub.it/?p=120589 ChartaMente di oggi è dedicata alla visualizzazione del confronto vendita copie (carta+digitale) tra i tre maggiori quotidiani italiani: Corriere della Sera, Repubblica e Sole 24 Ore sula base dei dati ADS. La chart raccoglie lo storico dei 12 mesi dal novembre 2015 a novembre 2015. Il dataset dell’infografica può essere scaricato qui (Google Drive).  

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ChartaMente di oggi è dedicata alla visualizzazione del confronto vendita copie (carta+digitale) tra i tre maggiori quotidiani italiani: Corriere della Sera, Repubblica e Sole 24 Ore sula base dei dati ADS. La chart raccoglie lo storico dei 12 mesi dal novembre 2015 a novembre 2015. Il dataset dell’infografica può essere scaricato qui (Google Drive).

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Cosa Insegna la Debacle di LinkedIn http://www.datamediahub.it/2016/02/05/cosa-insegna-la-debacle-di-linkedin/ http://www.datamediahub.it/2016/02/05/cosa-insegna-la-debacle-di-linkedin/#comments Fri, 05 Feb 2016 07:45:06 +0000 http://www.datamediahub.it/?p=120132 Sono stati diffusi i risultati di LinkedIn relativi all’ultimo trimestre 2015 e le previsioni di chiusura dell’anno. Anche se i risultati sotto il profilo economico-finanziario sono stati addirittura superiori alle aspettative il titolo ha perso il 28% in funzione di previsioni per il 2016 tutt’altro che rosee. Come già emergeva dai dati del report “Trend 2016” Read More

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Sono stati diffusi i risultati di LinkedIn relativi all’ultimo trimestre 2015 e le previsioni di chiusura dell’anno. Anche se i risultati sotto il profilo economico-finanziario sono stati addirittura superiori alle aspettative il titolo ha perso il 28% in funzione di previsioni per il 2016 tutt’altro che rosee.

Come già emergeva dai dati del report “Trend 2016” di GlobalWebIndex infatti, il rapporto tra iscritti al social network professionale per eccellenza e coloro che sono effettivamente attivi è davvero scarso. Se GWI riportava un rapporto di due ad uno, il dati ex-factory mostrano addirittura un rapporto di quattro ad uno tra iscritti e membri attivi, tracciando un quadro ancor più negativo.

Members LinkedIn

Come mostra il grafico sopra riportato, anche se il numero di iscritti al social network continua a crescere le persone effettivamente attive cala, come conferma anche il calo, altrettanto, delle pagine viste.

Insomma, le persone, credo, immaginano che LinkedIn sia una sorta di piazza virtuale dove affiggere semplicemente il proprio profilo professionale per cogliere delle occasioni e dunque dopo l’iscrizione non lo utilizzano o lo usano davvero poco.

È un fenomeno che, seppur in assenza di dati specifici a supporto, ritengo riguardi anche la stragrande maggioranza delle aziende, dei brand e che sotto questo profilo è vero e valido anche per la presenza corporate sugli altri social. Le imprese si costruiscono una casetta, a volte una tenda altre volte una villa [spero la metafora renda], ma vi restano arroccate al suo interno senza frequentare ed ingaggiare una relazione al di fuori di questa.

La logica è la stessa di chi, come singolo individuo, appone il suo CV su LinkedIn ed attende fortuna. Se non c’è frequentazione, se non esiste una relazione che sia di mutua soddisfazione, se, come molto spesso accade, non vi è, come si suol dire, “conversazione”, viene solo, appunto, piantata una bandierina che spesso resta fine a se stessa.

Certo, per farlo ci vogliono risorse umane ed economiche, ma troppo spesso i brand queste le usano per comprare social ads [o altri format di presenza pubblicitaria tradizionale in Rete], fondamentalmente, al di là di ogni altra possibile considerazione, per assenza di cultura manageriale ed organizzativa.

La debacle di LinkedIn, i cui iscritti rappresentano in buona parte quella fetta di management e professional che dovrebbe guidare il cambiamento ed invece si limita, come detto, ad affiggere il proprio profilo professionale, ci insegna quanto ampio sia ancora il gap da colmare in tal senso. In caso di necessità di conferma andatevi a guardare le pagine LinkedIn, ma anche Facebook, di molte agenzie di comunicazione e/o di PR [o sedicenti tali, ovviamente].

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Messaging App Engagement http://www.datamediahub.it/2016/02/04/messaging-app-engagement/ http://www.datamediahub.it/2016/02/04/messaging-app-engagement/#respond Thu, 04 Feb 2016 09:30:32 +0000 http://www.datamediahub.it/?p=119833 Non vi è dubbio che le app di social messaging, che da fine 2014 hanno sorpassato i social network, siano la prossima frontiera della conversazione e della relazione tra [news]brand e persone. WhatsApp sorpassa il miliardo di utenti attivi nel mese. Sono 42 miliardi i messaggi scambiati, 1.6 miliardi le foto inviate e 250 milioni Read More

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Non vi è dubbio che le app di social messaging, che da fine 2014 hanno sorpassato i social network, siano la prossima frontiera della conversazione e della relazione tra [news]brand e persone.

WhatsApp sorpassa il miliardo di utenti attivi nel mese. Sono 42 miliardi i messaggi scambiati, 1.6 miliardi le foto inviate e 250 milioni di video che ogni giorno passano per la app di social messanging e Zuck ovviamente gongola. Ma, come sempre avviene, non tutto è oro quel che luccica, infatti nella fascia di età 16-24 anni Snapchat ha il doppio di utenti rispetto a WhatsApp.

Ovviamente uno dei fattori da tenere in considerazione è anche il timing, elemento su quale Nielsen fornisce dati che possono confortare sulle scelte da effettuare in tal senso.

A comprendere meglio il fenomeno e le sue reali dimensioni nell’ormai articolato mondo di quelle che una volta erano semplicemente applicazioni di messaggistica istantanea e che nel tempo stanno sempre più diventando simili, per un verso o per l’altro, ai social network, come è, ad esempio, il caso di Snapchat e WeChat, arriva il report [richiede registrazione] di GlobalWebIndex sul tema.

Fuori dalla Cina sono Messenger e WhatsApp, entrambe di Zuckerberg & Co. come noto, a dominare. Tra le app monitorate da GWI l’unico vero contendente ai due leader del mercato sembra essere Skype mentre le altre hanno una frequenza di utilizzo, ed una penetrazione, decisamente ben più contenuta. Telegram, che avrebbe dalla sua, in chiave di comunicazione d’impresa, una miglior gestione dei gruppi, canali con minori limiti ed altro, attualmente ha una diffusione troppo bassa per renderlo un prodotto interessante da questo punto di vista.

Messenger & WhatsApp Dominano

La mappa sottostante conferma quanto riportato nel paragrafo precedente. In Asia domina WeChat ma se si esclude la Cina il leader torna ad essere Messenger con una penetrazione del 40% della popolazione online di questo continente che lo usa, almeno, mensilmente.

Messanging Apps per Continente

Il 70% degli utilizzatori di WhatsApp lo usa per mandare delle foto, percentuale di gran lunga superiore rispetto a quanto avvenga per chi usa Snapchat e/o Messenger.

Circa un quinto degli utenti di WhatsApp e Messenger ha ricevuto un messaggio da un brand nell’ultimo mese. Dato che fornisce la dimensione del fenomeno in chiave di comunicazione d’impresa. Anche per quanto riguarda Snapchat il panorama non cambia con una persona su cinque che ha iniziato a seguire un brand negli ultimi 30 giorni.

Anche se complessivamente Messenger ha un utilizzo superiore a  WhatsApp, quest’ultimo è imbattibile per frequenza di utilizzo. Dinamica che, come mostra l’infografica sottostante, è trasversale a tutte le fasce di età.

Frequenza Utilizzo WhatsApp & Messenger

Per quanto riguarda specificatamente l’Italia i quattro grafici di sintesi sotto riportati mostrano l’utilizzo dei tre leader a livello mondiale e, stante la particolare attenzione per il mondo dell’informazione, quella di Snapchat.

Nel caso del nostro Paese la classifica generale mostrata nel primo grafico si ribalta e a dominare, con un utilizzo maggiore di 14 punti percentuali sul totale della popolazione online e di 10 punti percentuali per la fascia di età 16-24 anni, è WhatsApp. Seguono Messenger e Skype. Come già detto da non sottovalutare nel segmento degli adolescenti Snapchat che a fronte di un utilizzo da parte solamente del 2% degli italiani online, nel segmento 16-24 anni arriva al 15%, percentuale non risibile di cui tenere conto per raggiungere questo segmento.

Credo che gli elementi generali per una riflessione di fondo sul fenomeno siano ora disponibili. Buon lavoro.

Messenger x Nazione

WhatsApp x Nazione

Skype x Nazione

Snapchat per Nazione

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ChartaMente http://www.datamediahub.it/2016/02/04/chartamente-6/ http://www.datamediahub.it/2016/02/04/chartamente-6/#respond Thu, 04 Feb 2016 06:45:03 +0000 http://www.datamediahub.it/?p=118713 Continuiamo  con i dati Istat recentemente pubblicati analizzando l’utilizzo di Internet nel nostro Paese. Nel 2015 il 40.3% degli italiani usa quotidianamente la Rete [era il 36.9% nel 2014]. Il dato permette di verificare quanto sia la navigazione abituale in Rete da mobile ponendolo a confronto con i dati di utilizzo giornaliero del PC pubblicati Read More

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Continuiamo  con i dati Istat recentemente pubblicati analizzando l’utilizzo di Internet nel nostro Paese.

Nel 2015 il 40.3% degli italiani usa quotidianamente la Rete [era il 36.9% nel 2014]. Il dato permette di verificare quanto sia la navigazione abituale in Rete da mobile ponendolo a confronto con i dati di utilizzo giornaliero del PC pubblicati ieri.

In generale gli italiani che usano il Web sono il 60.2%, pari a  34.4 milioni di persone, [57.3% nel 2014] ma di questi 11.5 milioni non lo utilizzano ogni giorno.

Sono il 58.3% degli occupati ad usare la Rete quotidianamente, percentuale che scende al 54% per chi è in cerca di prima occupazione, al 47.4% per lavoratore in proprio o co.co.co ed al 43.8% per disoccupato alla ricerca di nuova occupazione.

Ci sono 19.8 milioni di italiani che non usano mai Internet e, evidentemente, non sono solo anziani, ubriachi e vagabondi ad essere analfabeti.

Uso Quotidiano Internet

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Facebook & Click Baiting http://www.datamediahub.it/2016/02/03/facebook-click-baiting/ http://www.datamediahub.it/2016/02/03/facebook-click-baiting/#respond Wed, 03 Feb 2016 10:00:49 +0000 http://www.datamediahub.it/?p=119327 News Feed is the new Google Penguin. Mi perdonerete la battuta, ma la quantità di ipotesi e paranoie che generano i vari aggiornamenti algoritmici dei principali player sul web è sempre degna di nota. Non temete, non siamo ai livelli drammatici di quando fu decurtata la portata organica dei post. Si tratta solo di piccole e Read More

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News Feed is the new Google Penguin. Mi perdonerete la battuta, ma la quantità di ipotesi e paranoie che generano i vari aggiornamenti algoritmici dei principali player sul web è sempre degna di nota.

Non temete, non siamo ai livelli drammatici di quando fu decurtata la portata organica dei post. Si tratta solo di piccole e utili migliorie. Facebook negli ultimi anni ha fatto seguire diversi annunci, tutti più o meno orientati sempre verso e contro gli stessi obiettivi.

Due le finalità: migliorare la proposizione dei contenuti pertinenti e interessanti per l’utente e ridurre i contenuti di bassa qualità, a partire dalle pratiche di click baiting per arrivare alle bufale. E’ ormai un ritornello che va avanti da un po’, seppur i risultati, a dirla tutta, soprattutto rispetto alla battaglia del click baiting non si siano ancora visti.

Tutt’altro discorso è il dibattito sul quanto e perché il click baiting sia una pratica scorretta. Come fa Facebook a selezionare ciò che ci interessa? In principio si è puntato molto sulle nostre interazioni palesi, arrivando quindi a stabilire sulla base dei nostri like, delle nostre condivisioni, dei commenti e delle pagine di cui diventavamo fan, quali potessero essere le categorie tematiche di nostro interesse e quindi le relative pagine associate.

Successivamente, con tanto di pubblico annuncio sulla newsroom, si è provveduto a gremire questo algoritmo del criterio dei tempi di lettura, sulla base della concezione per cui esistono molti utenti che seppur non interagiscano palesemente coi contenuti, destinando a questi molto tempo di consultazione è come se ne esprimessero l’interesse. La logica non fa una piega, ma potrebbe non bastare, o comunque Facebook sembra puntare a qualcosa di più efficace.

A questo punto iniziano a balenare sulla home del social network piccole finestrine in cui si chiede di aiutare Facebook a offrirti i contenuti migliori, aprendo delle finestre che mettono in contrapposizione diverse pagine a cui hai già dato la tua adesione, chiedendoti di scegliere quale delle due potresti preferire. E’ il primo passo dall’automatizzazione algoritmica alla partecipazione dell’utente, in prima persona.

L’ultimo step, che passa dall’automatizzazione totale alla partecipazione attiva dell’uomo è quanto pubblicato  nella newsroom.

Facebook ha chiesto, e sta chiedendo, a un corposo campione di persone di votare quanto ha trovato interessante determinati contenuti, con il vecchio metodo delle 5 stellette, costruendo per ciascun utente una classifica di gradimento tematica. Così facendo si riesce ad ottenere un feedback anche da coloro che solitamente non interagiscono con le consuete meccaniche di interazione.

Questi utenti sarebbero, ma sembra abbastanza ovvio, più felici della loro esperienza su Facebook quando i contenuti a cui sono interessanti sono ritrovabili nella parte alta del newsfeed.

L’obiettivo di Facebook sembra essere, come sempre, quello di migliorare l’esperienza di navigazione del social network, ma anche di trovare modo e sprono di portare anche gli utenti meno attivi ad interagire coi contenuti. Non a caso il post ufficiale si conclude con rassicurazioni per le pagine e un’esortazione al coinvolgimento del pubblico, mediante call to action, linkando alla pagina delle best practices.

Abstract background on risk business concept, metaphor to small fish being in danger among many hooks.

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ChartaMente http://www.datamediahub.it/2016/02/03/chartamente-5/ http://www.datamediahub.it/2016/02/03/chartamente-5/#respond Wed, 03 Feb 2016 06:45:04 +0000 http://www.datamediahub.it/?p=118698 Istat ha pubblicato i dati delle persone di 3 anni e più per utilizzo del personal computer e frequenza di utilizzo. Ho preso in considerazione la tendenza esclusivamente di coloro che usano il PC tutti i giorni. Il dato, nonostante, fortunatamente, il trend di crescita, è davvero disarmante. Poco più di un terzo degli italiani usa Read More

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Istat ha pubblicato i dati delle persone di 3 anni e più per utilizzo del personal computer e frequenza di utilizzo.

Ho preso in considerazione la tendenza esclusivamente di coloro che usano il PC tutti i giorni. Il dato, nonostante, fortunatamente, il trend di crescita, è davvero disarmante. Poco più di un terzo degli italiani usa un computer tutti i giorni.

Nel 2006 coloro che usavano il PC, con frequenza variabile da una o più volte alla settimana sino a qualche volta all’anno, erano il 41.4% della popolazione italiana, passati al 56.5% nel 2015. Quindi attualmente il 42.3% degli italiani non usa mai un personal computer.

Nella fascia da 6 a 10 anni il 46.5% attualmente, nel 2015, non usa mai il computer con buona pace di scuola e famiglia. Sigh!

Utilizzo Quotidiano PC

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I Trend Digital & Social in 7 Chart http://www.datamediahub.it/2016/02/02/i-trend-digital-social-in-7-chart/ http://www.datamediahub.it/2016/02/02/i-trend-digital-social-in-7-chart/#respond Tue, 02 Feb 2016 10:00:52 +0000 http://www.datamediahub.it/?p=119233 GlobalWebIndex ha pubblicato Trend 2016, corposo rapporto sulle tendenze attuali e future di digital e social prodotto grazie ad oltre 200mila interviste in 34 nazioni, Italia inclusa. Il report è liberamente scaricabile [previa registrazione], qui di seguito le infografiche che mi sono sembrate più significative, di maggior interesse. 1 – I Social più Utilizzati  Secondo GlobalWebIndex Read More

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GlobalWebIndex ha pubblicato Trend 2016, corposo rapporto sulle tendenze attuali e future di digital e social prodotto grazie ad oltre 200mila interviste in 34 nazioni, Italia inclusa. Il report è liberamente scaricabile [previa registrazione], qui di seguito le infografiche che mi sono sembrate più significative, di maggior interesse.

1 – I Social più Utilizzati 

Secondo GlobalWebIndex il 93% degli adulti online ha almeno un account social ed il 79% è attivo su una piattaforma social. È interessante notare come vi sia una sensibile differenza tra coloro che sono iscritti, chi visita ciascun social e, soprattutto, quale sia il gap con chi di questi poi ne fa un utilizzo attivo con tutti i principali social, ad esclusione di Facebook, che hanno sempre meno del 50% delle persone che postano contenuti.

Top 6 Social

2 – Tempo di Navigazione da Mobile

Quasi raddoppiato ovunque il tempo di fruizione di contenuti in Rete da mobile. Considerevoli le differenze per fasce d’età con coloro tra 16 e 24 anni che ne fanno un utilizzo quotidiano per 3.26 ore sino a meno di un’ora [58 minuti] per chi è tra i 55 ed i 64 anni.

Tempo Online da Mobile

3 – Fenomeno Snapchat

Snapchat è sicuramente il fenomeno del 2015 con la riconversione da app per sexting a piattaforma social con un occhio di riguardo, anche, per l’informazione. . Il grafico sottostante evidenzia come sia un canale di assoluto rilievo per raggiungere gli adolescenti. Nella fascia di età tra i 16 ed i 24 anni gli utilizzatori di Snapchat sono il doppio circa di quelli di WhatsApp.Fenomeno SnapChat

4 – Motori di Ricerca Vs Social

Per la ricerca di informazioni i motori sorpassano sempre i social ma nella fascia di età 16-24 anni il gap inizia ad essere davvero ridotto.

Motori Vs Social

5 – Sharing Ecomony

Leggendo i titoli dei giornali parrebbe che nell’ultimo lustro la sharing economy ha preso il sopravvento. A guardare i dati sotto riportati invece si vede come sia ancora appannaggio di una ristretta minoranza, un fenomeno emergente e non consolidato. Il nostro Paese è il terzo nella graduatoria di quelli che generano maggiori visite al sito di Airbnb che però complessivamente attira solamente il 3% degli internauti.

Airbnb Visite

6 – Social Commerce

Le potenzialità del social commerce non sembrano davvero straordinarie al momento. Colpisce in  particolare l’11% di Facebook ed ancor più il 15% di Messenger sul quale il social network più popoloso del pianeta sta puntando molto in tal senso. Con intenzioni di acquisto così risicate gli acquisti effettivi difficilmente supereranno il 5% nella più rosea delle previsioni.

Social Commerce

7 – Live Streaming

Con Facebook che da pochi giorni ha reso disponibili a tutti i live video diventa interessante capire quali siano i temi principali di attrazione per le persone. Dopo i video “divertenti” sono proprio le news l’interesse principale delle persone. Buono anche l’interesse per gli educational. Prendere nota, prego.

Live Streaming

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