Scenari Editoriali

Posted on 18 maggio 2015 by Pier Luca Santoro

Analisi SWOT Instant Articles

Il 12 mag­gio scorso, come noto, Face­book ha dato seguito alle indi­scre­zioni che erano tra­pe­late nell’ultimo mese lan­ciando Instant Arti­cles.

L’iniziativa, sep­pure di per se stessa non rap­pre­senti nulla di straor­di­na­ria­mente inno­va­tivo poi­ché da sem­pre vi è inter­me­dia­zione della distri­bu­zione dei con­te­nuti sia nel mondo edi­to­riale che in altri mercati/segmenti, ha fatto molto rumore con Peta­byte in Rete tra chi si schiera a favore e chi con­tro il soda­li­zio tra Face­book ed alcuni editori.

La ricerca su Goo­gle di Instant Arti­cles infatti resti­tui­sce, al momento della reda­zione di que­sto arti­colo, ben 305 milioni di risul­tati. Tra tutti segnalo Notes on the Sur­ren­der at Menlo Park e la visione del Media/Marketing Bureau Chief del Wall Street Jour­nal sul tema.

Per pro­vare a valu­tare nella maniera più serena ed ogget­tiva ho fatto la matrice swot, dal punto di vista degli edi­tori, dell’iniziativa.

Tra gli ele­menti interni nell’area dei punti di forza ho indi­vi­duato la capa­cità di gene­rare con­te­nuti di attua­lità rile­vanti che hanno un’ampia dif­fu­sione, come ben sa chiun­que abbia gestito la pagina Face­book di un quo­ti­diano e come, altret­tanto, risa­puto da Zuck & Co che altri­menti non si sareb­bero spinti ad offrire il 100% delle reve­nues pubblicitarie.

Sem­pre a livello di ele­menti interni, le debo­lezze sono l’assenza di un modello di busi­ness e le dif­fi­coltà che que­sto com­porta anche in ter­mini di ricerca di “scor­cia­toie” pur di otte­nere ricavi, una com­ples­siva scarsa capa­cità di inno­vare, un’organizzazione del lavoro set­to­riale, fram­men­tata, a due teste e la neces­sità di nuove pro­fes­sio­na­lità, assenti per quanto riguarda spe­ci­fi­ca­ta­mente la realtà italiana.

Le oppor­tu­nità sono rap­pre­sen­tate da un poten­ziale amplia­mento dell’audience, dall’annullamento dei costi di svi­luppo, dal for­nire un’esperienza di let­tura migliore, dalla gene­ra­zione di ricavi sup­ple­men­tari rispetto alla situa­zione attuale e dalla ces­sa­zione, final­mente, del click bai­ting poi­ché si è meno con­cen­trati sulla neces­sità di gene­rare click, traf­fico, al sito.

Le minacce invece sono su pro­prietà e gestione dei dati, nella migliore delle ipo­tesi mediata da Face­book, dal rischio del dele­gare ipso facto tutta l’area del mobile adver­ti­sing, da un poten­ziale appiat­ti­mento, per­dita ulte­riore d’identità del brand, da un potere nego­ziale che è sfa­vo­re­vole agli edi­tori, dalla costru­zione, dal favo­rire una Rete “Face­book– cen­trica” e dall’essere sog­getti agli stan­dard di Facebook.

A que­sti ele­menti si aggiunga che Instant Arti­cles non è una solu­zione che crea enga­ge­ment, che favo­ri­sce la rela­zione tra testate e pub­blico ma solo una ulte­riore forma di distri­bu­zione dei con­te­nuti, che esi­ste la con­creta pos­si­bi­lità, per restare alle testate che hanno ade­rito alla fase pilota, che il meme di Buz­z­feed sia sullo stesso piano dell’articolo del Natio­nal Geo­gra­phic o del NYTi­mes e, non ultimo, che gli inve­sti­tori per com­prare gli ads devono comun­que acqui­stare anche gli ads mobile di Face­book, un ulte­riore vin­colo da non tra­scu­rare in ter­mini di appeal della proposta.

Anche pon­de­rando il peso di cia­scuna varia­bile ed asse­gnando un peso spe­ci­fico mag­giore alle oppor­tu­nità pre­senti, non mi pare che sus­si­stano i pre­sup­po­sti per ade­rire alla pro­po­sta di Face­book, ad Instant Arti­cles. Come con­su­lente scon­si­glie­rei cal­da­mente di farlo.

SWOT Instant Articles

Bonus track i dati su come sono andati gli arti­coli del primo giorno

Posted on 14 maggio 2015 by Lelio Simi, Pier Luca Santoro

Tutto Quello che Avreste Voluto Sapere su RCS

E’ pas­sata poco più di una set­ti­mana dal discorso di inse­dia­mento del nuovo Diret­tore del Cor­riere della Sera. Discorso nel quale i rife­ri­menti al digi­tale, all’importanza di una “pre­senza orga­niz­zata e non casuale su tutti i social net­work” ed alla neces­sità di una rior­ga­niz­za­zione del lavoro che que­sto com­porta sono accom­pa­gnati da una sana dose di rea­li­smo sulla rile­vanza che con­ti­nua ad avere il gior­nale nella sua ver­sione car­ta­cea come [di]mostra la word cloud che abbiamo rea­liz­zato.

Word Cloud Fontana

Dopo l’inqua­dra­mento gene­rale effet­tuato in occa­sione del Festi­val Inter­na­zio­nale del Gior­na­li­smo, ini­ziamo oggi, par­tendo pro­prio da RCS Media­Group, un appro­fon­di­mento dedi­cato a cia­scuno dei prin­ci­pali player dell’editoria nostrana.

Il primo gra­fico illu­stra lo sto­rico dei ricavi con­so­li­dati dal 2002 al 2014 il cui anda­mento risulta evi­dente la discesa dei fat­tu­rati che hanno però cono­sciuto, nel periodo preso in con­si­de­ra­zione, una cre­scita più o meno costante fino al 2007. Poi una lunga discesa che ha por­tato nel 2009 i ricavi ai livelli di sette anni prima e nel 2012 a scen­dere sotto quota 2 miliardi di euro. Nel com­plesso la fles­sione, dal valore mas­simo rag­giunto dai ricavi nel 2007 alla fine del 2014, è di 1.459 milioni di euro.

Una fles­sione che, come per tutti i gruppi edi­to­riali, è gui­data dall’inarrestabile declino del car­ta­ceo ma che per il momento in RCS non cor­ri­sponde una ade­guata cre­scita del digi­tale [certo, il gruppo in Ita­lia è deci­sa­mente in buona com­pa­gnia su que­sto aspetto]. Sep­pure il con­tri­buto del digi­tale ai ricavi totali del gruppo dal 2010 al 2014 è pra­ti­ca­mente tri­pli­cato – dal 4,6% al 12,6% – la cre­scita del “peso” del digi­tale sui ricavi totali sem­bra oggi in fre­nata: nel 2012 i ricavi digi­tali rap­pre­sen­ta­vano il 9% del totale del fat­tu­rato del gruppo, nel 2013 sono pari all’11% e, come detto, nel 2014 il 12,6%. Una cre­scita sì ma non di quanto pro­ba­bil­mente ci si dovrebbe aspet­tare tenendo conto che la per­cen­tuale è cal­co­lata su ricavi totali che sono, come sap­piamo, in calo. L’obiettivo del 21% dato nel piano di svi­luppo per il 2015 non sem­bra faci­lemtne rag­giun­gi­bile. In asso­luto le reve­nue da digi­tale del 2014 rispetto all’anno pre­ce­dente regi­strano secondo i nostri cal­coli un + 9,7%.

[Nota: il valore dei ricavi da digi­tale è dato come somma delle diverse aree del gruppo non è scor­po­rato dalle altre voci come ad esem­pio ricavi pub­bli­ci­tari e ricavi dif­fu­sio­nali, quindi non è som­ma­bile a que­sti per otte­nere il totale dei ricavi consolidati]

I numeri dei bilanci di Rcs dicono inol­tre che la fles­sione dei ricavi ha soprat­tutto un “col­pe­vole”: il dra­stico calo dei ricavi dif­fu­sio­nali. Negli ultimi cin­que eser­cizi – dal 2010 al 2014 – a pesare per quasi il 60% [il 57% per la pre­ci­sione] sulla fles­sione di 975,9 milioni di euro dei ricavi totali è il –558,6 milioni regi­strato dai ricavi dif­fu­sio­nali. Un peso deci­sa­mente mag­giore di quello rela­tivo alla crisi della pub­bli­cità i cui effetti in Rcs [una fles­sione di 268,4 milioni nel mede­simo periodo] ha pesato sul calo del fat­tu­rato “solo” per il 28%. La pub­bli­cità tra l’altro nel 2014 regi­stra un +3,2% rispetto all’anno pre­ce­dente, ed è la prima volta dopo anni di segno meno.

In Rcs – come in tutti i gruppi edi­to­riali di que­sto mondo – si è anche molto tagliato sui costi. Quanto? Pren­dendo come rife­ri­mento ancora gli ultimi cin­que eser­cizi il costo del lavoro è dimi­nuito di 127,5 milioni di euro, i costi ope­ra­tivi di 674,6 milioni. Rispet­ti­va­mente un taglio del 28,1% e del 43,1%. In un gra­fico ci è sem­brato inte­res­sante met­tere a con­fronto nel periodo 2014–2010 i tagli dei costi e le fles­sioni dei prin­ci­pali voci di ricavo.

Nel piano per lo svi­luppo 2013–2015, un docu­mento par­ti­co­lar­mente impor­tante per il futuro del gruppo, ven­gono fatte delle pre­vi­sioni e posti obiet­tivi per il suo rilan­cio: ci è sem­brato inte­res­sante met­terli a con­fronto con i risul­tati del 2014 per vedere lo “stato di avan­za­mento” su que­gli obiet­tivi stra­te­gici che in Rcs si sono posti per la fine del pros­simo anno.

Se per quanto riguarda l’incidenza dei ricavi dal digi­tale, sti­mata al 15% a fine 2015, la nostra ela­bo­ra­zione [vedi info­gra­fica sot­to­stante] mostra un trend abba­stanza in linea con le aspet­ta­tive in ter­mini di inci­denza sul totale, sono però gli inve­sti­menti fatti che non hanno por­tato il red­dito atteso.

[Nota meto­do­lo­gica: i valori delle sin­gole voci, dove non spe­ci­fi­cato, sono quelli pun­tuali indi­cati anno per anno nei rela­tivi bilanci e non quelli ride­ter­mi­nati su base omo­ge­nea o riclas­si­fi­cati nei bilanci suc­ces­sivi (per essere più chiari: ad esem­pio, la voce ricavi del 2012 è quella indi­cata nel bilan­cio 2012 non quella ride­ter­mi­nata suvc­ces­si­va­mente nel bilan­cio 2013)].

Posted on 12 maggio 2015 by Giacomo Fusina, Pier Luca Santoro

Gli Ultimi 20 anni della Stampa Quotidiana

Gio­vanni è un uomo urbano di 45 anni, lavora, ha una fami­glia, vota alle ele­zioni e va — anche se con­tro­vo­glia — alle riu­nioni con­do­mi­niali. E’ cre­sciuto in una fami­glia in cui si leg­geva ogni giorno il gior­nale “tal­volta anche due e tal­volta l’unico che c’era si divi­deva per­ché i miei potes­sero leg­gerlo insieme dopo cena, mamma la cro­naca e papà la poli­tica”. Gio­vanni ha ini­ziato a leg­gere il gior­nale con con­ti­nuità negli anni dell’università e non ha mai smesso, fin­ché un giorno… un giorno, forse nel 2008…da quel giorno di colpo non l’ha più comprato.

Mica per qual­che ragione par­ti­co­lare” — ci tiene a pre­ci­sare — “è suc­cesso così, quasi senza che me ne accor­gessi”. Gli chiedo se non ne ha sen­tito la man­canza e allora dopo qual­che istante di silen­zio i suoi ricordi riaf­fio­rano gra­dual­mente: “deve essere stato quando ho com­prato l’iPhone, dopo che Ber­lu­sconi ha vinto le ele­zioni nel 2008, lì ho capito che per cin­que anni l’agenda poli­tica sarebbe stata nuo­va­mente quella dei pre­ce­denti dieci, gli amici hanno ini­ziato a bom­bar­darmi di inviti a iscri­vermi a Face­book, dopo cena non guar­davo più la TV ma accen­devo ancora per un’ora il PC…ecco deve stato allora che il quo­ti­diano di carta è uscito dalla mia vita. E, sai, non ne ho sen­tito la man­canza, come un intenso amore ado­le­scen­ziale che si dimen­tica in tre giorni”. “E poi” – con­ti­nua ormai con­sa­pe­vole di aver tro­vato il filo dei ricordi – “i gior­nali –come tutte le cose che acqui­sti — devono ser­vire a qual­cosa, rispon­dere a un biso­gno: io non avevo più biso­gno di leg­gerli. Leg­gevo il Sole per lavoro e gra­zie al Sole ho capito la crisi finan­zia­ria del 2011, poi ho ini­ziato a leg­gere Il Post per­ché mi spie­gava le cose. Ora leggo Fli­p­board”.

Ripen­san­doci, è stato così anche per me. Un giorno ho smesso, non ho più deviato il mio per­corso del mat­tino verso l’edicola e da quel giorno sono andato dritto da casa al lavoro. Prima cer­cavo le noti­zie, da quel giorno sono state loro a tro­vare me: mi inse­guono, mi com­pa­iono die­tro ogni angolo della mia gior­nata e mi ten­gono aggior­nato a mia insa­puta. Alla sera, quando torno a casa, sono stato infor­mato senza saperlo dal “sistema dell’informazione” e i titoli del TG che mi capita di ascol­tare seguono esat­ta­mente la sca­letta di head­li­nes che ho in mente. Lo stesso elenco di noti­zie che ritrovo sul quo­ti­diano il giorno dopo, se mai mi si pre­senta l’occasione di incon­trarne uno.

Lo so, lo so: cono­scere i titoli non è infor­marsi. Ma que­sto è un altro discorso.

Il discorso di que­sta ana­lisi guarda ai fon­da­men­tali del feno­meno: milioni di per­sone in que­sti anni hanno dimen­ti­cato il rito quo­ti­diano dell’acquisto del gior­nale car­ta­ceo [una su tre negli ultimi 8 anni]. La rac­colta pub­bli­ci­ta­ria sui quo­ti­diani nello stesso periodo è calata di quasi il 60%, non solo cau­sata dalla dimi­nu­zione della dif­fu­sione ma anche dal con­te­sto eco­no­mico gene­rale e dal con­se­guente calo degli inve­sti­menti su tutti i mezzi. Negli ultimi 8 anni, la quota degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari sui quo­ti­diani è calata di oltre 40%.

Le ragioni sono diverse e, come rac­conta Gio­vanni, sono ori­gi­nate dall’evoluzione socio-culturale degli ultimi anni, legate allo stile di vita, al tempo (finito) a dispo­si­zione delle per­sone, alla per­va­si­vità della comu­ni­ca­zione digi­tale, ai con­te­nuti e allo stile nar­ra­tivo pre­va­lente tra i quo­ti­diani cartacei.

Ognuno ha le pro­prie idee sul feno­meno ma guar­dando i dati si pos­sono for­mu­lare cin­que tesi:

  1. La crisi della dif­fu­sione della stampa quo­ti­diana ini­zia nel 2001 e si aggrava a par­tire dal 2008, con l’avvento del mobile Inter­net. Il calo della dif­fu­sione delle copie car­ta­cee è con­se­guenza della cre­scita degli utenti Inter­net. Que­sto, forse, lo sospet­tavi anche tu: è stata la Rete a distrarre le per­sone dalla carta. La frui­zione dei ser­vizi online è com­pa­ti­bile, anzi siner­gica, con la TV (pensa al second screen), con la Radio (l’informazione online è ten­den­zial­mente silen­ziosa, come la carta), con la comu­ni­ca­zione esterna. Carta e Web sono invece con­cor­renti sullo stesso tipo di atten­zione del let­tore. Per que­sto motivo la quota degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari sui quo­ti­diani è pro­gres­si­va­mente calata, dimez­zando il pro­prio peso nel giro di 12 anni e seguendo un trend alli­neato con il calo della diffusione.

I tre gra­fici sot­to­stanti rias­su­mono l’andamento del calo delle dif­fu­sioni delle copie car­ta­cee gior­na­liere dal 1995 ad oggi, con­fron­tano il calo dif­fu­sio­nale con la cre­scita di utenti Inter­net nel nostro Paese e l’andamento di copie dif­fuse ed inve­sti­menti pub­bli­ci­tari sulla stampa.

Calo dif­fu­sioni
  1. I ricavi pub­bli­ci­tari per copia ven­duta non calano in modo pro­por­zio­nale alla dif­fu­sione. Anzi, nel primo periodo di calo della dif­fu­sione, dal 2001 al 2008, l’industria della stampa quo­ti­diana vende pro­gres­si­va­mente sem­pre meno copie nel giorno medio ma vende ancora bene il mezzo agli inve­sti­tori pub­bli­ci­tari. La discesa dei ricavi pub­bli­ci­tari per copia ini­zia più tardi, quando l’Italia entra nel 2008 nella fase di crisi finan­zia­ria e reces­sione eco­no­mica: la varia­bile che spiega meglio que­sta dina­mica è il tasso di disoc­cu­pa­zione. Quando cre­sce il males­sere del paese, sia in ter­mini di fidu­cia nel futuro che di capa­cità di spesa in con­sumi, gli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari dimi­nui­scono su tutti i mezzi ma sulla stampa crol­lano. I ricavi pub­bli­ci­tari per copia ven­duta indi­ciz­zati all’inflazione l’anno scorso hanno toc­cato il minimo degli ultimi vent’anni e dal 2008 si sono quasi dimezzati.

I tre gra­fici sotto ripor­tati mostrano i ricavi da pub­bli­cità e quelli da vendite.

  1. I ricavi per copia ven­duta deri­vanti dalla ven­dita delle copie car­ta­cee sono in aumento dal 2001: nel 2002, con l’introduzione dell’euro, bal­zano in un solo anno del 50% per poi cre­scere leg­ger­mente in ter­mini nomi­nali fino al 2014. Con­si­de­rando il tasso d’inflazione, invece, i ricavi per copia ven­duta deri­vanti dalla ven­dita sono calati di 11 punti per­cen­tuali dal 2008 al 2014: si tratta di un calo, non di un crollo, che man­tiene comun­que il valore di que­sti anni a un livello supe­riore a quello medio pre-euro degli anni 90.

I tre gra­fici evi­den­ziano l’andamento i cali dif­fu­sio­nali e la fase di pas­sag­gio lira — euro

  1. Men­tre il numero di copie ven­dute per dipen­dente è in con­ti­nua cre­scita, i ricavi com­ples­sivi [dalla ven­dita e dalla pub­bli­cità] per dipen­dente sono in calo dal 2008 (se si con­si­de­rano i valori ade­guati all’inflazione il calo ini­zia nel 2002). Il sistema nel suo com­plesso gua­da­gna effi­cienza ma – guar­dando ai recenti bilanci dei gruppi edi­to­riali – è evi­dente che ciò non rie­sce a com­pen­sare il calo dei ricavi: le eco­no­mie di scala che si otten­gono con una ven­dita infe­riore ai 4 milioni di copie per giorno non ren­dono soste­ni­bile il busi­ness di un’industria che aveva il suo break even oltre la soglia dei 5 milioni.

I tre gra­fici visua­liz­zano l’andamento dei ricavi per dipendente.

  1. Negli ultimi tre anni la ven­dita di abbo­na­menti digi­tali non è riu­scita a com­pen­sare il calo della dif­fu­sione car­ta­cea. Ciò che sem­brava pos­si­bile al momento dell’introduzione delle digi­tal edi­tion dei mag­giori quo­ti­diani, ovvero che il numero di let­tori potes­sero essere man­te­nuto sta­bile offrendo un’esperienza alter­na­tiva sul digi­tale, è stato smen­tito dai fatti. Non per tutti, però: l’unica testata che ha gio­vato del nuovo para­digma è il Sole. Nel breve tempo di due o tre mesi il Sole 24 Ore diven­terà il primo quo­ti­diano ita­liano per dif­fu­sione com­ples­siva.

I cin­que gra­fici sotto ripor­tati mostrano il trend delle prin­ci­pali testate

Pro­spet­tive per il futuro: l’unico dato inco­rag­giante è il pro­ba­bile calo della disoc­cu­pa­zione che, se signi­fi­ca­tivo e pro­lun­gato, por­terà a un aumento anche deciso degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari. Non c’è tut­ta­via ragione per pen­sare che que­sta inver­sione di ten­denza si tra­duca in un aumento della quota di inve­sti­menti sulla stampa quo­ti­diana. Inol­tre, la dif­fu­sione delle copie digi­tali sem­bra aver esau­rito la sua spinta di cre­scita e si sta­bi­liz­zerà su livelli che non com­pen­sano la per­dita sul fronte del car­ta­ceo. È quindi pro­ba­bile che le curve mostrate in que­sta ana­lisi pro­se­guano nella loro ten­denza nei pros­simi due o tre anni.

Posted on 5 maggio 2015 by Pier Luca Santoro

Informazione in Italia. Modelli di Business, Consumi, Professioni

L’Autorità per le Garan­zie nelle Comu­ni­ca­zioni — AGCOM — ha dif­fuso i risul­tati dell’indagine su “Infor­ma­zione e inter­net in Ita­lia. Modelli di busi­ness, con­sumi, pro­fes­sioni”. Tre, in gene­rale, i temi ana­liz­zati: pro­fes­sione gior­na­li­stica, carat­te­ri­sti­che eco­no­mi­che dell’offerta e pecu­lia­rità della domanda di informazione.

Dal punto di vista meto­do­lo­gico, l’Autorità, data la com­ples­sità dell’analisi, ha pro­ce­duto ad ana­liz­zare una mol­te­pli­cità di fonti ai fini dell’analisi del set­tore infor­ma­tivo. In primo luogo, l’Indagine esa­mina il mondo gior­na­li­stico attra­verso una spe­ci­fica rile­va­zione su un cam­pione di oltre 2.300 pro­fes­sio­ni­sti dell’informazione. In que­sto qua­dro, l’Autorità ha anche pro­ce­duto alla rac­colta, all’elaborazione, e alla pre­sen­ta­zione dei dati resi dispo­ni­bili dalle più impor­tanti e com­plete fonti sulla pro­fes­sione gior­na­li­stica [OdG, Inpgi e Fnsi]. In secondo luogo, per pro­ce­dere all’esame dell’offerta edi­to­riale, sono state for­mu­late spe­ci­fi­che richie­ste di infor­ma­zioni, sotto il pro­filo sia reda­zio­nale sia eco­no­mico, ad un cam­pione di circa 400 edi­tori, nazio­nali e locali, rap­pre­sen­ta­tivo dell’universo di tutti i sog­getti che pro­du­cono infor­ma­zione in Ita­lia. Per ana­liz­zare le abi­tu­dini di con­sumo infor­ma­tivo da parte dei cit­ta­dini ita­liani, ci si è avvalsi dei dati for­niti dal Reu­ters Insti­tute for the Study of Jour­na­lism della Oxford Uni­ver­sity. Un para­grafo meto­do­lo­gico, posto all’inizio di ogni capi­tolo, chia­ri­sce in det­ta­glio le fonti e i dati uti­liz­zati per l’analisi dei rela­tivi ambiti eco­no­mici di riferimento.

Caratteristiche Informazione

Il rap­porto, ancora una volta, merita asso­lu­ta­mente una attenta let­tura inte­grale al di là della mia per­so­nale sin­tesi ed interpretazione.

La pos­si­bi­lità di valu­tare il bene solo dopo averlo “con­su­mato” include l’informazione e i pro­dotti media­tici sicu­ra­mente anche tra i beni espe­rienza, intro­du­cendo un ulte­riore aspetto di pro­ble­ma­ti­cità, ossia quello delle asim­me­trie infor­ma­tive tra il con­su­ma­tore e l’editore. In tal senso, la qua­lità dell’informazione è spesso sog­getta a fal­li­menti di mer­cato per­ché non può essere facil­mente deri­vata, se non dopo ripe­tuti atti di con­sumo, dall’utente finale. In que­sto con­te­sto, il con­cetto di repu­ta­zione, e quindi la forza dei mar­chi, assume, spe­cie nell’attuale momento, una rile­vanza cen­trale nel sistema informativo.

Se, come noto, l’online in tutte le sue decli­na­zioni [testate, social net­work, blog, motori di ricerca], per le sue carat­te­ri­sti­che di imme­dia­tezza, coper­tura in tempo reale della noti­zia e gra­tuità, si sta affer­mando sia come mezzo di infor­ma­zione al pub­blico, sia come fonte di infor­ma­zione per gli altri media, un aspetto poten­zial­mente cri­tico, come dimo­stra l’incremento, almeno in ter­mini di atten­zione goduta e dif­fu­sione, delle bufale, è rap­pre­sen­tato dal fatto che que­sto tipo di infor­ma­zione, anche per motivi finan­ziari, è gene­ral­mente carat­te­riz­zato da un mag­gior ricorso a fonti deri­vate, soprat­tutto di tipo azien­dale ed isti­tu­zio­nale [comu­ni­cati stampa, social net­work, etc.], e da un minor ricorso a fonti dirette sul campo. Il plu­ra­li­smo dell’offerta infor­ma­tiva richiede non solo mol­te­pli­cità di ope­ra­tori nella fase di rac­colta delle fonti e pro­du­zione delle noti­zie, ma anche indi­pen­denza nella loro ela­bo­ra­zione
e auto­no­mia edi­to­riale nella loro diffusione.

Informazione Digitale

In quat­tor­dici anni è note­vol­mente cam­biato, inol­tre, l’assorbimento dei lavo­ra­tori da parte delle imprese edi­to­riali ope­ranti nel Paese. Il peso per­cen­tuale dei quo­ti­diani è, infatti, dram­ma­ti­ca­mente sceso dal 50% del totale rap­porti di lavoro nel 1990 al 34,4% del 2014, a fronte di una cre­scita del ruolo delle tele­vi­sioni nazio­nali [oggi al 5,7%] e locali [11,9%] ma soprat­tutto degli uffici stampa e comu­ni­ca­zione azien­dali [8,4%] e pub­blici [7,6%, appena all’1% nel 1990].

Inter­net è una miniera di infor­ma­zioni che rende ancora più impre­scin­di­bile, per i gior­na­li­sti, sta­bi­lire un rap­porto di fidu­cia con il pub­blico, vista l’ampia pos­si­bi­lità a dispo­si­zione dei let­tori di poter cam­biare in breve tempo una fonte infor­ma­tiva. Tale rap­porto fidu­cia­rio si costrui­sce pre­va­len­te­mente tra­mite la tra­spa­renza; i let­tori, cioè, sono inte­res­sati a cono­scere come si arriva alla reda­zione di un “sto­ria”, quali sono le fonti, e a rice­vere spie­ga­zioni nel caso di errori. Que­sta meta­mor­fosi, rispetto ad un modello tra­di­zio­nale di tipo gerar­chico in cui la noti­zia calava dall’alto sul let­tore, neces­sita anche di mag­giori com­pe­tenze spe­ci­fi­che visto che in alcuni casi sono pro­prio i let­tori ad avere mag­giori infor­ma­zioni su di una spe­ci­fica noti­zia o argomento.

A parte lo “Svi­luppo di Web con­tent”, atti­vità svolta da circa il 28% del cam­pione dei gior­na­li­sti rispon­denti al que­stio­na­rio online ed in parte col­le­gata alle ver­sioni online delle testate tra­di­zio­nali, le altre atti­vità tipi­che del Web, come “Infografica/Data Jour­na­lism”, “Social media mana­ge­ment” e “Blog­ger”, sono poco dif­fuse. Tra le altre cose, tali atti­vità sem­brano essere una pre­ro­ga­tiva dei gior­na­li­sti gio­vani visto che media­mente circa l’80% ha un’età infe­riore ai 40 anni.

Cambio Giornalismo

Per miglio­rare la pro­pria pro­fit­ta­bi­lità, più che sul fronte dei ricavi, gli edi­tori hanno pro­ce­duto in que­sti anni su quello dei costi dell’informazione, cer­cando mar­gini di effi­cien­ta­mento. Ne è con­se­guita una con­tra­zione degli inve­sti­menti nell’informazione, in tutte le sue componenti.

Oltre all’andamento decre­scente della strut­tura dei ricavi di tutti i gruppi [tranne Sky], un’analisi disag­gre­gata, a livello di sin­goli sog­getti, evi­den­zia come i diversi gruppi pre­sen­tino una com­po­si­zione dei ricavi assai dif­fe­ren­ziata. Alcuni sono più legati alla com­po­nente pub­bli­ci­ta­ria, altri dipen­dono deci­sa­mente dai ricavi dagli utenti, men­tre i gruppi mag­gior­mente legati alla stampa quo­ti­diana vedono una strut­tura dei ricavi più bilan­ciata; discorso a parte è quello di RAI i cui ricavi deri­vano prin­ci­pal­mente dal canone radio­te­le­vi­sivo pagato dai contribuenti.

Ricavi Editori

La ver­sione online del pro­dotto car­ta­ceo, per l’85% delle testate, è con­si­de­rata parte inte­grante dell’offerta edi­to­riale del quo­ti­diano ma, di regola, carta e web hanno pecu­lia­rità distinte. Il quo­ti­diano car­ta­ceo assolve sem­pre meno alla fun­zione di aggior­na­mento che lo con­trad­di­stin­gueva, rap­pre­sen­tando piut­to­sto una fonte infor­ma­tiva di appro­fon­di­mento. Se con rife­ri­mento al quo­ti­diano car­ta­ceo il pro­dotto edi­to­riale offerto al let­tore è costi­tuito dall’intera testata, il pro­dotto online si iden­ti­fica più che altro nel sin­golo arti­colo, pre­sup­po­nendo uno spac­chet­ta­mento del prodotto.

Circa un terzo degli edi­tori attivi dal lato dell’offerta di quo­ti­diani è pre­sente nel com­parto da almeno trenta anni, men­tre le società in atti­vità da meno di dieci anni sono poco più del 20%. Insomma il nuovo non avanza o comun­que avanza con grande fatica.

Esa­mi­nando nel det­ta­glio l’andamento dei ricavi edi­to­riali del com­parto dei quo­ti­diani, è pos­si­bile osser­vare come gli stessi abbiano perso circa un terzo del loro valore negli ultimi cin­que anni, pas­sando da più di 3 miliardi di euro nel 2010 a poco più di 2 miliardi nel 2014. La pro­gres­siva cre­scita dei ricavi deri­vanti dalla com­po­nente digi­tale, infatti, è tut­tora del tutto insuf­fi­ciente a com­pen­sare la netta con­tra­zione della com­po­nente car­ta­cea tra­di­zio­nale. Di fatto non è ancora chiaro quale sia il modello di busi­ness in grado di garan­tire ade­guati ritorni eco­no­mici. Ad oggi, in effetti, la sus­si­stenza degli edi­tori con­ti­nua a dipen­dere in maniera pre­pon­de­rante dall’entità dei ricavi con­se­guiti gra­zie alle testate car­ta­cee. In tal senso, la figura suc­ces­siva evi­den­zia pale­se­mente che l’incidenza delle entrate gene­rate dal pro­dotto car­ta­ceo è di gran lunga mag­giore [pari nel 2014 ancora al 90%] rispetto al pro­dotto digi­tale, seb­bene quest’ultimo abbia visto rad­dop­piare il suo peso negli ultimi cin­que anni. L’attività tra­di­zio­nale, sul mezzo car­ta­ceo, rimane il core busi­ness di gran parte delle società edi­trici, le quali, al di là delle dichia­ra­zioni d’intenti, di fatto ten­tano di met­tere in atto stra­te­gie di difesa dei ricavi deri­vanti dalla carta stam­pata, sep­pure molto spesso que­sto avvenga in maniera scom­po­sta e dun­que poco efficace.

Struttura Ricavi Quotidiani AGCOM

Gli edi­tori online nativi digi­tali pre­sen­tano nel com­plesso una strut­tura dei ricavi piut­to­sto sbi­lan­ciata sul ver­sante pub­bli­ci­ta­rio, essendo le offerte infor­ma­tive a paga­mento limi­tate per lo più alla pro­po­si­zione di con­te­nuti con un ele­vato livello di spe­cia­liz­za­zione in deter­mi­nati set­tori e rivolti a nic­chie spe­ci­fi­che di utenti molto ristrette. È que­sto allo stato attuale il mag­gior limite alla soste­ni­bi­lità della mag­gior parte delle testate sia per quanto riguarda il pre­sente che, ancor più, se pos­si­bile, in prospettiva.

Il con­fronto con la strut­tura dei ricavi con­se­guiti dagli edi­tori tra­di­zio­nali [quo­ti­diani online] per l’attività svolta sul web, anch’essa for­te­mente dipen­dente dalla com­po­nente pub­bli­ci­ta­ria, rivela come il valore com­ples­sivo dei ricavi degli edi­tori digi­tali sia pari a meno della metà delle risorse eco­no­mi­che per­ce­pite dagli edi­tori tra­di­zio­nali. Que­sti ultimi, infatti, da un lato, in virtù delle mag­giori audience rag­giunte, rac­col­gono quote più ele­vate di introiti pub­bli­ci­tari. Dall’altro, rie­scono a rica­vare dalla ven­dita di copie digi­tali e di altri pro­dotti e ser­vizi online 64 milioni di euro [che rap­pre­sen­tano il 31% dei ricavi com­ples­sivi del digi­tale], sia per­ché dispon­gono di un pro­dotto infor­ma­tivo digi­ta­liz­za­bile e quindi ven­di­bile al pub­blico, sia per­ché godono della repu­ta­zione e della noto­rietà acqui­sita dai pro­pri mar­chi edi­to­riali, che con­sente di estrarre la dispo­ni­bi­lità a pagare di almeno una parte, sep­pur ristretta del loro pubblico.

Il limi­tato livello di affer­ma­zione del pro­prio mar­chio edi­to­riale per gli edi­tori nativi digi­tali, che rende di fatto impra­ti­ca­bile l’introduzione di forme di paga­mento per l’accesso ai con­te­nuti infor­ma­tivi pre­senti nei rela­tivi siti, è testi­mo­niato anche dai dati sul traf­fico dei prin­ci­pali siti delle testate online.

Ricavi Editori Tradizionali Vs All Digital

Per quanto riguarda la frui­zione d’informazione e la dispo­ni­bi­lità ten­den­ziale a pagare il rap­porto AGCOM riprende, come sopra ripor­tato, sostan­zial­mente i dati del Digi­tal News Report 2014 del Reu­ters Insti­tute for the Study of Journalism.

D’interesse la sin­tesi della frui­zione gior­na­liera di infor­ma­zione per fasce di età e fasce ora­rie. La curva di domanda di infor­ma­zione ha delle impli­ca­zioni note­voli: la pre­senza di “pic­chi” di domanda, infatti, può orien­tare gli edi­tori nel for­nire una quan­tità di noti­zie in eccesso nel ten­ta­tivo di con­ser­vare la pro­pria parte di utenti/consumatori. Ciò porta a due con­si­de­ra­zioni di rilievo riguar­danti la qua­lità dell’informazione, intesa sia dal punto di vista del pro­cesso pro­dut­tivo, e dun­que dell’organizzazione del lavoro che ne dovrebbe deri­vare, sia per ciò che riguarda le moda­lità di dif­fu­sione della notizia.

Altri aspetti spe­ci­fici, al di là della sin­tesi attuale, saranno ripresi pun­tual­mente nei pros­simi giorni.Nel frat­tempo, leg­ge­tevi, e dige­ri­tevi, la ricerca inte­gral­mente. Insisto.

Fruizione Informazione per Fasce Orarie_Età

Posted on 1 maggio 2015 by Donata Columbro, Pier Luca Santoro

Una settimana nel futuro del giornalismo

La rubrica dove rac­co­gliamo i link per non per­dere le novità tec­no­lo­gi­che nel mondo dell’informazione.

L’orologio che ti pre­para il caffè. Forse non ancora, ma l’arrivo sul mer­cato dell’Apple Watch, uscito il 24 aprile in otto paesi ma non ancora in Ita­lia, cam­bierà le abi­tu­dini degli utenti e dei let­tori. Così come hanno fatto smart­phone e tablet. Il Washing­ton Post e il New York Times sono già pronti con con­te­nuti spe­ci­fici per il nuovo device. Li chia­mano arti­coli su una riga. (Ma una volta non erano “titoli”?)

Buz­z­feed vuole metri­che migliori. Non solo per con­tare click e visite, ma per ana­liz­zare il com­por­ta­mento dei let­tori e capire cosa suc­cede ai link quando ven­gono con­di­visi da social net­work a social net­work. Quindi ha lan­ciato Pound, Pro­cess for Opti­mi­zing and Under­stan­ding Net­work Dif­fu­sion, un sistema che espande “a grafo” i click e le con­di­vi­sioni degli arti­coli via email, social net­work, mes­sag­gi­stica instantanea.

Più smart­phone, più pod­cast, più atten­zione su mobile. Sono le carat­te­ri­sti­che più impor­tanti del mer­cato nelle news negli Stati Uniti, emerse dai dati di State of the News Media 2015, da studiare.

Che noia alla Cnn! È quello che deve aver pen­sato il gior­na­li­sta poli­tico Peter Hamby quando ha lasciato l’emittente sta­tu­ni­tense per appro­dare a Sna­p­chat, appli­ca­zione mobile per con­ver­sa­zioni istan­ta­nee e tem­po­ra­nee che sta facendo una virata verso le news, con la fea­ture “Disco­ver”, già sfrut­tata da Vice, Cosmo­po­li­tan, Mtv e altri big.

Nemi­cia­mici. È il rap­porto tra Face­book, Twit­ter, Goo­gle e le testate inter­na­zio­nali. Dopo mesi (anni) a soste­nere che non si sareb­bero mai occu­pate di con­te­nuti e non ave­vano inten­zione di diven­tare edi­tori, l’atteggiamento delle aziende tec­no­lo­gi­che sta cam­biando rapi­da­mente. Emily Bell, docente di pra­tica pro­fes­sio­nale al Tow Cen­ter for Digi­tal Jour­na­lism di New York, già autrice di Post-industrial jour­na­lism. Adap­ting to the pre­sent, rias­sume le novità degli ultimi mesi in que­sta rela­zione com­pli­cata.

Par­zial­mente liberi. Secondo il rap­porto di Glo­bal Jour­na­lism Inve­sti­ga­tive Net­work l’Italia è l’unico Paese dell’Europa Occi­den­tale par­zial­mente libero. Ma esi­ste una libertà di stampa parziale?

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