Passaggi & Paesaggi

Pubblicato il 2 marzo 2015 by Lelio Simi, Pier Luca Santoro, Mara Cinquepalmi, Giacomo Fusina, Andrea Nelson Mauro, Alessio Cimarelli, Francesca Clementoni

Hackathon su Media e Giornalismo in Italia

Leg­gere l’informazione in Ita­lia attra­verso i dati

Peru­gia, 16 aprile 2015 — hotel La Rosetta (ore 9.30 — 20.00)

Evento di data-journalism pro­mosso dal Festi­val Inter­na­zio­nale del Gior­na­li­smo di Peru­gia e curato da Data­Me­dia­Hub

Hash­tag: #hackmedia15

DESCRIZIONE E FINALITÀ

Data­Me­dia­Hub in occa­sione dell’edizione 2015 del Festi­val Inter­na­zio­nale del Gio­na­li­smo sta orga­niz­zando il primo hac­ka­thon dedi­cato al mondo dei media ita­liani (in par­ti­co­lare quelli legati all’informazione gior­na­li­stica). L’evento si svol­gerà il 16 aprile a Peru­gia con il prin­ci­pale obiet­tivo di costruire assieme a gior­na­li­sti, edi­tori, svi­lup­pa­tori, ricer­ca­tori e tutti coloro che sono inte­res­sati a que­sto tema, due giorni di discus­sione e con­fronto dove pro­muo­vere un nuovo modo di rac­co­gliere, leg­gere ed ela­bo­rare i dati rela­tivi ai media italiani.

PARTECIPA E PROPONI IDEE (O SEGNALA UN SET DATI)

L’evento è arti­co­lato in un’intera gior­nata che si svol­gerà il 16 aprile dalle 9.30 alle 20.00 all’hotel La Rosetta (Piazza Ita­lia, 19). L’evento è aperto al pub­blico e gra­tuito: per par­te­ci­pare basta ade­rire a uno dei “Track” (i gruppi tema­tici) elen­cati qui sotto.

Il loro numero non è chiuso, oltre ai primi quat­tro abbiamo pre­vi­sto la pos­si­bi­lità di rea­liz­zarne un quinto scelto tra le pro­po­ste che è pos­si­bile fare (con un pro­prio set dati e un pro­prio staff) uti­liz­zando l’apposito form che tro­vate qui sotto. I diversi track sono pen­sati come trac­cie per svi­lup­pare un lavoro di gruppo quindi se hai delle pro­po­ste idee all’interno dei temi trac­ciati o hai un set dati da pro­porre puoi scri­verci uti­liz­zando il form qui sotto.

TRACK 1 – «FOLLOW THE MONEY»: I BILANCI DEI GRUPPI EDITORIALI

Ricavi pub­bli­ci­tari, spese del per­so­nale, ricavi da digi­tale: cosa ci “rac­con­tano” i bilanci dei mag­giori gruppi edi­to­riali ita­liani? Quali dati far emer­gere dai reso­conti di bilan­cio pub­bli­cati, come aggre­gare e con­fron­tare tra di loro que­sti dati per capire meglio la reale dimen­sione della crisi dell’editoria ita­liana in que­sti anni di pas­sag­gio da un unico modello di busi­ness a “qualcos’altro”?

Il gruppo sarà gui­dato da Lelio Simi, gior­na­li­sta e co-fondatore di DataMediaHub.

Per appro­fon­dire: Gruppi Edi­to­riali: La Crisi della Pub­bli­cità in 3 Gra­fici / Gruppi Edi­to­riali: il crollo dei bilanci in sei grafici

TRACK 2 – AUDIENCE, READERSHIP E DIFFUSIONE DELLE TESTATE ITALIANE

Anda­mento della rea­der­ship online dei quo­ti­diani ita­liani, i dati Audi­web e quelli sulla dif­fu­sione delle testate pro­vin­cia per pro­vin­cia. Come stanno cam­biando le abi­tu­dini di let­tura degli ita­liani? Cosa rap­pre­sen­tano dav­vero oggi le nuove piat­ta­forme e i social net­work per le testate ita­liane? Come leg­gere que­sti diversi dati per capire la tra­sfor­ma­zione verso il digi­tale dei gior­nali italiani?

Il gruppo sarà coor­di­nato da Pier Luca San­toro, esperto di mar­ke­ting e comu­ni­ca­zione e pro­ject mana­ger di DataMediaHub.

Per appron­dire: Audience quo­ti­diani online

TRACK 3 – PER UN IDENTIKIT DELLA PROFESSIONE GIORNALISTICA

Iscritti all’Odg, età media diret­tori testate ita­liane, gen­der gap nella pro­fes­sione, dati Inpgi e Casa­git: quali numeri e dati pos­sono (ten­tare di) descri­vere la tra­sfor­ma­zione radi­cale di una pro­fes­sione che subi­sce una crisi di iden­tità mai pro­vata prima?

Il gruppo di lavoro sarà coor­di­nato da Mara Cin­que­palmi gior­na­li­sta e data jour­na­list a Data­Me­dia­Hub e da Fran­ce­sca Cle­men­toni gior­na­li­sta di Radio Città Fujiko e videomaker.

Per appro­fon­dire: Quo­ti­diani e diret­tori: quante donne? / Set­ti­ma­nali e diret­tori: quante donne?

TRACK 4 – SOCIAL E INFORMAZIONE: GIORNALISTI, INFLUENCER E BLOGGER IN RETE

Quanto “pesano” dav­vero gli influen­cer in rete, quanto i gior­na­li­sti che utliz­zano assi­dua­mente Twit­ter? Come misu­rare la loro atti­vità e il reale grado di inte­ra­zione? Come ana­liz­zare i dati che ci for­ni­scono i social net­work per capire meglio le dina­mi­che di enga­ge­ment di chi fa informazione?

Il gruppo di lavoro sarà coor­di­nato da Gia­como Fusina ammi­ni­stra­tore dele­gato Human Highway

Per appro­fon­dire: Clas­si­fica dei Media Spe­cia­list su Twitter

TRACK 5 – HAI UN PROGETTO? PROPONILO E PARTECIPA!

Hai un pro­getto di data­jour­na­lism ine­rente ai media e gior­na­li­smo in Ita­lia? Pro­po­nilo con un set dati e il tuo team e svi­lup­palo insieme al team di Data­Me­dia­Hub. Se riu­sci­rai a fina­liz­zarlo, potrai pre­sen­tarlo l’indomani durante l’evento dedi­cato ai risul­tati dell’hackathon.

Il gruppo di lavoro sarà coor­di­nato da Andrea Nel­son Mauro e Ales­sio Cima­relli.

ISCRIVITI ALL’HACKATHON

1. «FOLLOW THE MONEY»: I BILANCI DEI GRUPPI EDITORIALI

2. AUDIENCE, READERSHIP E DIFFUSIONE DELLE TESTATE ITALIANE

3. PER UN IDENTIKIT DELLA PROFESSIONE GIORNALISTICA

4. SOCIAL E INFORMAZIONE: GIORNALISTI, INFLUENCER E BLOGGER IN RETE

5. HAI UN PROGETTO? PROPONILO E PARTECIPA!

Indica il titolo di una delle cin­que Track a cui vuoi par­te­ci­pare! (richie­sto)

Il tuo nome e cognome (richie­sto)

La tua email (richie­sto)

Il tuo indi­rizzo web (facol­ta­tivo)

professione(facoltativo)

Il tuo mes­sag­gio

Allega un file (facol­ta­tivo)

[imma­gine in alto di Mas­simo Gentile]

Hack Future

Pubblicato il 27 febbraio 2015 by Pier Luca Santoro

I Media in Italia in 4 Grafici

Si è tenuto ieri “Senza let­tura non c’è cre­scita. Quo­ti­diani, perio­dici e libri come leva per lo svi­luppo del Paese”, appun­ta­mento annuale per fare il punto sulla filiera della carta pro­mosso dalle otto asso­cia­zioni che la costi­tui­scono: Aci­mga, Aie, Anes, Argi, Asig, Asso­carta, Asso­gra­fici e Fieg.

Gli inter­venti del Prof. Ales­san­dro Nova dell’Università Boc­coni e di Giu­seppe Roma del Cen­sis fanno un’analisi macro dell’intera filiera e con­ten­gono alcuni dati spe­ci­fi­ca­ta­mente rife­riti all’industria dell’informazione che vale la pena di ripren­dere poi­ché a colpo d’occhio con­sen­tono di foto­gra­fare il pano­rama attuale.

1) Il Fat­tu­rato dell’Editoria 2004–2014

2) Con­sumi in libri e gior­nali / con­sumi totali delle famiglie

Consumi in libri e giornali

3) Le distanze tra gio­vani e anziani nel con­sumo mediatico

Le distanze tra giovani e anziani

4) L’evoluzione del con­sumo dei media

L’evoluzione del consumo dei media

Come solu­zione arriva la pro­po­sta del “bonus let­tura”, un buono spesa che con­sen­ti­rebbe ai gio­vani di età com­presa tra i 18 e 25 anni di acqui­stare libri e abbo­na­menti a quo­ti­diani e perio­dici, pagando solo il 25% del prezzo [il restante 75% ver­rebbe pagato con il bonus fino ad un mas­simo del con­tri­buto pub­blico di 100 € a per­sona] per incen­ti­vare i gio­vani alla let­tura e al con­sumo di pro­dotti cul­tu­rali, ovvia­mente esclu­si­va­mente car­ta­cei. Siamo al deli­rio, non credo pos­sano esi­stere altri ter­mini per defi­nire l’ipotesi di lavoro.

Com­ment is free…

Pubblicato il 26 febbraio 2015 by Pier Luca Santoro

Digital Economy & Society Index

Dopo la recente pub­bli­ca­zione da parte dell’Istat della set­tima edi­zione di “Noi Ita­lia. 100 sta­ti­sti­che per capire il Paese in cui viviamo”, che trac­cia un qua­dro impie­toso dello stato del “bel­paese” rela­ti­va­mente a media, inno­va­zione e for­ma­zione, la Com­mis­sione euro­pea ha rila­sciato un nuovo indice: DESI — Digi­tal Eco­nomy and Society Index — che clas­si­fica tutti i 28 Stati mem­bri dell’UE in base al loro ren­di­mento digitale.

DESI com­bina più di 30 indi­ca­tori e uti­lizza un sistema di pon­de­ra­zione per clas­si­fi­care cia­scun paese in base al suo ren­di­mento digi­tale. Per cal­co­lare il pun­teg­gio com­ples­sivo di uno Stato mem­bro ad ogni insieme e sot­toin­sieme di indi­ca­tori è stato dato un coef­fi­ciente di cor­re­zione spe­ci­fico da parte degli esperti della Com­mis­sione euro­pea. Con­net­ti­vità e com­pe­tenze digi­tali con­tri­bui­scono al 25% per il pun­teg­gio totale. L’integrazione della tec­no­lo­gia digi­tale rap­pre­senta il 20%, men­tre le atti­vità online [l’uso di Inter­net] e dei ser­vizi pub­blici digi­tali con­tri­bui­scono rispet­ti­va­mente per il 15%.

I dati sono per lo più a par­tire dal 2013 e il 2014, dun­que asso­lu­ta­mente attuali. Il gra­fico di sin­tesi sotto ripor­tato mostra la situa­zione per cia­scuna nazione. La posi­zione dell’Italia rispetto alla media della UE28 e rela­ti­va­mente agli altri Paesi.

desi chart

L’analfabetismo digi­tale del nostro Paese è, ahimè, evi­dente su tutti i fronti. Se, come scrive Luca De Biase, l’analfabetismo digi­tale va affron­tato più in nome della cul­tura che della tec­no­lo­gia, i dati [di]mostrano come l’ampiezza del pro­blema sia su tutti i fronti, dalla con­net­ti­vità, in ter­mini di dispo­ni­bi­lità e qua­lità della tec­no­lo­gia neces­sa­ria, al capi­tale umano, a livello di skill basici e avan­zati, pas­sando per i ser­vizi pub­blici digi­ta­liz­zati a livello di  eGo­vern­ment  ed  eHealth.

Su que­sto fronte anche l’utilizzo di Inter­net non può essere con­fi­nato alla sola frui­zione ma è neces­sa­rio affron­tarne tutti gli aspetti di comu­ni­ca­zione, intesa come uso di video chia­mate e social network/media, di tran­sa­zioni, dall’ eban­king all’ ecom­merce, senza dimen­ti­care il valore dei con­te­nuti sia di intrat­te­ni­mento, quali musica, video e gio­chi, che di news e con­te­nuti on demand. Area sulla quale la posi­zione del nostro Paese peg­giora ulte­rior­mente con sola­mente la Roma­nia ad essere in una con­di­zione peg­giore rispetto a quella dell’Italia.

Uso di Internet chart

I tre gra­fici sot­to­stanti evi­den­ziano il det­ta­glio per quanto riguarda le news, l’utilizzo dei social net­work da parte delle per­sone e l’uso dei social media da parte delle imprese. L’intero data­set è libe­ra­mente sca­ri­ca­bile per ulte­riori ela­bo­ra­zioni ed approfondimenti.

Indi­vi­duals who used the Inter­net to read online news sites, new­spa­pers or news magazines

News chart

Indi­vi­duals used the Inter­net to par­ti­ci­pate in social net­works [create user pro­file, post mes­sa­ges or other con­tri­bu­tions to face­book, twit­ter, etc.]

Social Network chart

Enter­pri­ses that use two or more types of social media

Social Media chart

Pubblicato il 25 febbraio 2015 by Pier Luca Santoro, Francesca Clementoni

Il Flop degli #Oscars2015 su Twitter

18esima pun­tata di “In Media Stat Virus: I Media nell’Era di Twit­ter” dedi­cata a media e i recen­tis­simi Oscar cinematografici.

Dav­vero inte­res­sante la sin­tesi gra­fica dei vestiti indos­sati da chi è stato pre­miato come miglior attrice dal 1929 ad oggi. Un viag­gio nel tempo nella moda e nel costume della nostra società.

oscar-dresses

In mezz’ora, inter­val­lata da musica tratta dai film pre­miati, incluso il brano pre­miato come miglior colonna sonora, pro­viamo a fare il punto sul trat­ta­mento infor­ma­tivo da parte dei media e sui social degli #Oscars2015.

È inte­res­sante rile­vare come, per quanto riguarda la carta stam­pata, men­tre i quo­ti­diani ita­liani ed euro­pei “buca­vano” la noti­zia nelle edi­zioni di lunedì quelli sta­tu­ni­tensi a poche ore dalla pro­cla­ma­zione dei vin­ci­tori erano già in ven­dita con le edi­zioni aggior­nate con il Miami Herald che veniva distri­buito a meno di due ore dal ter­mine della ceri­mo­nia. Non si tratta sola­mente di fuso ora­rio, che ovvia­mente ha influito, ma anche di sistemi di stampa e di distri­bu­zione diversi. Se quello USA in circa 4 ore si è dimo­strato di por­tare ai let­tori tutti i prin­ci­pali quo­ti­diani  con i risul­tati delle pre­mia­zioni var­rebbe la pena di osser­varne con mag­gior atten­zione le pecu­lia­rità del sistema di stampa e distri­bu­zione per car­pirne l’efficienza.

Sui social in Ita­lia sono circa 100mila i com­menti postati durante la notte degli Oscar con #Sky­Ci­ne­maO­scar a farla da padrone cata­liz­zando la mag­gior parte delle con­ver­sa­zioni e bat­tendo l’hashtag uffi­ciale della mani­fe­sta­zione. Un numero tutto som­mato non tra­scu­ra­bile se si con­si­dera che l’evento era tra le 2 e le 6 della mat­tina del lunedì 23.

Diverso per quanto riguarda gli USA dove, sep­pure restino numeri impor­tan­tis­simi, i numeri for­niti da Niel­sen per quanto riguarda Twit­ter mostrano un calo di oltre il 65% rispetto ai 17.1 milioni di tweet dell’edizione 2014 domi­nati dal sel­fie più famoso degli ultimi 12 mesi. Molto diversa invece la situa­zione per quanto riguarda Face­book dove a livello glo­bale sono state 21 milioni le per­sone che hanno dibat­tuto sugli Oscar, tota­liz­zando 58 milioni di inte­ra­zioni con un incre­mento dav­vero note­vole rispetto all’edi­zione pre­ce­dente.

Nel pod­cast sot­to­stante, come d’abitudine, è pos­si­bile ria­scol­tare e, volendo, sca­ri­care l’intera puntata.

Si ricorda che “In Media Stat Virus: I Media nell’era di Twit­ter” con­ti­nuerà la pro­gram­ma­zione sino a giu­gno e sono asso­lu­ta­mente gra­diti sug­ge­ri­menti sui temi da affron­tare da qui ad allora. Sul ter­razzo di Radio Fujiko abbiamo alle­stito appo­si­ta­mente una pic­cio­naia allo scopo. In alter­na­tiva è pos­si­bile inte­ra­gire, anche, via Twit­ter uti­liz­zando l’hashtag  #imsv14 e/o men­zio­nando i due account @pedroelrey / @radiofujiko.

Pubblicato il 24 febbraio 2015 by Pier Luca Santoro

Slow News

Nell’epoca del nowism: il biso­gno di gra­ti­fi­ca­zioni ed infor­ma­zioni istan­ta­nee e costanti ben sin­te­tiz­zato dalla defi­ni­zione che ne for­ni­sce l’Urban Dic­tio­nary, dedi­carsi allo slow jour­na­lism è un atto di grande corag­gio o, in alter­na­tiva, di scon­si­de­rata avven­ta­tezza. Per que­sto ho voluto appro­fon­dire le moti­va­zioni alla base della nascita di Slow News, ini­zia­tiva edi­to­riale tutta ita­liana, a dispetto del nome, online da poco più di un mese in una breve inter­vi­sta ai fon­da­tori del progetto.

1) Per­ché, in un eco­si­stema dell’informazione che, per dirla come Twit­ter, corre più veloce di un ter­re­moto avete deciso di dedi­carvi alle “slow news”?

Il flusso dell’informazione ha rag­giunto un’intensità e una velo­cità dif­fi­cil­mente soste­ni­bili, per­sino per chi all’interno del mondo dell’informazione vive e lavora. Meglio non pen­sare — oppure, meglio pen­sarci! — a chi è fuori da que­sta bolla: pro­ba­bil­mente trova tutto solo incom­pren­si­bile, diso­rien­tante. Pen­siamo ci sia biso­gno di un lavoro di sot­tra­zione, non di addi­zione: e poi tutti e cin­que, da anni e per motivi pro­fes­sio­nali, viviamo ogni giorno il famoso infor­ma­tion over­load.

Non aman­dolo par­ti­co­lar­mente, abbiamo pen­sato a un modello radi­cal­mente oppo­sto. Ed ecco Slow News.  Che è anche una spe­cie di filo­so­fia di vita e di lavoro alter­na­tivo. Un “pre­si­dio”. Un po’ come Slow Food, alle sue ori­gini, lo fu per il cibo di qua­lità e “local”.

2) Da subito avete deciso di andare a paga­mento. Qual è il modello di busi­ness di Slow News?

Gabriele Fer­ra­resi: Cre­diamo che il lavoro vada pagato, sem­pre. Slow News, per quanto per noi sia pia­ce­vole da rea­liz­zare, è un pic­colo lavoro. Il nostro modello di busi­ness è basato su micro­pa­ga­menti: pagare pochis­simo, in tanti, spe­riamo sem­pre di più. Otto numeri, ovvero un mese di Slow News, val­gono 2 euro, cin­quanta cen­te­simi a set­ti­mana. L’abbonamento annuale, oltre ottanta numeri, costa 18 euro, 1,5 euro al mese, nean­che 2 cen­te­simi a numero.

Andrea Spi­nelli Bar­rile: Il modello di busi­ness di Slow News si basa, poi, su un di rap­porto di fidu­cia tra noi e gli abbo­nati per­ché pen­siamo che il gior­na­li­smo, in tutte le sue decli­na­zioni, sia un ser­vi­zio: se chi lo fa ha un dovere di cor­ret­tezza verso i let­tori que­sti ultimi hanno il dovere di pagare per il ser­vi­zio che rice­vono. Allo stesso modo, il let­tore ha il diritto di non essere sod­di­sfatto. E infatti abbiamo scelto di rim­bor­sare l’ultimo mese pagato a un even­tuale let­tore insod­di­sfatto [chi altri lo fa, in Italia?].

Alberto Pulia­fito: E per ora nes­suno ha chie­sto indie­tro i soldi! L’altra cosa impor­tante è che, essendo per noi un lavoro resi­duale [abbiamo tutti altre col­la­bo­ra­zioni, for­tu­na­ta­mente], la for­mula dei micro­pa­ga­menti ci con­sente di inve­stire piano piano in pic­cole miglio­rie che appor­te­remo. È chiaro che sia un modello desti­nato a una cre­scita lenta, anche per­ché gli dedi­chiamo una pic­cola fetta del nostro tempo libero. Non potrebbe essere altri­menti. Non è pen­sato, oggi, per gene­rare un pro­fitto ma per darci i mezzi per coprire pic­coli inve­sti­menti per miglio­rare. Troppe volte noi stessi ci siamo seduti intorno a un tavolo e abbiamo pen­sato che ci voles­sero troppi soldi e troppo tempo come inve­sti­mento di par­tenza per fare qual­cosa di nostro. Poi un giorno, in un con­ve­gno, ho sen­tito par­lare Robin Good. Ha insi­stito molto sul con­cetto di gior­na­li­sta come impren­di­tore per­so­nale  - come start up, se vogliamo usare un ter­mine alla moda — . Da lì ho comin­ciato a pen­sare a que­sto, ispi­ran­domi anche ad altre realtà esi­stenti [oltreo­ceano, però]. E ad un’attività “resi­duale”, “lenta”, che si con­trap­ponga in maniera radi­cale – non solo come con­te­nuti ma anche come modello di busi­ness – a tutto quel che viene fatto oggi nell’informazione online. Anche a quello che fac­ciamo noi stessi. Detto ciò, sono con­vinto che prima o poi lo slow jour­na­lism sia desti­nato a cre­scere e a rita­gliarsi una sua nic­chia di mer­cato. Meglio ini­ziare per tempo a posizionarsi. 

3) Pen­sando alla con­tent cura­tion in Ita­lia viene subito in mente Good Mor­ning Ita­lia, quali le dif­fe­renze tra il vostro pro­getto ed il loro? 

Gabriele Fer­ra­resi: Quello di Good Mor­ning Ita­lia è un bel­lis­simo pro­getto. È per­fetto come risorsa nel quo­ti­diano: noi però siamo diversi, pro­po­niamo un approc­cio alla let­tura e all’informazione più lento e legato sì all’attualità, ma non bloc­cato sulla stessa.

Il nostro lavoro di cura­tion e sele­zione poi cerca di anche di andare indie­tro nel tempo: e a volte pos­sono bastare pochi mesi. Uno dei pro­blemi dell’infor­ma­tion over­load è pro­prio il tempo di vita dei con­te­nuti, spesso anche di quelli validi: scom­pa­iono. Noi, quando ha una sua logica farlo, cer­chiamo di ripor­tarli alla luce e di farli tor­nare d’attualità.

Andrea Spi­nelli Bar­rile: A dif­fe­renza da Good­Mor­ning Ita­lia, Slow News è svin­co­lata dall’attualità, anche se la tiene sem­pre sott’occhio. È vero, ci si potrebbe chie­dere per­ché un let­tore dovrebbe essere inte­res­sato a quel che sug­ge­riamo: non vogliamo sem­brare arro­ganti che propongono/impongono al let­tore que­sto o quel con­te­nuto, ma con­di­vi­dere espe­rienze [le nostre e quelle degli autori che pro­po­niamo] che ven­gono messe a dispo­si­zione degli abbo­nati. E, prima di tutto Slow News è un rap­porto umano, un rap­porto tra i let­tori e Slow News: men­tre molti siti all news gene­ra­li­sti disat­ti­vano i com­menti agli arti­coli, noi chie­diamo ai let­tori di farci sapere che ne pen­sano, di darci il più pos­si­bile feed­back, spe­cial­mente nega­tivi. Fino ad oggi è andata bene.

Alberto Pulia­fito: È pro­prio il modo in cui creiamo i numeri della new­slet­ter che è diverso. Si parte da una sug­ge­stione, che può venire dall’attualità o da altro, magari anche solo da un buon pezzo, e si va spesso per libere asso­cia­zioni di idee. Si parla di San­remo e si fini­sce a uno spet­ta­colo di stand up comedy. Si parla del Char­lie Hebdo e si arriva a un libro sul nazio­na­li­smo fran­cese. Si parla di wre­stling, di porno, di mondo del lavoro: qua­lun­que sia l’argomento, i sug­ge­ri­menti che lasciamo ai nostri let­tori riguar­dano solo quello che per noi è “eccel­lenza”. Ci offriamo come cura­tori per­so­nali, ma vogliamo anche par­lare con i nostri abbo­nati. E vogliamo offrire loro il pia­cere della sco­perta di con­te­nuti che altri­menti non avreb­bero tro­vato. La linea edi­to­riale spa­zia dal serio al faceto, dal con­te­nuto recen­tis­simo a quello più datato. L’obiettivo è quello di offrire plu­ra­lità di sguardi su un tema, pezzi o video o fram­menti audio che si abbia dav­vero voglia di leg­gere, vedere, ascol­tare, una volta sco­perti. Con­te­nuti che avrebbe un senso tenere in un’antologia o nei pre­fe­riti. Qual­cosa di cui si possa godere iso­lan­dosi dal flusso infi­nito di ras­se­gne stampa, tito­loni, dichia­ra­zioni, aggior­na­menti, brea­king, click bai­ting, gat­tini, shock e via dicendo. 

4) Per il momento Slow News è una new­slet­ter, quali saranno gli svi­luppi futuri?

Le idee sulle quali stiamo lavo­rando ora come ora sono: una pro­fi­la­zione per inte­ressi degli abbo­nati; un’applicazione iOS e Android; numeri mono­gra­fia dedi­cati a un sin­golo tema; un’evoluzione natu­rale con pro­du­zione di long form jour­na­lism.

Poi c’è un’altra idea, molto slow, che è quella di orga­niz­zare eventi dal vivo con una moda­lità par­ti­co­lare e molto coe­rente con il pro­getto: la lan­ce­remo a breve.

Ovvia­mente siamo aper­tis­simi a col­la­bo­ra­zioni di ogni tipo con chiun­que sposi la filo­so­fia alla base di Slow News

5) Pro­viamo a trac­ciare un qua­drante dell’informazione ita­liana. Slow News si col­loca come alter­na­tivo o com­ple­men­tare rispetto alle testate online?

È diret­ta­mente un altro modo di infor­marsi, un modo per sele­zio­nare solo quello che serve dav­vero. Le testate online sono la nostra fonte. Come i blog, i social net­work, gli archivi di video e audio, tutto ciò che esi­ste sul web. Poi, sic­come siamo dei gio­che­rel­loni e goliardi, diremmo che Slow News è un’alternativa com­ple­men­tare alle testate online [qua­lun­que cosa que­sto voglia dire].

Underwood

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