Nuovi Prodotti Editoriali

Posted on 14 settembre 2015 by Pier Luca Santoro

I Giornali del Futuro, il Futuro dei Giornali

“Newspapers don’t have a demand problem; they have a business-model problem.” Eric Schmidt, Google.

Ho meditato a lungo sull’opportunità o meno di scrivere un libro sui modelli di business, su come andare oltre l’attuale binomio vendite-pubblicità, per l’ex industria dell’informazione.

Da un lato lo scriverne quasi quotidianamente su DataMediaHub [e occasionalmente altrove] e dall’altro lato la rapidissima evoluzione dei fenomeni in corso, mi hanno fatto dubitare più volte sul senso e sull’utilità per il lettore.

Se state leggendo queste righe, ovviamente, significa che al termine della riflessione ho immaginato che comunque fissare il pensiero, le idee, su quello che è IL nodo cruciale da superare per guardare con serenità ai giornali del futuro ed al futuro dei giornali, avesse un senso.

Il libro si compone fondamentalmente di due grandi aree: una prima dedicata ad una fotografia analitica della situazione attuale, dello scenario di riferimento, ed una seconda dove vengono analizzate in profondità quelle che possono essere alternative e/o complementari all’attuale modello di business su cui si sono sorretti i quotidiani negli ultimi 100 e più anni.

Indice Libro Small

Il libro fa riferimento il più possibile alla realtà italiana poiché si ritiene che se da un lato la realtà internazionale può essere di stimolo, dall’altro lato rischia di essere fuorviante, di far immaginare possibilità che forse nel nostro Paese non saranno mai concrete.

A metà tra il sag­gio ed il long form jour­na­lism, nel libro per cia­scuna area di busi­ness vi sono inol­tre inter­vi­ste a opi­nion lea­ders ed esperti del set­tore sia nazio­nali che internazionali, quali David Magliano [The Guardian], Andrea Santagata [Banzai], Simona Panseri [Google Italia], Alceo Rapagna [RCS Mediagroup], Federico Badaloni [Gruppo Editoriale L’Espresso] e Dico Van Lanshot [Blendle], per citarne solo alcuni.

Il libro continuerà a vivere, ad essere aggiornato, grazie ad un gruppo ad hoc dedicato nel quale verranno inserite le maggiori novità sul tema trattato quando emergeranno e, spero davvero, grazie ai contributi, ai commenti ed alle considerazioni di chi, come te che stai leggendo in questo momento, ha acquistato il volume.

Se vuoi interagire con me, per favore, usa l’hashtag #giornalifuturo su Twitter citando il mio account. Grazie e buona lettura.

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Posted on 19 agosto 2015 by Pier Luca Santoro

Freemium & Couponing per Generare Ricavi per i Newsbrand

E stato [ri]lanciato la scorsa settimana YOUng, forse il primo social paper al mondo. Una piattaforma digitale che integra l’esperienza d’uso di un giornale online con quella di un social network tutta italiana.

Tra le diverse caratteristiche d’interesse un nuovo modello di business, finalmente non basato sulla pubblicità, fondato su l’idea di freemium e couponing per generare revenues. Per approfondire ho intervistato[*] Germano Milite fondatore della testata.

1) YOUng per una testata è un nome che richiama i giovani ma non solo. Come nasce la scelta dei questo [news]brand?

In realtà YOUng è l’unione di due parole. O meglio, di una parola e di un acronimo: YOU, che sta appunto ad indicare la personalizzazione, il “tu” appunto messo al centro del sistema, visto che il progetto dipende da sempre dal sostegno economico di chi lo segue. Poi c’è “ng”, che sta per “new generation”, ovvero per una nuova generazione di professionisti dell’informazione, esperti conoscitori del mercato digitale e della comunicazione online. Insieme, si legge quindi “YOUng”, che sta per “giovane”. Ci tengo però a precisare che il concetto di giovane è inteso come approccio e filosofia generale, come guizzo deciso e coraggioso verso il nuovo. Non è banalmente collegata all’età degli autori e dei fondatori e lo dimostra la composizione anagraficamente molto eterogenea della nostra redazione giornalistica e degli autori del blog: ci sono under 30, under 20 ed over 50. Che, fuor di retorica e di giovanilismo spiccio, sono un convinto e concreto sostenitore del cosiddetto “patto generazionale”, dove esperienze ed entusiasmi diversi si mescolano per darsi reciprocamente qualcosa di importante.

2) YOUng unisce la formula d’abbonamento freemium al couponing per generare revenues. Un modello di business decisamente non ordinario. Spiegacelo meglio.

Certo: In pratica, grazie anche ad un sistema di gamification, noi siamo in grado di restituire indirettamente l’intera somma versata dai nostri lettori/sostenitori grazie a dei crediti virtuali [gli “YP”] che retrocediamo in cambio o della donazione e/o, appunto, dell’azione di gamification [es condivisione di un articolo, completamento del proprio profilo, invito di un amico ad iscriversi ecc]. Questi crediti servono per acquistare i coupon di sconto offerti dai nostri partner. Esempio: Tizio ci dona 5 euro, riceve 5 crediti e può scaricare il coupon da 2,50 crediti per ottenere un gelato in omaggio. Da settembre, inoltre, attiveremo anche il servizio freemium, con articoli riservati solo ai nostri lettori/sostenitori, ovvero a coloro che effettueranno una donazione per sostenere il nostro lavoro.

3) Gamification e una community interna al giornale. Anche questa è una scelta che in Italia si è vista poco o nulla. I motivi.

Prima di tutto, a mio avviso, perché chi opera nel nostro settore è tendenzialmente un analfabeta digitale, che quando sente il termine “gamification” non sa assolutamente cosa significhi. Il resto è composto da conformisti cronici senza idee e grandi editori che, per motivi intuibili, hanno molte difficoltà ad innovare sul serio [Rcs ha messo le faccine del “come ti senti”, ad esempio, presentandole come grande novità per coinvolgere la “community”] e, gestendo anche l’oligopolio dell’advertising online in accordo con le grosse concessionarie ed i centri media, hanno per ora poco interesse concreto nello spingere modelli veramente nuovi. Ma qualche bell’esempio, oltre a YOUng, per fortuna c’è anche in Italia. Non parliamo ancora di gamification vera e propria, ma realtà come Lega Nerda e VVVID a mio parere sono da tenere d’occhio.

4) I have a dream. Come sarà YOUng tra 5 anni?

Bella domanda. Io spero prima di tutto che sarà internazionale, tradotto in Inglese, Spagnolo e Portoghese e che riuscirà a raccogliere intorno a sé una vera e propria comunità offline, oltre che una community virtuale. Mi auguro che YOUng, tra 5 anni, si evolva da giornale online indipendente a movimento culturale in grado di proporre quel patto generazionale di cui accennavo durante la mia prima risposta. Perché va bene leggere e condividere articoli, va bene scambiare pareri online, ma penso che il nostro obiettivo finale dovrà essere quello di affiancare all’attività editoriale di alto profilo anche gli eventi tematici, che coinvolgeranno sia i nostri partner commerciali che i nostri lettori ed i nostri autori, trasformando la pubblicità da disturbo a servizio utile per l’utente.

5) Tornando alla community interna. Perché le persone dovrebbero frequentare quella di YOUng e non Facebook o altri social?

Prima di tutto perché, oggi più che mai, i social sono spesso un ricettacolo caotico di frivolezze o di bufale o di notizie di scarso valore ed utilità. YOUng si impegna a fornire solo contenuto di alto profilo e di alto valore aggiunto per chi lo frequenta. E’ un progetto concepito, nato ed organizzato per favorire il profilare di “nicchie” organizzate al suo interno, che mira a “trattenere” i lettori trasformandoli da semplici fruitori di notizie in utenti attivi, che grazie all’interazione reciproca dentro e fuori da YOUng, possono guadagnare crediti ed ottenere quindi “ricompense”. La dinamica cui abbiamo pensato è proprio quella che ha fatto il successo di molti giochi online: tu passi tempo su YOUng, lo sostieni economicamente e ne diffondi il brand, noi ti premiamo permettendoti di accedere a contenuti e funzionalità ed offerte esclusive. Ma attenzione: noi non vogliamo certo porci come alternativa ai vari Facebook, Instagram, Linkedin, Twitter ecc. Noi rappresentiamo semmai un’integrazione, un qualcosa di diverso che non sostituisce l’esperienza social ma la rende appunto diversificata. Più “pulita” e selettiva ma non per questo noiosa o limitata.

6)  Qual è la strategia di comunicazione a supporto del lancio di YOUng?

Considerando il nostro budget che rasenta lo zero, dobbiamo puntare tutto sul nostro network social pre-esistente [abbiamo circa 600.000 iscritte alle pagine facebook che promuovono YOUng] e sulle nostre competenze. Dalla prossima settimana lanceremo anche un video di promo per la campagna di crowdfunding con Marco Baldini come testimonial. Poi il consueto lavoro di ufficio stampa per farci conoscere dai media e, si spera, recuperare altre interviste come questa. In più, lanceremo l’hashtag #DipendeDaTe e regaleremo magliette ordinati su Worth Wearing con il logo YOUng e la scritta “Dipende da me” ad ogni sostenitore che ci avrà donato almeno 100 euro, invitandolo a girare un video dove dirà:”Sono Tizio e YOUng Dipende anche da me”. In questa operazione cercheremo di coinvolgere anche intellettuali, artisti e personaggi noti del web.

7)  3 cose che i newsbrand fanno bene in Italia e 3 che invece fanno male.

Ti sembrerò presuntuoso ma non riesco sul serio a trovare tre cose che i newsbrand fanno bene oggi, soprattutto considerando l’Italia. E ti sembrerò magari meno presuntuoso se ti dico che i primi ad aver fatto poco o nulla di buono fino ad un anno fa siamo stati in primis noi di YOUng. Certo abbiamo raccolto quasi 10.000 iscrizioni, lanciato diverse campagne crowdfunding di successo e collezionato 6 milioni di accessi unici nel 2014. Al di la di interviste, approfondimenti, reportage ed inchieste di qualità, però, non abbiamo prodotto nulla che non ci sia già altrove. Nulla che non si sia già visto e che, magari, in certi casi funziona pure meglio. Una prima svolta c’è stata nel 2014, con l’inaugurazione del nuovo sistema per i follower, che ha preannunciato ciò che abbiamo lanciato lo scorso 12 agosto. Se devo proprio sforzarmi, comunque, ti dico che di sicuro la profilazione degli utenti ed il tentativo di creare community interne, organizzando anche eventi, sono un buon inizio che molte piattaforme hanno preso in considerazione. Quello che fanno male? Puntare ancora così tanto su visite, click ed adv display, dipendere troppo dai social e non riuscire ad avere una linea editoriale chiara e coerente, trattando magari meno argomenti ma in maniera più approfondita e competente ed inseguendo invece i vari tormentoni viral. In generale non credo che l’informazione generalista abbia un futuro – e neppure un presente – al di fuori del maistream pre-esistente [e pure sovvenzionato pubblicamente]. L’errore più grande è non avere il coraggio di sperimentare sistemi alternativi a quelli attuali, soffrire di questo complesso virtuale che online vuole imporre ogni contenuto gratuitamente, altrimenti “nessuno lo legge”. Certo: ma quando fai 6 milioni di unici ed incassi 3000 euro, significa che il tuo modello non regge e non può basarsi solo sulle visite e gli adv display. Anche il “native” da solo non può assolutamente bastare [e lo trovo anche poco corretto deontologicamente]. Occorre integrare diversi sistemi che possano essere win win e trasparenti per tutti i soggetti coinvolti: publisher/editori, inserzionisti ed utenti finali. Noi ci proveremo.

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[*] Disclaimer: Il sottoscritto intrattiene rapporti professionali regolarmente retribuiti con Germano Milite e collabora con YOUng. Questo articolo invece NON è remunerato in alcun modo.

Posted on 22 luglio 2015 by Pier Luca Santoro

Community

Che quello che una volta era il giornale di Gramsci da quanto ha ripreso le pubblicazioni sia tutt’altra cosa basta una rapida occhiata alle prime pagine di questi giorni per stabilirlo.

Una linea editoriale riformista che difficilmente riuscirà ad avere successo poiché appare estremamente improbabile che riesca da un lato a mantenere gli affezionati del vecchio quotidiano e dall’altro lato a sottrarre lettori a Repubblica, Corriere e La Stampa  vincendo l’avversione spontanea per la testata e per la tradizione che comunque si porta dietro. Infatti, dalle voci che girano all’interno dei diversi gruppi di edicolanti presenti su Facebook, ad eccezione del primo giorno non pare esattamente un successo di vendite, diciamo, per usare un eufemismo.

Il peggio però arriva dalla versione online chiaramente progettata per essere di supporto alla versione cartacea e non protagonista come dovrebbe essere naturale per un quotidiano che [ri]nasce nel 2015.

Se è sempre più chiaro che il giornalismo è una conversazione a due vie. I contenuti sono la base, la reputazione e la comunità, le chiavi del successo. È proprio dall’area community de l’Unità che si comprende come il giornale sia nato vecchio, obsoleto, e sia destinato a seguire le sorti di molti quotidiani apparsi e scomparsi dalla scena editoriale come meteore in questi anni.

Stiamo sposando una comprensione più larga di ciò che può fare un giornalista. Siamo community organizer, catalizzatori di discussioni – spesso scherziamo dicendo che siamo «dj delle news», ha scritto Andy Carvin al lancio di Reported.ly. Concetti e visioni che a l’Unità restano totalmente oscuri, pare.

La sottile ma NON trascurabile differenza tra essere online ed essere parte della Rete. La linea di demarcazione tra il successo e il fallimento.

Unità Community

Posted on 21 luglio 2015 by Pier Luca Santoro

News Explorer

IBM lancia Watson News Explorer cognitive web app per costruire automaticamente una rete di informazioni e presentare i risultati di grandi volumi di notizie in modo comprensibile. Il video sottostante ne riassume le principali caratteristiche.

Con Watson News Explorer si è in grado di estrarre e comprendere la ricchezza di informazioni che sta emergendo direttamente dalla fonte . Usa l’elaborazione del linguaggio per estrarre temi ed elementi essenziali come luoghi , organizzazioni, aziende, persone e tempo, componenti chiave necessari per costruire e navigare nella immensa rete interconnessa di informazioni eterogenee che è implicita nella notizia .

Con una rappresentazione di visualizzazione della rete delle notizie, e le entità di cui al suo interno , si può arrivare ad una comprensione più profonda di ciò che viene segnalato e come è interconnesso .

Grazie a Watson News Explorer si aggregano i fatti rilevanti di qualsiasi dimensione del Web , viene mostrata una mappa dei luoghi in cui le notizie, le informazioni, hanno origine , fornendo una rappresentazione temporale delle notizie  e una visualizzazione di rete per le dimensioni rimanenti, come mostra lo screenshot sotto riportato, a titolo esemplificativo, relativo a Facebook.

Certamente ancora in versione beta, in corso di sviluppo, e destinato, come sempre avviene in fase iniziale, ad un pubblico di nicchia, News Explorer mostra le soluzioni che è possibile adottare per fornire un pacchetto di informazioni utili e facilmente fruibili mettendo definitivamente la pietra sopra ai giornali così come attualmente concepiti, monolitici e indivisibili, sia nella versione cartacea che in quella digitale/online. Amen!

News Explorer

Posted on 24 giugno 2015 by Pier Luca Santoro

New[s] Business

Le revenues da vendite di copie in tutto il mondo, italia inclusa, hanno superato i ricavi dalla raccolta pubblicitaria nel mix dei publisher. Fenomeno che è imputabile più al crollo dell’advertising sulla stampa che a straordinarie performance nelle vendite che, di fatto, anche con le copie digitali e gli abbonamenti alla versione online non riescono comunque a pareggiare i conti rispetto al passato.

È scritto alla prima pagina del bigino sulla vendita che quando non è possibile, e/o è troppo oneroso, lavorare orizzontalmente, ovvero ampliare il parco clienti, l’alternativa logica è quella di operare in maniera verticale, ossia fornire un maggior numero di prodotti/servizi al parco clienti trattanti, ai clienti esistenti. Dopo tanto rumore su come generare nuovi ricavi per l’editoria pare che, finalmente, qualcuno inizi a comprendere questo concetto apparentemente basico.

Il Mai­lOn­line, in col­la­bo­ra­zione con WPP e Sna­p­chat, lan­cia “Truf­fle Pig”, agenzia di content marketing per offrire un’ampia gamma di ser­vizi nell’area della comu­ni­ca­zione d’impresa quali con­tent crea­tion, info­gra­fi­che, video, social media mana­ge­ment e molto altro ancora.

Jon Steinberg, ceo di Daily Mail Nord America ha commentato: “Il maiale da tartufo trova un cibo raro e gustoso. Con la necessità di piani marketing basati sullo storytelling sui nostri siti e su quelli delle altre media company e i nuovi formati di annunci come quelli di Snapchat, i marchi hanno bisogno di un maiale da tartufo. Siamo entusiasti di lavorare con sigle leader a livello mondiale, le loro agenzie media e tutte le piattaforme digitali per creare un’unica realtà dedicata al digital marketing”.

Truffle Pig utilizzerà DailyMail.com, Elite Daily e Snapchat per testare le prime iniziative che saranno per ora sviluppate solamente negli Stati Uniti ed utilizzeranno il 3V video, i cui concetti sono riassunti nel video sottostante dal CEO di Sna­p­chat.

Contemporaneamente Les Echos, lunedi 22 giugno, ha annunciato il lancio di una piattaforma digitale per servizi alle imprese. Parzialmente finanziato dal fondo di Google – per la somma di 2 milioni di euro di un bilancio totale di circa 4 milioni – questa piattaforma riunisce le offerte di servizi per le imprese attualmente proposte dal gruppo: il deposito di note legali consultazione di gara, ricerche di mercato, strumenti di comunicazione.

Lo sviluppo di questa piattaforma è anche emblematico del rapido sviluppo del modello di business di Echoes, uno dei media che meglio sta affrontando la transizione al digitale, con buona pace per chi pensa che Frederic Filloux , Managing Director, Digital Operations di Les Echos, dica banalità. Servizi che attualmente contribuiscono al 31% del fatturato del gruppo, contro il 12% nel 2011 [la pubblicità pesa per il 30% e le vendite di contenuti il 39%]. Il gruppo vuole raggiungere, entro il 2018, il 50% dei ricavi generati dai servizi.

Il gruppo ha modificato passo dopo passo il suo business originale, le informazioni economiche e finanziarie, che potrebbero diventare, a medio termine, una quota di minoranza dell’attività sul modello del gruppo tedesco Springer, per esempio.

Les Echos

Per fortuna qualcosa si muove anche nel panorama nazionale con RCS che ha recentemente dato vita a NuMix Agency che aggrega, sotto la guida del Managing Director Alceo Rapagna, Connecto, centro di competenza di servizi di marketing below the line con l’obiettivo di affiancare le aziende nel processo di trasformazione digitale,  RCS Live, area dedicata ai grandi eventi del gruppo RCS, e InProject, unità dedicata a progetti multimediali su misura per le aziende, per fornire, anche in questo caso, servizi di comunicazione integrata a 360 gradi.

Insomma, dopo tanto parlare di modelli di business 2.0 per i publisher, le iniziative in tal senso, finalmente, iniziano a fiorire in ogni angolo del pianeta. Ovviamente, dando per scontata la bontà dei servizi offerti, la differenza la farà la capacità delle reti vendita delle concessionarie che dovranno trasformarsi da venditori di colonne e pixel in veri e propri consulenti di comunicazione. In caso di bisogno siamo qui.

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