Distribuzione Editoria

Posted on 4 settembre 2015 by Pier Luca Santoro

21 Grafici Sulla Crisi dei Giornali

Per l’ultimo numero di “New Tabloid”, il trimestrale dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, ho scritto, a quattro mani con Paolo Pozzi, coordinatore della testata, un’analisi dettagliata sulla crisi dei newsbrand nel nostro Paese.

Lo speciale: “Non solo il web uccide i giornali”, di 27 pagine, fornisce una fotografia puntuale della situazione andando a scavare in profondità su tutti gli aspetti, dalle inefficienze della filiera distributiva tradizionale al crollo delle copie, passando per inconsistenza degli abbonamenti e copie digitali multiple, uno dei tanti “trucchetti” per gonfiare le vendite e nascondere il palese insuccesso.

Di seguito riprendo i 21 grafici e tabelle di dati a supporto dell’inchiesta effettuata. Ovviamente il testo che li accompagna e commenta è da leggere poiché [garantisco] consente di comprendere ancor meglio la situazione nonostante in molti casi i numeri siano autoesplicativi.

I Numeri dell’Editoria

I numeri dell'editoria

Vendite Copie Digitali

Vendite Digitali

Copie Multiple

Indicatori Chiave

Indicatori Chiave

Inefficienza Filiera Distributiva

Resi

Macero

Readership Quotidiani

Readership Giornali

L’Insostenibile Leggerezza di Poste Italiane

Poste Italiane

La Rete Produttiva

Rete Produttiva

La Marginalità degli Abbonamenti

Diffusioni

Diffusioni Bis

Amarcord

Diffusioni 20 anni fa

Il Valore [Dimenticato] delle Edicole

Periodici

Le [Poche] Vendite Digitali NON Compensano il Crollo della Carta Stampata

Precipita

Quotidiani: Carta Vs Digitale

Diffusioni Carta

Diffusioni Digitale

L’Ex Industria dell’Informazione

Regioni

Produzione

La Grande Crisi della Pubblicità

Mercato Pubblicitario

Readership Carta Stampata

Readership 55

Readership Socio

Flop

FVG & ER

That’s All Folks [Adattato al Contesto]

That's All Folks

Posted on 3 agosto 2015 by Pier Luca Santoro

Giornali d’Europa

Grazie ai dati della BDZV, l’associazione federale tedesca degli editori di giornali, l’omologo teutonico della nostrana FIEG, abbiamo il numero di testate, di quotidiani cartacei, per la maggioranza delle nazioni europee.

Al primo posto la Germania, nazione che con BILD-Zeitung è prima nella top 20 dei giornali più venduti al mondo, al settimo posto del ranking subito alla spalle di Nikkei, testata di cui si è parlato molto in questi giorni per la recente acquisizione del Financial Times. Top 20 mondiale che vede solamente altre due testate europee: The Sun e Daily Mail, rispettivamente all’undicesimo e quattordicesimo posto.

Non si evidenzia correlazione tra il numero di pubblicazioni ed abitanti come dimostra, tra l’altro, l’Italia che si colloca al secondo posto per numero di testate quotidiane quasi alla pari con la Spagna che però ha una popolazione di gran lunga inferiore alla nostra. Molto elevato il numero di giornali rispetto agli abitanti in Svezia e Norvegia.

Non pare esistere neppure una relazione tra lettori di quotidiani e riviste su Internet rispetto al numero di giornali di carta disponibili in ciascuna nazione, come evidenziato dai dati ISTAT, a conferma di come la carta sia sempre più una delle piattaforme di pubblicazione e della convergenza in tal senso.

Il grafico sottostante riassume i dati di ciascuna nazione.

Posted on 23 giugno 2015 by Pier Luca Santoro

Rapporto 2015 sull’Industria dei Quotidiani in Italia

Nell’ambito dei  lavori di Wan-Ifra Italia 2015, la conferenza internazionale dell’industria editoriale e della stampa italiana promossa da Wan-Ifra [Associazione mondiale degli editori] e Asig [Associazione Stampatori Italiana Giornali] della scorsa settimana, è stato presentato il Rapporto 2015 sull’Industria dei Quotidiani in Italia.

La desk research a cadenza annuale, giunta alla 16esima edizione, riassume i dati relativi a: andamento e prospettive del mercato dei quotidiani, andamento del mercato pubblicitario, andamento, tendenze e prospettive occupazionali, andamento retributivo e costo del lavoro poligrafico, trend tecnologici e di mercato in atto.

Per comprendere, o meglio per avere conferma dell’aria che tira, bastano le conclusioni del consiglio direttivo dell’Asig nell’introduzione al rapporto 2015: “Nell’edizione 2011 di questo Rapporto pubblicammo una “mappa dell’estinzione dei quotidiani”, realizzata da un centro di consulenza australiano, che indicava nazione per nazione la data di scomparsa dei giornali quotidiani: per l’Italia, l’anno x era stato fissato nel 2027. Allora ci sembrava la solita esagerazione del fanatico futurologo di turno, da archiviare con un sorriso e magari con qualche rituale scaramantico. Ma oggi, in tutta onestà, possiamo dirci assolutamente certi che tra dieci anni in Italia i quotidiani esisteranno ancora?”

Dati, già pubblicati all’interno di DataMediaHub [qui, qui, qui] che lasciano purtroppo poco spazio all’ottimismo. La crisi economica generale del nostro Paese si è tradotta in una significativa contrazione della diffusione e dei fatturati pubblicitari, alla quale ha fatto riscontro una notevole riduzione delle testate e degli stabilimenti di produzione. In forte calo l’occupazione, ristagnano i livelli retributivi degli addetti del settore, in grande sofferenza il fondo integrativo di settore, dove per ogni lavoratore attivo ci sono quasi quattro pensionati.

All’interno del rapporto vi sono due aspetti che più di altri attirano l’attenzione.

Il primo riguarda l’elevato livello di inefficienza del sistema distributivo, della filiera tradizionale del cartaceo, che produce un’incidenza dei resi del 31% rispetto al 14% di incidenza in Francia. La conferma, se necessario, di quello che scrivevamo pochi giorni fa nelle conclusioni sull’analisi relativa ai prin­ci­pali cin­que gruppi edi­to­riali quo­tati in borsa.

Infatti, come ricorda Gianni Paolucci, presidente dell’Asig, la ver­sione car­ta­cea dei quo­ti­diani rap­pre­senta ancora oggi il grosso dei ricavi, come dimo­strano, anche, le nostre ana­lisi, ma non si è data la giu­sta atten­zione a quella che è la cash cow della stampa. L’informatizzazione delle edi­cole lan­gue in una legge disat­tesa da ormai tre anni alla quale era legata sia l’area di finan­zia­mento pub­blico ai gior­nali che i bene­fici di razio­na­liz­za­zione dei resi e di gestione delle infor­ma­zioni. Un aspetto che potrebbe, secondo le mie stime, gene­rare un recu­pero con­tri­bu­tivo tra il 10 ed il 15%, ripor­tando fuori dal rosso il com­parto e dando ossi­geno, cassa, per affron­tare con mag­gior sere­nità l’area digitale. Tema al quale ho dedicato un libro due anni fa e che, visto l’immobilismo, credo sia ancora di cocente attualità.

Il grafico sottostante mostra  il dettaglio del periodo 2011-2014 per quanto riguarda andamento copie vendute, abbonamenti, copie gratuite, e resi, evidenziando come l’incidenza della resa sia ulteriormente peggiorata nel periodo preso in considerazione passando dal 28.9% del 2011 al 31% del 2014. Ulteriore conferma di quanto colpevole sia stato l’immobilismo, anche, su questo fronte negli ultimi anni rispetto alla roadmap teorizzata e mai messa in pratica.

L’altro aspetto è relativo alla crisi della raccolta pubblicitaria che complessivamente influisce in maniera maggiormente  negativa rispetto al calo di vendita di copie documentato nel grafico sopra riportato.

Nel 2000, anno in cui il mercato pubblicitario italiano raggiunse i massimi valori, i ricavi pubblicitari rappresentavano il 58% dei ricavi complessivi dei quotidiani, divenuti il 38.5% nel 2014 portando di riflesso l’incidenza delle vendite sul totale dei ricavi al 61.5%. Insomma quasi due terzi dei ricavi deriva dalle vendite di copie ma la gestione è inconsistente ad essere magnanimi.

Inoltre, come mostra il grafico contenuto all’interno del rapporto, la crisi è certamente strutturale ma la riduzione della raccolta pubblicitaria per i quotidiani è in buona parte frutto del crollo dei listini. Infatti, fatto 100 il 2008 il calo a fine 2014 è del 29% a spazi mentre è di ben il 54%, quasi il doppio, a valore come evidenziavo di recente.

In Italia sostanzialmente non esistono listini pubblici dei prezzi delle inserzioni pubblicitarie e quando esistono sono poco più che simbolici con sconti che possono arrivare sino al 90% non solo in funzione del livello di investimento.

L’adv è morto, o comun­que mori­bondo, e i modelli di busi­ness che si basano solo su quest’area hanno la stessa pro­spet­tiva. Chi pensa che la carta rappresenterà la haute couture, mentre i servizi digitali saranno il pret-a-porter, ragiona ancora secondo schemi obsoleti, senza futuro.

Spazi e Fatturati Adv Quotidiani

Posted on 16 giugno 2015 by Pier Luca Santoro

Digital News Report 2015

Il Reu­ters Insti­tute for the Study of Jour­na­lism ha rila­sciato i risul­tati della quarta edi­zione del suo stu­dio annuale “Digi­tal News Report”, stu­dio sulle abi­tu­dini di con­sumo dell’informazione online/digitale in 12 nazioni, Ita­lia com­presa, basato su 20mila interviste ad altrettanti consumatori di notizie online e focus group condotti online ed integrato con i contributi di autorità del settore quali Emily Bell.

Lo stu­dio, con­dotto tra gen­naio e feb­braio di quest’anno, prende in con­si­de­ra­zione sola­mente coloro che con­su­mano infor­ma­zione e che hanno accesso ad inter­net. Per quanto riguarda spe­ci­fi­ca­ta­mente il nostro Paese si tratta della nazione con la minor pene­tra­zione della Rete tra le dieci prese in con­si­de­ra­zione come mostra la sezione dedi­cata alla meto­do­lo­gia della ricerca. È esclusa quindi poco meno della metà della popo­la­zione italiana.

Il rap­porto si com­pone di 112 pagine. Come di abi­tu­dine, se il tema vi inte­ressa, che sia a titolo per­so­nale o pro­fes­sio­nale, con­si­glio cal­da­mente la let­tura inte­grale dello stu­dio al di là della mia per­so­nale sin­tesi ed interpretazione. Se siete di fretta invece, potete leggere la scheda di sintesi con focus al sistema media­tico dell’Italia e guardare il video sottostante che sintetizza in meno di due minuti i risultati principali a livello globale.

In 6 dei 12 Paesi presi in considerazione dallo studio il consumo d’informazione online, inclusivo dei social, supera quello televisivo. Così non è per quanto riguarda l’Italia dove invece la televisione regna sovrana. Il grafico sottostante riporta il dettaglio di ciascuna nazione. Si tratta dell’ennesima evidenza, se necessario, che rifarsi ad esperienze internazionali non sempre funziona viste le profonde differenze.

Reuters MAIN SOURCE OF NEWS

L’Italia una delle nazioni con il più basso indice di fiducia sull’informazione con solo il 35% delle persone che rispondono positivamente alla  domanda “I think you can trust most news most of the time”.

È confermato ampiamente l’utilizzo dei social come fonte dalla quale apprendere le notizie. Sono ovviamente Facebook e Twitter i due principali social con il primo – con un’audience molto ampia e generalista – che viene usato prevalentemente per altri scopi, a cominciare dal relazionarsi con amici/conoscenti, ed il secondo che invece è utilizzato da un pubblico più specializzato alla ricerca degli ultimi sviluppi, delle novità, anche in campo informativo.

In crescita anche l’utilizzo di WhatsApp con l’Italia al terzo posto su 12 per l’utilizzo dell’applicazione di messaggistica istantanea per ricevere notizie. In crescita anche la fruizione di video come fonte d’informazione sia in generale che in specifico riferimento al nostro Paese.

Le noti­zie sono sem­pre più unbran­ded e la search ed i social diven­gono pre­po­ten­te­mente la porta d’ingresso ai siti web delle testate. In Ita­lia la search è la fonte di accesso alle noti­zie per il 66% dei rispon­denti [ancora con­vinti di voler fare la “guerra santa” a Goo­gle?], i social il 33%, mentre l’accesso diretto ai newsbrand è praticato solo da un quinto delle persone.

Le noti­zie unbran­ded, senza marca distin­tiva, sono la deri­vata di una poli­tica scel­le­rata di gestione della marca con online che ha carat­te­ri­sti­che com­ples­si­va­mente non con­grue con quelle dell’omologa ver­sione car­ta­cea; in par­ti­co­lare in Ita­lia dove sono nette le dif­fe­renze. Per un pugno di click si svende la marca.

Reuters Starting Point for News

Come emerge distintamente dai dati Audiweb, il rapporto conferma che i legacy media prevalgono su digital born. In Italia alla domanda su quale fonte d’informazione online sia stata utilizzata nell’ultima settimana il 79% cita una testata tradizionale e il 51% invece una all digital. Tra i global newsbrand nativi digitali Yahoo, MSN e HuffPost sono i più citati ma restano comunque relativamente marginali, sempre al di sotto del 10% dei rispondenti.

L’infografica sotto riportata riassume quali sono i newsbrand italiani, online e offline, con la maggior penetrazione a livello di utilizzo settimanale.

Reuters Scheda Italia

Il Reu­ters Insti­tute for the Study of Jour­na­lism segmenta coloro che fruiscono d’informazione online in  tre tipologie: i “casual users”, coloro che accedono all’informazione una volta al giorno o meno, che pesano il 34% del totale, i “daily briefers”, che come dice il nome accedono quotidianamente all’informazione una o più volte nel corso della giornata e pesano il 45%, e i “news lovers”, persone che accedono all’informazione 5 o più volte nel corso della giornata e rappresentano il 21% del totale. In Italia i “news lovers” sono il 17% e i “casual users” il 10%.

La fruizione delle notizie si spalma abbastanza uniformemente nell’arco della giornata con picchi alla mattina presto ed in prima serata. L’accesso avviene prevalentemente da casa, a prescindere dal device utilizzato, circa un quarto lo fa dal lavoro e una parte marginale invece mentre è in movimento.

Le notizie nazionali, seguite da quelle internazionali e locali, sono al primo posto degli interessi per tipologia d’informazione in 10 nazioni su 12, italia inclusa.

Nel nostro Paese il 51% degli intervistati afferma di aver pagato, di aver acquistato un giornale di carta. Percentuale che scende al 12% per quanto riguarda le news online/in formato digitale. Teo­ri­ca­mente l’Italia, dopo Danimarca e Finlandia, è la nazione con la mag­gior pro­pen­sione al paga­mento delle noti­zie; vedendo le per­cen­tuali, net­ta­mente infe­riori, delle altre nazioni si capi­sce quanto neces­sa­ria sia un abbon­dante tara­tura tra dichia­rato e rea­liz­zato. In caso di dubbi basti vedere l’andamento effet­tivo delle ven­dite di copie digi­tali. La stra­grande mag­gio­ranza di coloro che pagano per le news online/digital, acqui­sta “one shot” [63%]. Ulte­riore ele­mento di rifles­sione come ho già avuto modo di sot­to­li­neare.

Reuters Pagamento News Online

L’Italia è tra le nazioni in cui le per­sone hanno una mag­giore pro­pen­sione ad uti­liz­zare i social per la frui­zione d’informazione. I milioni di fan alle pagine delle diverse testate, per come ven­gono gestiti, non ser­vono ad altro che ad ali­men­tare i ricavi di Zuc­ker­berg & Co. Basti vedere, in assenza di altri dati o di uti­lizzo di piat­ta­forme spe­ci­fi­che di moni­to­rag­gio, il rap­porto tra numero di fan, pur con tutte le tara­ture sulla reach effet­tiva, e gli accessi com­ples­sivi al sito web cor­ri­spon­dente della testata o, peg­gio, la ven­dita di copie car­ta­cee, per veri­fi­care quanto labile sia la relazione.

Il rapporto chiarisce come a fronte di un incremento dell’uso dei social come punto di scoperta della notizie non vi sia invece un incremento nella partecipazione. I social sono più un filtro di selezione che non una fonte d’informazione. Le notizie si condividono e si commentano ancora oggi “face-to-face”.

Credo che vada com­ple­ta­mente rivi­sto, ribal­tato l’approccio. È meglio avere cen­ti­naia di migliaia di per­sone delle quali non si sa nulla, che non leg­gono e che com­men­tano a caso e fuori luogo o è meglio ridurre la quan­tità e sta­bi­lire una rela­zione, creare enga­ge­ment con coloro che interessano?

Per­so­nal­mente non credo pos­sano esserci dubbi sul pre­fe­rire la seconda scelta. Per un’ecologia dei social media ini­ziate, ini­ziamo, ad abbat­tere la fan base ed a capire cosa inte­ressa ai nostri let­tori, a misu­rare più il click trough che altri para­me­tri, a rela­zio­narci con loro, come ho già avuto modo di dire.

Reuters Partecipazione Social Notizie

Posted on 15 giugno 2015 by Pier Luca Santoro

Post-it

Le notizie di oggi su media e comunicazione che, secondo noi, non potete perdervi.

  • Redistribuzione delle Notizie – Frédéric Filloux spiega molto bene le nuove logiche di distribuzione delle notizie alla luce dell’avvento di Instant Article di Facebook e di Apple News e quali le implicazioni. Argomento sul quale riflette anche Margaret Sullivan, Public Editor del NYTimes, analizzando il delicato bilancio della presenza del proprio quotidiano, del giornale in cui lavora, in questo nuovo contesto.
  • Unicorni – Secondo uno studio realizzato da una banca d’investimento in Europa ci sono 13 “unicorni”, 13 start-up che hanno superato il valore, la valutazione, di un miliardo di euro. Nessuna in Italia.
  • Facebook News Feed – Il news feed di Facebook, la logica ed il peso dei diversi fattori dell’algoritmo di Facebook che decide cosa farci vedere e cosa no cambia, ancora. Adesso, secondo quanto annunciato, il tempo di lettura diventa criterio discriminante.
  • L’Unità – Il giornale fondato da Gramsci torna in edicola il 30 giugno. Il quotidiano sarà di 24 pagine e sarà in edicola al costo di 1,40 euro. Le prime tirature dell’Unità saranno oltre le 100mila copie.
  • Digital Advertising – Dai social ads di Facebook e Twitter agli interstizial ads passando per banner e pay-per-click. Pro e contro di ciascuna scelta e una valutazione di quali funzionano meglio.
  • Dare i Numeri – Ad un mese dal lancio di Instant Articles di Facebook, Buzzfeed pubblica i dati delle performance degli articoli sin qui pubblicati. Giustamente il product manager avverte che si tratta ancora di dati troppo parziali per poter fornire elementi adeguati di valutazione.
  • Social Media Manager – The Economist cerca, assume, un social media manager.

Altre noti­zie e segna­la­zioni su media e comu­ni­ca­zione nella nostra pagina Face­book e, ovvia­mente, su Twit­ter. Buona lettura.

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