Search e Social Rappresentano il 44% delle Page Views dei Publisher

A livello mondiale search e social rappresentano oltre i due quinti [44%] delle page views degli editori, secondo i dati dalla piattaforma di content intelligence Chartbeat.

I motori di ricerca da soli pesano un quarto [24.3%] delle visualizzazioni di pagina, mentre le piattaforme social rappresentano un quinto [19.3%]. Naturalmente stiamo parlando principalmente di Google e Facebook.

Per quanto riguarda in maniera specifica il Sud Europa, e dunque anche l’Italia, il peso di search e social si è attestato al 39% nel quarto trimestre 2020. Allo stesso livello del primo e quasi del terzo trimestre 2020, ma in lieve calo rispetto al 41% nel secondo trimestre 2020, quando le persone, chiuse in casa, cercavano con maggiore intensità informazioni, notizie, sulla pandemia.

Comunque sia, al di là delle, lievi, oscillazioni, attorno a quattro pagine viste su dieci lo sono grazie al traffico portato da search e social ai siti web degli editori.

Incidenza tutt’altro che trascurabile visto che il modello prevalente di monetizzazione è quello dei CPM, e dunque delle impression generate dalle pagine viste dagli utenti, dalle persone.

Dati che si collocano all’interno di uno scenario di guerra aperta tra publisher e Google e Facebook, con il governo australiano sempre più intenzionato a forzare la mano per costringerli a pagare  le testate giornalistiche, quello francese che, dopo una lunga contrattazione, ha raggiunto un accordo, che però lascia scontenti molti editori, e  l’Unione Europea seriamente intenzionata a seguire la strada australiana.

Misure caldeggiate, oltre che dai publisher naturalmente, dal presidente di Microsoft Brad Smith, che afferma che gli Stati Uniti e altri Paesi dovrebbero adottare le regole sui media proposte dall’Australia, che, appunto, richiedono alle aziende tecnologiche di pagare per i contenuti delle notizie.

Si tratta di logiche perverse, protezionistiche, che non solo sono anacronistiche ma presenterebbero diversi problemi per gli editori stessi e che fraintendono, o peggio, il valore della condivisione di link.

Basta del resto verificare come ancora oggi per la maggior parte dei quotidiani del nostro Paese sia “un tabù” inserire un link che porti all’esterno del proprio sito web, ignorando un principio fondamentale di Internet, come ha sottolineato Tim Berners-Lee, l’inventore del world wide web, quando ha rilasciato una dichiarazione contro la legge il mese scorso.

Inoltre, quando un individuo condivide un link nel proprio feed di notizie, viene “pagato” tramite tutti i suoi amici che fanno clic su di esso, anziché tramite quel canale di notizie che deve raggiungere ciascuno di loro individualmente. Nella sostanza si tratta di pubblicità gratuita per i media.

Passano gli anni e i quotidiani restano online ma continuano a non far parte della Rete, come dimostra, se necessario, anche la nostra desk research recentemente pubblicata.

Senza contare che se la situazione si facesse insostenibile per Google e Facebook i publisher perderebbero molti più ricavi di quanto potrebbero ricevere visto che, ad esempio, l’accordo raggiunto in Francia è per un importo di 22 milioni di euro all’anno, contro, sempre a titolo esemplificativo,  i 78.1 milioni di euro di ricavi da adv online che RCS ha avuto solamente nei primi nove mesi del 2020.

L’infografica sottostante fornisce il trend del peso di search e social sulle page views dei siti dei publisher nell’Europa del Sud, stando ai dati di Chartbeat.

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