Scende al Minimo Storico la Partecipazione Politica Online

All’inizio di Luglio, ha destato un grande scalpore, e sollevato un forte dibattito in Rete, che si protrae ancora oggi, la lettera firmata da circa 150 intellettuali, dal titolo “Una lettera sulla giustizia e il dibattito aperto”, di denuncia un clima ostile nei confronti del «libero scambio di idee e informazioni».

Lettera contro quella che è stata definita come la “cancel culture”, che grossolanamente è stata resa come “dittatura del politicamente corretto”, e fa riferimento allo spazio, secondo il testo via via più attaccato e minacciato, del “libero scambio di informazioni e idee, linfa vitale di una società liberale [che] sta diventando sempre più limitato”. E che ha subito forti critiche da parte di molti, che sostengono che sia “snob” e fuori dalla realtà.

È notizia di questi giorni che Twitter ora sta permettendo a chiunque di limitare chi può rispondere ai propri tweet, come ad esempio solo a quelli che seguono l’autore o solo agli account che sono taggati nel tweet. Anche se resta comunque possibile condividere opinioni diverse con i retweet con commenti, che a volte raggiungono un pubblico più ampio rispetto al tweet originale, si tratta di comunque di una scelta che, seppur tesa a far sentire le persone più a proprio agio, potrebbe avere effetti collaterali pericolosi per la libertà di espressione, e altrettanto pericolose devianze.

hate speech su Twitter in Italia

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Al riguardo c’è chi dice che non ci sia più spazio per il dibattito nemmeno nei giornali, e secondo i risultati di un sondaggio condotto dal Cato Institute quasi due americani su tre [62%] dicono che il clima politico attuale impedisce loro di dire cose di cui sono convinti, perché temono che gli altri possano trovare le loro idee offensive.

In seguito alle proteste per “black lives matter” che in Italia, tra le altre cose, hanno portato ad imbrattare la statua di Montanelli, la metà degli italiani sostiene che i personaggi storici [raffigurati nelle statue oggetto delle proteste di questi giorni] non vanno demonizzati ma contestualizzati nell’epoca in cui vivevano, ma per il 59% degli italiani «molte persone sono razziste ma non lo dicono apertamente».

Secondo il concetto introdotto nel libro “T.A.Z.: The Temporary Autonomous Zone, Ontological Anarchy, Poetic Terrorism”, l’opera più famosa dello scrittore politico filo-anarchico Hakim Bey, le zone temporaneamente autonome descrivono la tattica sociopolitica di creare zone temporanee che eludono le normali strutture di controllo sociale. Per permettere a questa zona di esistere, il lettore deve giungere alla conclusione che il miglior modo di creare un sistema non gerarchico basato sulle relazioni, è di concentrare il tutto nel presente e di dare la possibilità ad ognuno di liberare la propria mente dai meccanismi che ci sono stati imposti.

Idee espresse nel 1991 da Bey che, al di là della visione strettamente politica dell’autore, parrebbero calzare a pennello per quella che era originariamente la concezione della Rete come spazio di discussione, di confronto democratico “dal basso”, e di libertà di espressione, che sono state anche d’ispirazione per la nascita di questo spazio, di DataMediaHub.

Se vi sia o meno effettivamente una “cancel culture”, o se più semplicemente la Rete sia diventata un crogiolo di “walled gardens”, una cosa è certa il demandare alle piattaforme social il controllo delle conversazioni e la definizione di ciò che sia legittimo o meno è un grave errore dei governanti di tutto il mondo, e dei media che soffiano sul fuoco al riguardo pour cause, in evidente conflitto di interessi.

La cultura della cancellazione, o online shaming, si manifesta in diversi modi e modalità, dei quali il cosiddetto “hate speech” è il più citato ed anche il meno presente, come è emerso con chiarezza dal nostro rapporto sull’analisi di milioni di tweet in Italia al riguardo, i cui risultati sono sintetizzati nell’infografica sopra riportata.

Di fatto, secondo gli ultimi dati ISTAT disponibili sul tema, a fronte di un utilizzo di Internet sostanzialmente stabile dal 2011 al 2019, le persone di 6 anni e più che hanno usato Internet negli ultimi 3 mesi per esprimere opinioni su temi sociali o politici online, tramite i blog, i social, ed altro, alla fine dell’anno scorso erano ai minimi storici sia in termini di incidenza sul totale di coloro che usano la Rete che di riflesso per valori assoluti, con oltre un milione di persone in meno rispetto al 2018 che hanno svolto tali attività online.

Se questo sia frutto della “cancel culture”, della paura di online shaming, anche in termini di consenso sociale nei confronti della propria cerchia di amici/conoscenti che può portare ad autocensurarsi, o di maggior disaffezione nei confronti della politica è difficile a dirsi.

Probabilmente si tratta di una combinazione di tutti questi fattori, ma una cosa è certa: non si tratta di un fenomeno positivo. L’e-Democracy, alla quale sin qui è stata dedicata scarsa attenzione, e che purtroppo finora è stata interpretata prevalentemente come strumento di pura propaganda politica, senza un vero confronto, da una parte consistente dei leader politici, è di fondamentale attualità ed importanza.

In questo sonnecchiante lunedì post-Ferragosto, ci si augura vivamente di aver fornito uno spunto per tornare a dare impulso in tal senso.

Uso di internet per la politica

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