DigitalMente

“DigitalMente”, rubrica settimanale che ogni Venerdì prova a fornire spunti e appunti su digitale e dintorni, per riflettere a tutto campo su innovazione e digitale. Oggi abbiamo scelto di parlare della vendita di copie digitali dei quotidiani.

Accertamenti Diffusione Stampa [ADS] ha infatti pubblicato in questi giorni i dati relativi alle vendite di quotidiani nel mese di Maggio. Da questi abbiamo estrapolato le vendite di copie digitali dei quotidiani nazionali e pluriregiornali, confrontandole con Aprile 2019 e calcolandone l’incidenza percentuale sul totale della pagata [NON le diffusioni, che ricordiamo essere al lordo dei resi], ovvero delle vendite e degli abbonamenti a pagamento. Copie digitali i cui volumi di vendita riguardano le copie vendute ad un prezzo uguale o maggiore al 30% del prezzo di vendita della copia cartacea.

Su sedici testate prese in considerazione sono solamente sette quelle che vedono crescere le vendite di copie digitali rispetto ad Aprile 2020. A crescere in particolare sono Il Manifesto [+19.3%], Il Fatto Quotidiano [+11.8], che è anche il giornale con la maggior crescita di vendite in edicola, e Il Sole24Ore [+11.0%].

Modesti gli incrementi di Avvenire [+2.5%] che vende 1.292 copie nel mese di Maggio ma ne regala ben 7.308, La Stampa [+1.8%], piuttosto che quelli de La Verità [+2.7%], che comunque vende solamente 303 copie.

Sostanzialmente stabili le vendite di copie digitali dei due principali quotidiani nazionali: Corriere della Sera e Repubblica. Oltre ai quotidiani sportivi, che anche a Maggio hanno sofferto per la sostanziale assenza di eventi sportivi, ed in particolare del calcio naturalmente, in netto calo Il Messaggero [-11.3%].

Così come per Avvenire, colpisce che il quotidiano romano, che in questi giorni ha cambiato direttore, venda 5.739 copie digitali e ne regali 8.281. Dinamica ancor più accentuata per ItaliaOggi che vende 1.757 copie ma ne regala la bellezza, si fa per dire, addirittura di 9.581. Promozionalità, che come avevamo già rilevato, evidentemente non funziona.

Al di là della tendenza delle vendite, come era già emerso dai dati di Aprile, nel complesso le vendite di copie digitali restano marginali. Infatti, sono solo quattro i quotidiani per i quali le copie digitali pesano più del 20% del totale delle vendite [così come sopra definite], e nella maggior parte dei casi i valori assoluti sono davvero esigui.

Il Fatto Quotidiano, che dopo anni di calo di vendite sta vivendo una seconda primavera, probabilmente a scapito di Repubblica che continua nell’emoraggia di copie anche nel primo mese della nuova direzione, raggiunge un incidenza di circa la metà delle vendite [46.1%]. Il Sole24Ore vende quattro copie digitali su dieci, ed anche il Manifesto vende un terzo delle proprie copie nel formato digitale.

Per tutte le altre testate si va dal 15.5% del Corriere della Sera al 1% de La Verità, passando per il 9.1% de La Stampa o il 6.2% de Il Giornale.

Se a questo si aggiunge che le copie digitali vengono vendute ad un prezzo nettamente inferiore alla versione cartacea, pur tenendo conto dell’assenza dei costi di stampa e distribuzione – tranne nel caso delle copie vendute negli store, che neaturalmente richiedono una commissione – i ricavi ed i margini che generano sono davvero esigui.

Del resto definire misera la user experience, in particolare da smartphone, dello “sfoglio” delle copie digitali è un eufemismo. Non vi è dubbio che sia necessario un intervento di riconcezione del prodotto digitale, e del relativo regolamento di ADS al riguardo, se si vuole crescere, e divenire profittevoli in quest’area, sulla quale, in via del tutto teorica al momento, puntano molte testate.

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