Rapporto sull’Hate Speech in Italia

DataMediaHub, e KPI6, hanno analizzato le conversazioni su Twitter dal 25 Aprile al 17 Giugno per cercare di comprendere la diffusione del fenomeno che normalmente viene raccolto nella definizione di “hate speech”.

Obiettivo della desk research condotta è quello di dare una dimensione, sia quantitativa che qualitativa, all’hate speech, così da poter analizzare il fenomeno su una base il più razionale possibile anziché, come è avvenuto sin ora, lasciando spazio a discorsi generali basati su opinioni e sentimenti personali.

Abbiamo deciso di sviluppare questo importante lavoro per fornire il nostro contributo ad un tema che se basato su ideologie e presupposti errati potrebbe causare danni notevoli all’ecosistema dell’informazione, nella sua accezione più ampia.

Sono state esaminate sette categorie di discorsi d’odio:

  1. Generici
  2. Sessismo
  3. Omofobia
  4. Razzismo
  5. Antisemitismo
  6. Discriminazione Territoriale
  7. Ideologie Politiche

Complessivamente sono stati identificati 679mila tweet e 263mila condivisioni, da parte di 148mila utenti unici, contenenti almeno uno dei termini sopra riportati.

Si tratta solamente del 3.7% dei tweet postati nel periodo sulla piattaforma social in questione. Un elemento che fornisce una prima dimensione di quanto, in realtà, i discorsi d’odio siano assolutamente marginali rispetto al volume totale delle conversazioni su Twitter.

Altrettanto marginali sono il numero di utenti unici considerando che, stando agli ultimi dati disponibili, Twitter conta 10.5 milioni di utenti unici in Italia, dei quali 148mila sono solamente l’1.4%.

Di questi la maggior parte sono insulti “generici”, così come sopra definiti, che rappresentano quasi due terzi del totale. Altro ambito nel quale si concentrano buona parte dei pochi insulti, è legato all’ideologia politica, che ha un peso di circa un quarto del totale. Seguono con un’incidenza inferiore sessismo, omofobia, e razzismo, mentre discriminazione territoriale e antisemitismo restano assolutamente marginali, come mostra l’infografica sottostante.

Hate speech su Twitter

Dal rapporto emerge con chiarezza che seppure vi sia da mantenere alta l’attenzione sul fenomeno, e senza dubbio vi siano a livello individuale pericolosi eccessi, il rapporto indica con chiarezza quanto l’hate speech sia un fenomeno ben più circoscritto e limitato rispetto a quanto la narrazione generale sul tema lasci apparire.

Si tratta di un fenomeno spesso dovuto ad una scarsa alfabetizzazione digitale, e altrettanto problematica condizione psicologica, che per alcuni soggetti si traduce in una scarsa, o nulla, consapevolezza che quanto viene scritto sui social resta permanentemente, e che la mediazione attraverso lo schermo di uno smartphone non implica minore attenzione rispetto alla comunicazione de visu.

Dalla nostra prospettiva, in termini di raccomandazione conclusiva, riteniamo che rispetto al fenomeno sia più proficuo intervenire a livello di educazione e acculturamento digitale, sul quale il nostro Paese presenta gravi lacune, piuttosto che ipotizzare ulteriori restrizioni rispetto alle leggi già in vigore, sia perché riteniamo che sia sempre meglio un approccio [pro]positivo che uno punitivo, che perché, visto che le leggi già esistono, un loro inasprimento troverebbe le medesime difficoltà di applicazione di quelle in vigore.

Di seguito il rapporto integrale con il dettaglio delle evidenze emergenti dall’analisi di milioni di conversazioni. Il rapporto si può leggere ma non scaricare. Se volete avere il report mandateci una mail compilando l’apposito form.

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