Giovani & Informazione

L’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni [AGCOM] ha pubblicato alla fine della scorsa settimana il rapporto “L’informazione alla prova dei giovani”.

Il rapporto si basa, da un lato sui dati prodotti da GfK Italia, la cui rilevazione rappresenta un sistema integrato di informazioni sull’evoluzione socio-culturale, sui comportamenti di consumo e sull’esposizione ai mezzi di comunicazione. I dati, in particolare, riguardano: 1) le informazioni individuali; 2) la fruizione di tutti i mezzi di comunicazione; 3) i consumi di prodotti, beni e servizi, e dall’altro lato su interviste effettuate a cavallo tra l’ultimo quadrimestre del 2017 e il mese di luglio 2018, su un campione di 12.000 individui rappresentativo della popolazione italiana dai 14 anni in su.

Lo studio, focalizzandosi sull’incontro tra i giovani e l’informazione, si concentra sui ragazzi già adolescenti [ossia di età uguale o superiore a 14 anni] e individua tre coorti giovanili, caratterizzate da percorsi e cicli di vita differenti:

  • “Minori” [14-17 anni];
  • “Giovani in formazione” [18-24 anni];
  • “Giovani-adulti” [25-34 anni].

Il rapporto certifica due fatti abbastanza assodati: la fuga delle nuove generazioni dai mezzi tradizionali e il crescente utilizzo della rete, anche se i giovani italiani soffrono ancora di un gap digitale rispetto ai ragazzi degli altri Paesi. In particolare, come noto, i giovani utilizzano sempre più spesso tra i social, e lo fanno per informarsi, ma soprattutto per fare altre mille attività quotidiane.

L’allontanamento dei giovani dall’informazione più tradizionale appare legato alla presenza di un’offerta che non soddisfa le esigenze delle nuove generazioni. Le evidenze mostrano che in Italia – ma la situazione è simile anche in altri Paesi – gli stili comunicativi, i punti di vista, le tematiche trattate dai mezzi informativi tradizionali non si attagliano alle esigenze delle coorti più giovani, come abbiamo avuto modo di segnalare a più riprese.

L’assenza di punti di vista nuovi e giovani sposta inevitabilmente questi ultimi verso nuovi tipi di narrazione della realtà.

È interessante notare come le età di chi scrive le notizie e di chi le legge vadano di pari passo. Si pensi soltanto che l’età media dei giornalisti si è notevolmente alzata e varia dai 50 anni della TV ai 44 di chi scrive in testate online.

Si consideri che molti dei prodotti informativi tradizionali [quotidiani, periodici, telegiornali, radiogiornali] non sono stati interessati negli ultimi decenni da significative innovazioni di prodotto, come ancora una volta abbiamo scritto più e più volte. Ciò li rende di fatto spesso obsoleti e comunque meno attraenti per le giovani generazioni, che si riconoscono in prodotti e servizi di “nuova generazione” legati alla Rete. È di tutta evidenza come gran parte dei servizi internet utilizzati dalle coorti giovanili siano stati ideati da imprenditori giovani e vadano a soddisfare, da tutti i punti di vista [modalità di prestazione del servizio, contenuto, apparecchi di fruizione, ecc.], esigenze e gusti del mondo giovanile.

Il rapporto evidenzia, con la forza dei numeri, come l’informazione tradizionale rischi di deprimere, invece di stimolare, le nuove generazioni che non si sentono rappresentate, per tipologia di contenuti [i giovani richiedono ad esempio molta più scienza e tecnologia di quanto sia oggi presente nei media tradizionali], per punti di vista, e per stili di comunicazione.

In definitiva, l’elevata domanda di informazione tra i giovani si scontra, di fatto, con i molteplici limiti derivanti dall’attuale offerta, innescando una specie di ghettizzazione dei giovani nel mondo della rete, spesso unico medium in grado di dare voce alle loro esigenze informative [e non solo].

Gli editori lavorino su una totale riconcezione del prodotto editoriale, che così come viene proposto attualmente non interessa, quasi, più a nessuno, neppure nella versione digitale, come Sree Sreenivasan, “guru” di nuovi media e rivoluzione digitale, pochi giorni fa ha spiegato a chiare lettere: «Abbiamo perso vent’anni, il tempo di una generazione, nel giornalismo. Dal 2000 i media di qualità non hanno saputo interpretare la rivoluzione digitale, arroccandosi nella vetusta mentalità del passato».

Non c’è più tempo per prendersi del tempo sulla questione. Il tempo dei rinvii, del «abbiamo sempre fatto così», di clickbait sfrenato, di informazione della quale le persone, a cominciare naturalmente proprio dai giovani, si fidano sempre meno, è finito. O ci si rende conto una volta per tutte di quale sia la realtà, oppure la tanto annunciata morte dei giornali diviene solo questione del quando questa avverrà.

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