DigitalMente

“DigitalMente”, rubrica settimanale che ogni Venerdì prova a fornire spunti e appunti su digitale e dintorni, per riflettere a tutto campo su innovazione e digitale. Oggi abbiamo scelto di parlare di come la “trasformazione digitale” cambia la morfologia sociale e del passaggio dalla network alla platform society.

È questo infatti uno dei temi emergenti dal “Rapporto Italia 2020” presentato non più tardi di ieri da Eurispes, che tanto scalpore ha destato per la fotografia che ne emerge di un Paese razzista e xenofobo nel quale aumentano coloro che negano la Shoah e chi si oppone allo ius soli.

Tralasciando questi aspetti, che naturalmente ci colpiscono profondamente come cittadini, il rapporto, basato su interviste face-to-face, condotte, tra Dicembre 2019 e Gennaio 2020, ha indagato diverse aree tematiche: la fiducia dei cittadini nelle Istituzioni, la condizione economica delle famiglie, i consumi, la pressione fiscale, l’immigrazione, la percezione di sicurezza, l’antisemitismo, il possesso e la cura di animali domestici, gli stili alimentari, la sensibilità ambientale, l’educazione, il rapporto con media e informazione.

Di tutti questi temi, relativamente ai quali, come d’abitudine, consigliamo caldamente la lettura intergrale del report conclusivo dell’indagine, abbiamo scelto, appunto, il capitolo dedicato a  come la “trasformazione digitale” cambia la morfologia sociale e del passaggio dalla network alla platform society.

Gli effetti pervasivi delle tecnologie informazionali e dell’accesso alle risorse online nei contesti della vita quotidiana, inducono l’affermazione di una nuova forma socioculturale, che Castells definisce “virtualità reale”. Questa prima forma di modellizzazione della morfologia sociale subisce una decisiva accelerazione e un complessivo ridisegno della trama delle relazioni sociali, che alterano profondamente i rapporti di potere e la dipendenza del singolo dalle comunità di originaria appartenenza. Con l’avvento e la diffusione pervasiva di quello che viene chiamato giornalisticamente “web 2.0” [a partire dal 2004] si normalizza la condizione dell’always on.

Barry Wellman e Lee Rainie [Networked. The New Social Operating System 2012] offrono un poderoso sostegno teorico a questo processo di trasformazione della morfologia sociale, facendo ricorso all’espressione “networked individualism”: «gli individui networked possono contare su una varietà di contatti sociali ma è meno probabile che dispongano di un’infallibile comunità domestica» perché «le persone funzionano più come individui connessi che come membri integrati di un gruppo». Le reti tecnologiche di interconnessione cominciano a trovare una corrispondenza con la morfologia delle reti sociali centrate sui singoli individui; la forza dei “legami deboli” [Granovetter] trova una forma di definitiva attualizzazione nei processi di relazione che si costruiscono nei social network sites.

Se con l’espressione network society avevamo posto la relazionalità e il capitale sociale dell’individuo al centro dell’osservazione, con il mutamento di paradigma che introduce espressioni come platform society [van Dijck, Poel, de Waal] o data-driven society [Pentland], intendiamo sottolineare un nuovo cambio di ritmo nella trasformazione digitale che pone interrogativi inediti rispetto al senso della condizione strutturale nella quale siamo immersi.

Nella fase di maturità dell’evoluzione del Web partecipativo e sociale, è emersa una nuova evidenza con cui la teoria sociale ha dovuto confrontarsi. Che si tratti di “raccomandazioni” e “consigli” nelle pratiche di consumo di beni e servizi online, o di fiducia accordata a specifiche fonti informative su temi di interesse collettivo, i meccanismi di condivisione e diffusione dei contenuti, sorretti strutturalmente dagli algoritmi, agiscono anche su basi emozionali e di empatia, delineando comportamenti che sfuggono con decisione alle letture dell’agire improntate alle teorie classiche della “scelta razionale” e producono effetti dirompenti sulle valutazioni e sui comportamenti individuali e collettivi.

Così, mentre la “big conversation” si è progressivamente estesa fino a includere un numero sempre più ampio di cittadini/consumatori/utenti, rivelandosi poco più che un “simulacro” della tanto auspicata partecipazione di massa alla sfera pubblica, la dòxa costantemente interrogata come il nuovo oracolo da politica e mercato, ha prodotto discorsi molto “condivisi” ma talvolta assai poco “condivisibili”.

Nel momento in cui la network/connective society tende a declinarsi come platform society, l’emergente e dirompente processo di “datificazione” comporta uno spostamento del punto di osservazione del processo di trasformazione digitale: non più e non solo la trama delle relazioni che alimentano la “big conversation” ma la totale osservabilità degli eventi che si producono nel mondo e delle loro reciproche interazioni.

La nuova configurazione che sta assumendo l’epistème connesso, per l’impatto dei big data e dei sistemi di AI, ha come ulteriore conseguenza una tendenziale indistinzione, se non una vera e propria sovrapposizione, con la sfera dell’opinione. In altre parole, almeno a livello percettivo, in alcuni ambiti dell’opinione pubblica sta cedendo la contrapposizione tra l’epistème, che rappresenta la forma di conoscenza più certa e vera, e la dòxa che presidia il campo dell’opinione, fondata su criteri personali e parametri meramente esperienziali.

Sono dunque le proprietà strutturali delle reti di connessione e degli algoritmi che le determinano a configurare un contesto discorsivo in cui le opinioni valgono più delle evidenze scientifiche, la “misinformazione” può penetrare senza incontrare particolari ostacoli, spesso sorretta dall’azione, più o meno consapevole, di soggetti – comunque percepiti come pari – che dispongono di potere di influenza. Gli “influencer” all’interno delle loro reti sociali, sono individui non necessariamente dotati di particolari competenze sul piano scientifico, culturale o politico sociale. Il loro configurarsi in quanto “nodi influenti” all’interno dei network cui appartengono, l’affinità di gusti/interessi/valori rispetto all’audience destinataria e co-protagonista attraverso le call to action che vengono promosse, la competenza rispetto alle affordance comunicative della piattaforma che viene utilizzata, rappresentano i corollari indispensabili per decretare una dimensione paradigmatica allo schema descritto.

Le ragioni della comunicazione “efficace” – in quanto rivolta prevalentemente ai followers, molto semplificata e circoscritta, concentrata nell’indicare un presunto “nemico” o “colpevole” verso cui indirizzare riprovazione e odio – finora hanno decisamente avuto la meglio nel dibattito pubblico/politico, indipendentemente dal loro dispiegamento secondo le tradizionali modalità televisive e/o attraverso la loro integrazione con le opportunità disintermediate offerte dalle piattaforme social.

La sensazione, tuttavia, è che le persone possano prendere atto delle strategie opportunistiche che vengono messe in campo nella sfera pubblico/politica e possano decidere di reagire e attivarsi. Stiamo osservando qualche segnale in Italia e nel mondo di un nuovo protagonismo che non dà per scontata la prevalenza dell’opinione [semplicistica, strillata, chiusa] del leader di turno; che prova a chiamare in causa le risorse della conoscenza e che non si sottrae alla responsabilità di lungo periodo su scala globale; che propone l’ascolto e il dialogo aperto rispetto al linguaggio dell’odio; che si rafforza dal contatto e dalla vicinanza tra pari e, allo stesso tempo, è consapevole che tutto deve [e può] iniziare dalla mobilitazione di un singolo individuo o di piccoli gruppi, come dimostra il caso di Greta Thunberg a livello internazionale, o quello delle Sardine per quanto riguarda la nostra specifica realtà nazionale.

In questo nuovo percorso, che poggia su attivazioni individuali, di tipo grassroots, e rinuncia all’adesione a forme organizzate, riemergono le tracce dell’architettura di rete che così rapidamente ha cambiato le nostre esistenze negli ultimi decenni. Queste tracce ci fanno sperare che l’intelligenza distribuita, la cooperazione e la condivisione -caratteristiche costitutive di quell’epistème partecipato che si è sviluppato per effetto della trasformazione digitale – possano esprimere pienamente la loro forza propositiva nei processi decisionali che riguardano l’intera società.

Si tratta di aspetti emergenti anche da l’edizione 2020 del “Edelman Trust Barometer”, presentata a Davos, al cospetto dei potenti del pianeta, pochi giorni fa, che si basa su due elementi chiave di fondo: competenza ed etica.

Come scrivevamo non più tardi di un paio di giorni fa, i social non sono fatti per aggregare porzioni di audience, di pubblico, ai quali gridare quello che brand e newsbrand desiderano vendergli. I social sono innati nell’essere umano, che da sempre è “un animale sociale”, e ne rappresentano semplicemente la declinazione digitale. Gli individui vogliono essere connessi tra loro, fare la differenza, avere un loro peso e, perchè no, sapere che si sente la loro mancanza. Noi, le persone vogliono appartenere ad un branco, da sempre.

Mettete, mettiamo, da parte l’ultimo ritrovato, gadget, o tecnologia, tenendo sempre bene in mente che sono solo dei mezzi e non dei fini. È quanto, nel nostro piccolo, stiamo provando a fare in veste di “curatori” del progetto “Mamme in Azione”, che abbiamo concepito, e stiamo sviluppando, proprio in una logica, positiva e propositiva di network society invece che di platform society, per stare ai termini richiamati da Eurispes.

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