Tempo Medio Speso per Visitatore per Categorie

Dopo che la scorsa settimana abbiamo pubblicato i dati relativi agli utenti unici sulle mobile app dei principali social media nel nostro Paese, sempre in esclusiva nazionale per l’Italia [GRAZIE!], siamo in grado di pubblicare i dati relativi al tempo medio speso per visitatore per categorie a Novembre 2019, secondi i dati di comScore/Sensemakers.

Il tempo speso, come abbiamo avuto modo di dire a più riprese nel corso del tempo, è probabilmente uno degli indicatori di maggior rilevanza, se non il più rilevante, poichè consente di misurare dal punto di vista quali-quantitativo l’interesse delle persone nei confronti di un determinato contenuto, piuttosto che di un altro. Inoltre, contrariamente ad altri indicatori, il tempo speso è una metrica omogenea che è trasversale anche a media diversi. Se questo non bastasse nell’economia dell’attenzione, e dell’intenzione, il tempo speso è un indicatore puntuale di questi due elementi.

Ebbene, stando ai dati comScore/Sensemakers, per coloro di età compresa tra 18 e 24 anni il tempo dedicato ai social e alla messaggistica istantanea pesa poco meno della metà del totale del tempo speso online. In crescita rispetto al mese corrispondente dell’anno precedente. Anche coloro tra 25 e 34 anni anni dedicano buona parte del tempo speso online a queste due attività e, seppure con un paio di punti percentuali di differenza, lo stesso vale per gli over 35.

Rispetto ai siti di news, i social riescono ad intercettare e trattenere le persone sulle proprie piattaforme molto più a lungo, e questi peraltro rappresentano la fonte informativa primaria per i giovanissimi. Molti membri della Gen Z, cresciuti in un ambiente media frammentato, non hanno probabilmente ancora sviluppato un legame con degli editori di riferimento, e c’è il serio rischio che anche crescendo rimangano fedeli alle piattaforme distributive più che ai creatori dei contenuti, vista anche la tendenza generale.

Si tratta di dati che vengono confermati, se necessario, anche da altri istituti di rilevazione, come Audiweb, relativamente ai quali dunque non possono esservi dubbi di attendibilità.

Insomma, mentre non passa giorno senza che vengano diffusi allarmi, spesso infondati, sui pericoli dei social e delle presunte bolle informative create dagli algoritmi di questi, la realtà e che i social sono parte integrante, e la più rilevante, del tempo speso online, e dunque della vita, come conferma l’idea di onlife, delle persone, ed in particolare  naturalmente di giovani e giovanissimi.

I social non sono fatti per aggregare porzioni di audience, di pubblico, ai quali gridare quello che brand e newsbrand desiderano vendergli. I social sono innati nell’essere umano, che da sempre è “un animale sociale”, e ne rappresentano semplicemente la declinazione digitale. Gli individui vogliono essere connessi tra loro, fare la differenza, avere un loro peso e, perchè no, sapere che si sente la loro mancanza. Noi, le persone vogliono appartenere ad un branco, da sempre. Mettete, mettiamo, da parte l’ultimo ritrovato, gadget, o tecnologia, che sono solo dei mezzi e non dei fini. Studiate, studiamo, antropologia e sociologia, per comprendere l’essere umano, e relazionarci con competenza ed etica. Questo è quello che è in grado davvero di fare la differenza.

Questo dicono i dati. Il resto sono opinioni, nella migliore delle ipotesi, o peggio tecniche di disinformazione di massa diffuse pour cause, per interessi di parte.

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