I Problemi dell’Informazione in Italia in 3 Chart

È un periodo caldo, anzi bollente, per l’informazione nel nostro Paese. Come sappiamo, da dopo le vacanze ad oggi è cresciuto in maniera esponenziale il dibattito, o per meglio dire lo scontro, relativamente a qualità e imparzialità dell’informazione, libertà di stampa e democrazia, e finanziamenti all’editoria.

Da un lato l’informazione giornalistica, e in particolare il gruppo GEDI, e dall’altro lato il Movimento 5 Stelle, ma anche Salvini, quotidianamente ormai si lanciano l’un l’altro accuse, in una battaglia che dai tempi di Berlusconi non era così aspra.

Ma cosa pensano gli italiani dell’informazione nel nostro Paese? A fornire uno spaccato, una fotografia abbastanza precisa della situazione sono due sondaggi condotti da Demos – Coop nella seconda metà del mese di Novembre di quest’anno.

Il primo, condotto specificatamente per Repubblica, riguarda l’informazione giornalistica in Italia. Dai risultati emerge come la maggioranza delle persone [57%] ritenga che questo scontro in atto faccia parte di fatti normali che sono parte del gioco e della polemica politica.

Soprattutto emerge una forte criticità nei confronti dei giornalisti e del giornalismo. Infatti, secondo il 75% degli intervistati, l’informazione giornalistica italiana non è obiettiva perché eccessivamente legata a specifiche aree politiche, e solo il 35% dei rispondenti ha fiducia nei giornalisti.

Ed ancora, anche tra quella minoranza che ha fiducia nei giornalisti, si ritiene che l’informazione giornalistica in Italia sia «troppo partigiana e collaterale alla politica» per il 65% di coloro che sono positivi verso i “professionisti dell’informazione”, mentre per addirittura l’83% di questi l’informazione «dovrebbe essere più critica e “watchdog”», come mostra l’infografica sottostante.

Giudizi che, seppur con un’incidenza diversa a seconda della propria opinione politica, sono trasversali a tutte le persone di qualunque schieramento politico, compresi gli elettori di PD e Forza Italia, e che, secondo il convincimento della stragrande maggioranza delle persone, [di]mostrano un quadro molto diverso da quello di ultimo baluardo della democrazia al quale si ergono i giornali.

Il secondo sondaggio, relativamente agli italiani e l’informazione, consente di approfondire ulteriormente la questione. I risultati, naturalmente, confermano che la televisione resta il mezzo prediletto dagli italiani per informarsi, anche se questa risulta essere in calo di quattro punti percentuali dal 2007 ad oggi.

Dietro alla TV, troviamo Internet e i social media/network saldamente in testa, e in costante crescita, soprattutto, da parte degli elettori del M5S e della Lega. Non per caso: i protagonisti di questa stagione politica. Mentre, la minore familiarità con i “nuovi media” emerge fra gli elettori del PD. Il Partito in declino. Anche qui non per caso, come scrive Ilvo Diamanti a commento dell’indagine.

Sostanzialmente stabile la radio, utilizzata mediamente dal 40% degli italiani per informarsi, anche se con un approccio sempre più “ibrido”. Perché i programmi sono radio-visibili in rete, nei canali TV satellitari. E l’ ascolto avviene dovunque, con il cellulare. In podcast.

Per contro i giornali cartacei, seppur in leggero recupero nel 2018 rispetto al 2017, nell’arco temporale preso in considerazione perdono la bellezza, si fa per dire, di dieci punti percentuali, calando di circa un terzo nell’ultimo decennio come fonte d’informazione quotidiana.

Quello che però è decisamente più interessante è lo spaccato della dieta informativa delle élite del nostro Paese, e l’opinione che queste hanno dei diversi medium.

Per la classe dirigente del nostro Paese non è infatti la televisione ma è Internet la prima fonte d’informazione, ed anche se la lettura di quotidiani cartacei ha un’incidenza quasi doppia rispetto alla media nazionale succitata, questi sono superati di ben diciotto punti percentuali dai social, che arrivano quasi al doppio.

Soprattutto, le élite ritengono l’informazione online decisamente più libera e indipendente di quella fornita dai quotidiani cartacei e dalla TV.

Insomma, la libertà di stampa non è tale neppure per la classe dirigente italiana che, a parità di condizione, dovrebbe avere strumenti di giudizio superiori rispetto alla media della popolazione, e probabilmente, per non dire sicuramente, il dibattito, che dovrebbe rientrare su toni più pacati, dovrebbe spostarsi dalla libertà di stampa alla libertà d’informazione, e ai pericoli di un giornalismo “schierato”, visto che appare evidente come la stampa sia assolutamente marginale e non goda di una buona reputazione.

In tal senso, anche l’annosa questione dei finanziamenti pubblici all’editoria, pur essendosi ridotti dai 161 milioni di euro del 2006 ai 50 del 2017, è certamente da rivedere sia allocando maggiori risorse all’online, che di fatto è di gran lunga più rilevante di quella della carta stampata, sia rivedendone i criteri con l’introduzione di elementi qualitativi, quale ad esempio che la pubblicità non superi il 15% della foliazione, che introducendo maggior certezza sugli aspetti quantitativi di diffusione e vendite delle testate.

Naturalmente con problemi reputazionali di tale gravità ed ampiezza, pensare di monetizzare i contenuti giornalistici diviene sempre più difficile per i publisher, se prima questi non vengono risolti intervenendo al riguardo.

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Pier Luca Santoro

Marketing & Communication at DataMediaHub
Pier Luca Santoro è un esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence. Project Manager @DataMediaHub . Dal 1998 opera come consulente per progetti di posizionamento strategico, organizzazione, comunicazione & formazione per aziende pubbliche e private, associazioni di categoria e amministrazioni pubbliche. Sperimentatore e creativo ha sviluppato un’esperienza significativa nell’ambito dell’edutainment, nell’utilizzo dei giochi come medium e la gamification.
Dal 1987 in poi é stato responsabile del marketing e dell’organizzazione commerciale di grandi imprese [Star, Giuliani, Bonomelli].
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