DigitalMente

“DigitalMente”, rubrica settimanale che ogni Venerdì prova a fornire spunti e appunti su digitale e dintorni per riflettere a tutto campo su innovazione e digitale. Oggi abbiamo scelto di parlare di giornalisti e uso dei social.

Se già con la ventilata abolizione dell’Ordine dei Giornalisti e la probabile fine dei contributi diretti, e probabilmente di una quota parte di quelli indiretti, i rapporti tra il mondo dell’informazione e il M5S erano tesi, diciamo, dopo l’assoluzione della Sindaca di Roma, e le affermazioni di Di Maio e, soprattutto, Di Battista siamo alla rottura totale, o quasi, visto che poi in realtà rappresentanti del Governo ed esponenti del Movimento Cinque Stelle continuano ad essere ospiti di talk show e programmi d’informazione televisivi.

Da un lato l’accusa da parte del mondo dell’informazione nostrana è di voler soffocare la libertà dei giornalisti, la loro voce, e il pluralismo, da l’altro lato si ricordano i conflitti di interessi da parte di molti proprietari di giornali, si muovono accuse di lampante “partigianeria”, e, ad adbundatiam, di sfruttamento del lavoro all’interno delle redazioni.

Se non vi è dubbio alcuno che la libertà di espressione e la libertà di informazione siano valori da tutelare, altrettanto non vi è dubbio che i giornali stiano ampiamente scadendo nell’auto-promozione, con Repubblica, ad esempio, che da un mese a questa parte al piede di ogni articolo mette il richiamo al fatto che non riceve contributi pubblici, riferendosi evidentemente a quelli diretti visto che invece il caso è diverso per quelli indiretti, invitando le persone ad abbonarsi.

Altrettanto, non vi è dubbio che generalizzare non sia opportuno e utile. Una difesa generale dei giornali e dei giornalisti non ha senso. Lo spiega bene Luca Sofri quando scrive che «Se un albergo rifiuta di accogliere degli omosessuali io non dico “viva tutti gli alberghi”; se un’azienda sfrutta i suoi dipendenti o non paga le tasse io non dico “viva tutte le aziende”. Ci sono modi di informare male le persone che peggiorano le comunità e i paesi: e questi modi nel giornalismo italiano esistono, e io non dico “viva tutti i giornali”. E se chiude un giornale che peggiora i propri lettori, racconta loro una realtà falsificata, cerca strumentalmente di creare paura e zizzania invece che informazione, io lo dico: non è una cattiva notizia».

Sulla questione interviene, con la consueta professionalità, Anna Masera, che nella sua rubrica di questa settimana, in qualità di Public Editor de La Stampa, scrive di come “Il pubblico si interroga sul giornalismo che si schiera”,  concludendo che «I social hanno reso evidente ciò che è sempre stato: i giornalisti sono cittadini e hanno le loro idee. Ma i social mostrano e documentano anche quando i giornalisti esagerano a schierarsi come militanti o tifosi, anziché cercare di preservare – se è vero che il giornalismo è il suo metodo – il distacco lucido del cronista. “E questo non aiuta l’informazione e il dibattito pubblico” è il senso del commento che ci arriva da diversi lettori. Un commento condiviso dall’istituto di ricerca Poynter, secondo cui è vitale che in tempi di rapporti difficili tra la stampa e la politica i cronisti siano irreprensibili per non perdere l’unico vero valore senza il quale cade tutto: la credibilità».

Il pubblico, le persone in molti casi, soprattutto tra i giovani,  ma non solo ovviamente, sono convinti che l’informazione sia di parte e infatti la fiducia nei confronti di chi fa informazione per mestiere è sempre minore come emerge da tutte le ricerche sul tema, e come dimostra, banalmente, il fatto che #GiuLeManiDallInformazione, l’hashtag creato per la manifestazione del 13 Novembre scorso,  online [tutte le piattaforme social + blog + quotidiani online*] ottiene 7.1mila citazioni da parte di 777 autori unici i cui contenuti hanno coinvolto – like / condivisioni / commenti – 13.3mila persone, mentre il video di Luigi Di Maio su informazione ottiene 299.3mila visualizzazioni, 9.1mila commenti, 8mila condivisioni, e 17.8mila “reaction”, delle quali solo 96 di scherno, ma anche molti altri casi in precedenza nei quali è apparso chiaro il pensiero, e il livello di interesse, da parte delle persone sulla questione.

Dopo questa ampia, e doverosa, premessa, veniamo al dunque, a quanto richiamato anche dall’articolo succitato di Anna Masera, su l’utilizzo dei social da parte dei giornalisti.

Come ben sappiamo per buona parte dei giornalisti i social sono ormai “pane quotidiano“, sia come fonte d’informazione che anche, come per molti altri, mezzo di personal branding con diversi giornalisti che hanno un seguito in qualche caso addirittura superiore a molte testate.

Il problema è che molti giornalisti usano i social, anche, per esprimere le loro opinioni. È stato questo il caso, ad esempio, per stare a fatti recenti, di Maurizio Crosetti, costretto a cancellare un tweet e a chiedere scusa, con il plauso del proprio Direttore.

Ebbene, è chiaro che i disclaimer che si trovano su alcuni profili non hanno alcun valore. Il giornalista, i giornalisti, rappresentano a tutti gli effetti la testata per la quale scrivono. Ad esempio, per non andare troppo lontano, quando il sottoscritto ha lavorato come social media editor per La Stampa, in tutto il periodo di collaborazione, si è ben guardato da esprimere opinioni personali su fatti o avvenimenti della società, consapevole che in quella fase eventuali prese di posizione sarebbe potute apparire come se fossero del quotidiano all’epoca diretto da Mario Calabresi.

Il problema è che mentre all’estero questo viene affrontato e codificato, come nel caso del NYTimes, piuttosto che per quanto riguarda la BBC, o il Guardian, le cui linee guida risalgono addirittura al lontano 2010, in Italia la situazione è, ancora una volta, molto diversa.

Secondo quanto è possibile rilevare l’unico quotidiano che abbia una social media policy per i propri giornalisti, almeno pubblicamente, è La Stampa con un “Decalogo per l’uso dei social media” che risale al 2013, che all’epoca avevamo segnalato raccogliendo l’invito ad integrarla. Policy richiamata anche all’interno della policy adottata quando il quotidiano diretto da Molinari aveva aderito al “The Trust Project” che però nei fatti, a quanto ci risulta, resta opzionale e opinabile con un’adozione molto scarsa, diciamo per rispetto agli ex colleghi, nella quotidianità.

Non va meglio, anzi, negli altri giornali. Al Corriere della Sera, nonostante la recente adesione al “The Trust Project”, ci si richiama genericamente al rispetto del codice di autodisciplina dei giornalisti italiani, ma di fatto ognuno è libero, anche di postare foto dei propri articoli, ad esempio, per non parlare di altro.  Anche a Repubblica, dalle informazioni reperite, pare che esita un decalogo deontologico che i propri giornalisti sono tenuti a rispettare, genericamente richiamato nel proprio codice etico, ma l’esempio succitato dimostra quanto lontani si sia dal rispettarlo. Ed ancora, per restare ai principali quotidiani italiani, la situazione non cambia al Sole24Ore, altra testata che ha aderito di recente al “The Trust Project”, dove non si trova indicazione alcuna al riguardo e, da quanto ci risulta, una proposta di adozione giacerebbe “arenata”, diciamo, alla direzione del personale del gruppo editoriale di Confindustria.

Insomma, è evidente che si sia nel buio più totale di fatto sul tema mentre nell’era della reputation economy tutto questo va ad impattare direttamente sulla credibilità, e dunque sul valore del [news]brand. Non so voi, ma noi, se possiamo suggerirlo, a questo tema dedicheremmo la giusta attenzione invece che dar fiato alle trombe con proclami che non interessano, quasi, a nessuno, provando ad adottare [e guarda caso si parla proprio della Raggi tre anni fa, per chiudere il cerchio] una volta per tutte la verità come modello di business.

L’emoji cloud sottostante, relativa a quasi due milioni di citazioni online del termine giornalisti negli ultimi tredici mesi, suggella il quadro sul sentiment, sulle emozioni e reazioni, associate.  Come sempre, fate vobis.

 

[*] La fonte dei dati elaborati nelle due infografiche sopra riportate è Talkwalker con cui DataMediaHub ha una partnership per l’ascolto della Rete. Questa e le molte altre analisi prodotte sono, anche, delle “demo” di una parte di quello che potremmo fare per il vostro brand, la vostra organizzazione. Se d’interesse contattateci attraverso l’apposito modulo. Grazie.

Social

Pier Luca Santoro

Marketing & Communication at DataMediaHub
Pier Luca Santoro è un esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence. Project Manager @DataMediaHub . Dal 1998 opera come consulente per progetti di posizionamento strategico, organizzazione, comunicazione & formazione per aziende pubbliche e private, associazioni di categoria e amministrazioni pubbliche. Sperimentatore e creativo ha sviluppato un’esperienza significativa nell’ambito dell’edutainment, nell’utilizzo dei giochi come medium e la gamification.
Dal 1987 in poi é stato responsabile del marketing e dell’organizzazione commerciale di grandi imprese [Star, Giuliani, Bonomelli].
Social

Latest posts by Pier Luca Santoro (see all)

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.