Per Una Definizione [di “Qualità”]* del Giornalismo Condivisa

Il prossimo 12 Settembre, tornerà all’esame degli Eurodeputati la controversa questione copyright dopo che la norma era stata bocciata a Luglio. L’obiettivo della riforma, proposto nel 2016 dalla Commissione europea, è quello di modernizzare il diritto d’autore nell’era digitale. Il principio è incoraggiare le piattaforme, come YouTube, a premiare meglio i creatori di contenuti [articolo 13], ma anche a creare un nuovo “diritto di vicinato” per gli editori di giornali [articolo 11], che dovrebbe consentire a giornali o agenzie stampa di essere pagato quando si riutilizza la loro produzione di contenuti online.

Diversi deputati hanno denunciato l’incitazione “senza precedenti” di GAFA [Google, Apple, Facebook e Amazon], accusati di manipolazione. «L’unico equivalente che ho avuto è l’industria delle armi da fuoco», afferma Virginie Rozière, eurodeputata [Socialisti e Democratici], che ha detto che GAFA ha usato “mezzi colossali” per finanza, “mascherandosi”dietro a “campagne pseudo-cittadine“.

Accuse che non paiono corrispondere al vero, e che non tengono conto delle implicazioni che l’approvazione della normativa, ed in particolare dei due succitati articoli di legge, avrebbero, andando ad impattare su un framework più articolato e complesso che rischia di apportare un’inaccettabile compressione dei diritti fondamentali dei cittadini.

Lo  spiega bene, come d’abitudine, Guido Scorza che, tra le altre cose, al riguardo scrive: «Nessuno può pensare che chiedere al Parlamento europeo semplicemente di bocciare definitivamente quella proposta di direttiva è una vittoria per la democrazia. Ma è allo stesso modo sbagliato pensare che fingere di ignorare le abnormi anomalie democratiche presenti in quella proposta lo sia».

Gli fa eco Luca Sofri, che riprendendo l’articolo di Scorza come punto di partenza, afferma come «In un sistema di libertà individuali e libero mercato, i lettori preferiscono informarsi da fonti gratuite [tra cui gli stessi giornali, nelle loro versioni online] e gli inserzionisti preferiscono affidarsi a chi ritengono dia loro maggiori risultati [Google e Facebook, qui in altra veste, di veicoli di pubblicità]. Nessuna delle due cose è sbagliata, contestabile o si può impedire, nelle nostre società libere».

È in questo quadro che si va ad inserire la lettera aperta al Parlamento Europeo scritta dal giornalista francese Sammy Ketz, capo dell’ufficio di Baghdad della AFP, in vista del voto, tradotta da Repubblica, a cui hanno aderito 103 giornalisti di tutta Europa, inclusa l’Italia naturalmente, che però si caratterizza per una nutrita rappresentanza del gruppo Gedi, inducendo di riflesso a domandarsi come mai i giornalisti delle altre testate del nostro Paese non abbiano ritenuto di sottoscrivere l’appello di Ketz.

Appello la cui sostanza si riassume in: «Salviamo il giornalismo di qualità, Google e Facebook devono pagarci i diritti». Oltre a quanto riassunto nella premessa, sta proprio in questo punto, a mio avviso, il nodo centrale della questione.

Ad ogni convegno, ad ogni incontro, e naturalmente nei numerosi attacchi agli OTT, come avvenuto di recente anche da parte del Presidente della FIEG, che ha dichiarato che «Il copyright deve essere tutelato in tutto l’ambiente digitale individuando soluzioni concrete e ragionevoli, ma senza mai rinunciare all’affermazione del principio di una equa remunerazione per i contenuti di qualità», si sbandiera l’idea della tutela della qualità del giornalismo professionale.

Sarebbe sin troppo facile ricordare come i primi cinque minuti di tutti i telegiornali del 14 Agosto, e degli speciali sia televisivi che online relativi al crollo del Ponte Morandi, fossero costituiti da immagini girate da persone comuni e non da giornalisti, come del resto è avvenuto con crescente frequenza dal modello Indymedia sino, appunto, ai giorni nostri, ma non è questo il punto, almeno non oggi.

Il punto è, secondo me, che a furia di parlare di “qualità del giornalismo”, come spesso avviene, questa è divenuta una “parola scatolone”, un termine tanto utilizzato quanto vago, con tutti i rischi che ovviamente questo comporta. Sarebbe dunque di assoluta importanza riuscire ad arrivare ad una definizione comune e precisa di “qualità”, poiché in caso contrario è concreto il rischio è di franare su fraintendimenti e pregiudizi reciproci tra il mondo dell’informazione professionale e le persone, che come noto peraltro nutrono sempre minor fiducia in quella che sagacemente da tempo Emily Bell definisce l’ex industria dell’informazione.

Tempo fa la Fondazione Ahref, oggi non più attiva purtroppo, aveva raccolto diversi autorevoli contributi proprio relativamente alla qualità dell’informazione e alla sua evoluzione, tra cui, immeritatamente, anche quello del sottoscritto.

Al tempo, nel Giugno 2012, avevo scritto quanto segue:

Il giornalismo, come molte professioni intellettuali, è di difficile misurazione e classificazione, ambito dove la misura si incentra essenzialmente su parametri qualitativi e poco su quelli quantitativi.

Un fatto che spesso si scontra con le difficoltà attuali di monetizzare, nel difficile passaggio da carta a digitale, che generano “click whore”, articoli prodotti con il solo scopo di attirare traffico al sito del quotidiano che badano alla quantità invece che alla qualità dell’informazione.

Dovendo, volendo identificare alcuni parametri che vanno a costituire la qualità dell’informazione e dei giornali credo che il primo parametro da considerare sia nella capacità di soddisfare la necessità di comprendere il perché dei fatti, delle notizie. Il bisogno, nell’attuale fase di infobesità, è di capire non di vedere, l’informazione deve spiegare non mostrare o riportare i fatti che, peraltro, spesso sono già diffusi in Rete dalle piattaforme sociali prima che da giornali e giornalisti.

Indubbiamente il fact checking, ovvero l’attribuzione di procedure specifiche di controllo di qualità dell’informazione prima della sua diffusione, è un altro aspetto che l’attuale corsa allo scoop sul filo del minuto rende elemento indispensabile per la definizione di qualità dell’informazione.

Ritenere che il lavoro giornalistico non si concluda con la pubblicazione ma riconoscere che la pubblicazione può essere l’inizio e non la fine del processo giornalistico/informativo, come recentemente ha sostenuto Alan Rusbridger, editor-in-chief del «The Guardian» , è sia un elemento di apertura partecipativa al pubblico, ai lettori, che aspetto di processo che influenza la qualità del prodotto, del lavoro giornalistico, e dunque dell’informazione, per integrazioni e/o correzioni se del caso.

Effettuazione di servizio pubblico, ossia un complesso di operazioni funzionalmente coordinate, il cui prodotto è rappresentato da utilità che sono poste a disposizione degli utenti, delle persone per il soddisfacimento di bisogni eterogenei e diffusi come, a titolo esemplificativo, l’iniziativa sui pendolari dei treni, coinvolge e convince il lettore, il cittadino, divenendo elemento di qualità.

La qualità è anche espressione di effettiva innovazione nella comunicazione e nella relazione con i lettori, con i cittadini, o con fasce di essi quali i giovani, ancora una volta; ad esempio attraverso l’impiego di newsgames.

Ed ancora, aiutare a costruire comunità d’interesse su temi comuni, istanze o persone, è un parametro da tenere in considerazione per la valutazione di ciò che è qualità nell’informazione.

Si tratta di criteri nei quali complessivamente mi ritrovo ancora oggi ma che certamente necessitano di integrazioni sul tema affinché si giunga ad una composizione di cosa sia qualità dell’informazione in maniera partecipata e condivisa.

Senza che si abbia altra ambizione se non quella di alimentare il dibattito sulla questione al fine di arrivare ad un confronto che, appunto, consenta di definire, se possibile, nella maniera più precisa cosa sia “qualità nell’informazione”, è quello che abbiamo, che ho, fatto ponendo la questione sia sulla nostra pagina Facebook che all’interno di alcune community, di alcuni gruppi d’interesse in cui si discute di giornalismi e che hanno la presenza di moltissimi giornalisti professionisti.

Visto che, tranne in un caso, si tratta di “gruppi pubblici”, di gruppi che è possibile consultare senza necessariamente essere iscritti, come invece avviene per i gruppi “chiusi” e “segreti”, vi rimandiamo ai moltissimi contributi ricevuti [GRAZIE!!!] al riguardo, riportandone in questo spazio solamente alcuni.

I contributi ricevuti sul mio profilo personale, quelli nel gruppo [il più importante e numeroso su Facebook] “Giornalisti italiani su Facebook”, altri, diversi, nel gruppo da me fondato originariamente per fare crowdsourcing relativamente al mio secondo libro che porta lo stesso nome: “I giornali del futuro, il futuro dei giornali”, sono complessivamente oltre un centinaio.

Variegata anche la visione all’interno del nostro stesso gruppo di lavoro con Lelio Simi che riprendendo Charlie Beckett, direttore e fondatore di Polis, think-thank giornalistico del dipartimento di Media e Comunicazione presso la London School of Economics, commenta che a suo avviso la “qualità” è «raccontare i fatti dando tutte le informazioni necessarie affinché il lettore possa farsi un’opinione propria di quello che racconti” però al di là della singola definizione, pur buona che sia, serve un “piano di lavoro”». Marialetizia Mele, amica da lunga data, giornalista e comunicatrice, di recente anche nel nostro team, cita invece il testo unico dei doveri del giornalista, affermando che qualità è «ricerca, raccoglie, elabora e diffonde con la maggiore accuratezza possibile ogni dato o notizia di pubblico interesse secondo la verità sostanziale dei fatti”. Quindi: pubblico interesse, accuratezza e verità, che comprendono indiscutibilmente fact-checking, verifica delle fonti, completezza dell’informazione, impegno nell’evitare distorsioni, omissioni, falsificazioni. Questo è il giornalismo e non direi nemmeno “di qualità”, perché quello “non di qualità”, semplicemente, non è giornalismo [anche se purtroppo fatto da sedicenti giornali e giornalisti, anche iscritti all’Ordine]». Per Francesca Clementoni la “qualità” è «Non confondere l’ipotesi con la tesi, trattare con rispetto l’oggetto/soggetto del mio pezzo, anche quando ne penso tutto il male possibile. L’attività del giornalista è un’attività di mediazione importantissima, deve fornire strumenti che il lettore non ha, non deve masticare concetti propri e poi sputarli».

Oltre ai diversi contributi del team di DataMediaHub, tra i tanti di grande valore quello di Federico Pignalberi, reporter che collabora con diverse testate, che dice «Per me: è di qualità se mette la missione di servire al meglio il pubblico come priorità assoluta di fronte a qualsiasi altra cosa, se i compromessi sugli standard più alti di accuratezza, profondità del reporting e integrità non sono MAI un’opzione, né di fronte alla necessità di tagliare i costi né a esigenze o problemi di ogni altro genere», citando come riferimento di  “standard” [di accuratezza, integrità, freedom from bias, indipendenza] l’Handbook of Journalism di Reuters.

Secondo Alessandro Longo, giornalista professionista, è direttore di Agendadigitale.eu, «Basta vedere la legge istitutiva della professione 1963. 2. Diritti e doveri. È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà di informazione e di critica, limitata dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede. Devono essere rettificate le notizie che risultino inesatte, e riparati gli eventuali errori. Giornalisti e editori sono tenuti a rispettare il segreto professionale sulla fonte delle notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di esse, e a promuovere lo spirito di collaborazione tra colleghi, la cooperazione fra giornalisti e editori, e la fiducia tra la stampa e i lettori». Meno normativo invece Francesco Piccinelli Casagrande, giornalista e content editor, secondo il quale «Il giornalismo di qualità è quello che fornisce informazioni utili ai lettori nella loro vita quotidiana, informazioni raccolte e verificate attraverso un processo, se non trasparente, perlomeno sensato».

Spiega invece  Diego Antonelli, Responsabile dell’unità organizzativa Web della Direzione Editoriale per l’Offerta Informativa della RAI, che «Vado a braccio e potrei dimenticare qualcosa… Rigorosa verifica delle fonti [e puntuale attribuzione]; chiara distinzione tra cronaca e commento, rispetto dei 3 punti fondamentali: 1) cosa so 2) cosa NON so 3) su cosa sto lavorando; rispetto e attenzione per i 3 tre diritti fondamentali del lettore: quello di non sapere, quello di non ricordare e quello di non capire…»

Per Barbara D’Amico, giornalista di economia, che si definisce data-dipendente, «Per me giornalismo di qualità coincide con “metodo giornalistico”: quindi quell’attività condotta rispettando rigorosamente il metodo (poi si può discutere sul metodo, mi direte, e io risponderei “certamente). Qualità=Metodo=controllo, verifica [fasi pre pubblicazione] + pertinenza, continenza e verità [fasi divulgative delle notizia]. Se non si rispetta il metodo, non c’è qualità. Per estensione: anche chi non è giornalista ma osserva il metodo fa del giornalismo di qualità, e chi pur essendo giornalista non osserva il metodo non fa giornalismo di qualità ma semplice infotainment». Mentre secondo Antonio Salvati, giornalista votato alla comunicazione d’impresa, è tutto tautologico, ed infatti afferma che « Nessuna provocazione: ma.il giornalismo, in quanto tale, non è già sinonimo di qualità? Se così non fosse sarebbe possibile avere giornalismo non di qualità? Non sarebbe giornalismo e basta. E questo vale sia dal punto di vista funzionale che dal punto di vista morfologico…».

Fanno riflettere anche le considerazioni di Giorgio Pezza,  giornalista e addetto ufficio stampa, secondo il quale «Per una professione così immateriale dagli effetti indiretti sul pubblico, misurare la qualità, affermare cosa è qualità e cosa non lo è, mi sembra una impresa quanto mai complessa e spesso arbitraria. Infatti quello che viene concepito come “prodotto di qualità” da parte di un Feltri, non sarà lo stesso per Scalfari [per dirne due di passaggio]. Quindi la ricerca della qualità, che certamente è stata trattata e normata nei codici etici e deontologici propri della professione giornalistica, è maggiormente una attitudine personale fondata anzitutto sull’onestà intellettuale della persona, unita alle competenze del professionista. Da qui derivano poi ragionamenti a grappolo su cosa sia di qualità e cosa no. Ad esempio: un prodotto giornalistico con eccellenti vendite, vende perché è di qualità? Se la risposta non è a prescindere sì, perché in alcune analisi si associa la vendita del prodotto con la qualità dei contenuti?». Mentre Anna Masera, Public Editor de La Stampa, sintetica ed efficace, aderisce «a questa definizione di Charlie Beckett che in un tweet sintetizzerei così: “nell’economia dell’attenzione qualità non vuol dire quantità”».

Ed ancora, secondo Francescapaola Chicca Iannaccone, giornalista, anche, di Panorama, “la qualità” è «Un giornalismo scevro dalle prese di posizioni politiche, con un’ analisi lucida della realtà, portando in rilievo lo stato dei fatti con notizie veicolate dopo un’attenta verifica delle fonti. Darei priorità anche alla velocità, lasciando però poi lo spazio ad approfondimenti ragionati con la testa e non con la pancia, come spesso leggo in alcuni editoriali». Invece secondo Emanuela Goldoni, Digital Project Manager di DigitalGO, «Per me il giornalismo di qualità è quello che riporta una notizia che si basa su fonti autorevoli – anche antitetiche rispetto al proprio credo politico. È il giornalismo che abolisce il politically correct e il click-baiting come pratiche».

Proprio relativamente al politically correct, è lapidaria Marina Perotta, giornalista e attualmente  SEO manager per 6 periodici del gruppo Hearst, che contribuisce a sfatare uno dei tanti luoghi comuni sulla necessaria obiettività dei giornalisti ricordando che «nel Testo Unico dei Doveri del Giornalista, la nostra Carta deontologica, all’articolo 1 si fa nelle prime righe espresso riferimento a: 1) libertà di informazione 2) diritto di critica. Il diritto di critica è l’aspetto più importante del lavoro di un giornalista e non tutti sono preparati/formati a saper criticare. La critica non può essere obiettiva e guai se un giornalista fosse solo obiettivo. Un giornalista si schiera. Pensa se non fosse così: nessuno schierato contro i potenti, nessuno a fare critica contro chi manipola il potere. Una richiesta di obiettività appartiene a chi lavora nella comunicazione, a chi è comunicatore non a chi fa il giornalista. In dettaglio nell’art.1 viene scritto: L’attività del giornalista, attraverso qualunque strumento di comunicazione svolta, si ispira alla libertà di espressione sancita dalla Costituzione italiana ed è regolata dall’articolo 2 della legge n. 69 del 3 febbraio 1963». 

Contributi preziosi ai quali, visto che in quale modo da lì eravamo partiti, va assolutamente aggiunto quello su cosa sia il giornalismo [di qualità] nell’era digitale secondo Richard Gingras, Vice President News Google, che, tra le altre cose, afferma che «Il giornalismo è molto più che modelli di business o tecnologia o design di prodotto. Si tratta di giocare un ruolo di fondamentale importanza nelle nostre società, nelle nostre democrazie», proseguendo «Il giornalismo, nella mia mente, è dare ai cittadini gli strumenti e le informazioni di cui hanno bisogno per essere buoni cittadini. Soddisfare questo ruolo richiede un’etica, una comprensione dell’importanza del ruolo, l’importanza di far luce su come le nostre società funzionano o non funzionano, su come le nostre istituzioni e governi ci servono o non ci servono. Il ruolo di un giornalista è di aiutarci a capire il nostro mondo, aiutarci a sapere come pensare – senza dirci cosa pensare». Per concludere, in riferimento al tema specifico, che «È anche responsabilità di tutti noi che facciamo giornalismo o che supportiamo il ruolo del giornalismo, comprese le piattaforme tecnologiche, per mantenere quell’etica, tenerci reciprocamente in considerazione, aiutare le società che serviamo a capire il ruolo e l’etica di giornalismo».

Non a caso, al riguardo, Richard Gingras cita anche il Trust Project che, tra le altre cose, contiene una serie di indicazioni molto specifiche che sicuramente possono costituire la base della definizione di qualità del giornalismo.

Trust Project che viene richiamato anche da Massimo Russo, Managing Director Divisione Digital GEDI E CEO di HuffPostItalia, il quale afferma che «Poche cose sono difficili da definire come la qualità del giornalismo. Questione ancora più complessa se si considera il tema su scala internazionale, dunque con con sensibilità diverse da paese a paese. Lavorando su questo argomento negli ultimi anni nell’ambito del Trust Project, un progetto lanciato da Sally Lehrman con l’università di Santa Clara, sono emersi alcuni criteri che rispondono alle necessità di oggettività e misurabilità tali da renderli adottabili in diversi paesi. Eccone alcuni: 1. Impegno al rispetto di standard verificabili nel processo di raccolta, verifica, editing e pubblicazione; 2. pubblicità della struttura proprietaria e dei finanziatori della pubblicazione; 3. Chi è l’autore? Pubblicità e verificabilità dell’identità di chi ha scritto, di chi ha verificato e di chi ha pubblicato il pezzo; 4. Categorizzazione univoca dell’articolo [notizia / opinione / satira / contenuto sponsorizzato…]; 5 adozione di una politica trasparente sulle correzioni in caso di errore; 6. Codifica delle modalità di interazione con i lettori / utenti. La novità è che questi criteri sono utilizzati sia in linguaggio decifrabile da tutti noi, sia in linguaggio macchina, ovvero nel codice delle pagine, e dunque riconoscibili anche dai bot dei motori di ricerca o dai social». «

Repubblica, partendo proprio dal Trust Project, ha pubblicato il proprio codice etico che certamente contiene altrettanto elementi di valore e che in specifico riferimento alla “qualità” ne fornisce la seguente definizione: «Il giornalismo di Repubblica assume il suo massimo valore quando riesce a coniugare la ricerca della verità con una narrazione coinvolgente. Mettiamo la massima cura nell’uso corretto della lingua e dei linguaggi audiovisivi e nella confezione finale dei nostri prodotti per garantire che la qualità del nostro prodotto si distingua dagli altri. Ma non permettiamo che la forma prevalga sulla sostanza, che la ricerca del sensazionalismo oscuri o distorca l’essenza del puro spirito informativo che ci guida».

Parlando di “qualità”, impossibile non citare la grande lezione di deontologia da parte di Papa Francesco che parlando delle recenti vicende del “dossier Viganò” ha colto l’occasione per ribadire il sacrosanto principio giornalistico e deontologico della presunzione di innocenza, durante la conferenza stampa, ai giornalisti, ha detto che: «Questi uomini sono stati condannati dai media del posto prima della giustizia. E per questo, il lavoro vostro è molto delicato: voi dovete accompagnare, voi dovete dire le cose ma sempre con questa presunzione legale di innocenza, e non la presunzione legale di colpevolezza! E c’è differenza tra l’informatore che informa su un caso ma non si gioca per una previa condanna, e l’investigatore, che fa lo “Sherlock Holmes”, che va con la presunzione di colpevolezza. Quando noi leggiamo la tecnica di Hercule Poirot: per lui, tutti erano colpevoli. Ma questo è il mestiere dell’investigatore. Sono due posizioni diverse. Ma quelli che informano devono sempre partire dalla presunzione di innocenza, dicendo le proprie impressioni, i dubbi…, ma senza dare condanne. Questo caso successo a Granada per me è un esempio che farà a bene a tutti noi, nel nostro [rispettivo] mestiere».

Idea di qualità della quale si è anche discusso a “Crescere tra le righe 2018”, decima edizione del convegno organizzato dall’Osservatorio Permanente Giovani-Editori, in cui tra gli altri Gerard Baker per il Wall Street Journal, Dean Baquet per il New York Times e Martin Baron per il Washington Post, hanno fornito la loro versione di cosa sia qualità con il direttore del NYTimes che ha ricordato che «Oggi dipendiamo molto dai nostri lettori, oggi i lettori hanno uno standard di conoscenza molto più elevato rispetto al passato», aggiungendo che «Gli editori devono cambiare il business del giornalismo, pensando ai lettori e alla trasparenza verso di loro», per poi tornare al punto cardine da cui siamo partiti «il giornalismo di qualità ha un futuro solo se sostenuto da un “sustainable business model”».

Insomma, pare esservi un continuum, una circolarità “perversa”, ancora prevalentemente irrisolta, tra sostenibilità economica e qualità. Un legame certamente ineluttabile non solo per il giornalismo, ma che per quanto mi riguarda si conclude condividendo appieno la riflessione di Luca Sofri quando, relativamente alla pressante richiesta di fondi a Google e Facebook, scrive chiedendosi retoricamente se «Ryanair o Easyjet dovrebbero compensare il museo Guggenheim di Bilbao per i ricavi ottenuti sui propri voli verso Bilbao?».

In conclusione, dimenticandoci per un momento il nodo economico della vicenda, proviamo dunque a riassumere e a codificare cosa sia “qualità” del giornalismo, anche se ammonisce, come sempre molto puntuale, Mario Tedeschini Lalli che «Credo non ci possa essere una definizione univoca. In termini generali il giornalismo è definito dal suo metodo, è di qualità nella misura in cui vi aderisce».

Se, il ruolo del giornalista evolve, con l’idea è che il giornalista si ponga al centro del processo facendo da collettore delle informazioni che provengono dalle fonti tradizionali e non, elevando e qualificando così il proprio ruolo altrimenti in declino, proviamo dunque a sintetizzare gli elementi di valore emersi provando a identificare almeno alcuni dei possibili elementi di una definizione di “qualità del giornalismo” il più possibile condivisa, anche a se a leggere certe cose si è inevitabilmente presi da un certo scoramento, diciamo.

La tabella sottostante è da considerarsi “work in progress”, primo elemento di tentativo di razionalizzazione che vi invitiamo a modificare ed ampliare. Ci auguriamo di aver fornito ancora una volta spunti per la revisione critica, in senso positivo, degli attuali processi dell’industria dell’informazione. Grazie ancora per i numerosi contributi qualificati ricevuti.

[*] Il Termine “qualità è stato messo tra parentesi in seguito all’intervento di Massimo Russo che successivamente alla pubblicazione dell’articolo ha commentato così: «ho una mozione d’ordine: dal titolo toglierei di qualità e lascerei criteri di definizione del giornalismo. Perché per il giornalismo ci serve una qualificazione? Mi spiego meglio: se questo thread fosse su come si prepara la Carbonara o il Tiramisù avremmo semplicemente scritto: ecco la ricetta della carbonara. Perché nessuno vuole farla cattiva. Ora uno dei modi per ridare valore al giornalismo è chiamare le cose con il loro nome. Dunque se una pratica ha alcune caratteristiche e segue determinati standard è giornalismo, altrimenti semplicemente non lo è. È un’altra cosa. Ma chiunque faccia giornalismo deve seguire pratiche e standard codificati, altrimenti non prepara la Carbonara ma un altro piatto. E forse nemmeno cucina. Torniamo a chiamare le cose con il loro nome. Grazie».

Ho accolto, abbiamo accolto la mozione d’ordine di Massimo Russo, sia perché concettualmente d’accordo, che perché l’idea espressa era già emersa in alcuni dei contributi sopra riportati. Chiedo, chiediamo però che altrettanto nei tuonanti comunicati, nelle suppliche e questue, e nei convegni, si faccia lo stesso. Poiché se al giornalismo non serve un’ulteriore qualificazione sarebbe grave se fossimo gli unici ad aderire al concetto.

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Pier Luca Santoro

Marketing & Communication at DataMediaHub
Pier Luca Santoro è un esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence. Project Manager @DataMediaHub . Dal 1998 opera come consulente per progetti di posizionamento strategico, organizzazione, comunicazione & formazione per aziende pubbliche e private, associazioni di categoria e amministrazioni pubbliche. Sperimentatore e creativo ha sviluppato un’esperienza significativa nell’ambito dell’edutainment, nell’utilizzo dei giochi come medium e la gamification.
Dal 1987 in poi é stato responsabile del marketing e dell’organizzazione commerciale di grandi imprese [Star, Giuliani, Bonomelli].
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