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Una selezione ragionata delle notizie su media, giornalismi e comunicazione da non perdere, commentate.

  • Il consumatore non è uno stupido, è su Internet – Ha fatto abbastanza rumore la vicenda del post promozionale di Chiara Ferragni nel quale reclamizzava una nota marca di latte artificiale che ha visto una vera e propria rivolta dai parte dei suoi follower tanto da costringerla a cancellare il post in questione. Contemporaneamente l’Unione nazionale consumatori ha presentato un esposto all’Antitrust e all’Istituto di autodisciplina pubblicitaria per segnalare il gran numero di foto con il brand Alitalia comparse negli ultimi giorni sui profili di influencer e celebrities del nostro Paese. Nella maggior parte dei casi mancava infatti qualunque riferimento all’intento pubblicitario del post. Se si guarda il post della Ferragni si vede che in effetti non vi è traccia di un hashtag che chiarisca che si tratta di un messaggio promozionale. Però scorrendo i commenti, tra gli altri, si legge «Per soldi anche io la indosserei onestamente o anche solo in cambio del biglietto per tornare a casa senza che sia costretta a vendere un rene. Le tratte Milano-Catania sono davvero esagerate». Piuttosto che «ma veramente vai in giro con la maglia dell’Alitalia???? grande! Riusciresti a pubblicizzare anche un vestito di scarafaggi!!», oppure «È a manica lunga perché quando l’ha ordinata era inverno..ma si sa che in quanto a tempistica Alitalia lascia un po’ a desiderare….». Insomma, tag o meno è chiara a tutti la natura pubblicitaria del post, e dei molti altri della stessa tipologia. Lo spiega bene Paolo Iabichino riprendendo ed adattando ai giorni nostri una delle frasi più celebri di David Ogilvy quando scrive «Il consumatore non è uno stupido, è su Internet». Prendere nota.
  • Il Crowdsourcing spiegato bene – Tra il 2004 e il 2005, un grande editore americano, “O’Reilly Media”, organizzò una serie di conferenze negli U.S.A. per spiegare le nuove opportunità che la Rete Internet e il Web in particolare, metteva a disposizione degli utenti. In questi incontri venne coniato e ufficializzato il concetto di “Web 2.0”. Vennero descritti e pubblicizzati i nuovi modi della comunicazione digitale e gli innovativi servizi di cui potevano usufruire anche gli utenti comuni, “non esperti di informatica”. Durante questi convegni, si evidenziò la novità della partecipazione attiva dell’utente nella fase comunicativa, ricorda il blog “Storia di Internet”. Assieme a “Markets are conversations” si tratta sicuramente di una delle cose delle quali più si è parlato nell’ultimo decennio e che altrettanto, purtroppo, rientra oltre che tra le più discusse anche tra le meno praticate. Su come si possa utilizzare il crowdsourcing un buon esempio è di questi giorni.  L’idea lanciata meno di una settimana fa da Enrico Mentana di lanciare un giornale online fatto da giovani e dedicato ai giovani ha infatti raccolto centinaia e centinaia di commenti. Ecco che allora il direttore del TG La7 lancia anche idee, spunti di riflessione, su quale potrebbe essere il modello di business per sostenere tale iniziativa, ricevendo anche in questo caso centinaia di commenti, di suggerimenti ed opinioni, nella stragrande maggioranza dei casi qualificate ed interessanti, sulle diverse ipotesi al riguardo, nei diversi post sul tema. Se state continuando ad usare i social per suscitare “l’hype”, per diventare “virali”, o peggio, sappiate che un altro mondo è possibile e che, anche volendo vederne solo la parte strumentale, è decisamente più interessante.
  • Data driven di fatto – Editoriale Il Fatto ha annunciato aver deciso di perseguire un approccio totalmente data-driven, seguendo la strada tracciata con successo da grandi testate internazionali come il Wall Street Journal. Grazie alla collaborazione con Weborama, Editoriale Il Fatto avrà anche a disposizione il suo database italiano composto da oltre 70 milioni di profili comportamentali e socio-demografici. Incrociando tali profili con i dati di prima parte, Editoriale Il Fatto potrà individuare con estrema precisione la composizione della propria audience, per raggiungere un duplice obiettivo: da un lato una maggiore conoscenza dei propri clienti che consenta un’offerta di soluzioni e prodotti sempre più personalizzati, dall’altro un ampliamento della propria base di utenti che permetta alla società di introdursi nei segmenti di mercato in cui finora è stata meno presente. Cinzia Monteverdi, Presidente e Amministratore Delegato di Editoriale Il Fatto, nel piano industriale che descrive lo sviluppo dei prossimi tre anni, conferma che l’approccio data-driven ha un forte impatto su tutte le fonti di ricavo: la trasformazione dell’azienda in senso data-driven modifica positivamente la proposizione commerciale di ogni prodotto dell’editoriale. Luca D’Aprile, consigliere delegato all’innovazione di Editoriale Il Fatto, commenta: «Diventare una data-driven company è uno dei nostri grandi obiettivi. Alcune implicazioni sono già molto chiare e hanno portato a primi risultati positivi. Questo è l’inizio di un percorso che sicuramente porterà Editoriale Il Fatto a esplorare e utilizzare in modo sempre più proficuo le infinite possibilità che una data-driven strategy può fornire al mondo dell’informazione». Se non vi è dubbio che la strada intrapresa da Editoriale Il Fatto sia quella giusta, è carente invece il modo e il mezzo per comunicarla, e infatti i lettori, nei commenti al comunicato stampa, non apprezzano.
  • Sui social i partiti postano un insulto ogni ora – Amnesty International Italia ha analizzato la comunicazione politica italiana durante la scorsa campagna elettorale, culminata nelle elezioni del 4 marzo. I dati che ne sono usciti fuori non sono esattamente incoraggianti, anzi. Le segnalazioni raccolte sono state infatti 287, numero pari a circa un insulto ogni ora. I messaggi d’odio sono stati scritti, in totale, da 129 candidati, di cui 77 poi eletti. Circa un politico su due che ha fatto ricorso all’hate speech era candidato al parlamento. Gli altri contenuti ingiuriosi si riferiscono per il 43% a post di leader politici, e per il restante 7% a candidati alla presidenza delle regioni Lazio e Lombardia. Complessivamente, inserendo nel calcolo anche i leader politici, il 51% delle dichiarazioni sono da attribuire a candidati della Lega, il 27% a Fratelli d’Italia, il 13% a Forza Italia, il 4% a Casa Pound, il 3% a L’Italia agli Italiani e l’2% al Movimento 5 Stelle. Il canale che ha generato più segnalazioni è stato Facebook, da cui proviene il 73% dei messaggi monitorati. Tra le segnalazioni, il 49.3% sono post testuali, il 38.4% sono video e il 12.3% fotomontaggi. Il fenomeno migratorio è stato il tema centrale delle segnalazioni: il 91% delle dichiarazioni hanno avuto per bersaglio migranti e immigrati. L’11% delle dichiarazioni ha riguardato discriminazioni di tipo religioso, veicolando sentimenti islamofobici. Il 6% delle dichiarazioni ha avuto per oggetto la comunità Lgtbi, il 4.8% i rom, e l’1.8% le discriminazioni di genere. Il 32% delle segnalazioni veicola fake news e dati alterati mentre il 37% è difficile determinazione, indicando l’utilizzo di notizie, statistiche e dati confusi e difficilmente verificabili. Anche durante l’iniziativa della scorsa settimana, relativa a #MagliettaRossa, si sono registrati molti eccessi verbali, che hanno prodotto l’intervento della polizia postale, e si è addirittura arrivati a svastica e cappio al collo sul manichino in maglietta rossa delle suore. La vera sfida social per la comunicazione politica è raggiungere la “maggioranza silenziosa”.
  • Esperti di nulla – Girando a zonzo per il web e curiosando, anche senza impegno, tra i profili di follower e “amici”, non si fa fatica a scoprire una quantità irrazionale e pazzesca di esperti di marketing e comunicazione, sedicenti manager o strateghi della brand reputation. Personaggi che si definiscono manager ed esperti di marketing, senza neppure tenere conto del significato della definizione, finendo coll’adombrare anche coloro che realmente lo sono. Oggi, il giovane disoccupato s’inganna per sottrarsi alla mortificazione della propria inadempienza e finisce col proclamarsi manager di qualcosa ed esperto di marketing: vive coi genitori, non paga le bollette e non fa la spesa perché non può permetterselo, si acccultura su wikipedia, deculturandosi irreversibilmente, comincia a dare consigli ad altri su come posizionarsi sui motori di ricerca, apre pagine e siti sul web e, soprattutto, spende quel po’ di denaro che possiede per apparire in prima fila; in poche parole, resta un disoccupato, pur non essendo riconosciuto come tale, mettendo in scena tragicomicamente una sorta di mito della roba. È chiaro altresì che queste riflessioni non sono un attacco a quei professionisti che interpretano in modo magistrale il proprio ruolo e sono scientificamente riconosciuti né costituiscono discredito per coloro che aspirano a qualificarsi correttamente in fatto di web marketing; qui, diversamente, si denuncia il rischio di un suicidio economico collettivo. Difficile non condividere le riflessioni di Francesco Mercadante sul Sole24Ore. Raccontavo proprio pochi giorni fa alla responsabile di uno dei più importanti enti di formazione del nostro Paese come, venti anni fa, quando, dopo undici anni di azienda, iniziai a fare il consulente e il formatore, fossi considerato un “junior”. Oggi sono tutti consulenti ed esperti. Del nulla, appunto.
  • Mondiali 2018, è boom di video streaming dagli stadi – I selfie dagli spalti sono acqua passata. Russia 2018 è il mondiale dei video in streaming. La conferma arriva dall’analisi del traffico dati condotta da Ericsson con l’operatore di telecomunicazioni russo Mts. Le preferenze dei tifosi che hanno affollato gli stadi della Coppa del Mondo si sono spostate dalle foto, vere protagoniste di Brasile 2014, ai video. Sono aumentati i contenuti pubblicati sui social network: rispetto al mondiale precedente la condivisione è cresciuta del 30%. Già in occasione di Brasile 2014 i social avevano generato il 90% del traffico generale. A esser cambiato è però il tipo di contenuti condivisi via mobile: quattro anni fa erano soprattutto selfie e il 60% degli spettatori scaricava foto, ora invece la funzione dominante da smartphone è quella dello streaming video. Ed è proprio questo ad aver portato a un aumento del traffico di 2.5 volte rispetto alla media giornaliera registrata sulla rete di Mts, il principale operatore telefonico russo. E per il 2022 si prevede un utilizzo massiccio della banda per supportare tecnologie di realtà virtuale e aumentata. Tutti gli appassionati saranno in grado di tenere traccia in tempo reale delle performance dei propri beniamini tramite le tecnologie indossabili, con dati legati alle condizioni fisiche e le statistiche dei principali risultati ottenuti dai singoli atleti presi in esame, e persino guardare una partita dal punto di vista dei giocatori in campo. Insomma guardare le partite è, e sarà sempre più, un esercizio individuale che diviene collettivo grazie alle condivisioni sui social. C’è di che riflettere.
  • Il grado di digitalizzazione della ristorazione stellata italiana e dei consorzi di tutela – Quattro persone su cinque fanno una ricerca in Rete prima di prenotare un ristorante e leggono almeno sei recensioni per decidere dove andare. Ma più del 50% dei siti è indicizzato male  – e quindi si fatica a trovarlo attraverso i motori di ricerca – e appena il 24% aggiorna con costanza la propria pagina Facebook. Il booking online però è già realtà per un locale su due e il 98% è presente con un proprio portale. Dinamiche simili nel settore dei prodotti tipici del food made in Italy: i siti di nove consorzi su dieci sono infatti «invisibili» sul web, il 33% deve ancora aprire una propria pagina su Facebook e appena il 45% dei portali prevede un’altra lingua oltre all’italiano. Il quadro esce dall’anteprima di «The Italian Data Flavour», la prima ricerca che, attraverso un puntuale studio dei dati, analizza il grado di digitalizzazione della ristorazione stellata italiana e dei consorzi di tutela. Le cifre parlano chiaro. Su 356 ristoranti selezionati, quasi la totalità ha un sito internet [98%] ma solo il 50% lo sa far funzionare. Solo uno su due rispetta cioè gli standard minimi SEO, ossia quelle procedure che consentono di “farsi trovare” in Rete, con il 73% non ha la meta description impostata e il 53% non ha il tag fondamentale per descrivere la value proposition. Situazione che peggiora ancora con i social network. Se infatti prendiamo ad esempio Facebook ci accorgiamo che l’83% dei ristoranti ha una propria pagina ma solo il 24% di queste viene aggiornata con costanza [almeno due post a settimana]. L’analisi dei principali consorzi di tutela si muove su dinamiche simili ma in questo caso a colpire è soprattutto l’effetto-lingua. Solo il 43% dei siti internet è infatti previsto in doppia lingua, elemento questo che ovviamente va ad incidere con forza sulle potenzialità di export. Dilettanti allo sbaraglio, nel 2018…

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Pier Luca Santoro

Marketing & Communication at DataMediaHub
Pier Luca Santoro è un esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence. Project Manager @DataMediaHub . Dal 1998 opera come consulente per progetti di posizionamento strategico, organizzazione, comunicazione & formazione per aziende pubbliche e private, associazioni di categoria e amministrazioni pubbliche. Sperimentatore e creativo ha sviluppato un’esperienza significativa nell’ambito dell’edutainment, nell’utilizzo dei giochi come medium e la gamification.
Dal 1987 in poi é stato responsabile del marketing e dell’organizzazione commerciale di grandi imprese [Star, Giuliani, Bonomelli].
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