Post-it

Una selezione ragionata delle notizie su media, giornalismi e comunicazione da non perdere, commentate.

  • Confessioni [e frustrazioni] di un social media manager di provincia – Su “La Provincia Pavese” [gruppo GEDI] di qualche giorno fa è comparso un articolo che ha attirato la mia attenzione pur non avendo complessivamente particolare interesse per quanto avviene in quell’area geografica del nostro Paese. Infatti, nell’articolo “La Provincia Pavese e i social: storia d’amore e [molto] odio” chi gestisce operativamente i social di questa testata locale si lascia andare ad uno sfogo sulle frustrazioni del proprio lavoro che si conclude con «La giornata del social media manager, peraltro, non finisce dopo aver dato la caccia alla feccia dell’umanità. Ok, basta brutte notizie, basta migranti respinti, basta francesi che si incazzano. Postiamo, sul far della sera, il video più innocuo che ci sia. I bambini del Grest di Mede dalla piazza del paese liberano centinaia di palloncini colorati. Il social media manager, con il monitor che ancora cola di letame, si sorprende a osservare sognante i puntini che salgono in cielo tra applausi e urla giocose. Pochi secondi e ding!, arriva il primo commento ([che resterà l’unico]. Scrive Alessandro: “Ma i palloncini sono di plastica? Quindi poi ricadranno al suolo inquinando ovunque, no?”. Ecco, uffa, rimettiamoci a contare. Uno, due, tre… Perchè questo è Facebook, caro il mio social media manager, sì, è Facebook, e tu non puoi farci niente. Niente». La mia esperienza a “La Stampa” [di]mostra che non è assolutamente vero che non ci si può fare niente, anzi. Certo, ci vuole sacrificio e impegno. Una costanza che la cattiva prassi in voga nelle redazioni del nostro Paese di affidare i social a chi già svolge un altro mestiere, il giornalista, che potenzialmente rende molto probabile che si finisca per fare male almeno uno dei due mestieri, se non tutti e due. Del come fare invece ho già avuto modo di parlare più volte, ma è chiaro che finchè si considereranno, di fatto, i social come una discarica di link da cui solamente dragare traffico resterà la frustrazione della quotidianità. L’amico, e attuale social media editor de La Stampa, Bruno Ruffilli, dimostra che si può fare di più, e meglio, volendo naturalmente.
  • Gli italiani e l’innovazione – Gli italiani che navigano online hanno una percezione positiva dell’innovazione digitale e dell’intelligenza artificiale. Il 58% crede che la società abbia principalmente tratto beneficio da queste innovazioni e associa all’innovazione emozioni positive: principalmente fiducia [46%], sorpresa [37%] e speranza [36%]. Tuttavia, il 18% prova emozioni negative se pensa all’innovazione digitale. Paura, invidia ed indifferenza fanno scendere la percentuale della fiducia di 14 punti, dal 46% al 32%, soprattutto tra gli italiani online che presentano un ridotto background digitale, culturale ed economico: si tratta del segmento di persone che hanno difficoltà con le nuove tecnologie, che hanno ottenuto al massimo il diploma di scuola secondaria e quelli che si trovano in difficoltà economiche, se non in condizioni di povertà. Allo stesso modo, se 3 persone su 4 affermano di essere personalmente pronte ad affrontare la svolta digitale, la percentuale si abbassa drasticamente al 50% in questo segmento del campione, mettendo in evidenza come l’alfabetizzazione digitale giochi un ruolo determinante. Più in generale, solo il 45% del campione ritiene che gli italiani siano pronti alla svolta. Il valore aggiunto dell’innovazione 4.0 non è percepito positivamente in tutti gli ambiti. Un contributo positivo viene offerto alla scienza medica per l’80% degli italiani, alla mobilità [77%], alle attività economiche e produttive [64%] e alla sicurezza [57%] e all’educazione [56%]. Il contributo appare però più controverso in altri campi, come quello del cibo [forse a causa dei timori associati alle biotecnologie]: in questo caso il 46% è convinto degli effetti positivi, mentre il 54% ritiene che ci siano aspetti sia positivi che negativi o solo negativi. La flessione maggiore si registra infine nella politica. Secondo un terzo degli italiani, l’innovazione digitale ha danneggiato la politica, per 4 persone su 10 questo ha condizionato la politica nel bene o nel male; solo uno su quattro afferma di averla migliorata. Il tema dell’innovazione digitale nell’ambito del lavoro sta spaccando a metà l’opinione pubblica: mentre il 42% (in particolare persone con elevato reddito ed elevato livello di educazione) ritiene che robot e algoritmi non rubino posti di lavoro, il 47% ritiene invece che questo avverrà. In particolare, rispetto al 2016, la percentuale di coloro che ritiene che i robot rimpiazzeranno i lavoratori in diverse mansioni passa dal 27 al 32%, mentre diminuisce dal 19% al 15% il numero di coloro che ritengono che i salari diminuiranno. Sono questi i dati che emergono dall’indagine “Conseguenze degli algoritmi: l’atteggiamento degli italiani verso l’innovazione digitale”, creata da SWG per State of the Net, la due giorni dedicata alle conseguenze di internet sulla vita delle persone, e presentata nel corso dell’intervento di Giulio Vidotto Fonda di SWG alla conferenza a Trieste. L’indagine è stata condotta tra il 30 maggio e il 4 giugno 2018 su un campione di mille soggetti rappresentativo della popolazione italiana online. Insomma, ancora una volta, emerge come ci sia un gran bisogno di fare cultura. Un tema al quale abbiamo iniziato a lavorare concretamente su cui non mancheremo di aggiornarvi, annunciando iniziative concrete entro al fine dell’estate. Come si suol dire in questi casi, stay tuned!
  • Link tax – All’annuncio dell’approvazione di quella che viene [ri]definita la “link tax” avevo già avuto modo di dire la mia al riguardo. Sul tema arriva ora il comunicato ufficiale di ANSO [l’Associazione Nazionale Stampa Online]. L’Associazione Nazionale Stampa Online contro l’articolo 11 della Direttiva per il Copyright nel mercato unico digitale adottato dalla Commissione giustizia UE: «Si stravolgono le regole e si minaccia la libertà di informazione in senso ampio» Ieri, 20 giugno, il Parlamento Europeo ha espresso il suo consenso all’istituzione del cosiddetto “neighbouring right”, che stravolge le regole della presenza in internet per i piccoli editori digitali e ne peggiora la posizione. Nonostante le forti critiche della stampa online e i molteplici tentativi di dialogo con le diverse forze politiche, la Commissione giustizia ha adottato l’articolo 11 della Direttiva per il Copyright nel mercato unico digitale con 13 voti a favore e 12 contrari, sotto la direzione del relatore cristiano democratico Axel Voss. Se la totalità dei membri del parlamento avallasse la decisione, il Parlamento sarà pronto a cominciare le negoziazioni con il Consiglio già dopo l’estate. «Il “neighbouring right”, introdotto attraverso l’adozione dell’articolo 11 della Direttiva sul Diritto d’autore nel mercato unico digitale, obbligherà chi condivide/linka/riproduce contenuti editoriali a remunerare chi li ha prodotti. Tale misura, sbilanciando le regole di mercato e penalizzando gli aggregatori di notizie, avrà effetti devastanti sui nostri modelli di business e sulla libertà di informazione in senso ampio», spiega Matteo Rainisio, vicepresidente di ANSO – Associazione Nazionale Stampa Online. «Questo risultato delude profondamente noi e tutta la stampa digitale online sia italiana che europea. Anso, insieme con la Coalizione degli Editori Digitali Europei, si era già espressa contro questa riforma durante tutto il procedimento legislativo, iniziato nel 2015. Abbiamo cercato il dialogo con la Commissione Europea prima e con il Parlamento Europeo poi, sperando in una loro apertura a soluzioni più ragionevoli e digital-friendly. Siamo profondamente rammaricati che la nostra voce non sia stata ascoltata». La decisione della Commissione giustizia non è definitiva, ma passerà al vaglio della plenaria del Parlamento Europeo nella sessione di luglio. Le nuove regole procedurali, recentemente adottate, permettono a 75 membri del Parlamento di richiedere una nuova valutazione e, potenzialmente, spingere per una ulteriore revisione della norma attraverso la riapertura del procedimento legislativo. Si prevede che Julia Reda, Eurodeputata e rappresentante del Partito dei Pirati, da sempre contraria al “neighbouring right”, sarà a capo di tale coalizione e contesterà il risultato della votazione di ieri. Conclude Rainisio: «Speriamo che la Plenaria riconsideri la decisione della Commissione giustizia e prenda in considerazione i molti fatti e le numerose prove concrete che testimoniano l’inefficacia del “neighbouring right”. Supportiamo la decisione di contestare tale posizione in Plenaria e continueremo ad offrire la nostra conoscenza del settore attraverso una opposizione costruttiva, ma decisa».  Del comunicato stampa vi è una versione meno “edulcorata” che ci piace di più, e che spiega ancora meglio la follia di questa legge voluta dai brontosauri dell’ecosistema dell’informazione.
  • L’elemento umano al centro di una customer experience vincente – Tre grandi temi caratterizzano il nostro contesto oggi: la rilevanza dell’”esperienza”, che gioca un ruolo attorno al quale la relazione si snoda e si struttura [o si distrugge], la costanza della “trasformazione” che vede la tecnologia come elemento abilitante per portare efficienza e migliorare i processi, l’”empowerment” del Cliente, sempre più informato, critico e con grandi attese in termini di servizio, su tutto il Customer Journey. La vera sfida si gioca infatti sulla capacità di comprendere i momenti del journey rilevanti per il Cliente [non per l’Azienda]. I percorsi sono sempre più complessi, multicanale e non-lineari e offrono diverse modalità esperienziali che possono rafforzare [o incrinare] la relazione. Comprendere il contesto delle interazioni consente di creare un’offerta centrata sul cliente. I clienti hanno uno scopo specifico, una “missione” che vogliono raggiungere quando entrano in contatto con un brand: le esperienze che vivono creano memorie definite e stigmatizzate dall’emozione provata. La customer centricity dunque passa attraverso la costruzione di cx vincenti, con l’individuo al centro, non facili da ottenere. Non si tratta di qualcosa di standard, che va bene per tutti: ogni realtà deve trovare il suo percorso. Le aziende di successo che sono riuscite a mettersi nei panni dei loro Clienti, in continuo ascolto attivo dei loro feedback, hanno saputo implementare organizzazioni agili, efficaci. Hanno istituito sistemi di governance della cx in grado di trasformare progressivamente l’azienda, grazie al coinvolgimento diretto della leadership, che ha individuato i momenti chiave in cui attivare esperienze eccezionali e memorabili, con il contributo di dipendenti coinvolti ed informati. Si tratta dunque di cambiare il modo di approcciare il mercato, partendo proprio dai bisogni e dalle attese dei Clienti, che come sappiamo, sono sempre più attenti e selettivi: concentrarsi sull’elemento umano permette di rafforzare la relazione e dunque, la loyalty, elemento indispensabile per la crescita del Brand. Di fatto, attualmente, solo un cliente su cinque considera i Brand veramente centrati sul cliente. C’è molto da fare dunque al riguardo, e senza un adeguato intervento anche su competenze ed organizzazione del lavoro, affidandosi esclusivamente alla tecnologia, sarà assai improbabile colmare il gap.
  • Siamo, finalmente, pronti per un giornalismo collaborativo? – Anna Masera, amica Public Editor de La Stampa, nella sua colonna settimanale di interroga su un tema del quale ormai si discute da almeno un decennio: quello del giornalismo partecipativo. Scrive la Masera che «È grazie ai blog [o per colpa loro] che il giornalismo da una ventina d’anni a questa parte si è aperto alla concorrenza dei cittadini che cercano di contribuire a fare informazione nel mondo. Nel bene e nel male. Nel male perchè chi non sa ascoltare e dialogare con il pubblico sta perdendo audience ed è in crisi economica. Nel bene perchè saper ascoltare e saper dialogare ci avvicina al pubblico e migliora il nostro lavoro. Si tratta di cittadini che magari per guadagnarsi da vivere fanno altro, ma che dedicano il loro tempo libero a cercare notizie di loro interesse, a verificarle, analizzarle, approfondirle, per poi discuterle online con chi li segue. Il momento della verità è il confronto con gli altri. Ognuno ha la reputazione che si merita ed è attraverso il filtro della credibilità che si seleziona l’informazione per esempio dalle bufale e da chi la spara più grossa. Proprio come nei giornali. Ci sono fior di ingegneri, medici, avvocati, bibliotecari, insegnanti, ricercatori universitari e studiosi o curiosi in generale che collaborano con i giornalisti per migliorare l’informazione. Per fare chiarezza. Che è quel che sostenevo spiegando che “blogger” e “influencer” NON esistono. Che a dieci anni di distanza ci si torni ad interrogare sulla questione è sintomatico della lentezza della trasformazione dell’industria dell’informazione in uno scenario che invece si evolve rapidissimamente, contribuendo così inevitabilmente all’obsolescenza di chi non tiene il passo. Che non vi sia scelta emerge già con chiarezza, se necessario, dalla parole di Anna Masera. La buona notizia è che la sezione della cronaca di Torino de La Stampa sta per sperimentare una forma di giornalismo collaborativo in cui i cittadini-fonti offrono ai giornalisti i loro punti di vista unici, originali, per disegnare nuove mappe della «loro» città. Speriamo sia la volta buona dell’inizio di un percorso ineluttabile.
  • Tra tre anni l’app economy varrà 6.3 trilioni di dollari – Nel 2016 tutta l’app economy valeva 1.3 miliardi di dollari e anno dopo anno la crescita non ha per niente rallentato. Se nel 2017 sono stati messi insieme 1.700 miliardi, le previsioni per il 2018 e 2019 sono straordinarie: 2.444 e 3.351 miliardi di dollari di ricavi complessivi. Ma l’esplosione della app economy avverrà a partire dal 2020 quando tutto il comparto, secondo le stime, potrà arrivare a valere ben oltre i 4mila miliardi di dollari e arrivare a 6.300 miliardi l’anno successivo. I ricavi aumenteranno con decisione grazie all’uso sempre più massivo delle applicazioni sui diversi device vendute sui popolari store digitali: su Google Play ne sono disponibili 2.2 milioni, su Apple Store 2.8 messe a disposizione sia da sviluppatori indipendenti o piccole società con un’idea geniale, ma più spesso da società che sono già big nell’economia digitale. Tra il 2016 e il 2017 il vecchio continente ha superato gli Usa per numero di posti di lavoro generati dalla app economy. In numero assoluto, infatti, nel 2017 sono stati impiegati nel settore 1 milione e 890mila persone, contro il milione e 730mila in America. Tuttavia, il Parlamento Europeo sottolinea come la labour intensity sia diversa. Se viene preso in considerazione l’impatto generato dai lavoratori della app economy sul totale del mercato del lavoro, infatti, gli Usa ottengono una performance migliore dell’Europa: 1.1% contro 0.84% nel 2017.  Dati che,  in giornate in cui ferve il dibattito sui “riders”, rendono evidente come, se non in specifico riferimento ai “pony express 2.0”, o almeno non solo, vi sia certamente di cui riflettere.
  • Markets are conversations – Sono passati ormai quasi venti anni dalla pubblicazione del celebre Cluetrain Manifesto, con la prima delle 95 tesi: «i mercati sono conversazioni» tanto citata quanto incompresa, o perlomeno non praticata se non marginalmente ancora oggi, dati alla mano. Al riguardo, qualche giorno fa, Edelman ha pubblicato un’appendice, un’integrazione al Trust Barometer di Edelman 2018: “Special Report: Brands and Social Media” che spiega, o ricorda, come brand [e newsbrand] devono utilizzare i social per trarne vantaggio nel tempo. Il rapporto inizia proprio da dove ci siamo fermati venti anni fa fornendo i dati che chiariscono come per il 59% delle persone rispetto alla comunicazione tradizionale, alla pubblicità, sono molto più veritiere, appunto, le conversazioni, siano queste tramite mail, app di messaggistica istantanea o in risposta a commenti sui social. Vengono forniti al riguardo una serie di altri dettagli, come mostra l’infografica sottostante, ma non crediamo sia necessario andare oltre. La sostanza è che ciò che prima era confinato solo fra gli utilizzatori di Internet è ormai parte integrante delle modalità di interazione sociale. Così, ci si aspetta di poter entrare in contatto anche sui social media/network, si pretende la capacità di ascolto e la prontezza della risposta, non si accettano più “distanze”. Siamo tutti interconnessi in un ecosistema unico ed è necessario prenderne coscienza ed essere in grado di interagire, attrezzandosi adeguatamente allo scopo, ovviamente. Se nel 2018 state ancora cercando una risposta a come i brand devono utilizzare i social, visto che la pratica è molto diversa dalla grammatica,  ora sapete cosa fare, e naturalmente sul come siamo assolutamente a disposizione per aiutarvi a realizzarlo.

Social

Pier Luca Santoro

Marketing & Communication at DataMediaHub
Pier Luca Santoro è un esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence. Project Manager @DataMediaHub . Dal 1998 opera come consulente per progetti di posizionamento strategico, organizzazione, comunicazione & formazione per aziende pubbliche e private, associazioni di categoria e amministrazioni pubbliche. Sperimentatore e creativo ha sviluppato un’esperienza significativa nell’ambito dell’edutainment, nell’utilizzo dei giochi come medium e la gamification.
Dal 1987 in poi é stato responsabile del marketing e dell’organizzazione commerciale di grandi imprese [Star, Giuliani, Bonomelli].
Social

Latest posts by Pier Luca Santoro (see all)

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.