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Una selezione ragionata delle notizie su media, giornalismi e comunicazione da non perdere, commentate.

  • Big data, dal prezzo implicito dei dati profilati al pluralismo 2.0 – Nel corso del seminario “Big data: connessioni e pluralismo” organizzato dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, è stato dunque affrontato il tema dei big data nelle piattaforme online, con un’analisi empirica sul prezzo implicito dei dati “scambiati” nell’ecosistema digitale e sull’evoluzione del pluralismo nell’epoca del dato profilato. L’Interim report dell’Autorità presentato in questi giorni è diviso in tre parti. Una prima parte introduttiva volta a sistematizzare la descrizione del fenomeno, anche sotto il profilo definitorio, passando in rassegna le principali caratteristiche dell’ecosistema dei big data, la catena del valore e specifici elementi dei mercati afferenti il digitale e l’informazione. La seconda parte pone al centro dell’analisi l’individuo come produttore di dati tramite la scia digitale [online footprint]. Vengono affrontati numerosi problemi derivanti dall’uso massiccio di tecniche di profilazione degli utenti, evidenziando come tali tecniche presentino rischi sociali notevoli: ad esempio, le tipologie di discriminazione, spesso su base del funzionamento di specifici algoritmi, rischia di estendersi oltre alla classica discriminazione di prezzo, a differenze nella popolazione fondate su etnia, religione, stato di salute, opinione politica, capacità reddituale e così via.  La terza e ultima parte dell’Interim Report di Agcom si sofferma sul ruolo delle piattaforme digitali, in particolare i social network, che sempre di più risultano svolgere un ruolo centrale nel settore dell’informazione. Per loro natura le piattaforme digitali rappresentano uno strumento prioritario nella raccolta, nella conservazione e nell’utilizzo dei dati; una parte rilevante dei big data, infatti, è rappresentata dai dati che le piattaforme raccolgono dalle attività profilate che i singoli utenti svolgono in rete, compresi quelli relativi alle preferenze ideologiche e politiche e ai contenuti informativi letti, visualizzati, graditi, commentati e condivisi. I sistemi di personalizzazione automatica [che operano sulla base di algoritmi e dei big data acquisiti], da un lato, e le azioni di condivisione di contenuti informativi compiute dagli utenti, dall’altro, facilitano – in assenza di attivismo critico dell’utenza – la proliferazione di notizie false e la propagazione virale di contenuti polarizzanti, fenomeni particolarmente rilevanti per informazioni relative alle scelte politiche, alimentari, sanitarie. Peccato che di fatto sia abbia conferma ogni giorno di quanto poco tutto ciò interessi alla gente.
  • Grazie a Kim Kardashian forse potremo correggere i tweet – Chiunque abbia un account Twitter sa bene che una della frustrazioni più cocenti è scrivere un tweet, rendersi conto troppo tardi di averci messo dentro un errore [qualsiasi, di battitura o anche un’inesattezza] e vederlo viaggiare a suon di retweet e cuori, sbagliato, nell’infinità dell’etere. Chiunque si è chiesto come mai, prima ancora di allungare i tweet o di affollare il feed di account che non seguiamo ma che l’algoritmo ci ripropone “nel caso ce li fossimo persi”, Twitter non abbia pensato a creare un provvidenziale tasto “edit”. Ma forse le nostre richieste stanno per trovare una risposta. E per giunta potrebbe essere positiva. Come spesso accade è nei momenti informali che si trovano le soluzioni ai grandi problemi della Terra e infatti è stato al party di compleanno di Kanye West che Kim Kardashian ha a lungo discusso con il fondatore di Twitter. Kim ha portato alle orecchie di Jack Dorsey le nostre lagnanze e lo ha ufficializzato in un tweet di qualche ora fa, a cui Dorsey ha risposto in maniera ironica. E chi risponde ironicamente di solito non è così negativo. Sarà finalmente giunto l’agognato momento di poter correggere i nostri pensierini? Per i grammar nazi e i control freak sarà sicuramente un grande passo per l’umanità, ma che dire di tutti quei tweet in libertà di personaggi più o meno famosi che fanno il giro del mondo? Se Donald Trump potesse ammorbidire i suoi tweet contro questo o quello? Se il neo ministro o il neo presidente potesse ripulire il suo account Twitter senza cancellare, ma semplicemente correggendo le sue riflessioni senza peli sulla lingua contro quelli con cui dovrà lavorare gomito a gomito da oggi in poi? Forse se Kim Kardashian porterà a casa un altro risultato dall’alto della sua influenza sui grandi del pianeta, a beneficiarne saranno soprattutto i precisini. In ogni caso, giusto per una questione di trasparenza, suggeriamo che si possa comunque leggere la prima versione, come accade anche con gli status Facebook. Insomma, si al tasto edit [FINALMENTE!!!], ma senza perdere di vista la trasparenza.
  • Cominciamo bene – Il 12 Giugno scorso la squadra di Governo si è completata con la nomina di viceministri e sottosegretari, tra cui naturalmente anche quello all’editoria: Vito Crimi. Vedendo il profilo di Crimi si capisce immediatamente che non ha esperienza del settore ed il fatto che sia un dirigente di secondo piano nel M5S aggiunge sorpresa ad una così scarsa attenzione verso quest’area. Le prime dichiarazioni del sottosegretario all’editoria sono naturalmente di particolare attenzione ai finanziamenti statali ai giornali, da sempre cavallo di battaglia dei pentastellati, ottenendo risposta piccata dalla FNSI.  Ma quello che lascia davvero con l’amaro in bocca è quando afferma che «ci confronteremo con voi della stampa e con tutti gli operatori del settore. Il mio è un incarico istituzionale, è come tale cercheremo di capire effettivamente come stanno le cose e i temi da affrontare». Se un’importante carica istituzionale deve occuparsi di un settore che dichiaratamente non conosce, siamo, come lo siamo stati in precedenza, a disposizione.  Anche il neo Ministro dell’Interno, con l’intervento della Guardia di Finanza contro tre giornalisti “colpevoli” di aver rivelato i  flussi finanziari della Lega,, mette in pratica un vero e proprio atto intimidatorio. Non è esattamente un buon inizio, diciamo…
  • Gente che va offline – Non c’è ovviamente un rifiuto delle tecnologie digitali, che oggi sarebbe impossibile, ma un mutamento di prospettiva e attenzione. Rinascono piccole comunità online che crescono in modo organico, i blog e le home page tornano, così come nuovi sistemi di condivisione basati su rapporti amicali diretti, portati in rete solo successivamente e parzialmente, anziché il contrario. Un esempio: la de-digitalizzazione, o per meglio dire la sovversione degli obiettivi della digitalizzazione forzata imposti dai big tecnologici [Amazon, Facebook e Google, soprattutto] avviene a partire dalle reti di produttori per i gruppi di acquisto solidale, che sono fatte invece da persone che vivono in prossimità e utilizzano gli strumenti digitali solo per rendere più semplice coordinarsi, ma non vogliono tutto quel che ne consegue [logistica planetaria, abbattimento dei costi, prodotti inutili, scambio di contenuti e costante engagement online]. In quei gruppi sono usati sistemi di messaggistica personale, da Whatsapp a Telegram. Si evolve, si cambia passo e si cerca di vivere di più una on-vita in modo off-vita, nel mondo fatto di atomi e non di bit. È la nostalgia dell’analogico, certo, ma anche la ricerca di limiti alle infinite possibilità di scelta. Una reinterpretazione di quel paradosso della scelta teorizzato da Barry Schwartz negli stessi anni in cui Chris Anderson stava scrivendo la teoria della coda lunga. L’eccesso di scelta, diceva Schwartz, defocalizza, disperde, paralizza e crea ansia.  Sta arrivando una specie di neoluddismo, oppure è solo la nostalgia di un’altra vita?
  • Che fine hanno fatto le “icone” del design italiano –  Quando si parla di design italiano si pensa spesso a certi oggetti in circolazione da molto tempo: per esempio, la vecchia Fiat 500, la lampada Arco di Achille Castiglioni o la moka Bialetti. Se ci si sforza di pensare a oggetti sempre molto famosi più recenti, può venire in mente lo spremiagrumi disegnato per Alessi da Philippe Stark nel 1990, ma poche altre cose con meno storia: sembra che a un certo punto le aziende italiane che si occupano di design non siano più riuscite a creare prodotti facilmente riconoscibili e memorabili. In primo luogo c’è un banale problema di sovraffollamento iconico: non solo non abbiamo nuove icone, ma abbiamo una storia piena di “vecchie” icone. E mentre difendiamo il passato di queste ultime, sostenere un futuro per le new entry sta diventando sempre più complesso. Accanto a questa, fondamentale, c’è poi la questione della rispondenza tra l’icona, il suo tempo e il nuovo tempo. Il design italiano non sembra più produrre oggetti che, persa la loro funzione primaria immediata [che oggi spesso, per altro, è delegata al digitale], siano in grado di perpetrare una funzione secondaria o terziaria in un nuovo tempo o spazio, così da poter garantire quel rapporto con il nuovo tempo che è un’attestazione di iconicità. Ma non solo il design italiano non sembra in grado di conferire iconicità – gesti, stili e simboli – a un oggetto, ma neppure attuare quel processo di trasformazione e trasferimento del concetto di icona oltre l’oggetto, come è stato per esempio per l’iPod. Un altro importante indiziato sulla fine delle icone è il pubblico e le sue capacità: mentre cresceva l’illusione di una creatività individuale diffusa che moltiplicava la produzione di oggetti, è venuto a mancare un immaginario competente collettivo sulle “cose”. Il punto quindi è se l’icona stessa di design non sia un fatto “storico”, passato, che oggi fatica a trovare un pubblico disposto a vedere, immaginare e pensare per icone che, vedremo, significa pensare con lo sguardo al futuro e oltre da sé, verso l’oggetto e oltre al soggetto. Tutto ciò, ammesso che, in quest’epoca narcisistica e di presente perenne, esista davvero un solido immaginario condiviso che permetta di pensare in termini di “pubblico”. Ma è finita l’epoca degli oggetti icona o è finita la stagione della cultura materiale italiana in grado di rappresentarla? Probabilmente entrambe le cose: da una parte sono mutati i contorni con cui si definisce un’icona oggi, gli oggetti e i soggetti deputati a definirla, dall’altra probabilmente le nuove icone si stanno producendo fuori dal design, fuori dall’Italia, fuori dagli oggetti. Poco più di dieci euro spesi bene per un libro che vi consentirà di riflettere mentre ve ne state spaparanzati sul lettino sotto l’ombrellone.
  • Le cinque dimensioni dell’influenza – 1) Corporate Citizenship: La gente si aspetta che le marche influenti forniscano qualcosa di più di un semplice prodotto o un servizio. Devono essere parte di qualcosa di più grande. Questo significa giocare la loro parte nella società, nella cura per le persone e il pianeta, e instillare, esprimere e ispirare un insieme di norme e valori. La gente vuole rispecchiarsi nelle marche che scelgono; 2) Trustworthy: E, naturalmente, la pietra angolare di ogni rapporto: la fiducia. Le marche più influenti sono quelle di cui la gente si fida di più. La gente le usa, si fida di loro, e crede in loro. E quando la gente realmente si fida di una marca, presta attenzione a quello che la marca dice ed è disponibile a parlare ad altri della marca; 3) Engagement: Una marca è una relazione e più le persone sono coinvolte in questo rapporto, più sarà forte l’Influenza che la marca avrà nelle loro vite. Nel mondo di oggi, questo significa che la connessione e l’interazione con la marca si realizza in molti modi diversi e non solo nel punto vendita. Le marche influenti sono amate e discusse e la gente vuole sapere di più su di loro; 4) Leading Edge: Questo è il 2018, l’età in cui l’innovazione, la tecnologia e le persone sono collegate. Le marche più influenti sono in grado di fare questa connessione. Segnano e definiscono la strada, si distinguono, e sono un esempio da seguire per gli altri. E la gente le ama per questo. Almeno fino a quando arriverà una nuova grande tendenza o innovazione. Non è un caso che le prime 10 marche siano, salvo eccezioni, più influenti tra le diverse generazioni [Millennials e Boomers]; 5) Presence: Per essere influente, devi essere visto, ascoltato e conosciuto. Perché si deve essere visti e quindi conosciuti per essere creduti. Queste le considerazioni a margine del rapporto di Ipsos: “The Most Influential Brands 2018: marche e identità”. Stampatevelo ed appendetevelo in ufficio come promemoria.
  • Per i giornalisti le piattaforme social sono amici [e nemici] – Secondo il report del Tow Center for Digital Journalism della Columbia Journalism School “Friend and Foe: The Platform Press at the Heart of Journalism”, le piattaforme social sono amici [e nemici] di giornali e giornalisti. In particolare emerge che La metà degli intervistati ha dichiarato che le piattaforme social hanno rafforzato il rapporto con il pubblico, mentre il 22% ha dichiarato di essersi indebolito a causa delle piattaforme di social media. Nonostante l’apparente tossicità della retorica nei confronti delle aziende tecnologiche in generale, e in particolare di Facebook, ciò non sembra aver diminuito la quantità di materiale pubblicitario diretto attraverso le piattaforme social. Mentre la stragrande maggioranza dei giornalisti ha dichiarato di aver adattato le pratiche della redazione in risposta alle piattaforme sociali, un numero schiacciante [86%] ha ritenuto che i social media avessero contribuito a un calo della fiducia nel giornalismo. Le piattaforme continuano a plasmare sia lo stile che la sostanza dei contenuti dell’editore, sia direttamente con incentivi finanziari, che indirettamente [Apple accetta i pitch da editori che cercano di essere presenti nella sua app di notizie]. Non ci sono segni che questo cambierà. Le principali preoccupazioni persistono sull’opacità dei cambiamenti dell’algoritmo, sul controllo della relazione con il pubblico, sul supporto finanziario per il giornalismo su piccola scala e sulla promozione, cancellazione o soppressione di diversi tipi di notizie. Questa l’estrema sintesi del rapporto tutto da leggere e digerire.

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Pier Luca Santoro

Marketing & Communication at DataMediaHub
Pier Luca Santoro è un esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence. Project Manager @DataMediaHub . Dal 1998 opera come consulente per progetti di posizionamento strategico, organizzazione, comunicazione & formazione per aziende pubbliche e private, associazioni di categoria e amministrazioni pubbliche. Sperimentatore e creativo ha sviluppato un’esperienza significativa nell’ambito dell’edutainment, nell’utilizzo dei giochi come medium e la gamification.
Dal 1987 in poi é stato responsabile del marketing e dell’organizzazione commerciale di grandi imprese [Star, Giuliani, Bonomelli].
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