Digital News Report 2018

Il Reuters Institute for the Study of Journalism ha reso disponibile il “Digital News Report 2018” [che avevamo ricevuto sotto “embargo” da qualche giorno]. La settima edizione del report si basa su un campione di 74mila persone intervistate in 37 nazioni, italia inclusa [2040 rispondenti], a Febbraio 2018. Va ricordato che in base alla metodologia della ricerca sono sotto-rappresentati coloro che non utilizzano Internet e dunque l’informazione online.

 

Uno degli aspetti di interesse del rapporto è relativo alla disinformazione. A livello generale è il giornalismo di scarsa qualità il contenuto al quale le persone sono maggiormente esposte, seguito dalla faziosità dell’informazione. Non a caso infatti le persone ritengono che siano proprio i publisher [75% degli intervistati] più che le piattaforme [71%], o i governi [61%], a dover intervenire sul dilagare delle “fake news”. Per quanto riguarda l’Italia il 25% delle persone ha dichiarato di essere stato esposto ad informazioni completamente false diffuse per motivi commerciali e/o politici.

Non a caso, sia per la fiducia in generale che, come vedremo di seguito, per le news da social, il brand della fonte informativa costituisce l’elemento primario di attribuzione di credibilità dell’informazione. Si tratta di un aspetto sul quale i newsbrand italiani devono lavorare sia in chiave giornalistica, “di prodotto”, in termini di trasparenza, invece che continuare a mettere la polvere sotto il tappeto come avviene prevalentemente oggi, che in chiave di marketing rinforzando immagine di marca e personalità del brand, a cominciare tra la dicotomia tutta italiana tra contenuti veicolati online, e sui social, rispetto a quelli diffusi nella versione cartacea del quotidiano.

L’immagine di marca è una, farne uno spezzatino per qualche click in più fa perdere molto di più di quanto si crede di guadagnare.  Da sempre il segreto del successo di un marchio è rinnovarsi senza perdere l’identità. Anche su questo molti newsbrand hanno fallito sin ora.

L’accesso all’informazione resta prevalentemente non diretto con il 53% delle persone che arriva ai siti d’informazione da search, social e aggregatori. L’Italia è tra le nazioni che ha la maggior incidenza della search: 39% del totale come fonte di informazione.

Mentre nel complesso cala l’accesso alle fonti d’informazione da social, a cominciare da Facebook naturalmente, che pur in calo regna sovrano indiscusso, anche, in tal senso, nel nostro Paese la percentuale di coloro che utilizzano Facebook come fonte di news resta stabile rispetto al 2017, al 51%.

Cresce in maniera significativa l’uso delle app di messaggistica istantanea per la fruizione di informazione, con WhatsApp che, complessivamente nelle 37 nazioni oggetto dell’indagine, raggiunge il 16% [in Italia 25%] e Messenger al 10% [in Italia 8%]. Twitter, il newswire per eccellenza, sostanzialmente stabile al 11%, Instagram, in crescita, al 8% e Snapchat al 3%. È il livello di personalizzazione percepito la chiave della crescita delle app di instant messaging [«It’s a message to you  – on WhatsApp – not a message to everyone».], unito alla ridotta possibilità di “discussioni incendiarie” [«Even though you may disagree with your friend on WhatsApp, friends are able to keep that good level of respect, everybody shares their opinion, and anyone who disagrees can joke about it. It’s a lighter mood to debate news with friends on WhatsApp than on Facebook»]. Elemento quest’ultimo che conferma, se necessario, la necessità di implementare una social media policy e di moderare la community su Facebook. elementi che invece continuano ad essere assolutamente carenti per la stragrande maggioranza delle fanpage dei newsbrand italiani.

Altro argomento di grande attualità affrontato dal rapporto è quello del pagamento delle news online. Elemento sul quale molti publisher, anche in Italia, ripongono una parte consistente delle loro speranze di riequilibrare i conti.

In Europa emerge un forte gap tra i Paesi della penisola scandinava ed il resto del vecchio continente. In riferimento specifico al nostro Paese, secondo il rapporto, il 12% delle persone ha pagato per le news. Al riguardo va specificato che non si tratta solamente di abbonamenti digital/online, ma anche di pacchetti carta + digitale e pure di pagamento per un singolo articolo. La strada in Italia, ma non solo ovviamente, appare tutta in salita in un a nazione come la nostra dove, secondo gli ultimi dati Audipress, la maggior parte delle persone legge un giornale che non ha pagato e gli abbonamenti pesano solamente il 3.7% della readership.

Altro elemento al centro del dibattito è la possibilità di monetizzare i podcast, con La Stampa ed Il Post che già da tempo stanno sperimentando in tal senso per quanto riguarda l’Italia. Complessivamente il 34% delle persone ha ascoltato almeno un podcast nell’ultimo mese. Di questi il 14% lo ha fatto per contenuti “specialistici” [scienza, tecnologia, business, media e salute] ed altrettanti per news generaliste su politica ed eventi internazionali. In Italia il 30% del campione dichiara di aver fruito di almeno un podcast nell’ultimo mese. Parrebbero dunque esservi delle concrete opportunità in tal senso. Il problema naturalmente è come monetizzare.

Sempre in termini di monetizzazione, seppure abbiano ancora una incidenza scarsa, donazioni e crowdfunding potrebbero essere delle modalità interessanti. Se infatti coloro che hanno fatto delle donazioni sono attualmente appannaggio di una percentuale che va dall’1 al 3% delle persone, la dichiarazione di disponibilità potenziale in tal senso cresce sensibilmente arrivando a toccare sino al 28% delle persone in Spagna o il 19% in Germania. In questo caso, è chiaro che il crowdfunding non è questione di soldi, ma di comunità, di crowd-loving, senza community management non vi sono possibilità di successo.

Il rapporto in appendice contiene una scheda per ciascuna delle nazioni prese in esame. La scheda sull’Italia, realizzata da Alessio Cornia, Research Fellow al Reuters Institute for the Study of Journalism, oltre ad una serie di informazioni complessivamente note, contiene i dati sulla fiducia riposta dalle persone nei confronti dei diversi brand.

Al riguardo sono due gli aspetti di interesse. I primi tre newsbrand che godono di maggior fiducia sono, nell’ordine, Ansa, Il Sole24Ore e SkyTG24, seguiti da Tg La7 e RAI News, mentre la versione online di TgCom24/Mediaset, pur essendo uno dei siti più visitati, come dicono anche i dati Audiweb, gode di un livello di fiducia decisamente inferiore. Segno evidente che le fonti d’informazione che sono vissute come meno di parte, e dunque più obiettive, sono ritenute complessivamente più affidabili di chi invece appare maggiormente schierato. Elemento che si conferma con Il Giornale e Libero sono al fondo della classifica sulla fiducia. Segno evidente che la campagna di odio permanente nella quale queste testate sono impegnate da tempo, ed i titoli gridati, molto spesso, troppo spesso, fuori dalle righe, non funzionano.

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Pier Luca Santoro

Marketing & Communication at DataMediaHub
Pier Luca Santoro è un esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence. Project Manager @DataMediaHub . Dal 1998 opera come consulente per progetti di posizionamento strategico, organizzazione, comunicazione & formazione per aziende pubbliche e private, associazioni di categoria e amministrazioni pubbliche. Sperimentatore e creativo ha sviluppato un’esperienza significativa nell’ambito dell’edutainment, nell’utilizzo dei giochi come medium e la gamification.
Dal 1987 in poi é stato responsabile del marketing e dell’organizzazione commerciale di grandi imprese [Star, Giuliani, Bonomelli].
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