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Una selezione ragionata delle notizie su media, giornalismi e comunicazione da non perdere, commentate.

  • “Nuova” e “vecchia” TV sono media ormai complementari - Passare dal palinsesto TV ai servizi video via web diventa prassi sempre più comune per tutte le fasce d’età: se infatti il 51% degli italiani si lascia ancora guidare dalla programmazione televisiva tradizionale, anche il 33% del pubblico più anziano dichiara di dedicare lo stesso numero di ore a programmi TV e a contenuti video su internet. La pay tv tradizionale è ancora fruita in grande maggioranza attraverso la TV [per il 70% degli intervistati], le piattaforme che offrono Video On Demand si suddividono tra TV [45%] e Pc [29%] mentre lo streaming è ancora per la maggior parte legato alla fruizione tramite computer [47%]. Cresce del 39% la spesa dei consumatori per i video online [in SVOD, abbonamenti di contenuti Video on Demand], un formato da considerare oramai imprescindibile fin dall’inizio della pianificazione media per una efficace strategia comunicativa. La fruizione di contenuti video online sta affermandosi sempre più come modalità complementare ai mezzi tradizionali: il 44% del campione, a prescindere dalla fascia anagrafica, cerca infatti un contenuto o programma specifico indifferentemente da dove questo venga trasmesso [con punte del 51% tra i Millennials]. Le tipologie di programmi più guardati nell’ultimo mese denotano una polarizzazione a seconda dell’età del pubblico: se  Millennials preferiscono serie tv straniere, film appena usciti al cinema, reality e animazione, il pubblico più adulto è più legato a talk show, fiction italiane e telegiornali. Il pubblico più giovane è anche quello più slegato dal concetto di palinsesto [solo il 49% segue le dirette a fronte del 73% degli over 55] e insieme il più naturalmente incline a fruire contenuti facendo altre attività in contemporanea [il 54% segue i programmi senza dedicarsi ad altro, contro il 68% dei Baby Boomers] in particolar modo quando si parla di Talent o Reality Show [sono uno su quattro i Millennials che dichiarano di utilizzare altri device durante le trasmissioni]. Per quanto riguarda i servizi Video On Demand, tra i 16 e i 54 anni, il tempo dedicato si avvicina al quello davanti a programmi televisivi tradizionali [tra 46% e 43%] e la scelta è sempre più da catalogo [il 36% utilizza i siti di “Replay TV”, e orientata su film recenti e serie TV straniere, unici casi dove la prevalenza di fruizione in diretta si ferma addirittura sotto il 50%]. Questo è quanto emerge dai dati presentati dall'Osservatorio Internet Media del Politecnico di Milano in occasione del convegno “Internet Media: avanti tutta, ma avanti tutti?” in collaborazione con Doxa e comScore. Come abbiamo avuto modo di dire più volte, il palinsesto è morto, evviva la TV!
  • Il vero valore della reputazione? Si misura in fiducia e credibilità - Partiamo dalla considerazione fondamentale, spesso data per scontata: l’87% dei consumatori di tutto il mondo ammette che le proprie decisioni di acquisto derivano fortemente dalla reputazione di cui gode un brand. Nel contesto europeo la percentuale scende un po’ [il 79% la ritiene una discriminante], ma quello su cui il report, dell’Ipsos global reputation centre, intitolato “Unlocking the Value of Reputation, si focalizza è l’effetto positivo di una buona reputazione nel medio-lungo termine, non solo nell’attimo in cui scegliamo un prodotto. Se la reputazione di un brand è forte saremo più propensi a concedere quello che Ipsos definisce «il beneficio del dubbio». Insomma, chi di noi trarrebbe conclusioni affrettate su un amico che conosce da una vita? O su un collega con cui collabora da molti anni? Lo stesso accade quando un’azienda è “nell’occhio del ciclone” per una scelta ritenuta sbagliata o per uno scivolone pubblico del suo management. A livello globale il 24% dei consumatori intervistati ritiene che concederebbe il beneficio del dubbio a un’azienda colpita momentaneamente da una crisi, mentre il 48% lo ritiene molto probabile. Tra coloro che dichiarano di nutrire una profonda fiducia in una data impresa, evidenzia Ipsos, il 59% ammette senza problemi che sospenderebbe il proprio giudizio in attesa di maggiori informazioni. Se dovessimo però rispondere alla domanda «Quanto vale la reputazione?», potremmo citare due elementi: una maggiore ricezione delle proprie attività di advertising e una maggiore propensione dei consumatori a “pagare di più” per un bene di cui apprezzano la qualità. Se ciò che devo scegliere di acquistare viene distribuito da un’impresa di cui mi fido, sarò anche più disponibile ad accettare un prezzo che ne racchiuda l’unicità. Queste due metriche possono apparire semplici, ma sono un buon esempio di come la reputazione abbia un valore davvero percepibile: non solo per l’immagine di un gruppo, ma anche per le sue concrete prospettive di crescita. L’analisi di Ipsos si chiude con un interessante approfondimento sui nuovi strumenti di digital engagement. Perché la reputazione, nell’era del web, dipende anche da come sappiamo presentarci in Rete. Secondo l’istituto di ricerca, più della metà dei consumatori intervistati è disponibile a visitare il sito web di un’azienda, ma solo il 28% è pronto a seguire un account corporate sui social media. Per questo diventa essenziale distanziarsi dal rumore di fondo impostando uno stile comunicativo che garantisca una qualità che gli intervistati attribuiscono con maggiore difficoltà alla Rete: la credibilità. Quello che diciamo sui social sconta quindi un “credibility lag”, mette in guardia Ipsos, da colmare facendo in modo che i contenuti comunicati siano facilmente comprensibili, stimolino all’approfondimento e siano rapidamente condivisibili. Fiducia e credibilità per sbloccare, come dice Ipsos nel titolo del suo studio, tutto il valore di una buona reputazione. Della crescente rilevanza della brand reputation, rispetto alla "semplice" brand awareness, avevamo già parlato di recente, evidenziando come la reputazione abbia una dimensione esclusivamente sociale. Dipende da ciò che diciamo e facciamo e da come questo viene valutato dagli altri, dagli appartenenti al nostro contesto sociale.
  • Google: Con il fondo dell'innovazione distribuiti 94 milioni di euro - Finanziati da Google con il fondo per l'innovazione della Digital News Initiative 461 progetti provenienti da 29 paesi, di cui 31 in Italia, per un un valore totale di 94 milioni di euro, di cui 7,8 milioni nel nostro Paese. Ad annunciarlo è Google che, a fronte delle oltre 4.800 candidature pervenute, ha tirato il bilancio nel nuovo report del Fondo per l'Innovazione della DNI per il 2018, diffuso oggi. Google riferisce che sono quattro le aree principali su cui si sono concentrati i progetti finanziati: lotta alla disinformazione, raccontare storie locali, incrementare i ricavi digitali ed esplorare nuove tecnologie. «Sono problemi - sottolinea il report diffuso dal  gigante del web- che riguardano tutti i player dell'ecosistema  dell'informazione in tutta Europa e sono alcuni degli argomenti più interessanti per i candidati». In particolare, l'area dedicata alla lotta alla disinformazione comprende progetti che si occupano di difendere e proteggere il giornalismo di qualità utilizzando il fact checking e alte tecnologie contro la disinformazione, ed in Italia ci sono progetti come TrueFlue  e Vis. L'area raccontare storie locali vede progetti che assicurano agli editori locali e più piccoli di far sentire  maggiormente la propria voce nello spazio digitale ed in Italia è  menzionato 'Il Secolo XIX'. L'area incrementare i ricavi digitali  riguarda progetti che mirano ad aiutare gli editori ad accedere a  nuove o migliori opportunità per trasformare i loro contenuti in  ricavi, tra i progetti italiani c'è Customer Value Accelerator.  Infine per l'area esplorare nuove tecnologie per ad automatizzare   flussi di lavoro o contenuti è stata istituita per supportare il  giornalismo o migliorare l'esperienza di lettura, in Italia, ad  esempio, ci sono i progetti Premium semantic communities, Artificial Intelligence News, Vocal BOT. Tra i progetti inclusi, Google indica Full Fact, un'organizzazione di  beneficenza indipendente che utilizza il fact checking automatico per verificare oltre 25.000 articoli alla settimana. E ancora. Google  mette in evidenza anche progetti come La Voz de Galicia, le cui   soluzioni software Hyperlocal Listener e Community Manager aiutano giornalisti a soddisfare le esigenze degli utenti locali; Steady, e consente agli editori digitali di monetizzare singoli contenuti attraverso i ricavi da abbonamenti; Frames, che sfrutta il potere del data journalism, semplificando e divulgando il suo utilizzo. Tutto molto bello e interessante, come sarebbe altrettanto bello e interessante sapere che fine hanno fatto effettivamente i progetti finanziati nel 2016 e 2017.
  • L’Internet advertising sfiora i 2.7 miliardi di euro - Negli ultimi dieci anni, le posizioni di stampa e Internet nel mercato pubblicitario si sono ribaltate [da una quota rispettivamente del 31% e del 10% nel 2008, oggi i due mezzi sono passati al 13% e al 34%], mentre nel 2017 la TV tocca la sua quota minima. Il display advertising cresce del 18% e supera gli 1,6 miliardi di € a valore, confermandosi la prima componente del mercato pubblicitario online [vale il 62%, contro il 59% nel 2016]; tuttavia, l’incremento derivante dalla componente banneristica è decisamente inferiore [+6%] a quello proveniente dal video [+36%]. Con questi tassi di crescita, infatti, la parte video raggiunge il 43% del totale display advertising e ci si aspetta che il trend verrà confermato anche per il 2018, anche se a tassi inferiori. L’acquisto di visibilità nei motori di ricerca [paid search] vale circa 790 milioni di euro e registra una crescita più alta di quella dell’anno precedente [+8% rispetto al +4% del 2016]. La quota di mercato, tuttavia, scende al 29% rispetto al 31% di 12 mesi fa; per il 2018 è prevista un’ulteriore crescita di questa componente, anche superiore a quella registrata fino ad oggi. L’acquisto di visibilità per annunci su siti di compravendita o directory online [classified] supera i 210 milioni di euro, in crescita del 7% rispetto al 2016. L’incremento è dovuto soprattutto ai portali verticali di annunci, in particolare nel settore automotive. La quota di mercato scende all’8% rispetto al 9% del 2016 e la crescita attesa per i prossimi 12 mesi è in linea con quella dell’ultimo anno. L’email advertising rimane fermo a circa 30 milioni di euro. L’evoluzione della tecnologia sta cambiando le modalità di invio, sempre più verso target profilati, ma senza incrementarne la raccolta complessiva. Essendo un formato utilizzato in particolare dalle piccole e medie imprese [quasi mezzo milione di PMI B2C in Italia], il suo sviluppo è fortemente influenzato dal tasso di utilizzo di queste aziende. La crescita in valori assoluti dell’advertising su smartphone è notevole: a fine 2017 ha raggiunto un valore di circa 1.100 milioni di euro, +56% rispetto al 2016.   La raccolta pubblicitaria su Smart Tv è al momento ancora residuale, ma si iniziano a registrare le prime attività in tale direzione legate a piattaforme di "addressable TV". I ricavi derivanti dalla vendita di contenuti media online crescono con percentuali più alte [+25%], ma rimangono residuali sul mercato complessivo degli Internet Media [valgono il 7%] rispetto alla componente derivante dalla raccolta pubblicitaria [93%]. Chi pensa di puntare sulle "subscriptions" tout court è avvisato, ed infatti secondo Doxa il 92% degli italiani NON è disposto a pagare per fruire di giornali, riviste e servizi di news online.
  • Privacy Facebook, stretta su amministratori pagine - L'amministratore di una fanpage su Facebook è corresponsabile insieme alla stessa Facebook del trattamento dei dati personali dei visitatori della sua pagina. Lo ha stabilito una sentenza della Corte Ue. Gli amministratori delle pagine, infatti, possono ottenere dati statistici sui visitatori raccolti grazie a cookies associati agli utenti che consentono il monitoraggio del loro collegamento alla pagina. Tramite lo strumento "Facebook Insights" messo a disposizione degli amministratori delle fanpage dal social, questi raccolgono i dati sui loro visitatori con cookies attivi per due anni e salvati da Facebook su computer, tablet o smartphone. A ogni utente viene infatti associato un codice unico, e all'accesso alla fanpage questo consente di raccogliere ed elaborare i dati su comportamenti e preferenze legate al profilo Facebook. Agli utenti, però, non viene chiesto il loro consenso per la raccolta di questi dati. Il caso è relativo alla tedesca Wirtschaftsakademie, che offre servizi di formazione attraverso la sua fanpage su Facebook. Sul tema Guido Scorza spiega che se, infatti, come sostengono i giudici non serve trattare dati personali per essere considerati titolari di un trattamento migliaia di editori in giro per il mondo sono, in questo momento, titolari inconsapevoli di trattamenti di dati personali, probabilmente fuori legge, perché non informano in maniera adeguata i propri lettori della circostanza che utilizzano talune tecnologie che presuppongono la raccolta, da parte di terzi, di loro dati personali al fine di consentire loro di disporre di informazioni anonime e, tuttavia, utili a offrire servizi più evoluti e/o personalizzati. Potremmo essere alla vigilia di un piccolo terremoto del quale Facebook sarebbe solo l’epicentro. É una sentenza da leggere, rileggere e approfondire ma l’idea che si possa essere titolari di un trattamento di dati personali senza trattare dati personali e, soprattutto, senza poter per davvero determinare modalità, limiti e confini del trattamento lascia perplessi. Siamo alla follia.
  • Premium Vs Freemium - Dopo aver raggiunto, nel 2012, il picco dei ricavi, sfiorando i 3 miliardi di dollari, a partire dal 2015 i ricavi dallo streaming hanno superato quelli del download. Da lì, il declino: nel 2017 i ricavi sono inferiori al miliardo di dollari, contro il miliardo e mezzo di Apple Music. Si stima che entro il 2020 i ricavi della piattaforma streaming musicale saranno circa 10 volte superiori a quelli di ITunes. Nella giungla in crescita dello streaming, il dissidio è allora soprattutto tra due grandi fazioni: il modello premium e quello freemium: Apple Music e Spotify, che un po’ come Iron Man e Captain America che si contendono il mercato. Da un lato c’è Apple, con al seguito Tidal e Amazon Music, nel nostro esempio Iron Man: tecnologicamente più avanzato, dalla forte solidità patrimoniale e percepito come d’élite. Dall’altro invece c’è Spotify, spalleggiato da Deezer e Pandora, in pratica Captain America: più nazionalpopolare e mainstream che, come si evince dalla mission esplicitata dall’azienda [“Give people access to all the music they want all the time – in a completely legal & accesible way”], si batte per un accesso libero alla musica. Il modello premium di Apple funziona come la formula “All you can eat”, in questo caso “All you can listen”, pago e ascolto tutto quello che voglio: il prezzo mensile è anche più o meno quello di uno scadentissimo sushi a pranzo. Spotify, invece, oltre a proporre la stessa formula, offre in più anche una versione gratuita, che è un po’ come una cena offerta dai genitori della tua ragazza: mangi quello che vuoi gratis, ma devi sopportare i suoceri, ossia le snervanti inserzioni pubblicitarie. Questo modello ibrido ha consentito alla casa svedese di raggiungere il 40% della quota di mercato della musica digitale, con 170 milioni di utenti mensili di cui 75 milioni a pagamento, e insieme di ottenere ingenti guadagni anche dal mercato pubblicitario. Il colosso di Cupertino si deve accontentare di “soli” 50 milioni di utenti e di una market share del 20%, anche se conseguita in tempi molto più brevi (il servizio è stato lanciato nel 2015) dell’antagonista europeo. Quanti anni restano al modello del pay-per-view/listen? Pochi, secondo Mark Mulligan, music analyst di Midia Consulting, che sostiene che questo morirà anche prima dei cd: «il cd ha un lettore praticamente universale, in ogni casa c’è sempre. E quelli che sono cresciuti comprando dischi sono i consumatori più grandi – il cd come formato morirà letteralmente solo quando lo faranno anche loro». Trova le analogie con altri mercati e datti una risposta.
  • Content strategy - La rivoluzione digitale ha aperto la strada alla disintermediazione [e alla re-intermediazione]. Aziende, istituzioni, ong e partiti stanno scoprendo questa opportunità per raccontarsi in prima persona, attraverso piattaforme web e social, e creare le proprie comunità di riferimento. Ma produrre testi, video, infografiche o podcast di qualità non è semplice e non basta. Ogni minuto nel mondo vengono riversati sulla rete 211 milioni di nuovi contenuti e la risorsa più scarsa nel futuro sarà l'attenzione. Senza contare che comunicare in modalità broadcast appartiene al secolo scorso: oggi per raggiungere le diverse community occorre un approccio sharing. È possibile raccontare una storia in modalità mai sperimentate finora, ma il «segreto» per creare nuovo valore reputazionale restano i contenuti. A patto che siano l'esito di una strategia ben definita. Questo quanto viene riportato sulla quarta di copertina di "Content Strategy", libro scritto a "sei mani" da  Marco Alfieri, Marco Bardazzi e Corrado Paolucci, di recentissima pubblicazione, che si consiglia caldamente di acquistare. Si va dallo "sharing" allo storytelling, passando per newsroom e measurement, e molto altro ancora. Dieci capitoli densi di spunti di riflessione e di azione per neofiti ma anche professionisti alla ricerca di un testo che schematizzi e sintetizzi i concetti sparsi in Rete sul tema. Confermo la mia prima impressione dopo averlo acquistato:  piccolo ma concentrato.

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Pier Luca Santoro

Marketing & Communication at DataMediaHub
Pier Luca Santoro è un esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence. Project Manager @DataMediaHub . Dal 1998 opera come consulente per progetti di posizionamento strategico, organizzazione, comunicazione & formazione per aziende pubbliche e private, associazioni di categoria e amministrazioni pubbliche. Sperimentatore e creativo ha sviluppato un’esperienza significativa nell’ambito dell’edutainment, nell’utilizzo dei giochi come medium e la gamification.
Dal 1987 in poi é stato responsabile del marketing e dell’organizzazione commerciale di grandi imprese [Star, Giuliani, Bonomelli].
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Pier Luca Santoro è un esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence. Project Manager @DataMediaHub . Dal 1998 opera come consulente per progetti di posizionamento strategico, organizzazione, comunicazione & formazione per aziende pubbliche e private, associazioni di categoria e amministrazioni pubbliche. Sperimentatore e creativo ha sviluppato un’esperienza significativa nell’ambito dell’edutainment, nell’utilizzo dei giochi come medium e la gamification. Dal 1987 in poi é stato responsabile del marketing e dell’organizzazione commerciale di grandi imprese [Star, Giuliani, Bonomelli].

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