Il Bilancio di Freeda

Di Freeda, l’iniziativa editoriale nata a Settembre 2016 che ha iniziato le sue pubblicazioni a Febbraio 2017, si è parlato molto. Il magazine solo social [attualmente su Facebook e Instagram], dedicato alle donne tra i 18 e i 34 anni, nel piattume generale delle iniziative editoriali italiane ha suscitato grande curiosità ed interesse tanto da essere subito “copiato” da Condé Nast Italia con Lisa altro  marchio editoriale “social only”.

Ebbene la testata, con tra i soci il figlio di Paolo Mieli [e compagno di Clementina Montezemolo, figlia di Luca Cordero di Montezemolo, volendo fare del “gossip”], piuttosto che Ginevra Elkann, è tornata alla ribalta con due notizie negli ultimi giorni.  Da un lato l’annuncio del raggiungimento di un milione di euro di fatturato in quello che è stato sostanzialmente il primo anno di attività, e, dall’altro lato, la notizia di un sostanzioso finanziamento di dieci milioni di euro dal venture capital francese Alven Capital, per esportare il modello [imitatissimo, ma nessuno è ancora riuscito nell’impresa] in altri Paesi.

Ecco che allora abbiamo deciso di approfondire ed acquistato il bilancio di AG Digital Media SpA, la società che controlla la testata.  I numeri nudi e crudi dicono che la società, dopo un passivo di 233mila euro nel 2016, ha chiuso il 2017 in rosso di oltre un milione di euro, avendo costi più che doppi rispetto ai ricavi.

Nella nota integrativa al bilancio viene detto che «la società ha come oggetto sociale l’esecuzione di attività concernenti i servizi nel settore editoriale  multimediale, volti alla realizzazione e gestione di contenuto originale, video e testo, distribuito su piattaforme social network tramite il brand Freeda. Nel corso del 2017 è stato dato pieno avvio all’attività, iniziando a Febbraio la distribuzione di contenuti testo e video sulle pagine Facebook e Instagram. In tempi brevi si sono registrati soddisfacenti risultati in termini di crescita delle pagine e di engagement rate permettendo alla società di anticipare il suo ingresso nel mercato del branded content. A Giugno sono state create le prime campagne in collaborazione con i clienti e sono proseguite intensamente fino alla fine dell’anno permettendo alla società di raggiungere, in termini di ricavi, risultati superiori rispetto a quelli inizialmente previsti. Nel corso dell’anno la società ha altresì continuato a investire sul patrimonio umano. L’organico è infatti notevolmente cresciuto passando da 8 a 32 dipendenti».  Continuando, «la società ha posto in essere tutta una serie di investimenti nel corso dell’esercizio 2017 per attività di sviluppo sperimentale finalizzata allo sviluppo ed ingegnerizzazione di piattaforma software proprietaria con elaborazione di nuovi e più efficienti algoritmi pari a complessivi euro 378.560».

Sui due canali social attualmente presidiati la pagina Facebook conta oltre 1.3 milioni di fan, mentre su Instagram i follower sono 598mila. Secondo quanto dichiarato, con i contenuti del magazine “social only” avrebbero interagito mensilmente 8.7 milioni di persone raggiungendone addirittura 22 milioni. 28.1 milioni le video views. Aspetti che la Direttrice della testata, Daria Bernardoni, non aveva mancato di enfatizzare nella sua presentazione 47° Convegno dei Giovani Imprenditori di Confindustria.

Ora, con i dieci milioni di finanziamento ottenuti, Freeda punta all’espansione internazionale, a cominciare dalla Spagna, e ad approdare presto anche su YouTube. Il modello di business resta invariato con branded content offerto alle imprese che vogliono entrare in contatto con un pubblico che poche testate online riescono a raggiungere.

A mio avviso il “grande successo” di Freeda va preso con le pinze, così come il suo modello di business. Non a caso il più diretto concorrente, Lisa di Condé Nast, non brilla.  Sono due principalmente gli aspetti che mi lasciano perplesso.

Da un lato la pesante incidenza del costo dei servizi che potrebbe nascondere nelle pieghe del bilancio la necessità di spingere promozionalmente i contenuti della testata. Aspetto che potrebbe portare ad un gioco a somma zero con le imprese che pagano Freeda per raggiungere il pubblico al quale sono interessate, e Freeda che a sua volta paga, in ads, le piattaforme social per avere la visibilità che, soprattutto dopo il cambio di algoritmo di inizio 2018, è sempre più difficile ottenere in maniera organica, come del resto ha ammesso uno dei due co-fondatori, Gianluigi Casole.

Dall’altro lato, la forte dipendenza dalle piattaforme social, che comporta un pesante fattore di rischio. come insegna il caso di BuzzFeed, ma non solo. Se a questo aggiungiamo che, dopo la stretta seguita dal caso Cambridge Analytica, ora è molto più complesso estrarre dati da Facebook, e naturalmente anche da Instagram, si vede come anche questa possibile fonte di ricavi sia fortemente a rischio.

Valutare un progetto dopo un anno dal lancio è probabilmente ardito, inopportuno, ma qualche scricchiolio, grazie anche ai dati di bilancio, iniziamo ad avvertirlo. L’impressione che Freeda, in termini di sostenibilità economica, non sia esattamente quel lampo di genialità di cui parlano tutti è abbastanza concreta.

 

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Pier Luca Santoro

Marketing & Communication at DataMediaHub
Pier Luca Santoro è un esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence. Project Manager @DataMediaHub . Dal 1998 opera come consulente per progetti di posizionamento strategico, organizzazione, comunicazione & formazione per aziende pubbliche e private, associazioni di categoria e amministrazioni pubbliche. Sperimentatore e creativo ha sviluppato un’esperienza significativa nell’ambito dell’edutainment, nell’utilizzo dei giochi come medium e la gamification.
Dal 1987 in poi é stato responsabile del marketing e dell’organizzazione commerciale di grandi imprese [Star, Giuliani, Bonomelli].
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