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Una selezione ragionata delle notizie su media, giornalismi e comunicazione da non perdere, commentate.

  • Carpisa ci ricasca - Dopo che neppure un anno fa Carpisa era scivolata, per usare un eufemismo, su un  concorso che legava una proposta commerciale ad un'offerta di lavoro, torna in questi giorni a commettere sostanzialmente lo stesso errore. Infatti, in occasione della festa della mamma, il brand di di pelletteria diffonde sulla propria fanpage, sponsorizzandolo, promuovendolo a pagamento affinché abbia maggior reach, maggiore visibilità, un video che vede protagoniste alcune donne, lavoratrici dell'azienda stessa, che vengono convocate da un non meglio specificato "consulente del lavoro" che attiva dialoghi tesi a incutere timore rispetto ad alcune possibili mancanze che le donne avrebbero commesso sul lavoro, generando in queste ovviamente tensione ed apprensione, per qualcosa che apparentemente avrebbero trascurato negli ultimi tempi. Proseguendo la visione del video, un cortometraggio di poco meno di quattro minuti, si scopre, con il loro ingresso sulla scena, che ciò che avrebbero trascurato sarebbero i propri figli, e via di "scenette strappalacrime" e stereotipi a gogò. Se qualcuno ironizza dicendo che la campagna è stata probabilmente realizzata dallo stagista che ha vinto il posto di lavoro comprando la borsetta, in riferimento al succitato scivolone, il tenore dei commenti spiega bene il giusto risentimento delle persone per questo concentrato di luoghi comuni, come ad esempio chi scrive che si tratta di un «Video orribile. Un atto accusatorio nei confronti delle mamme lavoratrici, in un contesto sociale in cui non si può non lavorare in due! Peraltro proprio da un’azienda di retail, che probabilmente ha negozi in centri commerciali che sono aperti di domenica e festivi».  Commenti ai quali Carpisa neppure risponde, provando a giustificare un video chiaramente sessista, che tratta in maniera che definire inopportuna è un eufemismo un tema di grande attualità e complessità, scrivendo che «Il nostro video ha smosso tanti cuori. A tutte le mamme, che lo hanno apprezzato o che lo hanno criticato, vanno il nostro affetto e i nostri più sentiti auguri…sempre! Grazie per tutto quello che fate mamme. Siete uniche!». Non solo è evidente che Carpisa non abbia una strategia di presenza sui social degna di questo nome, ma è altrettanto chiaro che ha un grave problema più in generale di marketing e di comunicazione. Ben presto anche di reputazione e di presenza sul mercato.
  • Intenzioni d'acquisto - L’Osservatorio Findomestic registra l’ottimismo degli italiani anche negli ultimi tre mesi caratterizzati dall’instabilità politica. Gli italiani sono ottimisti a giudicare dalle loro intenzioni di acquisto: rispetto ad un anno fa cresce la propensione alla spesa per tutti i principali beni di consumo, come rileva il nuovo Osservatorio mensile di Findomestic di Aprile. Per il comparto 'casa' il mese di aprile è molto positivo. La crescita – secondo i dati di Findomestic – interessa soprattutto le intenzioni di acquisto di mobili, in aumento del 4.6% su base annua e dell'1,4% su base mensile, con una previsione di spesa media di 2.347 euro. Impennata anche per ristrutturazioni e case nuove, rispettivamente in crescita del 4.3% e del 2.7% in confronto all'aprile 2017. Rispetto allo scorso anno, ad aprile prosegue la crescita nelle intenzioni di acquisto di elettrodomestici: per quelli di piccole dimensioni [dai forni ai robot da cucina, dai ferri da stiro alle macchine per il caffè] l'accelerazione è del 6,4% mentre per i grandi bianchi l'incremento si attesta al 5.6%. Bene anche l'elettronica di consumo: la tendenza a comprare Tv e Hi-Fi è cresciuta del 3,8% negli ultimi dodici mesi. Molto buono l’andamento del comparto 'informatica, telefonia e fotografia' secondo l'Osservatorio Findomestic. Particolarmente positive le intenzioni di acquisto di pc e accessori, aumentate in un mese dell'1,5% e addirittura del 6.1% in un anno, con una spesa media preventivata di 522 euro. Per gli smartphone la crescita annua è del 3.8% [spesa media: 387 euro], mentre quella che riguarda foto e videocamere è del 2.1%. Ok anche il segmento tablet/e-book: +1.8% rispetto ad aprile 2017. Prosegue inarrestabile la crescita del comparto 'tempo libero': l’andamento è positivo per tutte le voci. In forte crescita, rispetto ad un anno fa, l’intenzione di fare viaggi/vacanze nei prossimi tre mesi: +5.8%, con una spesa prevista di 1.452 euro. E il trend nei dodici mesi è favorevole anche per abbigliamento sportivo [+4,4%] e per attrezzature fai-da-te da casa e giardino [+3,4%]. Dopo alcuni mesi di calo, ad aprile torna il segno 'più' per il comparto 'veicoli'. Rispetto al mese scorso, si segnala la crescita delle intenzioni di acquisto di motocicli e scooter: +1.3%. A livello tendenziale si registra una leggera crescita per tutte le voci del comparto, con un +0,2% per le auto nuove [spesa media prevista di 20.032 euro] e uno 0,3% per quelle usate [spesa media 6.115 euro]. Certamente segnali positivi a parità di perimetro, che però non necessariamente si traducono in consumi, in acquisti effettivi. Sappiamo infatti che il gap tra l'intenzione dichiarata ed il comportamento effettivo può essere anche significativo talvolta, soprattutto quando le persone effettuano dichiarazioni sapendo di essere osservate come avviene nel caso delle indagini, delle ricerche di mercato, e infatti all'UPA registrano tutt'altra situazione, così come avviene per la calante fiducia registrata da Istat. Sono cose che ho imparato, naturalmente a mie spese, quando da [mini] product manager, qualche decennio fa, commissionando alcuni "trial repeat buying intention test" per i prodotti che mi apprestavo a lanciare, per l'azienda per la quale lavoravo all'epoca, ebbi modo di verificare che i risultati erano costantemente ben lontani dalla realtà di quanto poi avvenisse sul mercato. Una cosa sono le intenzioni di acquisto, ben altra sono gli acquisti effettivi.
  • CEINews, NON ci siamo - È stato lanciato la scorsa settimana CEINews, il nuovo portale informativo della Chiesa italiana.  Secondo quanto dichiarato, CEInews è un portale d’informazione che attraverso l’aggregazione e la convergenza cooperativa dei contenuti punta a valorizzare i media della Conferenza Episcopale Italiana, e altre realtà collegate alla CEI. Sulla scia delle opportunità offerte dalla multimedialità e dalla cross-medialità CEInews dovrebbe favorire la sinergia tra le fonti d’informazione [agenzia, quotidiano, tv, radio e web] per aprire una finestra di condivisione e di dialogo interattivo con tutti. A queste buone intenzioni, allo stato attuale, non corrisponde altrettanto buon risultato. Nella realtà dei fatti il portale è la brutta copia di Google News, o di altri aggregatori, con una breve preview dei, pochi, articoli, selezionati e il difetto, tra gli altri, di non avere una app dedicata che almeno da mobile potrebbe aver avuto un suo senso. Anche i percorsi di senso di cui si parla nel video della presentazione appaiono assolutamente assenti. Don Ivan Maffeis, direttore del portale e, soprattutto, direttore delle Comunicazioni Sociali della Chiesa, al lancio ha affermato che «L’obiettivo del nuovo portale è anche quello di aprire per la prima volta alla presenza della Chiesa cattolica italiana sui Social Network. I contenuti, infatti, saranno rilanciati e condivisi sulle piattaforme social e quindi in un ripensamento e rinnovamento del modello informativo, nell’ottica di riforma e aggregazione auspicata da Papa Francesco». Basta una rapida occhiata alla fanpage, ma anche agli altri canali social aperti, per vedere quanto poco, e male, sia stato fatto sin qui in tal senso. L'idea di base era buona, ed aveva assolutamente un suo senso, la declinazione che ne è stata fatta lascia decisamente a desiderare. CEINews, NON ci siamo.
  • La digital strategy è vana senza una people strategy - Le Direzioni HR stanno aumentando sforzi e investimenti per guidare la trasformazione digitale delle imprese: nel 2018 sei su dieci prevedono una crescita degli investimenti in ambito digital - fra cui un 22% che aumenterà il budget di meno del 10%, un altro 21% che stanzierà fino al 20% in più di risorse e un 17% che lo incrementerà di oltre il 20% -, il 36% manterrà gli investimenti invariati e soltanto il 4% intende diminuirli. Eppure, le iniziative concrete legate all’analisi delle competenze digitali stentano a diffondersi. Alcuni progetti che hanno come obiettivo il miglioramento del livello di conoscenze sulla digital transformation e di sviluppo di una cultura orientata al digitale dei collaboratori, ad esempio, sono già a regime in appena il 22% delle imprese analizzate, programmati per quest’anno da un’impresa su cinque [20%] e pianificati dopo il 2018 nel 9%, mentre ben il 54% non ha ancora avviato nessun progetto in questa direzione. Un orientamento simile emerge anche riguardo alle iniziative condotte per verificare il gap fra le competenze digitali di cui l’azienda avrebbe bisogno e quelle già presenti nella forza lavoro: soltanto il 16% ha condotto queste verifiche, il 20% le introdurrà quest’anno, una su 10 le ha pianificate dopo il 2018, mentre oltre una su due [54%] non prevede progetti in questo ambito. Da un confronto settoriale emerge che nelle organizzazioni con una spiccata componente digitale il possesso di queste competenze è più elevato. La differenza più significativa si riscontra soprattutto nelle competenze legate all’utilizzo di tools & channels: in questo ambito si rileva un valore medio per le digital Company pari a 6.93 [su una scala da 1 a 10] rispetto al valore medio del campione pari a 5.58. Nella PA, invece, il livello di possesso di competenze digitali in ambito HR è decisamente inferiore alla media: il macro ambito di competenze su cui vi è la maggior differenza è ancora l’area tools & channels, in cui il valore della PA è pari a 2.93, ovvero di 2.65 punti inferiore alla media. Seguono le competenze di digital people strategy, con un livello di competenze della PA di 2.76 punti, contro un valore medio di 5.35. Dal punto di vista della maturità complessiva, sono poche le realtà che si valutano con un voto medio-alto [superiore a 7] rispetto a tutte e 5 le dimensioni delle competenze digitali [4%], così come sono poche quelle che si ritengono particolarmente immature su tutte le dimensioni [7%], la maggior parte si colloca in una situazione intermedia. Questi i principali risultati della ricerca dell'Osservatorio HR Innovation Practice della School of Management del Politecnico di Milano: “People 4.0: anticipare il futuro per non rincorrerlo”. «È chiaro che il futuro offre grandi oppor­tu­nità. È anche dis­se­mi­nato di tra­boc­chetti. Il trucco con­si­ste nell’evitare i tra­boc­chetti, pren­dere al balzo le oppor­tu­nità e rien­trare a casa per l’ora di cena», diceva Woody Allen in Effetti col­la­te­rali. Forse è proprio quello che si tratta di fare.
  • Le marche stanno diventando degli editori & la pubblicità è sempre più informazione - Due amici a confronto su come e cosa sta cambiando in un sistema che sembrava immutabile. Questa la possibile sintesi dell'intervista di Michele Boroni a Paolo Iabichino, dialogo sulla pubblicità in preda a cambiamenti sempre più repentini e schizofrenici. Dal dialogo spunti di riflessione e di azione su brand journalism, content marketing e storytelling. Spiega Iabichino che «Oggi le persone acquistano in modo diverso rispetto al passato: esiste sempre una relazione identitaria rispetto al consumo, ma si è spostato dallo status symbol alla comunanza. Tutti noi ci identifichiamo ancora con ciò che acquistiamo, ma compriamo meno per apparire e più per raccontare noi stessi e la nostra “appartenenza valoriale”, e questo costringe le marche ad avere un diverso atteggiamento sul mercato. Ecco che quindi entrano in campo altri temi, anche più etici e valoriali» [citofonare a Carpisa e Grande Fratello, solo per citare i casi più recenti]. Ricordando che «Sempre più marche stanno diventando delle media company. C’è un’azienda che vende energy drink come Red Bull, ma che impiega gran parte dei suoi investimenti e risorse per costruire contenuti straordinari, eventi in giro per il mondo, lanci col paracadute dallo spazio per battere i Guinness dei Primati. Oppure San Pellegrino che realizza un magazine digitale – Fine Dining Lovers – dove si segnalano ristoranti stellati, chef, city tour. Questi esempi virtuosi sono alternative a una comunicazione più tradizionale e raccontano la marca in un modo diverso, andando a sostanziare quelli che sono i cosiddetti “asset valoriali della marca”». Proseguendo, «Oggi le persone non sono più disposte ad essere manipolate e strumentalizzate dal marketing e dalla comunicazione. Nella peggiore delle ipotesi ignoreranno le pubblicità. Oggi c’è un’aspettativa sociale, vogliono che le marche si occupino anche della loro esistenza e che quindi anche le loro pubblicità diventino qualcosa di rilevante. Magari non necessariamente in prima serata davanti alla tv, ma andando a visitare un flagship store in centro di un grande città oppure scaricando un’applicazione che è capace di offrire alle persone un certo tipo di contenuto. Oggi il concetto di pubblicità di marca si è molto esteso».  Non è un caso se proprio a questi argomenti abbiamo dedicato il master lanciato di recente, in collaborazione con Stampa Romana ed AGI, su giornalismi & comunicazione corporate "Dal Brand Journalism alle Digital PR, quando il Giornalismo Sposa l’Impresa". Il futuro, ma anche anche il presente, è in quest'ambito.
  • La prospettiva delle reti - Si parla, e come d'abitudine si straparla, di Rete, intesa come Internet, e di reti social, intesi come social network, ma molto spesso, troppo spesso, ad essere messa al centro è la tecnologia e non l'essere umano, le persone. Un interessante contributo al riguardo arriva dal "Rapporto annuale 2018 – La situazione del Paese", presentato da Istat un paio di giorni fa, che proprio delle reti fa il filo conduttore dell'edizione di quest'anno del consueto rapporto annuale rilasciato dall'ente. Siamo animali sociali: «Nessun uomo è un’isola, completo in sé stesso», scriveva nel 1624 il poeta inglese John Donne nella sua XVII meditazione. Semplicemente, da soli non possiamo nemmeno sopravvivere. Immersi nelle relazioni sociali, invece, prosperiamo. La pluralità delle reti cui afferisce una persona rappresenta un valore non solo in termini di sostegno reciproco ma offre anche opportunità per sviluppare interessi e aspirazioni personali, migliorando il benessere individuale. Circa 6 milioni di persone di 14 anni e più asseriscono di disporre dell’intera gamma di reti e relazioni, comprese quelle che si creano tra chi fa attività in associazioni. Quasi il 60 per cento della popolazione di almeno 14 anni ha a disposizione sia una rete di amici sia una rete di sostegno esterna alla famiglia. Un altro 20 per cento può contare su una sola rete di relazioni. Circa 3 milioni dichiarano di non avere alcuna rete di relazioni esterna alla famiglia, cioè non hanno relazioni con amici, non hanno rete di sostegno [cioè parenti, amici o vicini su cui contare], non partecipano a reti associative. Quando si ha a disposizione solo una rete, la categoria più indicata sono gli amici, seguita da vicini e da altri parenti. Le forme di socialità “virtuale” affiancano le forme più tradizionali, consentendo alle persone di mantenersi in contatto e di arricchire le proprie reti di relazioni, come peraltro già accaduto con l’avvento del telefono. Queste forme sono considerate, in generale, meno piacevoli della frequentazione de visu. Per i più giovani, però, le relazioni online sono preferite a quelle di persona con i familiari, ma non a quelle con gli amici: si conferma in questa fascia d’età l’importanza del “gruppo dei pari”, con cui si sta in contatto in tutti i modi a disposizione. Più in generale, l’utilizzo crescente dei social network non rappresenta una modalità sostitutiva, ma complementare, delle relazioni sociali di persona, che restano la forma di interazione più appagante.  Sotto il profilo lavorativo l'idea di rete è di particolare interesse per i lavoratori autonomi. Sono state analizzate le reti di scambio, condivisione e cooperazione, che mettono a disposizione dei soggetti che ne fanno parte un ventaglio di risorse esteso: informazioni e relazioni di reciprocità che favoriscono la fiducia, il mutuo appoggio, la reputazione interna o esterna al gruppo. Nel secondo trimestre 2017, non si avvalgono di soci né di una rete il 40.1% degli autonomi con dipendenti e il 59.2 % di quelli senza dipendenti. Nel complesso, nel secondo trimestre 2017, il 53.9% degli indipendenti lavora da solo, senza soci né rete. Il 16.3% condivide l'attività con soci, ma non lavora in rete. Il 29.8% infine lavora nell'ambito di una rete, con o senza soci. Gli indipendenti che si avvalgono di una rete sono più istruiti. La probabilità di essere in rete per un autonomo del Nord è di circa 2.3 volte superiore a quella di un autonomo del Mezzogiorno. Inoltre, a parità di altre condizioni, chi lavora in rete ha una probabilità più alta del 20% di essere soddisfatto di alcuni aspetti del proprio lavoro [giro d'affari, stabilità del lavoro e interesse per il lavoro svolto] rispetto a chi lavora da solo. DataMediaHub è nata anche per questo. Se interessa, "citofonare" utilizzando l'apposito form.
  • Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei - Un recente studio condotto durante la campagna elettorale del 2017 nel Regno Unito ha provato a collegare alcuni comportamenti degli utenti dei social network alle loro conseguenze all’interno del dibattito pubblico che si svolge online. Nello specifico, la ricerca individua nella condivisione di notizie pubblicate dai popolarissimi tabloid inglesi un pericolo per la funzione democratica che svolgono i social network. Lo studio, unico nel suo genere, aggiunge alla discussione sulla disinformazione online e fake news un nuovo quadro teorico e un metodo di analisi che integra ai dati dei sondaggi l’analisi dei comportamenti di condivisione delle notizie sui social. Gli autori giungono infatti alla conclusione che “esistono affinità elettive tra le notizie dei tabloid e comportamenti inconsapevoli che contribuiscono a diffondere disinformazione sui social media”. In poche parole, la lettura di articoli pescati dai rotocalchi è un importante fattore predittivo di ambienti online che gli studiosi definiscono “democraticamente disfunzionali”. Secondo gli autori dello studio, i tabloid britannici influenzerebbero negativamente la qualità della vita civica sui social media poiché contribuiscono a creare un contesto fertile per la disinformazione. Durante la campagna elettorale del 2017, due terzi [67,7%] degli intervistati hanno ammesso di condividere notizie problematiche sui social media, il che dimostra che questo fenomeno è tanto diffuso quanto consapevole. Interessante è anche vedere nel dettaglio le motivazioni alla condivisione dove sono stati identificati i cluster principali: “intrattenere/trollare”, “creare dibattito”, “persuadere/informare”. L’informazione vecchio stampo, insomma, prima di condannare “la Rete”, si guardi allo specchio. Capirebbe che per migliorare l’aria può partire proprio dall’aprire una finestra su sé stessa.

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Pier Luca Santoro

Marketing & Communication at DataMediaHub
Pier Luca Santoro è un esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence. Project Manager @DataMediaHub . Dal 1998 opera come consulente per progetti di posizionamento strategico, organizzazione, comunicazione & formazione per aziende pubbliche e private, associazioni di categoria e amministrazioni pubbliche. Sperimentatore e creativo ha sviluppato un’esperienza significativa nell’ambito dell’edutainment, nell’utilizzo dei giochi come medium e la gamification.
Dal 1987 in poi é stato responsabile del marketing e dell’organizzazione commerciale di grandi imprese [Star, Giuliani, Bonomelli].
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Pier Luca Santoro è un esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence. Project Manager @DataMediaHub . Dal 1998 opera come consulente per progetti di posizionamento strategico, organizzazione, comunicazione & formazione per aziende pubbliche e private, associazioni di categoria e amministrazioni pubbliche. Sperimentatore e creativo ha sviluppato un’esperienza significativa nell’ambito dell’edutainment, nell’utilizzo dei giochi come medium e la gamification. Dal 1987 in poi é stato responsabile del marketing e dell’organizzazione commerciale di grandi imprese [Star, Giuliani, Bonomelli].

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