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Dopo due settimane di assenza, a causa del Festival Internazionale del Giornalismo, riprendiamo la nostra rubrica del Venerdì con una selezione ragionata delle notizie su media, giornalismi e comunicazione da non perdere, commentate.

  • Il negozio dell’era di Internet - Sono circa 623mila esercizi gli esercizi di commercio al dettaglio oggi esistenti in Italia [510mila in sede fissa e circa 110mila di commercio ambulante e fuori negozio], 63mila in meno rispetto al 2008, anno d'inizio della crisi, mentre l'e-commerce vale oggi poco meno di 24 miliardi di euro e il 6% delle vendite avviene online, contro il 12% della Francia e il 19% del Regno Unito. E' il  primo dato che spicca aprendo la sintesi del volume "Il negozio nell'era di Internet", presentato a Roma nella sede nazionale di Confcommercio in occasione del convegno "La distribuzione tra intelligenza artificiale, e-commerce ed abitudini di consumo". Dei 63mila esercizi commerciali "persi" circa 9mila, pari al 14.3% del totale, sono di "articoli culturali e ricreativi" con una quota di assoluto rilievo al suo interno di edicole. Attualmente sono due i fenomeni emergenti, da un lato il ROPO: Research Online, Purchase Offline [ricerca su internet, compra in negozio], e che contribuisce in maniera sostanziale all’influenza della rete nelle decisioni di acquisto, e il TOPO: Try Offline, Purchase Online [prova in negozio, compra su internet]. Ed è un fenomeno che, con elevata probabilità, è destinato ulteriormente a crescere a causa anche della diffusione degli smartphone. Cosa può fare allora un negozio fisico per restare un punto di riferimento dello shopping? Tre le strade da percorrere contemporaneamente indicate e spiegate in dettaglio nella presentazione su il negozio dell’era di Internet: imparare a misurare la performance, sviluppare una strategia offline, sviluppare una strategia online, tenendo conto che nel fare la spesa vi è ricerca di efficienza in termini di risparmio, velocità, comodità, mentre nel fare shopping vi è ricerca di esperienza in termini di coinvolgimento, emozioni, sorprese, personalizzazione, piacere, svago… per questi è evidente la necessità di sviluppare capacità di coinvolgimento dei clienti nella personalizzazione, o addirittura co-creazione del prodotto stesso. Se si considera che attualmente più della metà dei negozi al dettaglio possiede un sito web ma solo 1 su 10 utilizza accorgimenti per migliorare la visibilità sui motori di ricerca, e che oltre un terzo utilizza i social media ma solo 1 su 10 investe in campagne social a pagamento, non è difficile capire il da farsi.
  • Editoria specializzata & digitalizzazione - Sono stati presentati in occasione dell’Assemblea pubblica di ANES del 18 aprile scorso i risultati dell’indagine “ANES Digital Outlook 2018”, settima edizione dell’osservatorio che l’associazione realizza annualmente per monitorare i trend del digitale e l’adozione degli strumenti online nello specifico settore dell’editoria B2B, professionale, specializzata. Dallo studio [via] emerge che per gli editori specializzati il modello prevalente di ricavi è la pubblicità che pesa oltre due terzi del totale. I ricavi digitali nelle editrici specializzate restano marginali anche se per la metà il loro peso sta superando quota 10%, arrivando oltre il 20% per un terzo delle testate. I ricavi digitali restano ancora molto dipendenti da quelli tradizionali per un portato di autorevolezza del brand. Le voci di ricavo principali sono: pubblicità display, DEM e native content, che è in costante crescita. Per i canali digitali predomina ormai il modello di creazione di contenuti dedicati tramite struttura stabile da almeno 2 anni in quasi il 90% dei casi. L’impatto della digitalizzazione è maggiore sui processi di pubblicazione delle riviste e sulla struttura organizzativa. Seconda stella a destra, questo è il cammino. E poi dritto fino al mattino. Poi la strada la trovi da te. Porta all'isola che non c'è [cit.].
  •  Simili, ma non uguali - Le parole hanno un peso. E soprattutto, un significato. Spesso però, lo confondiamo. Vogliamo esprimere un certo concetto e invece, inconsciamente, ne pronunciamo un altro. Oltre alla differenza tra social media e social network che provavo a spiegare l'altro giorno, sono molte le occasioni in cui utilizziamo male alcuni termini. Ad esempio, Internet vs. Web. Non sono la stessa cosa, anche se spesso si usano come se fossero sinonimi. Una è l’infrastruttura, l’altra è il contenuto che ci scorre sopra. Internet nasce negli anni ‘60 all’interno del Pentagono sotto il nome di Arpanet. Comprende la rete oggi globale che comprende milioni di calcolatori e server in giro per il mondo. Qui scorrono i dati, che viaggiano da un terminale all’altro e utilizzano lo stesso protocollo, chiamato Internet Protocol Suite, per identificare i nodi della rete. Tra questi dati ci sono anche le pagine che siamo abituati a visualizzare attraverso un browser. L’insieme dei siti o documenti forma il World Wide Web. Per trovarle, si utilizza un indirizzo Url, Uniform Resource Locator. Per collegarle tra loro, si inseriscono rimandi ipertestuali, ovvero i link. Il primo accesso a una pagina risale al 23 agosto 1991, quando un utente visiona per la prima volta i contenuti dello spazio web messo online dal Cern di Ginevra. Anche per le "faccine" vi è spesso un equivoco nell'uso di emoji vs. emoticon. Mentre le emoji sono quelle immagini digitali che ci ritroviamo nella tastiera dello smartphone — la faccina che ride per esempio, la più usata — e sono nate negli anni ‘90 in Giappone, per emoticon di intendono le «emotion icon», ovvero quei caratteri tipografici che formano un’espressione e quindi uno stato d’animo. Per intenderci, il sorriso o la faccia triste create con la punteggiatura :-). Le emoticon sono molto più antiche: sono state inventate dall’informatico Scott Falham nel 1982 per distinguere i messaggi di posta elettronica "di svago" da quelli invece più professionali. Ed ancora, intelligenza artificiale vs. machine learning, Sono parole che si sono diffuse negli ultimi anni, molto tecniche e che quindi confondono chi non ha dimestichezza con l’argomento. Che differenza c’è tra intelligenza artificiale e machine learning [ovvero macchina che impara]? Si parla per la prima volta di artificial intelligence negli anni ‘50. Quello considerato padre fondatore della tecnologia, John McCarhy, era uno scienziato cognitivo americano che ha organizzato la prima conferenza sul tema nel 1955. L’obiettivo era esplorare le possibili vie per creare una macchina in grado di comporre pensieri astratti e ragionamenti come gli esseri umani. E imparare dalle azioni passate. Proprio quest’ultimo punto, il machine learning, è l’altro termine utilizzato molto spesso. E indica una delle possibilità attività dell’intelligenza artificiale: l’apprendimento automatico. Un esempio è il riconoscimento visivo di oggetti o persone. Mentre l’AI, in senso più ampio, comprende tutte quelle capacità di una macchina di ricevere dati ed elaborarli in autonomia. E il deep learning? Si tratta di un sottoinsieme del machine learning, ovvero un tipo di apprendimento più approfondito ["deep"] che simula il funzionamento del nostro cervello attraverso le reti neurali artificiali. Come si suol dire, sapevatelo!
  • Terremoto nei quotidiani sportivi - L'altro ieri mattina il direttore del personale di Rcs quotidiani, Vito Ribaudo, ha consegnato le lettere di licenziamento a Umberto Zapelloni e Stefano Cazzetta, vicedirettori della Gazzetta dello sport. Che, in quanto figure apicali, come prevede il contratto nazionale dei giornalisti, possono essere licenziati così, di punto in bianco. Pure per Di Caro ci sarebbe la corte del Corriere dello Sport, che da qualche settimana sta cercando un nuovo direttore al posto di Alessandro Vocalelli. Se dovesse andare in porto questo matrimonio, e se Monti, entro breve, lasciasse le redini della Gazzetta a Barigelli, ci sarebbe una cura dimagrante drastica all’ufficio direzione della Gazzetta: tre stipendi pesanti al posto di sette. Come piace tanto all’editore di Rcs, Urbano Cairo. Va detto che la Gazzetta dello Sport aveva un ufficio di direzione tra i più popolosi di Italia: il direttore Andrea Monti, il condirettore Barigelli, quindi Gianni Valenti, vicedirettore vicario, e poi i vicedirettori Pier Bergonzi, Andrea Di Caro, Zapelloni e Cazzetta. Abbastanza inspiegabile come il comparto dei quotidiani sportivi sia improvvisamente entrato in fibrillazione. Probabilmente tutto è partito dall’addio di Barigelli al Corriere dello Sport per passare alla Gazzetta, determinando una sorta di effetto domino. Dal prossimo fine settimana Xavier Jacobelli diventerà infatti direttore di Tuttosport al posto di Paolo Di Paola; il Corriere dello Sport ha invece a lungo corteggiato Paolo Liguori che però alla fine è rimasto a Mediaset. Ora la corte si è spostata, come detto, verso Di Caro. Che tuttavia resterà quasi sicuramente in Gazzetta, soprattutto ora che il team di vicedirettori si è ridotto. Un "terremoto", che secondo quanto riportato, si dovrebbe all'integrazione definitiva tra carta e web e la verticalizzazione nella produzione di contenuti. Tradotto: chi segue una disciplina sportiva la deve coprire a 360 gradi, su ogni piattaforma della testata, e farà parte di una redazione dedicata su quello sport.  Intanto a Febbraio [ultimo dato disponibile, pubblicato il 10 Aprile scorso] sia Tuttosport che Corriere dello Sport - Stadio sono i due quotidiani in assoluto che più copie perdono rispetto al mese precedente, mentre al contrario la Gazzetta dello Sport cresce e punta sulle edizioni locali. Dopo Genova, prossima meta: l’Emilia Romagna. Obiettivo finale: presidiare il mercato pubblicitario locale per fatturare inserzioni significative sommando tanti piccoli budget. Un percorso che oltre che i quotidiani sportivi diretti concorrenti potrebbe portare serie preoccupazioni anche ai giornali locali generalisti.
  • Comprare like su Facebook è [anche] contrario all’Islam - Comprare Like su Facebook, o follower su Instagram e Twitter, è una cosa tristissima che vi farà sembrare dei disperati: questo lo abbiamo sempre saputo. Adesso però sappiamo che acquistare un “Mi piace” è anche contrario all’Islam. Lo ha detto grande muftì d’Egitto, Shawki Allam, una delle massime autorità religiose dell’Islam sunnita e studioso di lungo corso dell’università Al Azhar. Il gran muftì si è espresso questa settimana, emettendo una fatwa, o sentenza religiosa, proprio sul social network: Dar al-Ifta è una pagina Facebook utilizzata dalle autorità sunnite, come spiega il Washington Post, per pronunciarsi su alcune questioni. Il gran muftì ha spiegato che il problema dei “Mi piace” comprati è che sono fuorvianti, ingannevoli e dunque contrari ai princìpi islamici: «Se i Like sono falsi, o generati elettronicamente, e non riflettono individui reali, allora sono da considerarsi proibiti perché equivalgono a una frode», ha spiegato l’autorità religiosa. Ha però spiegato che, sempre secondo l’Islam, non c’è nulla di male nel promuovere dei contenuti o delle pagine sui social network: l’importante è che lo si faccia riflettendo la realtà. Dalla lettura, parecchi anni or sono, di "Gesù lava più bianco" in poi, guardo sempre con maggiore attenzione alla comunicazione fatta dai rappresentanti, dalle autorità, delle diverse religioni. C'è da imparare parecchio.
  • Il valore del mercato kids in Italia - In occasione del Kids Marketing Day, Doxa accende i riflettori sul business che ruota intorno a bambini e ragazzi, che non conosce crisi. Ben 3.3 miliardi di euro il giro d'affari complessivo l'anno scorso. A tanto ammonta la spesa degli italiani per i bambini in età 3-13 anni [pari a 6.2 milioni di individui]. E nel 2017 cresce dell’1.3% rispetto all’anno precedente. I libri per bambini e ragazzi registrano di gran lunga il maggiore tasso di crescita tra i comparti presi in esame dall’analisi Doxa con un balzo del 7.9% a valore e del 5.5% a copie per un volume d’affari complessivo di 234 milioni di euro. Bene anche i giocattoli che da soli valgono quasi la metà dell’intero mercato kids per un totale di 1.6 miliardi di euro di spesa e una crescita sul 2017 pari al 4.4%. Si calcola in 154 euro la spesa media annuale di una famiglia per i soli giocattoli. A cui si aggiunge sostanzialmente la stessa cifra per i videogiochi: 148 euro per ogni giocatore under 13. Le edicole generano un giro di affari di 267 milioni di euro [+2%]. Oggi sono 18 i canali dedicati tra free e pay, terrestri e satellitari e insieme raccolgono il 41% degli investimenti pubblicitari delle aziende che scommettono sul target bambini e ragazzi per un totale di 115 milioni di euro messi sul piatto nel corso del 2017. Ammonta invece a 56 milioni circa il budget dedicato dagli italiani ai «pacchetti kids» delle Pay TV, Netflix compresa. I figli... so' pezzi 'e core, e, di pari passo con la spesa per gli animali da compagnia, un bel business per le imprese che si rivolgono a questo segmento di pubblico.
  • Quanto è poco social il vino - Si è chiusa pochi giorni fa l'edizione 2018 di Vinitaly. Secondo quanto riportato, la 52ª edizione chiude con 128 mila visitatori da 143 nazioni. Operatori esteri in crescita percentuale rispetto al 2017 da Stati Uniti [+11%], Cina [+34%], Nord Europa – Svezia, Finlandia, Norvegia e Danimarca [+17%], Paesi Bassi [+15%], Polonia [+27%] e triplicati da Israele; mentre la top ten delle presenze assolute sul totale vede primi i buyer da USA seguiti da quelli provenienti da Germania, Regno Unito, Cina, Francia, Nord Europa [Svezia, Finlandia, Norvegia e Danimarca], Canada, Russia, Giappone, Paesi Bassi insieme al Belgio. A Veronafiere per quattro giorni presenti oltre 4.380 aziende espositrici da 36 paesi. A Vinitaly and the City quasi 60 mila appassionati e wine lover tra Verona e i tre borghi storici della provincia: Bardolino, Valeggio sul Mincio e Soave. Ebbene a fronte di tanto pubblico e tanto interesse, secondo la nostra analisi, come mostra l'immagine sottostante, meno di 27mila le citazioni di #Vinitaly2018 da parte di 1.558 autori unici. L'82.8% delle citazioni è in italiano e il 13.3% in inglese, solo il 3.9% nelle altre lingue. Dato confermato dalla geo-localizzazione delle citazioni, laddove possibile, che per l'82.5% sono in Italia e per il 8.9% dagli USA. Una grande occasione di contattare ed entrare in relazione con i consumatori di vino di tutto il mondo ampiamente sprecata. Non a caso durante l'evento il console cinese ha dichiarato: «"L'Italia è al quinto posto tra i Paesi esportatori di vino in Cina. La Francia, invece, è prima perché è brava a fare marketing: ha saputo raccontare bene la storia del suo vino», proseguendo «In Cina l'Italia è conosciuta per il calcio o la moda, ma non ancora per il vino». C'è molto, ma davvero molto da fare [e naturalmente se interessa siamo a disposizione].

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Pier Luca Santoro

Marketing & Communication at DataMediaHub
Pier Luca Santoro è un esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence. Project Manager @DataMediaHub . Dal 1998 opera come consulente per progetti di posizionamento strategico, organizzazione, comunicazione & formazione per aziende pubbliche e private, associazioni di categoria e amministrazioni pubbliche. Sperimentatore e creativo ha sviluppato un’esperienza significativa nell’ambito dell’edutainment, nell’utilizzo dei giochi come medium e la gamification.
Dal 1987 in poi é stato responsabile del marketing e dell’organizzazione commerciale di grandi imprese [Star, Giuliani, Bonomelli].
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Pier Luca Santoro è un esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence. Project Manager @DataMediaHub . Dal 1998 opera come consulente per progetti di posizionamento strategico, organizzazione, comunicazione & formazione per aziende pubbliche e private, associazioni di categoria e amministrazioni pubbliche. Sperimentatore e creativo ha sviluppato un’esperienza significativa nell’ambito dell’edutainment, nell’utilizzo dei giochi come medium e la gamification. Dal 1987 in poi é stato responsabile del marketing e dell’organizzazione commerciale di grandi imprese [Star, Giuliani, Bonomelli].

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