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Una selezione ragionata delle notizie su media, giornalismi e comunicazione da non perdere, commentate.

  • Il “caso” Facebook-Cambridge Analytica è ufficialmente un regolamento di conti – Sia Pierluigi Vitale che il sottoscritto sin da Lunedì 27 Marzo scorso abbiamo iniziato ad avanzare il sospetto che dietro al “caso” Facebook-Cambridge Analytica vi fosse una montatura mediatica effettuata di proposito. Scriveva pochi giorni fa Vitale, nell’articolo pluri-autore che abbiamo prodotto sull’argomento, che «Siamo di fronte probabilmente di fronte a una delle più grandi “rivolte” mediatiche degli ultimi anni. Al di là delle supposizioni, o congetture, di carattere politico e strategico, c’è bisogno di dissipare ed abbassare i toni di un’opera di terrorismo [tra molte virgolette] nei confronti di Facebook, su cui sembrano essersi avventati i media tradizionali che tra una dinamica di sostituzione fisiologica e un’altra di incapacità di adattamento vedono in Facebook il grande nemico». Ipotesi che rinforzavo scrivendo che si trattava di «Un’insistenza, un accanimento, che difficilmente si spiega, visto che tra l’altro la questione, come noto, non riguarda direttamente il nostro Paese, se non come un “regolamento di conti” tra i publisher, infuriati per la recente stretta dell’algoritmo che frustra la loro cattiva gestione della piattaforma social, e delusi dalle tante aspettative di guadagni, sin qui disattese, e Facebook». Sospetto, per così dire, che veniva rinforzato dal fatto che due delle testate più importanti al mondo avessero usufruito dei servizi di Cambridge Analytica e che nessun media ne parlasse. Arrivano ora ulteriori elementi a supporto della tesi che si stia assistendo ad un regolamento di conti. Da un lato, si viene a scoprire che Christopher Wylie, il “whistleblower” che ha dato l’avvio a tutta questa vicenda, ha forti interessi economici personali al riguardo e che di quello che è avvenuto dopo il 2014 non può avere diretta conoscenza non lavorando più per Cambridge Analytica da allora. Elementi che ne minano decisamente la credibilità. Dall’altro lato, se ne ha ulteriore conferma da quanto scritto a chiare lettere da Axios in un articolo che sembra la sintesi perfetta di molte delle cose che abbiamo scritto negli ultimi quattro anni su DataMediaHub. Già dal titolo del pezzo “Media vs. Facebook: This time it’s personal” si capisce l’essenza della questione. La conferma arriva da frasi che esplicitano chiaramente cosa stia avvenendo, quali «Facebook and Google execs privately complain about the barrage of critical coverage they face, charging that media companies have a financial incentive to attack them and that media execs are settling scores. They’re right», e «This blame war is the latest phase of a decades-long grudge match between traditional media companies and new technology giants».  Se a questo si aggiunge come le informazioni diffuse siano fortemente fuorvianti, se non addirittura in molti casi sbagliate, si ha il quadro completo della questione. Certo Facebook ha approfittato, diciamo, dell’ingenuità e della disattenzione delle persone, ed alcune società hanno sfruttato maglie probabilmente troppo larghe della piattaforma social per entrare in possesso di “dati sensibili” individuali, non vi è dubbio. Altrettanto non vi è dubbio che da parte dei media vi siano forti interessi economici, e politici, per soffiare sul fuoco di una vicenda che sono pronto a scommettere riserverà ancora molte “sorprese”. Se dopo questa storia la fiducia nei confronti di Facebook è compromessa, altrettanto lo è nei confronti dei media. Non credo ci possano essere dubbi al riguardo.
  • Il palinsesto televisivo è, e sarà sempre più, un lontano ricordo – Nei primi due mesi del  2018 sono state conteggiate 109,3 milioni di interazioni su Facebook Instagram e Twitter relative a 12.400 programmi trasmessi dalle 36 emittenti in rilevazione. In media sono state 1,8 milioni le interazioni postate ogni giorno dagli utenti italiani sui Social con riferimento ai programmi televisivi. La settimana con il volume più alto di conversazioni è stata quella del 5-11 febbraio, durante la quale si è svolto il Festival di Sanremo, con 33 milioni di interazioni. Tra Gennaio e Febbraio gli eventi sportivi live hanno generato il 40% delle interazioni su Facebook Instagram e Twitter. Seguono Intrattenimento [35%]  e  Talent e Reality [19%]. Gli utenti dei tre Social Network mostrano interessi diversi in termini di generi televisivi. Numeri molto concentrati su pochi generi [Sport, Talent/Reality ed intrattenimento] per Facebook ed Instagram, mentre la distribuzione risulta più omogenea nel caso di Twitter. Un altro ambito sul quale emerge la differenza tra i tre Social è la rilevanza di vip e influencer nel generare commenti sui Social. Considerando 10 tra gli show più commentati delle ultime settimane, gli account di personaggi televisivi, vip e influencer su Instagram sono più performanti rispetto a quelli degli editori e produttori dei programmi:  nel caso di Instagram il 57% delle interazioni è stato generato da post pubblicati da personaggi del cast, ospiti o vip presenti nel programma, su Facebook l’incidenza si ferma al 46% e su Twitter al 24%. uno degli elementi più interessanti da analizzare è la coda lunga delle conversazioni, ovvero quanto un contenuto sia in grado di generare conversazioni ed engagement sia prima che successivamente alla messa in onda. Sui principali programmi tracciati nel bimestre [sport escluso] solo il 59% delle interazioni sui Social sono avvenute durante la messa in onda e nelle 3 ore immediatamente precedenti e successive. Il restante 41% si registra lontano da questa finestra di rilevazione, maggiore è questo peso per il programma, più alta è la capacità dello stesso di generare conversazione ed interesse – e quindi opportunità di engagement – nel tempo, secondo quanto riportato da Nielsen.  Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, tutt’altro che secondario, si tratta della conferma della crescente incidenza del VOD – video on demand – che permette alle persone di fruire di un programma televisivo in qualsiasi momento lo desiderino, come testimonia, se necessario, la costante crescita degli utenti per RaiPlay, ad esempio. Insomma, i dati della “social TV” ci dicono anche che il palinsesto è, e sarà sempre più, un lontano ricordo. Prendere nota.
  • Ora è il giornale che deve farsi trovare – Equire ha intervistato Francesco Franchi, editorial and visual information designer, attualmente managing editor di Repubblica. L’intervista naturalmente è incentrata su quello che è il lavoro di Franchi con un excursus molto interessante sul recente redesign di Repubblica ma anche relativamente aRobinson, Rfood, Rlab, Rsport e Super8, i supplementi lanciati nell’ultimo periodo dal quotidiano diretto da Mario Calabresi per contrastare la corsa al supplemento del Principale rivale: Il Corriere della Sera. È proprio il passaggio relativo a Super8, a mio avviso, quello più interessante, in cui si spiega che «Super8 è nato a febbraio, l’idea è quella di un prodotto che desse spazio proprio al cosiddetto long form journalism. Qualcosa che magari non si legge tutto d’un fiato, ma si conserva. Si tratta di un approfondimento che lascia spazio alla scrittura e al racconto fotografico. Alcuni Super8 sono fatti in collaborazione con Sky quindi l’inserto cartaceo è direttamente collegato a un documentario che poi va in onda, ed è molto interessante vedere come un’idea giornalistica si trasforma per la TV». C’è però un altro passaggio dell’intervita che mi ha colpito in particolare. Alla domanda qual è il problema alla base della crisi dei prodotti cartacei? Franchi risponde che «Secondo me uno dei problemi principali in questo senso è quello della distribuzione, non c’è più l’abitudine di andare a comprare il giornale. Basta pensare alla domenica in una qualsiasi città d’Italia: o si esce la mattina presto oppure è molto difficile trovare i quotidiani. Quando invece durante il fine settimana si ha molto più tempo per leggere. I quotidiani potrebbero fare molto, come aprire degli spazi fisici, per esempio nel centro delle città, dove organizzare incontri e concerti. Sarebbe un modo per attrarre i lettori, soprattutto i giovani. Credo che essendosi persa l’abitudine di trovare il giornale ora è il giornale che deve farsi trovare […] Si potrebbe anche aprire una categoria di quotidiani per ragazzi. Il New York Times si sta già muovendo in questa direzione: una volta al mese, di domenica, insieme ai vari inserti esce anche un quotidiano per i giovanissimi. Certo, il problema è che i quotidiani di carta continuano a perdere copie… però se quando si perdono copie allora si tende a stamparne meno e se ne trovano meno allora la partita è persa. Bisogna rilanciare, crederci. A proposito di business model credo che ci sia molto da fare sulle nicchie. Per esempio IL era molto di nicchia, ma ha funzionato perché lettori che non avrebbero comprato Il Sole 24 Ore quel giorno lo prendevano attratti dalla rivista».  Se si tralascia l’aspetto relativo alla distribuzione, che evidentemente Franchi, come quasi tutti i giornalisti non conosce, altrimenti da uomo intelligente qual è avrebbe detto che bisogna informatizzare le edicole per risolvere, anche, questo problema, i consigli del managing editor di Repubblica sono di assoluto interesse. Speriamo che ai piani alti di GEDI, e non solo, leggano Esquire, o in alternativa DataMediaHub.
  • Il “caso” IsiameD – Il “caso” IsiameD era scoppiato a fine anno con tre milioni di euro nella legge di bilancio destinati alla neonata IsiameD per trasformare il made in Italy di cui nessun ministro sa nulla. “Tirato per la giaccetta” su Twitter da Riccardo Luna, il Ministro dello sviluppo economico, Carlo Calenda, aveva definito la cosa «una roba stravagante, a dir poco» per poi affermare di aver «Dato mandato di procedere alla notifica a Bruxelles e di verificare la compatibilità con regime aiuti di stato. Nel mentre i finanziamenti a IsiameD restano fermi». Da allora le richieste di chiarimento da parte di molti addetti ai lavori sono state numerose, senza però che vi fosse una risposta soddisfacente al riguardo. Tutto fino a quando Pier Domenico Garrone, Senior Partner di IsiameD,  in piena notte, il 27/03 scorso, ha postato sul suo profilo Facebook un’Ansa sulla questione e lo screenshot della Gazzetta Ufficiale che assegna alla società in questione i tre milioni di euro. Da quanto scritto, Viene fuori quindi che IsiameD il modello digitale italiano non ce l’ha e che IsiameD, l’istituto dedicato all’innovazione digitale del sistema produttivo e sociale italiano, o sedicente tale naturalmente, ha individuato la Fondazione Accademia di Comunicazione di Milano come prima scuola di alta formazione nel mondo del marketing e della comunicazione. Fondazione Accademia di Comunicazione di Milano che, come molti “corsifici”, si appoggia ad un folto gruppo di docenti esterni che in molti casi sembrano non saperne nulla ed affermano pubblicamente di non avere nulla a che fare con IslameD. Alla fine pare davvero che i tre milioni di euro siano stati stanziati per promuovere una cosa che non esiste. Purtroppo, contrariamente a quanto si era sperato, sembra che il giornalismo nell’epoca dei social non serva neppure a questo.
  • Titoli e “social-mentecatti” – Anna Masera, nella sua rubrica settimanale da Public Editor de La Stampa, ha scritto un pezzo dedicato a chi legge solo i titoli. Nelle conclusioni si legge che «Quanto potere, in un titolo. Praticamente, nell’era di Twitter, i titoli stanno diventando gli articoli. Non è facile spiegarlo ai colleghi giornalisti, che amano scrivere. Ed è ancora più difficile spiegarlo nelle redazioni dei giornali, dove chi fa i titoli non è chi scrive l’articolo. Bisogna fare i conti con questa nuova realtà, i lettori non sono più quelli di una volta». Allo stesso tempo, non più tardi di ieri, i media nostrani si sono interessati ad un  post pubblicato su Facebook da Vasco Rossi. Quasi tutte le testate online, ed anche le agenzie stampa, hanno scritto un articolo al riguardo. I titoli sono tutti dello stesso tenore altrettanto. Si va da «Vasco Rossi contro i “social-mentecatti”» a «Vasco Rossi attacca i social network», passando per «Vasco Rossi attacca i social network: “Mentecatti. Niente può condizionarmi”» e via discorrendo. In realtà, leggendo il post su Facebook, che inizia con «Ai pochi, sempre comunque molto attivi e rumorosi sui social, che sostengono dovrei ringraziare qualcuno o loro per primi !?? per quello che sono o per quello che ho realizzato, rispondo che io ringrazio sempre e solo il cielo e la chitarra»,  si capisce come “lo sfogo” del cantante non sia contro i social, come i titoli lascerebbero intendere, ma contro coloro che in un precedente post hanno commentato negativamente l’assenza di Clara Moroni e Andrea Innesto “Cucchia” dal VascoNonStop Live 2018, il tour che inizierà a breve, che definisce, appunto “social-mentecatti”. Stesso appellativo che mi sento di affibbiare a tutte le testate che hanno prodotto i succitati titoli proponendoli naturalmente sulle loro fanpage per acchiappare qualche clic. Nient’altro da aggiungere, direi.
  • Impressions management e proiezione dell’identità – Nell ‘epoca del personal branding “spinto”, del passaggio definitivo [Sigh!] dalla blogosfera alla egosfera, e degli influencer di professione, qualifica professionale, per così dire, di cui mi sfugge senso e valore, si ripropone un estratto di quello che secondo me è un libro che deve essere assolutamente presente nelle biblioteca di marketers e comunicatori: “Psicologia di marketing e comunicazione. Pulsioni d’acquisto, leve persuasive, nuove strategie di comunicazione e management”. Nel libro l’autore, Daniele Trevisani, parlando di impressions management e proiezione dell’identità, scrive che «Un fenomeno estremamente diffuso è costituito dall’impressions management, il comportamento di gestione strategica della propria immagine verso gli altri. Questo viene attuato esprimendo pensieri e azioni conformi alle norme della buona convivenza sociale e della morale [e non ciò che si fa o si pensa realmente]. Paulhus [1984] evidenzia come i soggetti intervistati nelle ricerche di mercato pratichino ampliamente impressions management e praticano tentativi di costruire le proprie risposte con lo scopo di riflettere un’immagine sociale positiva. L’anonimità è stata trovata almeno parzialmente correlata alla costruzione di risposte meno artificiali. Anche in condizioni di anonimità, tuttavia, molti individui continuano a praticare un’attenta gestione dell’immagine che emerge dal modo di comportarsi e dalle risposte che si danno. Un’ulteriore spiegazione del permanere di fenomeni di SDR [socially desirable responding] anche in condizioni di anonimità deve portarci a chiederci: agli occhi di chi l’individuo cerca di apparire positivo? Solo agli occhi altrui? No. In realtà, l’impressions management avviene anche internamente all’individuo stesso [self impressions management], in ogni momento in cui una affermazione provvede all’opera di costruzione dell’immagine ideale di se stessi [immagine di sé ideale o ideal self image]. Il SDR avviene anche in condizioni di scarsa rilevanza delle relazioni per l’individuo. Ad esempio è stato notato che le persone tendono a gestire la propria immagine praticando impressions management anche mentre chiacchierano in una coda d’attesa al supermercato, o su un autobus, o all’estero in un aeroporto con un vicino di viaggio, con persone che probabilmente non vedranno mai più». Ora quando aprite un social avrete una chiave di lettura supplementare su quello che molti vi scrivono.
  • È la stampa, bellezza! – MicroMega dedica il terzo numero dell’anno, disponibile da ieri,  al giornalismo per discutere del ruolo e dell’etica di quello che è a tutti gli effetti il quarto potere delle democrazie contemporanee: nell’epoca delle fake news e della post-verità, la rivista diretta da Paolo Flores d’Arcais si interroga sullo stato di salute dell’informazione e sulla sua capacità di svolgere ancora oggi il compito di critica radicale del potere. Il cuore del numero è costituito da tre ampie sezioni di dialoghi, in cui note firme del giornalismo italiano si confrontano su doveri, responsabilità e limiti del proprio mestiere. Il tema dell’indipendenza e della sovranità dei fatti rappresenta il filo conduttore del volume: Luciana Castellina e Ferruccio de Bortoli, seguiti da Maurizio Molinari e Marco Travaglio, mettono a fuoco il rapporto fra militanza e imparzialità domandandosi come sottrarsi al controllo di interessi economici o partitici ed evitare forme di propaganda, mentre Enrico Mentana e Marco Damilano discutono dell’uso politico del giornalismo e degli eventuali rischi di una sua spettacolarizzazione in un contesto di crisi dei partiti e vuoto di rappresentanza. La stampa ha pubblicato ieri un  estratto del confronto tra il suo direttore e quello del Fatto Quotidiano. La tesi di Travaglio è che l’informazione debba sfidare l’establishment. In particolare scrive che «Io penso che negli ultimi anni, con la crisi delle élite, degli establishment, nei principali paesi europei e negli Stati Uniti, le testate giornalistiche mainstream siano letteralmente impazzite, perché si sono ritrovate a fare i conti con forze politiche che non rispondono più agli input tradizionali […] È partita allora la caccia agli incontrollabili, ai non allineati, ai non raggiungibili, ai non omologati, a tutti quelli che stanno fuori dal recinto del pensiero unico mainstream. Si spiega così il fatto che enormi fasce di popolazione non si riconoscono più nell’ informazione tradizionale e istituzionale, esattamente come non si riconoscono più nella politica tradizionale e istituzionale».  Secondo Maurizio Molinari invece la sfida è descrivere lo scontento. Secondo il direttore del quotidiano torinese il compito dei mezzi di informazione è «descrivere i singoli fatti dei processi di cambiamento che riflettono una fase di accelerazione della storia […] Quando uno ha la sorte, l’avventura, o la fortuna di trovarsi in una fase di trasformazione del presente, deve essere umile di fronte ai fatti, perchè questi molto spesso mettono a dura prova la nostra capacità di comprenderli». In questi giorni di festa andrò in libreria a comprami la rivista per leggere integralmente questo e gli altri contributi. Sino ad allora preferisco astenermi dal commentare, ma ne riparliamo presto. È una promessa. Intanto buona Pasqua a voi tutti.

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Pier Luca Santoro

Marketing & Communication at DataMediaHub
Pier Luca Santoro è un esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence. Project Manager @DataMediaHub . Dal 1998 opera come consulente per progetti di posizionamento strategico, organizzazione, comunicazione & formazione per aziende pubbliche e private, associazioni di categoria e amministrazioni pubbliche. Sperimentatore e creativo ha sviluppato un’esperienza significativa nell’ambito dell’edutainment, nell’utilizzo dei giochi come medium e la gamification.
Dal 1987 in poi é stato responsabile del marketing e dell’organizzazione commerciale di grandi imprese [Star, Giuliani, Bonomelli].
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