Anche i Publisher Hanno Usato Cambridge Analytica

Cambridge Analytica si compone di due divisioni: Politica e Commerciale. Partendo dal caso statunitense collegato all’elezione di Trump tutta l’attenzione è sulla divisione che nel tempo ha supportato diversi partiti e leader politici nel mondo, Italia compresa, con tutti gli indizi che sembrano puntare su la Lega anche se sin qui il nome del partito non è ancora emerso.

Delle attività della divisione commerciale di Cambridge Analytica i media non sembrano invece interessati. Ebbene nella sezione delle case studies oltre ad un marchio di abbigliamento compaiono una pubblicazione periodica globale, internazionale, ed un quotidiano di lingua inglese.

Secondo quanto riportato, l’attività per la rivista internazionale [update del 29/03: secondo BuzzFeed si tratterebbe di The Economist] si sarebbe concentrata su una migliore comprensione dei loro attuali abbonati ed il loro pubblico di destinazione negli Stati Uniti. Obiettivo raggiunto, anche, grazie ad una profilazione effettuata su caratteristiche socio-demografiche, ma anche impegno politico, geo-localizzazione e personalità per ogni gruppo di abbonati e potenziali tali.

Per quanto riguarda il quotidiano, con tutti gli indizi che sembrano puntare al Financial Times [update del 29/03: Ipotesi confermata da BuzzFeed], si spiega che Cambridge Analytica ha accorpato milioni di record di abbonati dal database del cliente, ha abbinato i record e li ha arricchiti con profondi pool di dati demografici, di affinità di prodotto e di spesa. Utilizzando sofisticate tecniche di analisi statistica e predittiva, è stato eseguito un confronto dettagliato di diversi tipi di pubblico.

In un pezzo di pochi giorni fa, Doc Searls, tra le altre cose co-autore del “mitico” Cluetrain Manifesto, spiega con dovizia di particolari come i publisher di tutto il mondo traccino i comportamenti degli utenti, consentendo anche agli OTT, quali Google, Amazon e lo stesso Facebook, di fare altrettanto sui loro siti web. Pratica diffusa anche in Italia come è possibile constatare installando Privacy Badger o altre estensioni del browser esistenti allo scopo.

Ed ancora, in una recente intervista a Jon Buckley, Director of digital subscriber acquisition and retention del The Wall Street Journal, pubblicata sul sito de l’International News Media Association, viene spiegato come il quotidiano in questione utilizzi 65 “segnali chiave” che influenzano la propensione all’acquisto, ad abbonarsi. Tra questi non solo il tempo speso sul sito o la geo-localizzazione ma anche il livello di istruzione e molto altro ancora. Al riguardo Buckley afferma che le 65 variabili analizzate sono il frutto di «It’s a fusion of first-party and third-party data. Some of it comes from previous readers who have come through and either have or haven’t signed up, while other variables are layered in from third-party data».

Non a caso NiemanLab si interroga relativamente a se le organizzazioni giornalistiche si troveranno ad affrontare una controffensiva alimentata da Facebook per l’utilizzo di tracciamento di terze parti sui propri siti, riprendendo l’ affermazione di Doc Searl «The sins are different; but they are still sins, just as apples and oranges are still both fruit. Exposing readers to data vampires is simply wrong on its face, and we need to fix it».

Insomma, appare sufficientemente chiaro che mentre i media di tutto il mondo, pour cause, recitano il funerale, che non ci sarà, di Facebook, in realtà gli stessi hanno pratiche che definire “border line” è essere magnanimi [update del 29/03: con The Economist che dopo aver usufruito dei servizi di Cambridge Analytica ha la “faccia tosta” di sparare a zero con la copertina della scorsa settimana], ed il caso vuole, diciamo, che esattamente un anno fa – me lo ricorda proprio Facebook guarda un po’ – avessi pubblicato la spiegazione del perchè i social sono come gli altri mass media, e viceversa naturalmente, per le caratteristiche e gli obiettivi che di fatto condividono, come riepiloga la tabella sottostante.

Sul tema una recente indagine condotta negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e nei Paesi della Penisola Scandinava, fa emergere come sia chiara la richiesta da parte delle persone di una maggior trasparenza su finalità ed utilizzo dei propri dati personali.  Si tratta esattamente della conclusione alla quale arrivavo non più tardi di ieri nel mio personale contributo al articolo multi-autore su il caso Cambridge Analytica spiegato al di là degli Interessi di parte.

Negli ultimi dieci anni l’evoluzione è stata così rapida da non permettere probabilmente di assimilarla ed interiorizzarla adeguatamente. Aspetti che men che meno sono stati seguiti da una legislazione adeguata al riguardo. Invece di rincorrere l’ultimo spauracchio, che si tratti di “hate speech”, di “fake news”, ed ora di dati e Spectre delle manipolazione, è necessario riflettere, sedersi attorno ad un tavolo condiviso e definire al meglio assieme, con shareholders e stakeholders, come continuare ad innovare, ad evolversi, nel rispetto dell’individuo, delle persone.

Si tratta di un dovere al quale non possiamo sottrarci come cittadini responsabili e come professionisti, si tratti di noi marketers o di giornalisti., e di tutti gli altri soggetti, e tutte le professionalità da mettere in campo in tal senso. Naturalmente il sottoscritto, e tutto il gruppo di lavoro di DataMediaHub, è disponibile in tal senso. Pensateci, pensiamoci, e smettiamola con gli allarmismi pour cause che creano solo maggior disorientamento e dunque maggior danno. È l’ora della response-ability. Hic et nunc.

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Pier Luca Santoro

Marketing & Communication at DataMediaHub
Pier Luca Santoro è un esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence. Project Manager @DataMediaHub . Dal 1998 opera come consulente per progetti di posizionamento strategico, organizzazione, comunicazione & formazione per aziende pubbliche e private, associazioni di categoria e amministrazioni pubbliche. Sperimentatore e creativo ha sviluppato un’esperienza significativa nell’ambito dell’edutainment, nell’utilizzo dei giochi come medium e la gamification.
Dal 1987 in poi é stato responsabile del marketing e dell’organizzazione commerciale di grandi imprese [Star, Giuliani, Bonomelli].
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