Rapporto sul Consumo di Informazione in Italia

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È stato presentato ieri a Roma il Rapporto sul consumo di informazione in Italia realizzato da GfK Italy per conto dell'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni [AGCOM]. Oltre alle informazioni che vengono normalmente rilevate tramite Sinottica TSSP, l’indagine è stata arricchita di un set informativo aggiuntivo, con lo scopo di approfondire il processo informativo della popolazione italiana di età superiore ai 14 [campione di oltre 14mila individui rappresentativo della popolazione italiana a livello nazionale e regionale] su questioni politiche e non solo attraverso i vari mezzi di comunicazione, viene spiegato nella metodologia dell'indagine.

La disponibilità di una grande mole di dati emergenti dal rapporto consente di andare oltre l’analisi per singolo mezzo e di scandagliare in profondità i profili informativi degli Italiani sulla pluralità dei media. Vediamo quali, in sintesi, le principali evidenzi emergenti dal report che, come d'abitudine, consigliamo di leggere integralmente.

La televisione ovviamente regna sovrana in termini generali di consumo dei media. Emerge però come si registra il minor livello di esposizione nelle ore mattutine, tra le 9 e le 12, unico momento in cui la fruizione del mezzo e inferiore a quella di Internet. Se dunque nelle ore della mattina la fruizione di Internet è superiore alla TV, ed alla radio, va da sé che la riunione di redazione della mattina, che tutt'oggi avviene attorno alle 11, o dopo, seguendo i ritmi del cartaceo, è di assoluta inutilità per quanto riguarda le edizioni online dei quotidiani. Prenderne nota una volta per tutte sarebbe opportuno, almeno.

Rispetto a TV e radio, la curva di Internet si presenta più piatta, senza picchi particolarmente marcati nel corso della giornata. Ciò e ascrivibile in primo luogo all’elevata penetrazione da tutti i luoghi: sebbene le connessioni dall’ambiente domestico siano quelle maggiormente ricorrenti tra la popolazione [58.2%], quelle in mobilita sono pari al 40.1%, quelle dal luogo di lavoro il 21% e da scuola e università il 2%. Inoltre, l’accesso alla rete non resta circoscritto ad un unico spazio fisico, ma avviene sempre più da una pluralità di ambiti: il 35.2% degli individui, ad esempio, si connette sia da casa sia in mobilità , circa il 20% da casa e dal posto di lavoro, il 15.8% da casa, in mobilita e dal luogo di lavoro. Peraltro, e ormai acclarato il sorpasso degli apparati mobili su quelli fissi per la connessione a Internet. Il collegamento realizzato tramite dispositivi mobili non e un attributo esclusivo delle connessioni in mobilita , ma e tipico anche dei collegamenti da luoghi, quali le mura domestiche o il lavoro, in cui sarebbe possibile l’uso di device fissi, tanto che, considerando le connessioni da casa, il 10.5% degli individui si connette da tablet, il 33% da smartphone e soltanto il 1.,1% da un PC da tavolo. Analogamente, anche per le connessioni dal lavoro, lo smartphone supera il PC fisso [12.6% vs 8.5%].

Come spiegavamo all'inizio del mese, grazie ai dati Audipress 2017/III, è la frequenza di lettura, e ancor più di acquisto, il problema dei quotidiani [di carta]. Infatti anche secondo il rapporto di AGCOM solo il 17.3% degli over 14 anni legge tutti i giorni un giornale contro il 68.8% che usa quotidianamente la TV ed il 41.8% che utilizza la Rete ogni giorno per informarsi.

I lettori di quotidiani sono anche i più "infedeli". Solo lo 0.6% di questi utilizza esclusivamente i giornali per informarsi contro l'8.5% della TV e il 3.2 di Internet. Se si circoscrive l’analisi all’accesso regolare all’informazione una porzione rilevante della popolazione, il 19.3%, dichiara di non informarsi tutti i giorni. Per contro, soltanto il 5% si informa quotidianamente consultando tutti i mezzi di comunicazione. Emerge uno spiccato fenomeno di cross-medialità nell’accesso ai mezzi di comunicazione a fini informativi, che oramai riguarda oltre i tre quarti della popolazione italiana, ma  circa un quarto dei minori o non si informa, o lo fa utilizzando un solo mezzo di informazione [prevalentemente il Web]. Un altro grande successo del tanto osannato Osservatorio Giovani Editori e della sua "mirabolante" iniziativa, si fa per dire naturalmente, Quotidiano in Classe.

I contenuti vengono sempre più fruiti in modo non lineare, sotto forma di frammenti veicolati in modi diversi sulle diverse piattaforme, con un fenomeno di “spacchettamento”. Un fenomeno che avevamo identificato con chiarezza esattamente tre anni orsono e ribadito, visto che di fatto si è ancora ancorati a l’idea  novecentesca di giornale come pacchetto monolitico, non più tardi di Venerdì scorso., oltre che naturalmente in tante altre occasioni.

L’analisi delle fonti digitali attraverso cui i cittadini si informano testimonia la forte presenza delle piattaforme digitali nella dieta mediale dei cittadini, accompagnata da una minore presenza dei marchi editoriali. In particolare, il 54.5% degli italiani si informa attraverso strumenti governati da algoritmi [social network, motori di ricerca, aggregatori, in generale le piattaforme digitali], mentre il 39.4% della popolazione si informa utilizzando siti web e applicazioni degli editori [stampa quotidiana e periodica, radio e televisione, e testate native digitali].

Tra le fonti editoriali, i siti e le applicazioni di quotidiani sono reputati degni di fiducia dal doppio della popolazione rispetto alle testate native digitali, anche a causa del minore accesso diretto alle stesse e, quindi, della minore riconoscibilita del proprio marchio editoriale dovuta alla difficolta di ricondurre loro l’origine delle numerose notizie lette soprattutto attraverso i social network, e spesso soggette a “viralizzazione”.

Una fiducia molto spesso, troppo spesso, tradita, con  testate di assoluta rilevanza nazionale che, pur aderendo al "Trust Project", arrivano a cambiare sino a quattro volte il titolo di un articolo [e l'URL], tentando di nascondere la polvere sotto il tappeto come d'abitudine, attaccando in maniera ignobile chi invece svolge un lavoro informativo puntuale ed onesto.

Emerge come le azioni informative svolte più spesso da parte di coloro che si informano attraverso i social network siano cliccare sul link della notizia, esprimere apprezzamento [“mi piace”] sulla stessa e condividere notizie postate da altri, tutte azioni, dunque, di per se atte a favorire la diffusione delle notizie e innescare fenomeni di “viralizzazione” dei contenuti informativi.

Si tratta di aspetti che combinati tra loro, e sostenuti da una forte polarizzazione ideologica, generano distorsione e disinformazione come dimostra, per stare all'ultimo caso in ordine cronologico, la vicenda del "assalto", mai avvenuto, ai CAF per richiedere il reddito di cittadinanza.

Operando un confronto tra l’utilizzo dei social network da parte dei cittadini e il loro impiego da parte dei giornalisti emerge che, sebbene questi ultimi abbiano un trend di fruizione di tali fonti, evidentemente anche per fini professionali, superiore a quello della popolazione, e con riferimento a Twitter che questa differenza diventa particolarmente marcata. Su Twitter, in particolare, i giornalisti reperiscono informazioni, postano e ritwittano
articoli propri, del/i quotidiano/i con cui collaborano, di colleghi giornalisti, monitorano le discussioni online, dialogano tra loro ovvero, più raramente, direttamente con i cittadini, in una continua ricerca di creazione di reputazione professionale, secondo modalità di uso caratterizzate da un "light engagement", ad essere benevoli, nei confronti delle proprie audience e dall’interesse a sviluppare narrazioni meta-giornalistiche.

Elemento che dimostra ancora una volta la profonda distanza esistente tra chi si occupa di informazione per lavoro e le persone. Il segno di come il persistere nell'utilizzo in maniera assolutamente inadeguato dei social da parte dei newsbrand non sia casuale ma il frutto di una visione tanto anacronistica quanto scellerata, che diviene ancora più grave, se possibile, vedendo i dati relativi alla  differenziazione tra accesso a fonti informative algoritmiche ed editoriali per età. I giovani non leggono i giornali, e se li leggono lo fanno prevalentemente attraverso fonti che AGCOM raggruppa sotto l'ombrello di "algoritmiche", e in quegli ambienti giornali e giornalisti sono, di fatto, assenti.

Infine, i quotidiani, indicati dal 24% dagli Italiani, rappresentano il terzo mezzo più utilizzato per l’informazione politica, con addirittura i quotidiani nazionali che, con il 15.8%, rappresentano ancora una fonte importante tramite la quale gli individui si informano sulle scelte politiche, seconda solo ai canali televisivi gratuiti nazionali. Fonte informativa che però, come del resto confermano, in caso di dubbi, i risultati della recente tornata elettorale, ha scarsa influenza sulle scelte, come era già emerso di recente da precedenti indagini, mentre i social sono di gran lunga più in grado di orientare, di formare poi l'opinione delle persone che sta alla base della scelta di voto. Indicatore qualitativo che dice molto sulla rilevanza, e sull'irrilevanza, dei newsbrand.

Come ho avuto modo di scrivere di recente, l’importanza dell’informazione non sta scomparendo. La rilevanza di operatori professionali che vi si dedicano, i giornalisti, neppure. Con l’avvento dei social media, da Twitter a Newswire e al giornalismo partecipativo, i professionisti non sono stati rimpiazzati, ma riallocati a un livello superiore della catena editoriale, passando, o dovendo passare inevitabilmente, dalla produzione iniziale di osservazione della realtà a quella che pone l’accento sulla verifica e sull’interpretazione, dando un senso al flusso di testi, audio, foto e video prodotti dal pubblico. L’idea è che il giornalista si ponga al centro del processo, agendo da collettore di informazioni che provengono dalle fonti tradizionali e non, qualificando così ed elevando il proprio ruolo, altrimenti in declino. Scompaiono la linearità di processo e la passività dell’audience. Parlare di un nuovo ecosistema dell’informazione significa riconoscere che nessuna organizzazione è padrona del suo destino. Relazioni stabilite altrove nell’ecosistema mediale definiscono il contesto; e i cambiamenti nell’ecosistema lo mutano.

Elementi che coglie perfettamente Alessio Balbi, responsabile dell'edizione online di Repubblica, che, partendo dall'articolo del giornalista del NYTimes [qui tradotto in italiano], che sarebbe stato per due mesi senza una dieta mediatica digitale, tanto osannato da giornali e giornalisti, anche, nostrani, salvo poi scoprire che così non è stato, scrive «Temo che siamo solo di fronte all’ennesimo riflesso luddista di una categoria che non ha mai smesso di rimpiangere l’età dell’oro in cui i giornali si stampavano sfregando la selce sulle pareti della caverna. Col bel risultato che, dopo essere spariti dalle strade, spariremo anche dai social. Sulle strade sono rimaste le buche. Sui social resteranno i buchi che continueremo a prendere dal primo passante con un telefonino. In un caso come nell’altro, per essere felici, non basta fare finta che non esistano» .

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Pier Luca Santoro

Marketing & Communication at DataMediaHub
Pier Luca Santoro è un esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence. Project Manager @DataMediaHub . Dal 1998 opera come consulente per progetti di posizionamento strategico, organizzazione, comunicazione & formazione per aziende pubbliche e private, associazioni di categoria e amministrazioni pubbliche. Sperimentatore e creativo ha sviluppato un’esperienza significativa nell’ambito dell’edutainment, nell’utilizzo dei giochi come medium e la gamification.
Dal 1987 in poi é stato responsabile del marketing e dell’organizzazione commerciale di grandi imprese [Star, Giuliani, Bonomelli].
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