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Una selezione ragionata delle notizie su media, giornalismi e comunicazione da non perdere, commentate.

  • News: Non tutto è perduto – Per il numero di Dicembre 2017 di Link “Mediamorfosi 2. Industrie e immaginari dell’audiovisivo digitale “, uscito a dieci anni dal primo Mediamorfosi, avevo realizzato un contributo abbastanza sostanzioso, di circa 38mila battute, di analisi di scenario del mondo dell’ex industria dell’informazione. Se non avete acquistato il volume, e avete fatto male poiché offre una visione a 360 gradi di come il cinema, la televisione, il videogioco, le piattaforme online si sono evoluti; in che modo i mercati si sono intrecciati e ibridati; quali strategie e modelli di business sono più adatti al nuovo contesto, come le modalità tradizionali si sono ridefinite o ripensate e come si sono innestate novità, rivoluzioni, piccoli e grandi cambiamenti, potete ora leggere il mio contributo che a distanza di tre mesi è stato reso disponibile gratuitamente online. Ve ne anticipo un breve estratto: «La sfida principale non è tanto comprendere il futuro, quanto avere la capacità di adattarvisi. Nel 2020 continueranno a esistere, per esempio, Repubblica o la Rai, ma questa continuità sarà accompagnata dalla riconfigurazione di ogni singolo bit del contesto mediale in cui opereranno. Aumenterà ulteriormente la variabilità. Non stiamo passando da grandi aziende a piccole organizzazioni, e neppure dal giornalismo “lento” a quello “veloce”: le dinamiche sono insieme su più assi. L’effetto principale dei media digitali è che non c’è un effetto principale. Il cambiamento apportato dalla rete, dagli smartphone e dalle app è così vasto da rendere impossibile l’identificazione di un solo elemento chiave». Se avete voglia fatemi sapere che ve ne pare. Grazie.
  • I pagamenti “innovativi” superano i 46 miliardi di euro –  Le modalità più innovative di pagamento digitale [eCommerce, ePayment, Mobile Payment & Commerce, Contactless Payment, Mobile POS] valgono il 21% del totale dei pagamenti digitali con carta [nel 2016 erano il 15%]. Nel complesso, i pagamenti innovativi superano i 46 miliardi di euro. Le carte contactless [18 miliardi di euro, +150%) e le transazioni via mobile [6.7 miliardi di euro, +60%] valgono insieme oltre la metà del mercato. Nel 2017, l’acquisto di beni e servizi e il pagamento di ricariche, bollette e tasse tramite PC o tablet con carta di credito o tramite wallet [esclusi quelli tramite home banking] valgono 20,3 miliardi di euro, +10% rispetto al 2016. Gli acquisti tramite smartphone crescono del 65% nel 2017 e superano i 5,8 miliardi di euro, pari a un quarto degli acquisti online complessivi. I Mobile POS raggiungono i 900 milioni di euro a valore [+9%]: sono 90.000 le unità attive [+6%] e ognuna transa in media circa 10.000 euro. Oltre 8 milioni i parcheggi pagati tramite cellulare nel 2017 negli oltre 240 comuni in cui almeno uno di questi servizi è attivo, crescono anche car sharing e bike sharing, che insieme raggiungono 76 milioni di euro [+41%]. Accessibilità, flessibilità e velocità sono le caratteristiche più apprezzate per la customer experience nell’uso del mobile wallet. Il mercato complessivo dei new digital payment potrà superare i 100 miliardi di euro già nel 2020. Queste sono alcune delle evidenze emerse dalla nuova edizione 2017-2018 dell’Osservatorio Mobile Payment & Commerce della School of Management del Politecnico di Milano. Tuttavia, il numero di transazioni pro-capite ci vede piuttosto in basso nella classifica EU 28. Siamo infatti 24° con 50.7 transazioni, ben lontani dai paesi nordici [Danimarca su tutti] che superano abbondantemente le 300, e sopra solamente a Bulgaria, Grecia e Romania, e il contante in circolazione in Italia continua ad aumentare, tra i valori più alti dell’Eurozona: 11.6% sul PIL [vs. media 10.1% nell’Eurozona]. No comment.
  • Bassa risoluzione e notizie – A fine Gennaio Massimo Mantellini ha pubblicato, con Einaudi, “Bassa Risoluzione”, un libro «piccolo ma denso», per dirla alla Corrado Augias, che indaga le relazioni fra simili scelte di riduzione e i mutamenti della società connessa. Il secondo capitolo del libro, “Bassa risoluzione e notizie”, è dedicato, come si intuisce, all’informazione e in particolare ai quotidiani. Tra le altre cose si legge: «Verso il 2010, quando il numero di italiani che ha iniziato a collegarsi ad Internet è aumentato improvvisamente di qualche milione, la consultazione dei siti informativi sul web è rimasta sostanzialmente stabile. Fra le molte possibili ragioni di un simile disinteresse una delle più consistenti è che il tipo di informazione strutturata dei giornali novecenteschi sia uscita molto ridimensionata nelle aspettative dei nuovi lettori digitali. […] La bassa risoluzione delle notizie ha interrotto la gabbia informativa dei giornali e delle loro linee editoriali. Gabbia informativa che viene ben descritta in un articolo pubblicato sul New York Times il 7 Marzo scorso da un giornalista della testata statunitense che per due mesi ha avuto una dieta mediatica fatta esclusivamente di carta stampata. Come scrivevo poco meno di quattro anni fa, i giornali sono morti, come si proclama ormai da almeno un lustro, ma la questione non è se siano morti quelli di carta e quante speranze, quante possibilità abbiano quelli digitali/online, è l’idea di giornale come pacchetto monolitico ad essere defunta e con essa i modelli di business che l’hanno caratterizzato negli ultimi 100 anni. È per questo che al lancio di Rep, applicazione, a pagamento dopo il primo mese di prova gratuita, che contiene una selezione di contenuti sia del giornale di carta [approfondimenti, commenti, inchieste] che dei magazine, anticipazioni degli inserti e così via, il mio giudizio è stato fortemente critico, causando, tra le altre cose, pare davvero, lo sconforto di Andrea Iannuzzi. Nelle epoca della bassa risoluzione, anche, per le notizie, essere ancora fortemente incentrati sul prodotto tout court di concezione novecentesca non funziona né per i lettori occasionali né per quelli che invece cercano “la qualità”. Ah, il libro di Mantellini “accatatevillo”, ne vale pena non solo per il capitolo sulle news.
  • Terremoto digitale, così consulenza e pubblicità si riorganizzano – Di solito siamo portati a pensare che solo il mondo dell’editoria sia stato messo a dura prova dall’avvento del digitale o che siano l’informazione e la politica i campi nei quali si gioca la partita per l’adozione di nuovi modelli comunicativi. In realtà, anche la pubblicità non è più quella di una volta: «Sconvolgiamo questo modello arcaico alla Mad Men ed eliminiamo i silos tra creativi, clienti e consumatori», ha commentato Marc Pritchard, il chief brand officer di Procter&Gamble, durante un recente convegno. incrementare la vendita di un nuovo prodotto ha bisogno di azioni pervasive e molto focalizzate sul web, raccontare a un’audience mirata il ruolo della nostra azienda per il Paese richiede uno sforzo di targettizzazione e può essere attuato con campagne informative sulla carta stampata, con piani di advocacy sui social media o con il sostegno visibile a iniziative culturali o di carattere scientifico. In azienda, l’esigenza per chi si occupa di comunicazione e marketing di valorizzare sempre più la strategicità di ciò che si fa e il contributo creativo che un’agenzia può apportare. Nel rapporto con il pubblico [o meglio con i pubblici] l’abilità nell’utilizzare registri linguistici e comunicativi differenti, mixando i canali e “inseguendo” i nostri interlocutori sia nel web sia fuori. Si chiama visione strategica, e no, non è quello che fa Taffo [e molti altri], mi spiace.
  • 15 testate realizzano una partnership per una piattaforma digitale sul dibattito politico – Il progetto open-source, del quale Google finanzierà lo sviluppo tecnologico, consente a media e istituzioni in giro per il mondo di mettere a confronto individui, che hanno parere politico differente, in un dibattito diretto. Secondo quanto riportato, tra i 15 partners, tra i quali Repubblica, ci sono The Globe and Mail [Canada], Morgenbladet [Norvegia], ARD aktuell [il programma televisivo primetime di ARD – Germania], l’agenzia di stampa tedesca DPA, il quotidiano Der Tagesspiegel e il Südwest-Presse. Anche la City University of New York e la Robert Bosch Foundation partecipano al progetto. In arrivo anche altri importanti partner europei. L’iniziativa si basa sull’esperienza dei “Germany Talks”: nell’estate scorsa 12mila tedeschi si sono iscritti alla piattaforma di Zeit Online, accettando di misurarsi con persone con idee politiche opposte alle loro. Un primo test di “My Country Talks”, questo il nome dell’iniziativa, è previsto entro l’anno, sia in Germania sia in alcuni paesi partner. A leggere i risultati dell’esperienza tedesca il confronto c’è stato ma ad arrivare all’incontro reale per la discussione in un luogo pubblico sono state 600 persone sulle 12mila adesioni iniziali. Un po’ pochino, diciamo, per cantar vittoria ma è un inizio. Per quanto riguarda l’Italia, ovviamente diventerebbe molto più interessante se non fossero coinvolti solo i lettori di Repubblica ma anche quelli di altre testate del nostro Paese.
  • Ironia da urlo – Il Presidente del Comitato di Controllo ha ingiunto il blocco dell’annuncio   “Un posteriore da urlo…”, relativo all’offerta Tomasi Auto sulla ‘Mini 2.0 Cooper D Clubman’ in quanto giudicato non conforme  all’art. 10 – Convinzioni morali, civili, religiose e dignità della persona – del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.  Il messaggio, finalizzato a promuovere la vendita promozionale del modello di auto ‘Mini 2.0 Cooper D Clubman’, proponeva l’immagine del posteriore della vettura, accanto a quella di una donna ripresa di spalle con addosso un abito bianco con cerniera su tutta la lunghezza. L’headline recitava “Un posteriore da urlo…”, facendo leva sul confronto. Secondo il Comitato di Controllo, tale comunicazione proponeva  una rappresentazione svilente dell’immagine della persona, non conforme all’art. 10 del Codice, che impone – come ormai anche i muri sanno – il rispetto della “dignità della persona in tutte le sue forme e espressioni”. La scelta dell’immagine, secondo il Comitato, è unicamente finalizzata ad attrarre l’attenzione del pubblico attraverso l’esposizione del corpo femminile quale oggetto del desiderio in vetrina. Il messaggio trasferisce sulla donna e il suo corpo l’appetibilità di quanto pubblicizzato e la facile accessibilità dell’una e all’altro, con una commistione di piani che conduce alla mercificazione della persona e al degrado della sua dignità. Al riguardo, Federico Unnia, tra le altre cose autore di numerosi saggi sul diritto della comunicazione commerciale e pubblicitaria, si chiede quanto sia davvero efficace l‘ingiunzione di desistenza? Cosa fare per rendere più stringente l’adesione alle norme del codice? Io, avendo lavorato per diversi anni a supporto del marketing di diverse case automobilistiche, mi chiedo come sia possibile che un brand di questo genere abbia approvato la campagna pubblicitaria del concessionario in questione. Sarebbe interessante avere la risposta sia alle domande di Unnia che a quella del sottoscritto, no?
  •  Tazebao giornalistico – Dopo la chiusura di Vogue sposa, Vogue Bambino e Vogue uomo si respira aria pesante in Condé Nast. Vi è infatti forte tensione per il destino di cinque giornaliste che facevano parte della redazione delle testate in questione e che, non avendo accettato l’incentivo all’esodo proposto dall’azienda, sono state messe in cassa integrazione a zero ore. Al riguardo il CdR scrive che il management «ha attivato nuovi progetti editoriali [LISA, definita sulla sua pagina Facebook agenzia media/stampa e Condé Nast Mag Accessory, definito sempre su Facebook “the magazine for people who loves accessories”] assumendo personale non giornalistico destinato a creare e gestire contenuti. Continua inoltre ad alimentare pericolosamente la commistione tra pubblicità e informazione autorizzando esponenti del marketing a intervenire direttamente nelle produzioni giornalistiche o addirittura a coordinarle. […] Quello che sta accadendo in Condé Nast non è una faccenda isolata che riguarda solo i giornalisti dipendenti della casa editrice. Si tratta di un attentato alla professione e al contratto che avrà ricadute su tutta la categoria». Ovviamente alle cinque giornaliste va tutta la mia solidarietà per la situazione difficile, ma l’idea atavica, dietro la quale molto spesso ci si maschera, di un rifiuto del coordinamento, anche, da parte del marketing è decisamente da rimuovere. Parlavo proprio pochi giorni fa con un manager di un publisher che fa anche branded content che mi raccontava come abbia al proprio servizio tre persone allo scopo. Tre persone che guadagnano quanto un solo giornalista, iper tutelato, che scrive un pezzo al giorno. Quando un comitato di redazione fa quello che pare essere un tazebao affisso nelle Università ai tempi che furono, concludendo che «i giornalisti sono diventati oggi un bersaglio e rischiano di non essere più in grado di assolvere al loro compito di difesa della corretta informazione, pilastro della democrazia e della libertà», in riferimento a giornalisti, con tutto il rispetto per definizione, che nel caso specifico si occupano di moda, fa una battaglia di retroguardia che indebolisce ulteriormente non solo i publisher ma i giornalisti stessi.

 

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Pier Luca Santoro

Marketing & Communication at DataMediaHub
Pier Luca Santoro è un esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence. Project Manager @DataMediaHub . Dal 1998 opera come consulente per progetti di posizionamento strategico, organizzazione, comunicazione & formazione per aziende pubbliche e private, associazioni di categoria e amministrazioni pubbliche. Sperimentatore e creativo ha sviluppato un’esperienza significativa nell’ambito dell’edutainment, nell’utilizzo dei giochi come medium e la gamification.
Dal 1987 in poi é stato responsabile del marketing e dell’organizzazione commerciale di grandi imprese [Star, Giuliani, Bonomelli].
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