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Una selezione ragionata delle notizie su media, giornalismi e comunicazione da non perdere, commentate.

  • Il mistero buffo del credito d’imposta sugli investimenti pubblicitari – La storia del credito d’imposta sugli investimenti pubblicitari è degno di una telenovela brasiliana, forse strappa più sorrisi che lacrime, a raccontarla, o forse no.  Con il decreto legge 24 aprile 2017, n. 50, convertito con modificazioni dalla legge 21 giugno 2017, n. 56 è stato introdotto, a partire dal primo gennaio 2018 un contributo pari al novanta per cento per le piccole e medio imprese e del 75 per cento per le altre rispetto al valore degli investimenti incrementali effettuati su giornali e televisioni. E iniziano i pasticci. La potentissima FIEG, la Federazione Italiana Editori Giornali, si legge la norma a modo suo e decide che la data non è il primo gennaio 2018, come scritto a chiare lettere nella legge, ma quella di pubblicazione della stessa sulla Gazzetta Ufficiale. E inizia una tambureggiante campagna sulle testate  degli editori associati invitando le imprese ad investire in pubblicità sui giornali, in presenza di un contributo. L’urgenza e l’improrogabile necessità sono una costante, e quindi con il decreto legge 16 ottobre 2017, n. 148, il legislatore certifica che la FIEG aveva fatto una campagna pubblicitaria sulla base di un presupposto inesistente ma, comunque, gli concede una sorta di condono, chiamiamolo pubblicitario, ed estende il beneficio agli investimenti incrementali fatti da giugno 2017. Il credito d’imposta, quindi, viene concesso per investimenti effettuati prima dell’approvazione della legge, anzi del decreto legge, ma le regole del gioco devono essere scritte; subito. E qua iniziano i problemi. Infatti, il sostegno all’informazione non rientra nel novero del regime degli aiuti di Stato, perché è un contributo al pluralismo. Ma questi contributi sono rivolti alle imprese che operano negli altri settori, quindi, è necessario notificare la misura all’Unione europea. Ed attendere l’autorizzazione. O sottoporla al regime del de minimis, il che significa scontentare le grandi imprese. Che sono quelle cui la Fieg si rivolge. Intanto il 2017 praticamente è finito e del regolamento non c’è traccia. Correttamente il Dipartimento informazione ed editoria pubblica verso la fine di dicembre una nota con il quale dice quali saranno i contenuti del regolamento; che non c’è. Passa il tempo, la Fieg incalza, ma soprattutto arrivano i giorni delle predisposizioni dei bilanci di esercizio; e dei budget; ma del regolamento non c’è traccia. Qualche giorno fa il Dipartimento per l’informazione e l’editoria ha ripubblicato i criteri, giusto a dire, non ci siamo dimenticati; intanto la telenovela continua. Decidete voi, se ridere o piangere.
  • Il guaio di provare a fare business in casa d’altri  – L’elemento che sicuramente suscita più scontento e più polemiche tra i “creator”, i creatori di contenuti, è la modalità con cui le piattaforme gestiscono la base utenti fidelizzata da un produttore. Chi negli anni si è creato milioni di follower su YouTube non ha nessun modo di reclamare per sé quegli utenti. Lo stesso vale per Facebook e altre piattaforme: tutto deve avvenire all’interno della piattaforma stessa. In nessun modo è possibile esportare l’elenco delle email dei propri sostenitori per informarli che il canale si sta trasferendo in un’altra destinazione. Si capisce facilmente come questa impostazione inderogabile porti un enorme vantaggio alle piattaforme, rendendo di fatto i creator incatenati sulle stesse, pena la perdita di tutta la base utenti conquistata. Ma non solo, perché per i creator questa è un’importante perdita di potenziali ricavi: basti pensare che il valore di un sottoscrittore di un canale video può portare a un creator circa 0.10 dollari l’anno, mentre uno stesso utente contattabile via email ha un valore potenziale di 1.25 dollari all’anno. Interessante analisi sull’abbraccio mortale delle piattaforme che conferma ancora una volta, in caso di dubbi, come i social non siano piattaforme di distribuzione.
  • Gli italiani passano 45 ore al mese connessi da mobile – Gli italiani che accedono mensilmente a Internet da Mobile [Smartphone e Tablet] sono 31,1 milioni: di questi, il 37% utilizza solo dispositivi mobili [più di chi usa solo il Pc]. Tale percentuale aumenta fino al 61% se si guarda il giorno medio. Sono quindi oltre 11 milioni gli italiani che accedono a Internet esclusivamente da Mobile, mentre la restante parte usa anche il Desktop. Lo scorso anno, a Marzo, si è registrato lo storico superamento del numero di utenti che navigano solo da device mobili rispetto ai Pc-only, come del resto confermano anche i dati Audiweb. Il tempo medio trascorso a navigare da Mobile rappresenta il 64% del totale speso online ed è pari a circa 45 ore al mese: di queste, l’88% è consumato all’interno di un’app, tuttavia a concentrare gran parte dell’attività online da smartphone è un numero limitato di applicazioni, essenzialmente di proprietà di Google e Facebook.  Queste alcune delle evidenze, emerse dall’Osservatorio Mobile B2c Strategy della School of Management del Politecnico di Milano, che confermano come il duopolio sia sempre più stringente. Come una bicicletta che insegue un’auto da Formula 1. Tra le regole e l’innovazione dei mercati la corsa si fa sempre più impari, l’intervento normativo – quando si ritiene sia necessario – si rivela più complesso del previsto [vedi Web tax] o non può che essere parziale [vedi Fintech].
  •  A Gennaio 2018 in Italia registrate 25 milioni di interazioni su Instagram relativamente a programmi TV –  Nel mese di gennaio su Instagram sono state rilevate 25 milioni di interazioni [ovvero commenti e like] generate da post relativi a tutti i contenuti trasmessi da 36 emittenti italiane e da Netflix. Il 42% dei commenti su Instagram è avvenuto in giorni diversi dalla messa in onda dei programmi, a fronte del 46% su Facebook e del 16% su Twitter. Ciò conferma le peculiarità dei tre social network nella loro capacità di estendere l’interesse verso i contenuti TV ben oltre il periodo di messa in onda. Le interazioni su Instagram sono polarizzate su pochi generi televisivi:  sempre nel primo mese dell’anno, il 50% delle interazioni si è riferito a eventi sportivi live, il 30% a talent e reality show. Anche se con una concentrazione più bassa, la stessa situazione si riflette su Facebook. Nel caso di Twitter, invece, la distribuzione dei commenti è più omogenea, con quote significative anche per talk show, dibattito politico, intrattenimento e serie TV. Una delle caratteristiche peculiari di Instagram, che sta trovando conferma anche in ambito Social TV, è la rilevanza di vip e influencer nel generare engagement. Considerando 10 show tra quelli più commentati delle ultime settimane, emerge che gli account di personaggi televisivi, VIP e influencer su Instagram sono più performanti rispetto a quelli degli editori e produttori dei programmi:  nel caso di Instagram, il 57% delle interazioni è stato generato da post pubblicati da personaggi del cast, ospiti o VIP presenti nel programma, su Facebook il 46% e su Twitter il 24%. Secondo quanto dichiarato da Luca Bordin, General Manager Media Sales&Solutions di Nielsen, «Questo aspetto rappresenta per agenzie e influencer un’opportunità di monetizzazione, ma allo stesso tempo lascia ai broadcaster grandi margini di crescita per valorizzare, anche attraverso Instagram, i propri contenuti e le relative attività di marketing. In sintesi Instagram rappresenta a oggi una opportunità tutta da scoprire per gli attori dell’ecosistema della Social TV». Tutto questo finché anche Instagram non inizierà a chiudere i cordoni dell’algoritmo, naturalmente.
  • Un calcio al social media specialist – La Federazione Italiana Rugby è alla ricerca di un Social Media Specialist da inserire all’interno della propria Area Comunicazione per ottimizzare l’interazione con la propria fan-base e accrescere e gestire il proprio database, si legge sul sito della FIR. Nella job description si legge che le responsabilità della figura ricercata – alla quale viene offerto un contratto di collaborazione annuale – saranno di Sviluppare e rendere operativa la strategia social media attraverso definizione degli obiettivi delle singole piattaforme, linee di racconto adeguate, identificazione del pubblico; Generare e curare la pubblicazione quotidiana di contenuti quotidiani coerenti al piano di comunicazione della Federazione, costruendo un rapporto significativo con la comunità virtuale e incoraggiandola all’interazione; Moderare i contenuti e i commenti degli utenti sulla base delle policy online della Federazione; Sviluppare e gestire il calendario editoriale social; Analizzare costantemente i dati dei social per garantire un costante miglioramento delle performance; Collaborare con la struttura della Federazione [Biglietteria, Markering, Eventi, Commerciale] per definire azioni di comunicazione social coordinate e adeguate alle necessità dei settori, nel rispetto della coerenza del piano di comunicazione. Allo scopo sono richiesti, tra gli altri, i seguenti requisiti: 3-5 anni di esperienza professionale in analoga posizione, in azienda consumer oriented o in ambito sportivo di alto livello; Comprovata esperienza nell’uso dei social media e nell’analisi dei dati; Adeguata competenza nel web-design, nel web-development, CRO e SEO; Capacità a lavorare sottopressione e con dead-line ridotte; Eccellenti capacità redazionali, di racconto e di sviluppo di contenuti visuali/multimediali. Il tutto per una retribuzione lorda annua di 24milla euro, pari orientativamente a 1.460 euro netti al mese. No comment!
  • La sharing economy ci rende più poveri – La sharing economy è stata salutata come un astro dell’efficienza. Ambientalmente rispettosa. Socialmente giusta. Guai a chi ne avesse evidenziato i limiti, sarebbe stato marchiato subito nel girone dei “cattivi”. Una voce controcorrente è quella di Riccardo Staglianò, scrittore e inviato di Repubblica. Con il suo “Lavoretti. Così la sharing economy ci rende tutti più poveri”. Nell’intervista pubblicata su una delle testate di Gedi News Network, polo di giornali di recente costituzione di cui è capofila La Stampa, si legge che «Perché la gig economy è la soluzione che la Silicon Valley escogita a un problema reale. Ovvero il fatto che, con la Grande recessione, sempre più persone non riescono più ad arrivare alla fine del mese. Che fare? L’idea è costruire piattaforma attraverso le quali fare qualche soldo. Dunque se hai un’auto, adesso la trasformi in mezzo di produzione. Idem se ti avanza una stanza in casa. Senza la crisi nessuno si sarebbe messo un estraneo in casa o sul sedile di dietro. La gig economy è la risposta sbagliata a una domanda giusta. Bisogna invece chiedersi: perché a un certo punto c’è stato bisogno di arrotondare? La risposta è uno smottamento quarantennale, e non casuale, del valore del lavoro. Di cui l’economia dei lavoretti è l’ultimo gradino». Proseguendo, «Silicon Valley è diventata da tempo una centrale ideologica. Afflitta da quella che Evgeny Morozov chiama il soluzionismo, ovvero la perniciosa illusione che non esista problema al quale la tecnologia non possa fornire una soluzione. La realtà è invece molto più complessa». Libro assolutamente da acquistare, sia perchè nella versione ebook ha un costo più che ragionevole, che, soprattutto, per la lucidità dell’analisi. Chi mette al primo posto la tecnologia senza pensare alle persone è sicuramente uno sprovveduto, a volte anche un truffatore, o entrambi.
  • Ora anche l’influencer marketing ha un’ICO e una sua criptovaluta – Il 9 febbraio il progetto SocialMedia.Market ha lanciato la sua ICO, che ha il potenziale di trasformare nell’immediato il settore dell’influencer marketing. il fondatore e CEO della SocialMedia.Market, Dmitry Shyshov, spiega che «La blockchain consente di scrivere i termini dell’accordo di partnership nel codice, sotto forma di contratti intelligenti, che quindi esistono sulla blockchain garantendo che le condizioni della campagna pubblicitaria corrispondano al suo costo. Il che è conveniente per tutti: il cliente può essere certo che le sue richieste saranno soddisfatte in tempo e il blogger potrà contare su degli incentivi. Ad esempio, se il coinvolgimento del pubblico con il progetto supera l’indicatore KPI richiesto, la blockchain consentirà di fornire bonus aggiuntivi all’influencer, incoraggiandolo a fare un lavoro ancora migliore. Tutto ciò rende la campagna pubblicitaria più efficace» Ricordando che «In questo momento, se si desidera posizionare una pubblicità sulla pagina di qualcuno su un social network, sono possibili tre soluzioni principali: acquistare un database di influencer e quindi procedere da soli, utilizzare un sistema di pubblicità automatica con funzionalità molto limitate o assumere un esperto di agenzia pubblicitaria che raccoglierà un database di influencer per te e assegnerà vari contratti tra questi senza rivelarti il loro valore reale o senza permetterti di scegliere esattamente come promuovere il tuo prodotto. Come puoi vedere, nessuna di queste soluzioni risulta essere particolarmente efficace. E se sei agli inizi, c’è il rischio che il tuo progetto si perda nella confusione, il tutto mentre paghi un sacco di soldi e non ottieni alcun ritorno sull’investimento». Non so se sia davvero una criptovaluta la soluzione giusta, o se quantomeno possa essere un supporto sensato, quel che è certo è che dal mio personalissimo osservatorio di progetti di influencer marketing fatti bene in Italia ne vedo davvero pochi.

 

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