Digital Advertising in 3 Chart

Lo  IAB, Interactive Advertising Bureau, ha pubblicato pochi giorni prima di Natale l’Internet Advertising Revenue Report, rapporto realizzato da PricewaterhouseCoopers per conto dell’associazione di categoria che rappresenta oltre 600 aziende di comunicazione e pubblicità in USA e Unione europea, che riassume l’andamento degli investimenti pubblicitari online negli Stati Uniti.

Pur essendo cifre relative alla realtà di oltreoceano emergono aspetti che in termini di tendenza sono comunque d’interesse. Per questo motivo abbiamo estrapolato dal report le tre chart, i tre grafici, i cui dati, a nostro avviso, forniscono uno spaccato dei trend in atto.

1 – Concentrazione dei ricavi

Il 75% degli investimenti pubblicitari online viene raccolto da 10 player, percentuale che sale al 84% se si considerano i primi 25. Per tutti gli altri resta da spartirsi il restante 16%. Si tratta di un livello di concentrazione dei ricavi che, al di là di ogni altra considerazione possibile, fuga ogni dubbio su quanto e come coloro che basano il loro modello di business sulla raccolta pubblicitaria abbiano effettivamente possibilità di successo.

Al riguardo c’è chi ricorda che nel 1975  Robert Shea and Robert Anton Wilson nel loro libro scrissero che «un monopolio dei mezzi di comunicazione definirà un élite molto più puntualmente di quanto abbia fatto la celebrata formula marxista relativa ai mezzi di produzione» riferendosi al duopolio Google – Facebook. Vista la situazione è difficile non costatare quanto la profezia si stia avverando.

2 – Gli investimenti pubblicitari sui social

Se complessivamente gli investimenti pubblicitari online, search a pagamento inclusa, crescono del 23% quelli in social ads volano addirittura al + 37%. Come mostra il grafico sottostante, nell’ultimo quinquennio i budget allocati sui social si sono decuplicati circa. Poiché evidentemente nel complesso i budget aziendali non sono cresciuti di pari misura è ovvio dunque che questo vada a discapito di altri media, a cominciare dalla carta stampata come noto.

Quando dalle dichiarazioni di intenti passeremo ai fatti e Facebook inizierà, finalmente, a fatturare in Italia sapremo con minor approssimazione rispetto ad oggi il peso specifico per quanto riguarda il nostro Paese.

 

3 – Gli investimenti si basano sulle performance 

Tra frodi, tassi di visibilità effettiva degli annunci, bot e molto altro ancora per molto tempo le imprese hanno pagato in maniera non proporzionale rispetto a quanto investito basandosi sulle impression. Non a caso anche nel nostro Paese, finalmente, AB Italia ha lanciato un “bauty contest”, una gara, per individuare uno o più partner che certifichino la qualità dei bacini pubblicitari online.

Ecco che allora circa due terzi del mercato si basano sulle performance mentre ai CPM, alle tariffe basate sulle impression appunto, resta il 33%. Si tratta di una buona notizia non solo per una maggiore trasparenza ma anche perché potrebbe segnare la fine di click-baiting ed altre cattive pratiche.

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