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Una sele­zione ragio­nata del­le noti­zie su media, gior­na­li­smi e comu­ni­ca­zione da non per­dere, com­men­ta­te.

  • In Ita­lia il gior­na­li­smo è rima­sto al seco­lo scor­so — Pre­ca­ria­to, arti­co­li paga­ti tre euro e pres­so­ché nes­sun inse­ri­men­to di nuo­ve risor­se, sono la costan­te degli ulti­mi cin­que anni, alme­no, nell’editoria del nostro Pae­se. Ecco che allo­ra Vit­to­ria Tra­ver­so [*], gio­va­ne gior­na­li­sta ita­lia­na che dopo il master di gior­na­li­smo del­la Colum­bia Uni­ver­si­ty è rima­sta all’estero a svol­ge­re il suo lavo­ro, rac­con­ta la sua visio­ne, e la sua espe­rien­za, oltreo­cea­no a Ros­sel­la Noc­ca. Tra le altre cose si leg­ge che «Ad oggi le mag­gio­ri testa­te ita­lia­ne ven­go­no gesti­te come orga­niz­za­zio­ni del seco­lo scor­so, sia come model­lo di busi­ness che come scel­te tema­ti­che. Si par­la tan­tis­si­mo di poli­ti­ca ita­lia­na, pochis­si­mo di temi che sono già impor­tan­ti e saran­no fon­da­men­ta­li in un futu­ro pros­si­mo ven­tu­ro, come l’intelligenza arti­fi­cia­le, il cam­bia­men­to cli­ma­ti­co, l’invecchiamento del­la popo­la­zio­ne occi­den­ta­le e le migra­zio­ni». Pro­se­guen­do, «Un’ulteriore dif­fe­ren­za tra il gior­na­li­smo ame­ri­ca­no e quel­lo ita­lia­no è l’apertura al cam­bia­men­to, sia in ter­mi­ni di mez­zi, come il digi­ta­le, che a livel­lo di con­te­nu­ti. Ovvia­men­te l’avvento del digi­ta­le ha mes­so in cri­si il set­to­re anche qui, ma c’è sta­ta la capa­ci­ta di rea­gi­re e aprir­si a nuo­ve stra­de». Per con­clu­de­re che «Altra enor­me dif­fe­ren­za, la pre­sen­za di don­ne e gio­va­ni in que­sto set­to­re. Nel­la mia reda­zio­ne sia­mo pre­va­len­te­men­te don­ne con meno di 40 anni. Ovvia­men­te c’è anco­ra mol­ta stra­da da fare per quan­to riguar­da la diver­si­tà etni­ca, ma è sicu­ra­men­te un tema che mol­te reda­zio­ni stan­no cer­can­do di affron­ta­re. In Ita­lia il mon­do dell’informazione è in mano a uomi­ni di sessant’anni e soprat­tut­to, la diver­si­tà è un con­cet­to che non vie­ne discus­so». Quan­do ero bam­bi­no gira­va una bar­zel­let­ta che for­se qual­che mio coe­ta­neo ricor­de­rà. Se la memo­ria non mi tra­di­sce reci­ta­va: «papà, papà, è lon­ta­na l’America?», «zit­to e nuo­ta, figlio­lo». Ecco! Vale per quel­li che pen­sa­no che quel che suc­ce­de negli USA pri­ma o poi arri­va nel nostro Pae­se.
  • Open inno­va­tion — Nono­stan­te la cre­scen­te atten­zio­ne, in Ita­lia il nume­ro di impre­se che adot­ta con­sa­pe­vol­men­te e in modo siste­ma­ti­co pro­get­ti di open inno­va­tion è anco­ra limi­ta­to, pari al 28%, di cui solo il 7% da più di tre anni. Ma chi lo fa ne è sod­di­sfat­to, non abban­do­na l’iniziativa e la strut­tu­ra con meto­di sem­pre più com­ple­ti e siste­ma­ti­ci. A que­sto dato si aggiun­ge un 32% di azien­de che non ha anco­ra adot­ta­to pro­get­ti di inno­va­zio­ne aper­ta ma è inten­zio­na­to a far­lo a bre­ve, men­tre il 20% non cono­sce il feno­me­no e un altro 20% non è inte­res­sa­to a svi­lup­pa­re que­sta tipo­lo­gia di ini­zia­ti­ve. Fra le impre­se che adot­ta­no ini­zia­ti­ve di Open Inno­va­tion, il 23% pra­ti­ca la cosid­det­ta “inbound open inno­va­tion” [o Outsi­de-in], il model­lo di inno­va­zio­ne aper­ta che incor­po­ra sti­mo­li ester­ni di inno­va­zio­ne all’interno dei pro­ces­si. Il 73% di que­ste impre­se svi­lup­pa col­la­bo­ra­zio­ni con uni­ver­si­tà e cen­tri di ricer­ca, il 56% svol­ge azio­ni di star­tup Intel­li­gen­ce, il 49% rea­liz­za Call4Ideas e con­te­st ester­ni, il 34% com­pie azio­ni di part­ner scou­ting su for­ni­to­ri tra­di­zio­na­li o con­du­ce hac­ka­thon, data­thon e appa­thon, men­tre sol­tan­to il 14% fa cro­wd­sour­cing. Meno segui­ta inve­ce la pra­ti­ca di Inbound inno­va­tion secon­do leve stra­te­gi­co-finan­zia­rie come i cor­po­ra­te incu­ba­tor e acce­le­ra­tor (20%), le acqui­si­zio­ni [19%] e l’istituzione di cor­po­ra­te ven­tu­re capi­tal per entra­re nell’equity di ini­zia­ti­ve impren­di­to­ria­li [12%]. Mol­to meno dif­fu­se sono le azio­ni di out­bound inno­va­tion [o Insi­de-out], il model­lo che ester­na­liz­za sti­mo­li di inno­va­zio­ne inter­na, avvia­te sol­tan­to dal 9% di chi pra­ti­ca l’Open Inno­va­tion. Il 22% di que­ste impre­se svi­lup­pa joint ven­tu­re con altre real­tà impren­di­to­ria­li, il 12% model­li di busi­ness a piat­ta­for­ma, l’8% pra­ti­ca il licen­sing dei pro­pri pro­dot­ti. Seguo­no atti­vi­tà di dona­zio­ne [3%], spin-off e ven­di­ta di bre­vet­ti [entram­bi al 3%]. Sono alcu­ni risul­ta­ti del­la ricer­ca degli Osser­va­to­ri Digi­tal Tran­sfor­ma­tion Aca­de­my e Star­tup Intel­li­gen­ce , pre­sen­ta­ta que­sta set­ti­ma­na al Con­ve­gno “Cor­po­ra­te Entre­pre­neur­ship e Open Inno­va­tion: inno­va­re con un occhio alle star­tup!”. Non aprir­si all’esterno è una del­le tan­te mio­pie del­le impre­se ita­lia­ne che spes­so lo fan­no cre­den­do così di non sve­la­re i pro­pri pia­ni alla con­cor­ren­za quan­do basta una fin­ta sele­zio­ne di per­so­na­le per venir­li a sape­re, men­tre il prez­zo che si paga è il fal­li­men­to entro un anno del 90% dei pro­dot­ti lan­cia­ti. Era il lon­ta­no 1960 quan­do sull’Harvard Busi­ness Review l’economista e pro­fes­so­re Theo­do­re Levitt pub­bli­cò per la pri­ma vol­ta un suo cele­bre docu­men­to usan­do il ter­mi­ne mar­ke­ting myo­pia, pare sia anco­ra di attua­li­tà.
  • Che s’adda fa’ pe’ cam­paDove­Club, ema­na­zio­ne del­la rivi­sta di viag­gi del grup­po RCS, lan­cia “Par­ti con le fir­me più auto­re­vo­li del tuo quo­ti­dia­no”, pro­po­nen­do “In viag­gio con Cor­rie­re del­la Sera”, una serie di tour in Ita­lia e nel mon­do accom­pa­gna­ti dal­le fir­me più auto­re­vo­li del quo­ti­dia­no di via Sol­fe­ri­no. Si va dall’Andalusia, in com­pa­gnia di Andrea Nica­stro, cor­ri­spon­den­te per la Peni­so­la Ibe­ri­ca e oggi invia­to spe­cia­le per gli este­ri, a Napo­li, con Mario Garo­fa­lo, ori­gi­na­rio di Napo­li, capo­re­dat­to­re cen­tra­le al Cor­rie­re del­la Sera, pas­san­do per Dubai-Abu Dha­bi, assie­me a Gui­do Olim­pio, invia­to per il gior­na­le negli Sta­ti Uni­ti dal 2007, e mol­to altro anco­ra per un tota­le di 14 pac­chet­ti turi­sti­ci. Pos­so imma­gi­na­re l’entusiasmo dei gior­na­li­sti ridot­ti ad accom­pa­gna­to­ri di gitan­ti. Quan­do scri­vo che i club, con una giu­sta pro­por­zio­ne tra van­tag­gi di acces­so [con­te­nu­ti], mate­ria­li [scon­ti, offer­te], psi­co­lo­gi­ci e di rico­no­sci­men­to [l’appartenenza, affi­ni­tà] sono l’opzione miglio­re per svi­lup­pa­re un model­lo di busi­ness soste­ni­bi­le per un gior­na­le, inten­do che pro­po­ste qua­li quel­la di Dove­Club devo­no esse­re inte­gra­te in un pac­chet­to di mem­ber­ship che resta, a mio avvi­so natu­ral­men­te, l’opzione più inte­res­san­te con­tra­ria­men­te a pay­wall poro­si che, pro­prio nel caso del Cor­rie­re del­la Sera, ren­do­no poche miglia­ia di abbo­na­ti, non, come in que­sto caso inve­ce a livel­lo di pro­po­ste “stand alo­ne”. Visto che una del­le pro­po­ste di viag­gio è pro­prio a Napo­li, chiu­dia­mo­la così come si direb­be in una bat­tu­ta alle pen­di­ci del Vesu­vio: che s’adda fa’ pe’ cam­pa…
  • Il 2017 su Insta­gram — Insta­gram, il più popo­la­re social net­work al mon­do per con­di­vi­de­re foto­gra­fie, ha pub­bli­ca­to una serie di dati e clas­si­fi­che sul 2017: i con­te­nu­ti che han­no rice­vu­to più mi pia­ce, gli account più segui­ti, gli hash­tag più uti­liz­za­ti, i luo­ghi in cui la gen­te si è loca­liz­za­ta di più, i fil­tri più usa­ti, e gli account con le sto­rie più viste. E addi­rit­tu­ra gli account di ani­ma­li più segui­ti. La pri­ma cosa che si nota, è che han­no coman­da­to soprat­tut­to due cele­bri­tà: la can­tan­te Sele­na Gomez e il cal­cia­to­re por­to­ghe­se del Real Madrid Cri­stia­no Ronal­do. Non solo sono i due più segui­ti, ma han­no anche com­ples­si­va­men­te otto del­le die­ci foto con più mi pia­ce, e set­te dei die­ci video. Un’altra cosa note­vo­le, vista da qui, è che la fashion blog­ger Chia­ra Fer­ra­gni è al sesto posto tra gli account le cui sto­rie sono più viste al mon­do. I fil­tri più uti­liz­za­ti sono sta­ti Cla­ren­don, Gin­gham, Juno, Lark e Moon. Men­tre inve­ce i Face Fil­ters più usa­ti per le Insta­gram Sto­ries sono sta­ti Pup­py, Bun­ny, Koa­la, Genius e Love [qui la lista com­ple­ta]. Infi­ne, l’animale dome­sti­co più segui­to è jif­f­pom, pelu­che da 7.1 milio­ni di fol­lo­wer che distac­ca di gran lun­ga il secon­do clas­si­fi­ca­to tra gli ani­ma­li con mag­gior nume­ro di per­so­ne che li seguo­no: nala_cat, gat­to [vero] con 3.5 milio­ni di fol­lo­wer. Chia­ma­te il vostro psi­co­lo­go di fidu­cia e fate­vi spie­ga­re cosa signi­fi­ca tut­to que­sto.
  • Il let­to­re è un clien­te? — I frui­to­ri di con­te­nu­ti d’informazione di attua­li­tà sono clien­ti? E clien­ti di chi? Potrem­mo dire che lo sono cer­ta­men­te colo­ro che acqui­sta­no un pro­dot­to car­ta­ceo o sot­to­scri­vo­no un abbo­na­men­to alla digi­tal edi­tion, la repli­ca digi­ta­le del­le edi­zio­ni car­ta­cee dei quo­ti­dia­ni. Tra gli indi­vi­dui onli­ne si sti­ma che il pri­mo seg­men­to [let­to­ri car­ta­cei] inte­res­si cir­ca il 15% degli indi­vi­dui men­tre il secon­do seg­men­to è com­po­sto da due indi­vi­dui onli­ne su 100. La mag­gio­ran­za dell’utenza Inter­net, anche se cer­ca e frui­sce atti­va­men­te di con­te­nu­ti di attua­li­tà, non si può con­si­de­ra­re clien­te del­le testa­te d’informazione a cui si rivol­ge. Non c’è scam­bio eco­no­mi­co e quin­di non c’è una richie­sta espli­ci­ta di valo­re del pro­dot­to e livel­lo di ser­vi­zio da par­te del clien­te, per­ché non esi­ste il clien­te. Que­sto è un gros­so pro­ble­ma per l’industria dell’informazione onli­ne e, più in gene­ra­le, per l’intero siste­ma dell’informazione. Il model­lo tra­di­zio­na­le, basa­to su metà rica­vi gene­ra­ti dal­le ven­di­te dei pro­dot­ti edi­to­ria­li [rica­vi dif­fu­sio­na­li] e metà sul­la ven­di­ta dell’attenzione dei let­to­ri [rica­vi pub­bli­ci­ta­ri], è sta­to por­ta­to nell’online pen­san­do che la pri­ma metà fos­se irri­me­dia­bil­men­te per­du­ta. Così si è pro­dot­ta una situa­zio­ne in cui un let­to­re onli­ne gene­ra un rica­vo pub­bli­ci­ta­rio pari al prez­zo di un caf­fè al mese: dav­ve­ro non era pos­si­bi­le un’alternativa? L’affidamento alla sola risor­sa pub­bli­ci­ta­ria ha pro­dot­to un note­vo­le affol­la­men­to pub­bli­ci­ta­rio e si è fini­to per gene­ra­re quel mostro di user expe­rien­ce che è oggi la let­tu­ra di un quo­ti­dia­no onli­ne, una cor­sa a osta­co­li tra ban­ner e video per riu­sci­re a leg­ge­re un con­te­nu­to [cer­ca­to e desi­de­ra­to e, quin­di, con un valo­re]. milio­ni di per­so­ne in Ita­lia han­no nota­to che la user expe­rien­ce del Web è mol­to miglio­re dopo aver instal­la­to un Ad Block. Nes­su­na par­ti­co­la­re ideo­lo­gia, nes­sun astio ver­so le testa­te onli­ne, nes­sun movi­men­to “a dife­sa del navi­ga­to­re”: le per­so­ne tro­va­no che sia una solu­zio­ne miglio­re, han­no il pote­re di far­lo e lo fan­no. Que­sta è l’era del clien­te. Mi [ap]pare tal­men­te chia­ro che non cre­do ci sia altro da aggiun­ge­re.
  • eVC­PM — I fal­si clic sono par­ti­co­lar­men­te ver­sa­ti­li e non si limi­ta­no più a un mero traf­fi­co di bot. Tec­ni­che sofi­sti­ca­te cau­sa­no un’inattendibile con­ta­bi­li­tà dell’inventario e rac­chiu­do­no il peri­co­lo di per­de­re rica­vi sul­le pagi­ne degli edi­to­ri. Inol­tre, per gli inser­zio­ni­sti, anche l’avere ambien­ti media­li adat­ti e una visi­bi­li­tà otti­ma­le risul­ta­no di impor­tan­za deci­si­va. Per­tan­to alcu­ne del­le prin­ci­pa­li sfi­de a cui gli edi­to­ri si tro­va­no dinan­zi è l’ottimizzazione del­la visi­bi­li­tà degli annun­ci, l’eliminazione del­la fro­de e la garan­zia di posi­zio­na­men­ti sicu­ri per il brand. In un’epoca di fro­di sofi­sti­ca­te, quin­di, i para­me­tri di nego­zia­zio­ne abi­tua­li stan­no diven­tan­do obso­le­ti, in quan­to non dif­fe­ren­zia­no tra bot e inte­ra­zio­ni uma­ne. Un para­me­tro deci­si­vo desti­na­to a impor­si nel pros­si­mo futu­ro è il valo­re di viewa­bi­li­ty otti­miz­za­to: effec­ti­ve Viewa­ble CPM – eVC­PM. Esso con­fron­ta l’attenzione rea­le e il valo­re mone­ta­rio e pro­met­te agli inser­zio­ni­sti una mag­gio­re sicu­rez­za, in quan­to saran­no cal­co­la­te sol­tan­to le pub­bli­ci­tà effet­ti­va­men­te visualizzate.Al fine di garan­ti­re un deter­mi­na­to nume­ro di pub­bli­ci­tà visua­liz­za­bi­li, gli inser­zio­ni­sti pos­so­no uti­liz­za­re tec­no­lo­gie che otti­miz­za­no la visi­bi­li­tà. L’eVCPM si sta dun­que affer­man­do come metri­ca qua­li­ta­ti­va per una misu­ra­zio­ne effi­ca­ce. Il pros­si­mo pas­so sarà quel­lo di smet­te­re di com­pra­re impres­sion “un tan­to al chi­lo”, spe­ria­mo.
  •  C’è un sito che rac­co­glie le coper­ti­ne rifiu­ta­te dal New Yor­ker — Per un illu­stra­to­re  riu­sci­re a dise­gna­re una cover del New Yor­ker non è per un’impresa faci­le. La com­pe­ti­zio­ne è for­tis­si­ma e nell’ambiente cir­co­la­no sto­rie di gen­te che ha con­ti­nua­to a pro­por­re idee per anni pri­ma di rice­ve­re anche solo una rispo­sta. Cer­to, per chi ce la fa, la sod­di­sfa­zio­ne è tan­ta: poche cose sono più pre­sti­gio­se, per un illu­stra­to­re. Ryan, Gash e Dylan sono solo tre degli crea­ti­vi rego­lar­men­te rifiu­ta­ti, che han­no avu­to un’idea sem­pli­ce e genia­le: apri­re un sito, il Not Yor­ker, in cui rac­co­glie­re tut­te le coper­ti­ne man­ca­te. L’intento del trio è quel­lo di rac­co­glie­re coper­ti­ne rifiu­ta­te di dise­gna­to­ri poco cono­sciu­ti ma anche di illu­stra­to­ri famo­si, abi­tua­ti a riscuo­te­re un cer­to suc­ces­so. «Può suc­ce­de­re anche ai gran­di di ave­re del­le idee che non van­no bene e di vede­re tor­na­re indie­tro la pro­pria pro­po­sta», ricor­da Dylan, pri­ma di con­fi­da­re che anche lui ha già dovu­to rifiu­ta­re una coper­ti­na rifiu­ta­ta, che in un cer­to sen­so col­pi­va il New Yor­ker stes­so, e quin­di non anda­va bene. «La nostra è una let­te­ra d’amore, non di odio», ha det­to. Il sito è un’idea entu­sia­sman­te non solo per i fan del set­ti­ma­na­le e per chiun­que apprez­zi il deli­ca­to e intel­li­gen­te umo­ri­smo tipi­co di que­sto tipo di illu­stra­zio­ni, ma anche per gli aspi­ran­ti illu­stra­to­ri di tut­to il mon­do, visto che darà for­ma a uti­le data­ba­se di pro­po­ste, alcu­ne del­le qua­li comun­que bel­lis­si­me. Da vede­re asso­lu­ta­men­te. 

[*] Edit: Ori­gi­na­ria­men­te la nar­ra­zio­ne era sta­ta attri­bui­ta a Ros­sel­la Noc­ca che inve­ce è la gior­na­li­sta che l’ha rac­col­ta. Si rin­gra­zia Mario Tede­schi­ni Lal­li per la segna­la­zio­ne e ci si scu­sa per l’errore.

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Pier Luca Santoro

Marketing & Communication at DataMediaHub
Pier Luca Santoro è un esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence. Project Manager @DataMediaHub . Dal 1998 opera come consulente per progetti di posizionamento strategico, organizzazione, comunicazione & formazione per aziende pubbliche e private, associazioni di categoria e amministrazioni pubbliche. Sperimentatore e creativo ha sviluppato un’esperienza significativa nell’ambito dell’edutainment, nell’utilizzo dei giochi come medium e la gamification.
Dal 1987 in poi é stato responsabile del marketing e dell’organizzazione commerciale di grandi imprese [Star, Giuliani, Bonomelli].
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