La Bufala della Boschi ai Funerali di Riina e l’Antidoto della Rete

Da giorni si parla dell’ennesima bufala diffamatoria virale, quella a danno di Maria Elena Boschi e di Laura Boldrini ritratte allo pseudo-funerale di Riina. Ovviamente, la foto viene da un altro evento [anche perché Riina non ha avuto funerali pubblici], e la bufala è stata spiegata per filo e per segno: si tratta di una foto ritoccata dei funerali di Emmanuel Chidi, il nigeriano ucciso da un italiano l’anno scorso.

Questo tipo di contenuti falsi si propaga seguendo una dinamica che ormai conosciamo molto bene e che ci fa scattare in modalità difensiva. La cosa interessante è che in molti degli articoli che ho letto il tipo di narrazione dà per scontato l’effetto devastante che bufale del genere producono, come fossero automaticamente accolte e rilanciate da migliaia di “creduloni”. Alcuni si sono fatti prendere la mano parlando addirittura di 14mila condivisioni, quando al momento dello screenshot del post incriminato [riportato dallo stesso articolo] erano circa 1440 [vedere qui].

Allora, a causa della mia deformazione da social media manager proveniente da lavoro di ufficio stampa vecchio stile, a mo’ di esperimento (incompleto e per nulla generalizzabile) mi sono preso la briga di fare un’analisi delle reazioni al contenuto, per capire se davvero una sciocchezza del genere fosse stata presa sul serio da così tanta gente.

Sono partito dal post originale, quello condiviso da Mario De Luise e riportato sia dalla Boschi nei suoi profili social [qui e qui] sia in diversi articoli. Purtroppo ho potuto lavorare sul post solo pochi minuti della mattina del 23 novembre, fino alle 12.08 [ora in cui ho fatto a titolo esemplificativo lo screenshot sotto riportato] perché poco dopo il contenuto è stato fatto sparire assieme all’intero profilo dell’utente che l’aveva diffuso (il link, ormai non funzionante, era questo. L’unica analisi che sono riuscito a fare è stata quella dei 375 commenti pubblicati sotto il post fino a quel momento.

Ho suddiviso i commenti in base al contenuto in tre categorie:

Consapevoli: chi ha mostrato nel suo commento di aver capito che si trattava di una bufala. Appartengono a questa categoria anche quelli che lo hanno espresso semplicemente postando il link a bufale.net o a butac.it, come anche quelli che lo hanno espresso in modo violento e scomposto insultando il postatore. L’importante, per entrare a far parte di questa categoria, era la chiara riscontrabilità di una consapevolezza nei confronti della falsità della notizia.

Creduloni: chi nei commenti ha manifestato di credere alla bufala. Fanno parte di questa categoria tutti i commenti che in modo esplicito o implicito hanno mostrato di prendere per buono il contenuto senza metterlo in dubbio, nemmeno in modo sfumato.

Neutri: tutti i commenti in cui non è stato possibile capire l’esatta posizione del commentatore, ad esempio perché contengono una domanda “ma è vero?”, oppure solo un insulto, o perché fanno una battuta, perché mettono solo emoji o GIF. Vanno in questa categoria anche tutti i commenti fuori tema, i tag, ecc. Insomma tutte le situazioni in cui non è possibile inserire chiaramente il commento nelle categorie 1 e 2, che sono il centro dell’analisi.

Ovviamente, trattandosi di un’analisi qualitativa con criteri non ferrei, le sfumature e i casi dubbi si sono presentati più di una volta. Ci sarebbe stato anche bisogno di un controllo ulteriore della suddivisione che non è stato possibile a causa della cancellazione del post. Nonostante questo, la nettezza dei risultati è tale che credo si possa accettare il coefficiente di imprecisione di alcune assegnazioni.

Ecco i risultati:
Commenti consapevoli: 241
Commenti creduloni: 36
Commenti neutri: 53

Il totale non fa 375 perché non sono stati conteggiati né i commenti dello stesso utente ripetuti più volte [per errori di invio o per compulsività], né i commenti simili ripetuti dallo stesso utente che precedentemente aveva espresso la sua opinione in altri modi, situandosi già in una delle 3 categorie. Sono stati inoltre ignorati i “sottocommenti”, cioè le interazioni successive a un commento, perché giudicate non rilevanti ai fini di individuare una stima di “reazione immediata” al contenuto primario.

Per quanto frutto di un’analisi rudimentale e parziale, questi numeri sembrano mostrare che a cascare nella bufala è stata solo una minoranza [10%], almeno per quanto riguarda i commenti.

Purtroppo è complesso tracciare tutte le condivisioni [ben 3.148 al momento dello screenshot] per valutare con quali testi di accompagnamento e in che modalità le persone hanno condiviso questo contenuto sui loro feed per confermare, o meno, la tendenza emergente dai commenti. Quel che è certo è che analizzando le condivisioni degli articoli delle principali testate del nostro Paese che riportavano come “la notizia”, l’immagine, fosse chiaramente falsa, si vede come queste siano di gran lunga superiori alle circa 3mila con l’articolo di Mattia Feltri che è stato condiviso 2122 volte su Facebook, quello del Fatto Quotidiano condiviso 2076 volte e quello di AGI condiviso 1792 volte. Ma anche quello del Sole24Ore condiviso 886 volte su Facebook e quello del Corsera condiviso 831 volte. Numeri che solo per queste cinque pubblicazioni sorpassano nettamente quelle di chi ha condiviso la foto falsata ad hoc.

Inoltre, valutando la reazione della Boschi su Twitter e Fb [postata alle 20:00 del 22 novembre], in base alla mia analisi sui commenti, ho osservato un flusso costante di “consapevoli” fin dalle prime ore e non ho notato particolari sbalzi o cambiamenti di clima da quel momento in poi.

In ogni caso, pur tenendo presente tutti i limiti, credo che questi risultati ci dicano perlomeno 3 cose:

1. È sì importante non sottovalutare l’effetto deleterio delle bufale, ma credo sia ancora più importante fare sempre analisi il più possibile approfondite sulla qualità delle reazioni che suscitano, per capire al meglio i reali effetti della disinformazione [anche perché è possibile farlo] e quindi combatterla efficacemente. Più che la ripetizione del cliché automatico del “ci sono cascati tutti” sarebbe utile dal punto di vista giornalistico raccontare con precisione “quanti ci sono cascati, come e perché”.

2. Anche se i commenti fossero solo un’anomalia rispetto al trend delle condivisioni, rappresenterebbero un’anomalia davvero interessante: si può creare cioè la situazione in cui un contenuto che da moltissimi viene preso per buono, riceva invece nei commenti la reazione dei più “consapevoli”; quasi a dire che chi si accorge di essere in presenza di disinformazione, non se la sente di lasciare un contenuto deleterio e tende a reagire, lasciando traccia della sua correzione.

3. Che siano un’anomalia o siano il trend, una cosa è certa: anche l’indignazione dei “consapevoli” ha in qualche modo aumentato l’engagement e quindi il peso del contenuto e la sua diffusione. Ignorarlo sarebbe stata forse una strategia più efficace per non contribuire alla diffusione [ma questo apre a un altro enorme tema che non possiamo affrontare qui]. Molto efficaci quelli che si sono concentrati a segnalare il post, visto che oltre alla bufala si configurava come palese diffamazione [che è un reato].

Infine, la considerazione di fondo che mi viene da fare è che sul tema disinformazione dobbiamo sempre tenere assieme il fattore umano e quello quello tecnologico. Oltre a richiedere trasparenza da parte delle piattaforme va anche fatto un lavoro per accrescere il livello di consapevolezza nella presenza online da parte delle persone, e su questo la stampa ha un importante compito. Non credo invece nei filtri o negli automatismi virtuosi [che non basteranno mai], ma soprattutto sono sicuro della totale inutilità dei cliché e dei facili allarmismi sul tema.

Bruno Mastroianni

Laureato in filosofia, giornalista, autore e social media manager de @LaGrandeStoria @RaiTre e della Multipiattaforma di @RaiUno (in particolare @_Techetechete). Docente di “Reti e social media” e di “Comunicazione politica e globalizzazione” alla Università Telematica Internazionale Uninettuno. Scrive di antropologia della comunicazione digitale (www.brunomastro.it). Ha pubblicato: "La disputa felice. Dissentire senza litigare sui social network, sui media e in pubblico" (Franco Cesati Ed. 2017).

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