Post-it

Una sele­zione ragio­nata delle noti­zie su media, gior­na­li­smi e comu­ni­ca­zione da non per­dere, commentate.

  • Digital Audio Advertising – Il futuro della pubblicità passa [anche] dalle orecchie delle persone. Nell’epoca che ha visto l’esplosione del video come strumento principe per intercettare e intrattenere i target, nuove praterie per gli investitori pubblicitari, in teoria, si aprono nel settore del digital audio advertising, un campo ancora vergine nel nostro Paese, che promette di offrire al sempreverde mezzo radiofonico nuove prospettive. Dopo la tv, la possibilità di trasmettere i propri contenuti via internet e in modalità on demand riguarderà presto anche l’intero settore radiofonico, andando a incidere sul mercato pubblicitario italiano nel suo complesso. Sul tema IAB Italia ha pubblicato le linee guida di questo nuovo mercato per determinarne gli standard di riferimento. Se “la nuova primavera” dei podcast si consoliderà potrebbe diventare interessante, in caso contrario sarà una nicchia di scarsa rilevanza, secondo me.
  • Data Dollar Store – Inaugurato a Londra un temporary shop, che vende opere e gadget dell’artista di strada di Ben Eine, con una particolarità: alla cassa non si paga né in sterline, né in euro o dollari, ma in “Data Dollar”, cioè con i dati privati contenuti nei nostri smartphone, siano essi un selfie o una conversazione su WhatsApp. L’esperimento è della società informatica Kaspersky, che con l’iniziativa ha voluto accrescere la consapevolezza degli utenti sul valore economico dei dati personali. Nei due giorni di apertura del negozio, ai clienti è stato chiesto di pagare con le foto, i video e i testi memorizzati sui loro smartphone. Le persone, spesso in modo del tutto inconsapevole, portano con sé ogni giorno una miniera d’oro. Quella di Kaspersky è una provocazione o un’idea di business?
  • Audi Che? – Venerdì scorso, il segnale della diretta di “Storie italiane”, programma condotto da Eleonora Daniele, si è interrotto per oltre dieci minuti: ha fatto il 19.5% di share. Da tempo, l’Auditel assomiglia a una barricata per tenere fuori gioco i nuovi player televisivi. Le cose sono due: o i dati sono sbagliati e irrilevanti, quando non falsati, e quindi questa storia del paese di “Don Matteo” è fortemente esagerata, oppure sono veri. E allora, dateci il monoscopio in prima serata. Anche le rilevazioni degli ascolti radiofonici, che dovevano uscire entro fine Settembre, sono state rimandate a data da destinarsi per “dissidi” sulla validità, o meno, dei dati. Ed ancora, anche per Audiweb ci sono spesso ironie, a volte comprensibili altre volte pour cause, sull’affidabilità dei dati da parte di molti addetti ai lavori. Insomma, rilevazioni ostaggio di interessi e personalismi che fanno danni a tutti, a cominciare dagli investitori pubblicitari ovviamente.
  • Facebook & Fake News – Facebook, contro le fake news sperimenta la possibilità di fornire più informazioni sugli articoli. Accusato in maniera sempre più insistente di favorire la circolazione di notizie false sulla propria piattaforma, Facebook corre ulteriormente ai ripari. Il social network più popoloso del pianeta ha deciso infatti di fornire un contesto agli articoli che compaiono nel tradizionale News Feed. Con la nuova funzione, un utente Facebook potrà premere un tasto virtuale «i» per ottenere informazioni addizionali su un articolo e sulla sua fonte, inclusi dettagli derivanti dal profilo Wikipedia di un gruppo editoriale, contenuti correlati e informazioni su come l’ articolo stesso viene condiviso. Se, probabilmente, le intenzioni sono buone, di fatto questo toglierà traffico anche ai siti di news “genuine” e non servirà comunque ad arginare il fenomeno, se non in minima parte, che è, anche, frutto del confirmation bias. Avanti il prossimo.
  • Contenuti “selling” Vs non “selling” – Il padre putativo del marketing, Philip Kotler, in un’intervista, tra le altre cose, parla di come può oggi un brand creare empatia con community digitali e consumatori always on, dichiarando che: «Sto distinguendo tra messaggi selling e contenuti non selling: sono questi ultimi il modo migliore per relazionarci coi nostri consumatori». Markets are conversations è la frase più citata e meno compresa, ma soprattutto meno applicata, degli ultimi 15 anni. Vediamo se ora che Kotler lo ribadisce a chiare lettere il concetto inizia, finalmente, ad entrare nella cultura corporate una volta per tutte.
  • Partakers – Chi sono i “Partakers”, gli italiani che parlano dei brand e con le aziende su internet, e perché lo fanno. Indignati delusi [37%], Propositivi risoluti (25%), Paladini sospettosi [16%] e Commentatori seriali [21%]. Questi i 4 profili dei Partakers, tracciati attraverso l’indagine che Nextplora ha effettuato su un campione di 800 italiani che sono soliti lasciare commenti su social network, blog, portali d’informazione e siti aziendali. Gli Indignati delusi Per il 63% donne, tra tutti i Partakers qui si trova una quota maggiore di adulti di fascia di età 45-54 anni [26%], e di residenti al Nord Est [45%].  I propositivi risoluti sono il gruppo di Partakers che presentano la più alta % di persone di età compresa tra i 35-44 anni [33%], con una maggiore presenza in Centro Italia rispetto agli altri. Per i paladini sospettosi la componente femminile è superiore nella media dei Partakers [68%] e più della metà sono giovani adulti tra i 25 e i 34 anni [51%], con maggiore presenza al Sud [44%].  I commentatori seriali hanno una quota più alta della media dei Partakers di giovani tra i 18-24 anni [21%], e una maggiore presenza di persone nel Nord Ovest [35%]. Archetipi interessanti su cui riflettere, anche se forse il campione è un po’ troppo ridotto in particolare per i valori delle ulteriori segmentazioni. Nella peggiore delle ipotesi, materiale di sicuro interesse per nuovi personaggi di Crozza.
  • Digital skills – «Attualmente l’Italia è intrappolata in un low-skills equilibrium, un basso livello di competenze generalizzato: una situazione in cui la scarsa offerta di competenze è accompagnata da una debole domanda da parte delle imprese». È questa l’amara conclusione a cui giunge il rapporto Ocse Strategia per le competenze focalizzato sull’Italia. E all’interno delle stesse aziende, e il riferimento nel report è a quelle a gestione familiare [sono più dell’85 per cento del totale, con circa il 70 per cento degli occupati], i modesti livelli di skill dei manager e dei lavoratori si combinano con bassi investimenti in tecnologie e con scarsa adozione di pratiche che ne migliorino la produttività. Questo genera “un circolo vizioso”: una situazione in cui la scarsa offerta di competenze è accompagnata da una debole domanda da parte delle imprese. Il risultato? Una performance economica dell’Italia, negli ultimi 15 anni, “piuttosto fiacca”. Rievocando un famoso titolo di giornale, fate presto!

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