Report Industria dell’informazione 2010-2017. Focus Editori di Quotidiani Quotati in Borsa

Come nostra abitudine ormai da qualche anno facciamo un’analisi dei bilanci dei cinque maggiori gruppi editoriali (che pubblicano quotidiani) aggregando i loro valori per capire le tendenze e le strategie di questi anni nel loro complesso. A nove anni esatti dal crollo della Lehman Brothers e la crisi finanziaria ed economica che ne è derivata è interessante prendere in considerazione l’andamento economico di questi cinque gruppi editoriali (che sono: Rcs, gruppo Espresso oggi Gedi Editoriale, gruppo 24 Ore, Caltagirone editore e Poligrafici editoriale) dal 2010 al primo semestre del 2017.

Si tratta del primo di tre report che abbiamo prodotto per fotografare l’industria dell’informazione del nostro Paese. Il successivo, che pubblicheremo Lunedì 25 Settembre sarà dedicato agli altri editori di quotidiani nazionali, mentre il terzo, che pubblicheremo Lunedì 02 Ottobre, farà il focus su gli editori di quotidiani locali, così da offrire una panoramica completa.

RICAVI

Se prendiamo come riferimento il 2010 la flessione complessiva dei cinque gruppi editoriali sui ricavi a fine 2016 è stata di quasi due miliardi di euro, 1.970 milioni per la precisione, pari a un -48%, che ci dice che in sette anni i ricavi dei cinque maggiori editori italiani di quotidiani si sono praticamente dimezzati.

L’annus horribilis è stato il 2012 con una flessione di ben 646 milioni sull’anno precedente (dei quali 477 dovuti alla sola Rcs). Ma anche il 2013 ha visto una flessione anno su anno monstre di 461 milioni (ovvero in solo due annualità i ricavi aggregati degli editori “top5” sono calati di oltre un miliardo). Il 2016 vede una flessione anno su anno di 138 milioni (stiamo parlando sempre di dati aggregati) ovvero un -6%, la meno pesante di questi ultimi sette anni, ma è ancora presto parlare di dato in controtendenza visto che una medesima flessione si era verificata nel 2014 (172 milioni -6%) seguita poi da un’altra flessione pesantissima nel 2015 di 332 milioni.

Molto di questa flessione è dovuto al netto ridimensionamento dei ricavi avvenuto in Rcs che è passata dagli oltre due miliardi (2.255 milioni di euro) ai 968 milioni del dicembre 2016 (e ai 417,7 milioni dei primi sei mesi del 2017) che ha più che dimezzato i fatturati in via Rizzoli, con una flessione del 55% dal 2010 al 2016. Nel medesimo periodo flessioni di oltre il 40% anche per gruppo 24 Ore e Caltagirone editore (rispettivamente 45% e 42%), mentre per Poligrafici 38%; quella più contenuta 34% invece è per il gruppo Espresso (oggi Gedi editoriale).

Quanto pesano le flessioni dei singoli gruppi sul totale del dato aggregato? Quello di Rcs sul totale è nettamente superiore agli altri gruppi: 63%, seguita a grande distanza da gruppo Espresso 15% e gruppo 24 Ore al 10%. D’altronde nel 2010 i ricavi di Rcs rappresentavano il 55% del totale dei fatturati dei cinque gruppi mentre nel 2016 “solo” il 45%.

DIFFUSIONE

Che i quotidiani vendano sempre meno copie in Italia non è esattamente uno scoop per il quale gridare “fermate le rotative!”. Lo sappiamo bene e, ormai, da anni (qui ne abbiamo anche quantificato con precisione la reale diminuzione in termini di volumi complessivi delle copie vendute). Proviamo però a quantificare il danno economico subito dai bilanci dei maggiori editori italiani.

Se prendiamo ancora come riferimento dicembre 2010 e lo raffrontiamo con dicembre 2016 la flessione dei ricavi diffusionali aggregata per i cinque editori è di 981 milioni di euro. Il dato che più impressiona è che di questa cifra ben 837 milioni (ovvero l’85%) è dovuto alla flessione della sola Rcs. Nel 2010 il gruppo editoriale segnava infatti sul bilancio annuale ricavi da diffusione per 1.217 milioni di euro (ultimo anno nel quale, anche se molto lieve, il gruppo ha registrato un aumento rispetto all’anno precedente), nel 2016 invece ne registra 380 milioni (un -69% che parla da solo sul drammatico ridimensionamento del venduto del principale gruppo editoriale italiano).

I ricavi da diffusione dei primi sei mesi di Rcs, sono di 172,8 milioni e ci dicono che – a meno di nette accelerate nel secondo semestre (sul quale la direzione Cairo sembra puntare con il lancio di diverse iniziative a supporto del Corsera) – dovrebbe assestarsi su una flessione anno su anno simile a quella dello scorso anno (40 milioni).

Ha retto tutto sommato bene invece il gruppo Espresso che nel periodo 2010-2016 subisce una flessione di solo 25 milioni di euro (-9%) riuscendo perfino a invertire la tendenza al ribasso con un +24,5 milioni di euro del 2016 su 2015. Preoccupa semmai dopo assestamenti organizzativi societari il dato dei primi sei mesi del 2017: solo 84,3 milioni di euro che in proiezione rendono difficile raggiungere quella quota di 200 milioni sempre “garantita” dalle ultime sette annualità.

PUBBLICITÀ

La crisi della pubblicità negli anni del dopo crisi vale per i “top 5” complessivamente un -678 milioni di euro (il riferimento lo ricordiamo è sempre 2010-2016). A questa flessione il contributo di Rcs è ovviamente maggioritario – ovviamente per i volumi spostati dal principale editore italiano – ma a differenza dei ricavi diffusionali qui il “peso” è decisamente minore.

Rcs con i suoi -308 milioni pesa sulla flessione complessiva dei cinque gruppi per il 45% mentre il Gruppo Espresso con un -185 (-35%) pesa per il 27%. Flessioni del tutto simili tra loro quelle del gruppo 24 Ore e Caltagirone: 66,6 milioni (-36%) il primo 66,9 milioni (-44%) il secondo. Insomma se il peso di Rcs sulla flessione del diffusionale è di oltre cinque sesti del totale, per quanto riguarda le minori entrate da pubblicità la situazione è molto più distribuita.

Un elemento che ha aspetti da approfondire: in teoria a un calo della diffusione dovrebbe corrispondere una flessione simile della pubblicità (banalmente: minori spazi pubblicitari disponibili, minori spazi venduti), in realtà questo non avviene, i ricavi da diffusione complessivamente per i cinque editori flettono del 55% mentre quelli da pubblicità del 39%. Una prima ragione che possiamo portare è che in Italia per i grandi investitori pubblicitari è mancata una reale alternativa, parliamo ovviamente di pubblicità legata all’informazione e alle notizie. Se negli Usa ad esempio sono apparsi in questi ultimi dieci anni nuovi attori sul digitale che hanno fatto una reale concorrenza ai grandi quotidiani nazionali (BuzzFeed, Vice Media) qui da noi questa alternativa non c’è assolutamente stata (e semmai l’unica vera alternativa è stata la televisione che, infatti, continua ad essere dominante, da noi molto più che all’estero, anche a livello di investimenti pubblicitari).

ALTRI RICAVI

Diversificazione questa sconosciuta. Potrebbe essere un ottimo titolo per questa sezione: in queste pagine abbiamo scritto fino allo sfinimento quanto, a nostro giudizio, sia importante per gli editori italiani superare il binomio diffusione-pubblicità nell’architettura dei ricavi, ma invece anche gli ultimi dati ci dicono che sta avvenendo l’esatto contrario, con gli “altri ricavi” addirittura in diminuzione rispetto al passato.

Nel bilancio di fine anno 2016 addirittura Gedi Editoriale aggrega i “ricavi diversi” – che negli ultimi anni valevano per l’editore circa 40 milioni di euro – con quelli da diffusione. Si riferiscono principalmente a ricavi da collaterali (da qui probabilmente la decisione di aggregarli con il diffusionale) e non, in generale, da una reale diversificazione delle attività.

Anche il gruppo 24 Ore che in Italia rappresenta un’anomalia in questo senso, con una reale diversificazione dovuta alla realizzazione di servizi per la comunità professionale che tradizionalmente rappresenta lo base dei suoi lettori (tanto che nei bilanci la voce “ricavi diversi” superava spesso quella dei ricavi diffusionali), in questi anni dopo la cessione dell’area Software e la messa in vendita dell’attività dell’area “Formazione ed eventi” sembra stia ripensando alle proprie strategie.

In valori assoluti gli altri ricavi nel 2016 valgono complessivamente per i cinque editori 273 milioni mentre nel 2010 il loro valore aggregato era stato di 584 milioni. Nel primo semestre del 2017 ammontano a 124 milioni di euro.

Guardando il loro peso sulla composizione complessiva dei ricavi aggregando i dati di tutti gli editori presi in considerazione, vediamo che questo addirittura diminuisce: dal 14% del 2010 al 12% del primo semestre 2017. Non un calo enorme, vero, ma questo deriva anche dal fatto che la struttura dei ricavi per i maggiori editoriali italiani è rimasta, in questi anni, sostanzialmente immutata. Come abbiamo già scritto, la coppia diffusione-pubblicità sembra un monolite, nonostante nel mondo dell’editoria in questi ultimi dieci anni tutto stia cambiando.

Semmai in questi ultimi tre anni c’è da rilevare un netto aumento del peso dei ricavi pubblicitari su quelli da diffusione: se nel 2010 la quota da diffusione era del 45% mentre quella da pubblicità il 40% dal 2015 i ricavi da advertising sono nettamente maggioritari di almeno 10 punti percentuali. E nel primo semestre del 2017 i ricavi pubblicitari superano, per la prima volta, quota 50%. Il tutto mentre tutti gli altri grandi editori internazionali stanno facendo l’esatto contrario, spostando il loro modello di business sulla diffusione e sugli abbonamenti a scapito della pubblicità.

ORGANICI/DIPENDENTI/COSTO DEL LAVORO

Negli anni della crisi post 2008 per cercare di arginare i minori ricavi, ovviamente, molto si è tagliato e a farne le spese è stato anche il costo del lavoro. Quanto concretamente si è tagliato? Nel 2010 il valore aggregato del costo del lavoro nei bilanci dei cinque editori è stato di 1.127 milioni di euro, nel 2016 scende a 723 milioni (ovvero -403 milioni pari a -36%). Nel corso di questi sette anni solo due volte il taglio al costo del lavoro complessivamente ha superato il 10%: nel 2010, a inizio della crisi (149 milioni pari a -14%) e nel 2014 (-151 milioni ovvero -15%).

Per il resto in questi anni, tranne le due eccezioni che abbiamo indicato, i tagli anno su anno sono compresi in percentuali molto più contenute: tra il 2% e l’8%. Un andamento quindi non lineare a indicare che, probabilmente, si è deciso di tagliare di più a fronte delle perdite di ricavi più negative invece di fare, come era sicuramente più auspicabile, una reale programmazione sulle economie dei costi.

In percentuale il gruppo che ha tagliato di più i costi del lavoro è il gruppo 24 Ore (-42%) seguito di poco da Rcs (-41%). Il gruppo Espresso-Gedi quello invece che ha tagliato meno “solo” il 26%. Da notare però che nei primi sei mesi del 2017 il dato aggregato del costo del lavoro è stato di 364 milioni in proiezione quindi, più o meno, simile al valore di fine anno 2016 (723 milioni come già scritto).

Il numero dei dipendenti medi è invece diminuito, dal 2010 al primo semestre del 2017, di 5.104 unità (-38% di due punti percentuali superiore, quindi, al taglio dei costi). Il gruppo che ha tagliato più personale in percentuale è, anche in questo caso, il gruppo 24 Ore con -44% (934 unità dal 2010) seguito ancora da Rcs -41% (-2549 unità). Sostanzialmente in percentuale i tagli al costo del lavoro e i tagli al personale si equiparano (nel caso di Rcs sono identici) spicca però una differenza sostanziale per il gruppo Poligrafici che ha tagliato percentualmente molto più i costi (-38%) che non il numero del personale medio (-26%). Ed infatti proprio Poligrafici è stato il gruppo che di gran lunga ha ridotto il costo per personale medio dagli 89.398 euro del 2010 ai 74.086 del 2016, un -17% che non ha eguali negli altri gruppi (che hanno tutti un andamento non lineare).

RISULTATO NETTO

Veniamo al risultato netto. La buona notizia è che dopo anni nei quali i risultati netti di tutti i gruppi editoriali presi in considerazione erano negativi – unica eccezione il gruppo Espresso che non ha mai presentato per questa voce segno meno – sul bilancio di chiusura 2016 e in quello della prima metà del 2017 tornano i segni positivi per la maggioranza degli editori. Nel 2016 oltre come detto al gruppo Espresso-Gedi (+10,4 milioni) anche per Rcs (+3,5 milioni) e Poligrafici editoriale (+0,8 milioni), sono tornati a risultati netti positivi. Nei primi sei mesi del 2017 ancora gruppo Espresso-Gedi (+24 milioni), Rcs (+7,4 milioni) e Caltagirone editore (+6 milioni).

La cattiva notizia è che la perdita cumulata negli anni della crisi finanziaria-economica resta ancora decisamente pesante quasi per tutti: Rcs dal 2010 al bilancio di giugno 2017 accumula perdite per 1.301 milioni, il gruppo 24 Ore per 367 milioni, Caltagirone editore per 236 milioni e Poligrafici editoriale per 24 milioni (la più contenuta).

VALORE CAPITALIZZAZIONE

Se guardiamo nel lungo periodo il danno economico-finanziario della crisi sulle quotate del settore editoriale è impressionante, il valore di capitalizzazione a fine 2007 era complessivamente di 4,5 miliardi di euro a fine agosto di quest’anno è stato di 1.220 milioni. Tenuta presenta questa pesante perdita, nel breve periodo le cose vanno decisamente meglio. Sul mercato azionario tutti i gruppi vedono infatti aumentare da gennaio ad agosto di quest’anno il loro valore di capitalizzazione. A fine gennaio era di 872 milioni, mentre a fine agosto è salito, come scritto, a 1.220 milioni (+40%). Un segnale finalmente positivo: il ritorno, in parte, a risultati netti positivi e nuovi assetti societari, sono stati letti dagli investitori, evidentemente, come elementi sufficienti per credere che i conti possano essere messi a posto in tempi relativamente brevi. Una scommessa non da poco.

  • Per il download del set completo dei dati relativi a Ricavi, Diffusione, Pubblicità, Ricavi diversi, Risultato netto, Costo lavoro e Organici, Valore capitalizzazione (Google Sheets) cliccare qui

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Lelio Simi

giornalista, content curator at DataMediaHub
Si è formato nella carta stampata [Mattina Toscana - l'Unità] dove è diventato giornalista professionista. Dal 2001 inizia a occuparsi di informazione sul web in una delle prime digital media italiane [Wayin]. Da diversi anni svolge l'attività di freelance occupandosi prevalentemente (sia nella stampa tradizionale che in quella online) dei temi legati all'innovazione, all'economia al sociale e alle nuove tecnologie. Di strategie e marketing editoriale scrive su pagina99. Come consulente da anni si occupa di progettare e gestire strumenti e contenuti per la comunicazione corporate. Ha tenuto per quattro anni un blog personale "Senzamegafono".

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