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Una sele­zione ragio­nata delle noti­zie su media, gior­na­li­smi e comu­ni­ca­zione da non per­dere, commentate.

  • I Social & le “Fake News”, Spiegati Bene – Quello che penso sul gran rumore attorno alla questione delle “fake news” ho provato a dirlo in un’intervista a fine Luglio, anche se poi una parte della riflessione, come spesso accade, nella sintesi giornalistica è andata persa. Recupera il gap quanto scrive sulla questione Carlo Blengino, avvocato penalista “specializzato” in diritto delle nuove tecnologie, consentendo così, finalmente, di chiudere il cerchio[bottismo] sul tema. Blengino, con una lucidità che pare essere merce rara, scrive «prima di internet eravamo immersi nella propaganda e nelle fake news e accerchiati dallo stesso numero di imbecilli di adesso, forse di più, ma non ne avevamo in massima parte contezza. Internet con i socialnetwork non è stata solo una rivoluzione ma una rivelazione. Nelle rivoluzioni il problema è ciò che potremmo o dovremmo fare, nella rivelazione il problema è capire ciò che si svela. Oggi sappiamo che siamo in acqua, immersi nell’informazione: non agitiamoci e continuiamo a nuotare, con maggior consapevolezza, godendo del vantaggio di poter finalmente rispondere alla domanda com’è l’acqua oggi. E se scopriamo che è torbida e inquinata, beh, l’unica cosa da non fare è svuotare la vasca. Se smontiamo l’architettura dei social network e prevediamo responsabilità in capo ai gestori delle piattaforme, inevitabilmente svuotiamo la vasca, riduciamo il flusso informativo e ritorniamo in un’unica grande bolla. Ho l’impressione che il problema che attanaglia i nostri governanti e chi fino a ieri gestiva l’informazione non siano le fake news o la disinformazione, ma l’opposto: il fatto che oggi una fake news ha vita breve e il debunking sia pressoché immediato. E non sottovaluto affatto la forza delle parole d’odio, ma se posso dire preferisco sapere l’esatto numero di imbecilli da cui sono attorniato, che così li evito e magari non commetto l’errore di mandarli in Parlamento».  Sottoscrivo al 100%.
  • La Digital Transformation Academy per l’Editoria –  Il programma del Digital Lab@FIEG, progetto di formazione attivo nel contesto dell’accordo triennale tra FIEG e Google, avviato per favorire il processo di trasformazione digitale della stampa italiana, si arricchisce di nuove attività. Al via il prossimo 20 settembre la Digital Transformation Academy, una iniziativa in collaborazione con Talent Garden. L’iniziativa prevede 3 giornate di formazione nelle città di Brescia [20 Settembre], Roma [5 Ottobre] e Palermo [17 Ottobre], e una maratona di 12 ore nella sede torinese di Talent Garden, durante la quale tutti i partecipanti potranno mettersi alla prova nella creazione di soluzioni digitali innovative applicabili al settore dell’editoria. Sono 150 i professionisti dell’editoria coinvolti in questo percorso di formazione. Il progetto formativo. La prima fase di formazione, “Envisioning Academy”, vedrà alternarsi lezioni frontali, brainstorming e workshop per sviluppare abilità di pensiero laterale e di utilizzo della tecnologia all’interno dei diversi settori dell’editoria e sarà affidata alla guida di alcuni professionisti del settore. Tra questi Alessandro Rimassa, direttore della scuola di innovazione di Talent Garden e esperto di digitale; Pier Luca Santoro, consulente, ed esperto di social media e di data driven marketing [aka il sottoscritto]; Alessandro Chessa, coordinatore del Master della Tag Innovation School sull’analisi dei dati e esperto di comunicazione basata sulla lettura dati. Davvero orgoglioso di far parte del progetto. Vediamo di dare un  contributo a far uscire i publisher dalla palude.
  • Brand Journalism – Riuniti sotto il logo Avdm [Aux Villes Du Monde], i luxury department store più iconici del mondo, propongono un lifestyle magazine digitale in otto lingue dedicato alle città del gruppo, una newsletter bisettimanale e un servizio di personal concierge con App dedicata e via WhatsApp. Aux Villes du Monde viene sviluppato a Milano nell’headquarter di Condè Nast Italia da uno staff internazionale di collaboratori distribuiti in tutto il mondo e residenti nelle città raccontate dal magazine. Il magazine è una city guide digitale, accessibile dai siti web e sui canali social dei department store Avdm. Firme del giornalismo internazionale raccontano la propria città, grazie all’aggiornamento continuo sulle ultime tendenze della moda, del design, della gastronomia, della cultura. Aprono le porte dei luoghi più esclusivi, dai rooftop più cool del momento agli angoli underground che in pochi conoscono. In più, una newsletter bisettimanale, aggiornata con tutte le novità del momento, segnala cosa fare per vivere il “local spirit”; come bere l‘aperitivo nei bar più alla moda di Milano, scoprire la café society hipster di Vienna o frequentare le tavole degli chef emergenti di Copenhagen. Yuwadee Chirathivat, CEO central department store group di Central Group, il gruppo thailandese leader del Sud-Est Asiatico nel retail e proprietario dei department store che hanno dato vita al progetto, spiega: «Abbiamo seguito la vision che il nostro fondatore ha indicato per Central Group: riunire le comunità attorno a una causa comune per migliorare la qualità della vita di tutti attraverso l’idea di “centralità”».
  • Spunti di Riflessione – La crisi del wholesale, però, sembra avere molto a che fare con quella dell’editoria di settore. Anzi, forse i due casi possono avere molto, molto in comune. E insieme possono aiutarsi più di quanto si possa pensare. Per capire come, basta prendere l’esempio di un altro famoso multibrand italiano in forte espansione all’estero ma in una fase forse un po’ meno brillante in Italia: Corso Como 10. Il progetto di questo format di grande successo si deve proprio all’abbandono dell’editoria di Carla Sozzani. Erano altri tempi, è vero, però Sozzani intuì prima di tutti la necessità di creare un magazine vivente, l’urgenza di trasformare la bellezza che si poteva trovare sulle pagine di un giornale nella realtà di quello che si può acquistare sugli scaffali di una boutique. A ben vedere, oggi può succedere la stessa cosa in una modalità probabilmente amplificata. Grazie a internet e ai social media i negozi possono trasformarsi in editori di se stessi, agire localmente e iniziare a raccontarsi con un percorso inverso a quello di Corso Como. Ovvero riportare il prodotto a essere un racconto virtuale in grado di informare, coinvolgere e infine convincere a tornare in boutique. Sarebbero una partnership e un’evoluzione proficue per due settori in cerca di nuovi orizzonti. Bello spunto di riflessione.
  • Social Media Marketing de Noantri – Il Messaggero, che a giudicare dalla quantità di articoli deve aver stretto un accordo per promuovere la Social Media Week romana [infatti figura tra i media partner], dedica, appunto, un articolo al panel che si è tenuto ieri “Lettori o follower? Come fare engagement sui social media”. Panel nel quale, guarda caso, tre dei quattro relatori sono impiegati presso gli sponsor della manifestazione. Ma non  è questo il punto. Nell’articolo, nel quale si leggono cose tipo «User che non sono solamente, ormai, lettori, ma sempre di più diventano follower», il meglio, si fa per dire, arriva dal responsabile redazione Internet del quotidiano romano che afferma «Ci sono tre livelli: il primo è il cartaceo che offre un approfondimento e una gerarchia delle notizie delle 24 ore precedenti. Il sito internet è più immediato, c’è meno tempo di approfondimento ma è al contempo più esaustivo, con video e foto che danno completezza. Poi ci sono i social che sono rulli di notizie dove non c’è gerarchizzazione. Sta ai lettori stessi sancire il successo di questa o quella notizia con commenti e interazioni». Meglio che non commenti altrimenti mi becco sicuro una querela.
  • Il Primo Click NON si Scorda Mai – Google, addio al primo click gratuito sui siti di news. Google sta per porre fine alla politica del “primo click gratuito”, che consente agli utenti del motore di ricerca di poter accedere ai contenuti integrali dei siti di notizie senza esserne, però, abbonati. Si tratta di una mossa che, secondo il CEO di News Corp, Robert Thomson, potrebbe aiutare gli editori a far impennare il numero di abbonamenti. Per anni il gigante di Mountain View ha cercato di incoraggiare gli editori a prendere parte a un programma che consente agli utenti di avere accesso gratuitamente a una quantità limitata di contenuti su siti di notizie in abbonamento. Alcuni editori pensano che questa politica abbia impattato negativamente sulla crescita di abbonamenti e che il fatto di non partecipare al programma li penalizzi nelle pagine dei risultati di ricerca di Google. Il Wall Street Journal, di proprietà di News Corp, ha deciso di uscire dal programma quest’ anno e, per questo motivo, ha visto calare del 38% i click dal motore e dell’ 89% da Google News lo scorso mese rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Questo perché, secondo quanto affermato da un portavoce, i suoi articoli avrebbero subito un downgrade nei risultati. Con la fine al “primo click gratuito”, Google darà la possibilità agli editori di scegliere in che modo permettere l’ accesso ai propri contenuti attraverso il motore di ricerca. Secondo quanto affermato da fonti vicine al dossier, il gigante di Mountain View continuerà a permettere agli editori di offrire un estratto gratuito delle proprie storie, senza alcuna penalizzazione nel caso non vogliano farlo.  Prove tecniche di pacificazione.
  • Facebook & Publisher – WAN-IFRA ha pubblicato il report “Reality check – making money with Facebook”, desk research che ha indagato se e quanto gli editori riescano a monetizzare i contenuti su Facebook. I risultati sono tuttti riassunti nel tweet che segnala la sintesi della ricerca: «Here’s our offer: Give us your relationships with your audience & community and we will give you: nothing. Deal?». Insomma, emerge con chiarezza che Facebbok prende tutto dagli editori e non restituisce loro [quasi] niente. L’estensore della ricerca, nella sintesi, pubblicata da NiemaLab raccomanda che «To monetize engagement with Facebook and other platforms, news publishers need to build sound business outside of those platforms rather than outsourcing their future to them» ed una delle conclusioni dello studio è che «The concept of audience is outdated. Modern customers expect to be known as individuals with distinct needs and preferences, and assume service will be personalised. Data management and analytics become the core business of publishers. Data is the new competitive advantage». Non sarà “politically correct” dirlo, ma è esattamente quello che avevo scritto a Febbraio 2016 [18 mesi fa, eh!] dopo aver messo abbondantemente sull’avviso rispetto al “cappio di velluto” che Facebook stava stingendo attorno al collo degli editori a metà 2015. Vediamo se ora che lo dice, finalmente, anche WAN-IFRA, il messaggio arriva in maniera più convincente.

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