Fake like e relazioni. Cosa conta di più?

Tra i fenomeni fake da combattere, Facebook, non ha solo le news. A dimostrarlo è un recente studio condotto da ricercatori delle Università dell’Iowa e di Lahore in Pakistan.

La ricerca mette in luce la presenza di vere e proprie “collusion networks”, in grado di fornire una gran quantità di like e commenti a post degli utenti senza abusare delle loro credenziali. Per farlo, si sfrutta la “leggerezza” del protocollo OAuth, secondo cui le applicazioni possono interagire con i dati degli utenti senza minare la privacy delle loro credenziali. L’idea è infatti quella di autorizzare terze parti a gestire documenti privati senza condividere la password; questo sistema ad esempio, permette all’utente di concedere ad un sito l’accesso alle sue informazioni presenti su un altro sito, senza condividere la sua identità.

Lo studio, pubblicato qualche giorno fa, mette in luce più di 50 siti che, sfruttando appunto il codice OAuth, offrono fake likes ai post degli utenti in cambio dell’accesso ai loro account Facebook.

Attraverso la creazione di un apposito tool di analisi, gli studiosi hanno esaminato le prime 100 App esterne che utilizzano Facebook per interagire con l’utente. Il tool ha identificato 55 applicazioni sospette, 46 con codici di accesso a breve termine e 9 con codici di accesso a lungo termine.
Chiaramente, i codici di accesso brevi non costituiscono una minaccia in quanto devono essere aggiornati ogni 1-2 ore; al contrario, i codici a lungo termine costituiscono un vero e proprio pericolo poiché permetterebbero un possibile attacco, essendo disponibile per un periodo di circa 2 mesi.

Come è possibile notare nella tabella, tra queste 9 applicazioni “pericolose” ne compaiono alcune molto note.

Il problema sostanziale in verità risiede proprio nella quantità di utenti attivi mensilmente che, come riportato nell’ultima colonna della tabella, risulta essere abbastanza consistente. L’enorme mole di utenti attivi infatti, rende praticamente impossibile la percezione di eventuali abusi dei codici d’accesso, permettendo a siti terzi di intrufolarsi nella relazione instauratasi tra App, Facebook ed utente.

Servendosi di una semplice ricerca per query (‘Facebook AutoLiker’, ‘Status Liker’, and ‘Page Liker’), i ricercatori hanno stilato una classifica dei 50 siti più pericolosi in termini di “collusion network”, basandosi sul numero di visite ricevute.

Interessante notare come, il traffico di reti di collusione si concentri in pochi paesi: India, Egitto, Turchia, Vietnam.

Ma come operano fattivamente queste reti?

Inviano una richiesta all’utente per l’installazione di un’applicazione Facebook per recuperare i codici di accesso necessari; si genera così un link che reindirizza gli utenti su una finestra di Facebook in cui è menzionato il nome dell’applicazione.

È capitato a tutti almeno una volta di veder apparire sulla propria schermata del computer o del telefono cellulare, una richiesta del genere da parte di alcune App… si pensi ad iMovie o al celebre Spotify.

Eppure, c’è chi con questo meccanismo manipola e distorce dati reali senza che gli utenti (noi) ne abbiano la minima percezione.

Perché ad essere falsificata è appunto la notorietà di una notizia, di un post, di un’identità; più like colleziona un post, più questo sarà visibile nella feed dei miei contatti.

Questi servizi di manipolazione infatti forniscono like e commenti sui post degli utenti secondo un vero e proprio principio di collusione: all’utente piace un post di un altro utente, e in cambio riceve like da altri membri.

Lo studio ci apre ad una serie di riflessioni.

Basta fare una semplice ricerca su Google per rimanere stupiti dal numero di siti che vendono fans Facebook, like ad un singolo post o ad una specifica pagina, partecipanti ad un evento, visualizzazioni dei video e followers ad un profilo specifico; chiaramente fans e followers ITALIANI, per non essere subito scoperti…

Ma la quantità fa davvero qualità?

Sorvolando sull’aspetto etico della questione, comprando fans e followers la pagina sarà infestata da profili fake e di conseguenza, pur spendendo tantissimi soldi in inserzioni, i post si rivolgeranno sempre a loro.

Inoltre Facebook, più che destinatario o mezzo per raggiungere il cliente, è davvero un grande contenitore di tutte le informazioni necessarie per conoscere a fondo i destinatari delle campagne pubblicitarie (età, sesso, interessi). Vale davvero la pena inondare le proprie pagine di like fasulli e lasciar andare invece tutto questo?

Che i like siano una “vanity metric” è ormai, da tempo, assodato

Molti acquistano like per accrescere la propria popolarità. Ma a che pro? La questione è sempre la stessa. Si diventa influencer per accrescere il proprio ego o per generare denaro dalle azioni che derivano proprio da quei fans che seguono i nostri profili? Se la motivazione fosse la prima, comprare like avrebbe allora un senso. Ma certamente non ci si può definire “influencer”. Se il target è fake i risultati non arrivano e le aziende non pagano.

I numeri possono sembrare una botte di ferro per i non addetti ai lavori o per chi si affaccia distrattamente al mondo del web marketing. Ma chi cerca davvero un influencer per le sue campagne, si butterà su un profilo gonfio di numeri ma non gonfio di profili e like dalla credibilità discutibile.

I numeri sono sì forti e sintetici, ma non possono essere letti distrattamente senza spirito critico.

Ciò che ritengo importante dunque, è sempre la “relazione”. Anche nel web marketing. Pubblicazioni giornaliere che si calino nella vita del target che si vuol raggiungere, interazioni, apprezzamenti e commenti reali.

Facebook ci insegna che un numero può essere fake, addirittura un’identità può esserlo, ma una relazione deve essere necessariamente vera, altrimenti diventa morte lenta.

Emilia Gaudio

Emilia Gaudio

Studentessa magistrale in "Corporate Communication e media" presso l'Università di Salerno, ha alle spalle una Laurea triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali. Appassionata al mondo del marketing, della comunicazione, e a tutto ciò che è veicolato dalla rete.
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