Modelli di Business: Il Caso Mediapart

Difficile la vita per i quotidiani nati e cresciuti solamente online, in Italia come all’ estero, visto che nella Penisola solo poche testate sono in sostanziale equilibrio [e non sempre costante] mentre in Francia nemmeno l’ impronta decisamente investigativa del giornalismo transalpino ne ha salvato molte. Per esempio il sito Rue89, tra i primi a credere nel citizen journalism, è finito come canale secondario all’ interno del sito de Le Nouvel Observateur, a sua volta passato sotto la proprietà de Le Monde.

È in questo scenario che si colloca per contro il successo di Mediapart, sito di giornalismo investigativo in continua crescita, e che fa utili, del quale avevo già scritto nel mio secondo libro [del quale uscirà a breve una seconda edizione aggiornata, disponibile anche in formato cartaceo].

Quotidiano all digital, completamente senza pubblicità, divenuto celebre per avere raccontato alcuni dei più grandi scandali della politica francese, e tre “edizioni” giornaliere, il cui Direttore in una intervista ha dichiarato: «Sia che ci occupiamo di interni, di esteri, di economia o politica, la nostra idea è quella di portare un valore aggiunto all’informazione. Il giornalismo per noi non è ripetere quello che hanno già detto tutti. Ma in un mondo aperto, dove le notizie arrivano ovunque, noi portiamo qualcosa in più. Analizziamo, investighiamo, cerchiamo di far comprendere il peso della realtà e della sua complessità. Pubblichiamo ciò che il potere non vuole che si sappia». Che ha trovato una fascia di pubblico sufficientemente ampia disposto a premiare questo orientamento giornalistico “puro”, da “cane da guardia.

Un progetto editoriale che oltre ai contenuti prettamente giornalistici basa una parte del suo successo, che non ha praticamente eguali in Europa se si esclude lo spagnolo Infolibre [che riprende, traducendoli in castellano, alcuni pezzi proprio del quotidiano all digital francese, in una sezione ad hoc del proprio sito], anche su “le club”, piattaforma interna al sito del giornale dove ogni contenuto prodotto dalla redazione può essere commentato, valutato e discusso dai lettori.

L’esperienza di Mediapart dimostra qualcosa di importante e cioè  l’esistenza di una domanda di giornalismo di qualità che non abbia nessuna forma di sudditanza nei confronti del potere ed è questo che i giornali devono [ri]cominciare a fare se vogliono sopravvivere.

Il gruppo di lavoro di Mediapart si compone di 74 dipendenti. Di questi 45 sono giornalisti, 5 si dedicano al marketing ed alla comunicazione e ben 7 sono concentrati sulla gestione delle sottoscrizioni, che sono praticamente l’unica fonte di reddito della testata. A questi si aggiungono 12 persone dedicate ai servizi tecnici, nel più ampio senso del termine, e 5 al back office: amministrazione, gestione del personale e quant’altro.

In un articolo pubblicato il 22 agosto su Mediapart, il presidente e fondatore del giornale online, Edwy Plenel, ha sottolineato come «il modello economico ha delle conseguenze sulla qualità del giornalismo. Non soltanto sul valore dell’azienda che lo produce – ha proseguito Plenel – ma anche sul valore della stessa informazione».

Insomma, ha spiegato il presidente-fondatore di Mediapart, «per riprendere la distinzione classica tra “valore d’uso” [utilità di un prodotto] e “valore di scambio” [a quanto lo si acquista], se il valore di scambio dell’informazione è zero, il suo valore d’uso  – cioé la sua utilità democratica per i lettori – finirà anch’esso per tendere a zero. Il risultato finale è la corruzione dell’informazione attraverso l’intrattenimento, il cui modello economico si fonda su un’audience allargata e sulla gratuità».

Il quotidiano online, secondo il documento prodotto dalla testata stessa, pubblicato nella primavera di quest’anno, ha raggiunto i 140mila abbonati e riceve mediamente 120mila viste al giorno. Tra Dicembre 2016 e Gennaio 2017 ha visto un notevole incremento di visite per la pubblicazione di Football Leaks,  che ha avuto un ampia copertura anche nel nostro Paese. Mediapart “ospita” oltre 2000 blog individuali e 550 collettivi. Il suo club, forum permanente di discussione e confronto, riceve oltre 100 contributi ogni giorno. A questo si aggiunge una platea potenziale di 883mila persone su Facebook e 2.14 milioni di follower su Twitter. Il suo canale video su YouTube conta oltre 11 milioni di visualizzazioni.

Lanciato nel 2008, è passato dai 614mila euro di fatturato del primo anno a 11.3 milioni del 2016, raggiungendo il breakeven tre anni dopo la nascita, nel 2010, e generando profitti a partire dal 2011. Attualmente i tre fondatori, ex giornalisti di Le Monde, detengono poco più del 42% delle quote, il 31.8% e di Doxa e il 6.3% di Ecofinance. UN altro 16.8% è di proprietà della Societè des Amis, gruppo di “amici”, di sostenitori indibiduali della testata.

Gli abbonati, che nel 2009 erano circa 10mila, come anticipato, attualmente sono oltre 130mila. Di questi 126mila sono abbonamenti individuali [con buona pace delle copie multiple e delle altre “fantasie”, diciamo, dell’editoria nostrana]. Attualmente la testata oltre che in francese pubblica anche in inglese ed in spagnolo.

 

La crescita di Mediapart non è stata esente da minacce. La più pericolosa è stata quella di un contenzioso sull’aliquota IVA con il fisco francesce. “Battaglia” che più di qualcuno pensa sia stata creata ad hoc per contrastare, appunto, l’avanzata del giornale che ovviamente con il suo giornalismo investigativo risulta scomodo a molti. Contenzioso che si è risolto con il pagamento di una multa pari a 4.7 milioni di euro, per la quale poi Mediapart è ricorsa in appello [il giudizio è ancora in corso], che spiega il rosso del 2014 nonostante la crescita costante del margine operativo lordo.

Il pensiero più diffuso, in un mondo dei media caratterizzato dall’erosione dei fatturati e degli introiti pubblicitari, è che il giornalismo investigativo sia finanziariamente impraticabile per le società editoriali. Fare le inchieste costa. Costa in termini di risorse giornalistiche da impiegare, in termini di spese da sostenere e anche in termini di pressioni politiche ed economiche da respingere quando gli articoli sono scomodi. Invece la “case history”  di Mediapart dimostra che si tratta dell’ennesima congettura errata.

L’esperienza di Mediapart dimostra qualcosa di importante e cioè  l’esistenza di una domanda di giornalismo di qualità che non abbia nessuna forma di sudditanza nei confronti del potere. In fondo non c’è niente di nuovo. Quarantacinque anni fa, Bob Woodward e Carl Bernstein, i due giornalisti del Washington Post che incastrarono Richard Nixon con le loro inchieste, lo avevano già capito, come giustamente conclude Angelo Mincuzzi dalle colonne de Il Sole24Ore.

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Pier Luca Santoro

Marketing & Communication at DataMediaHub
Pier Luca Santoro è un esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence. Project Manager @DataMediaHub . Dal 1998 opera come consulente per progetti di posizionamento strategico, organizzazione, comunicazione & formazione per aziende pubbliche e private, associazioni di categoria e amministrazioni pubbliche. Sperimentatore e creativo ha sviluppato un’esperienza significativa nell’ambito dell’edutainment, nell’utilizzo dei giochi come medium e la gamification.
Dal 1987 in poi é stato responsabile del marketing e dell’organizzazione commerciale di grandi imprese [Star, Giuliani, Bonomelli].
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