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Una sele­zione ragio­nata delle noti­zie su media, gior­na­li­smi e comu­ni­ca­zione da non per­dere, commentate.

  • Un nuovo socio per Il Giornale – Dopo il merger tra il Gruppo L’ Espresso e Itedi che ha portato alla nascita di Gedi e dopo l’ acquisizione da parte della Cairo Communication di Rcs Mediagroup, nel mondo dell’ editoria quotidiana si sta per definire un’ altra aggregazione, sebbene di taglia inferiore. Dopo qualche anno di approfondite riflessioni, i soci della Società Europea di Edizioni [See], ovvero Paolo Berlusconi [63.1%] e la Mondadori [36.9%], hanno deciso di aprire il capitale del gruppo che edita Il Giornale. E in pole position, come confermano a MF-Milano Finanza più fonti vicine alla trattativa, c’è l’ azienda editoriale che fa riferimento all’ imprenditore Roberto Amodei, proprietaria dei quotidiani Corriere dello Sport e Tuttosport, ossia i due rivali della Gazzetta. I contatti tra le parti sono in corso da tempo e pare che a settembre si possa arrivare alla definizione di un accordo strategico che prevederà l’ ingresso di Amodei nel capitale della See con una quota di minoranza. La See ha chiuso il 2016 con un fatturato di 40,64 milioni [-12.13%] e una perdita di 394mila euro a fronte di un utile di 132mila dell’anno precedente. I debiti bancari ammontano a 11.2 milioni. Le aggregazioni senza ombra di dubbio creano efficienze su costi fissi e variabili, ma molto diffiilmente, per dirla alla De Curtis, la somma fa il totale specie di questi tempi in cui la concorrenza è sempre più trasversale.
  • Instagram fa bene ai libri? – Nei giorni scorsi il New York Times ha fatto uscire sul T Magazine un pezzo sul rapporto tra celebrità, Instagram e libri, la cui tesi di fondo è che oggi il social network fotografico è diventato il modo più efficace per promuovere le nuove uscite editoriali, soprattutto se la copertina del libro in questione finisce sul profilo di attori o utenti molto seguiti. La tesi viene confortata dai pareri degli addetti ai lavori intervistati nell’articolo. In realtà non si tratta di una novità in assoluto. Le case editrici, anche italiane, da sempre spediscono copie delle nuove uscite a personalità influenti contando sulla vecchia pratica del passaparola. Ma adesso è diverso, per una casa editrice diventa fondamentale che la copia si trasformi in un selfie con il libro in mano. La situazione italiana non è assimilabile. Il post con la foto del libro è ancora un fenomeno che viene dal “basso”. Utenti che postano copertine si sprecano e qualcuno si è fatto conoscere con la sua estetica [il libro con la colazione, per esempio], ma gli effetti sulle vendite devono essere risibili, se sul suo account Twitter ufficiale, l’editore Einaudi, qualche settimana fa si lamentava così: «Non so però se questa cosa che i libri sui social media stanno diventando complementi d’arredo delle colazioni mi piace poi tanto». Dopo i fashion blogger ed i food blogger si sta aprendo anche nel nostro Paese il fenomeno dell’influencer marketing, e derivate, per i libri?
  • Il giornalismo d’inchiesta produce utili? – Il pensiero più diffuso, in un mondo dei media caratterizzato dall’erosione dei fatturati e degli introiti pubblicitari, è che il giornalismo investigativo sia finanziariamente impraticabile per le società editoriali. Fare le inchieste costa. Costa in termini di risorse giornalistiche da impiegare, in termini di spese da sostenere e anche in termini di pressioni politiche ed economiche da respingere quando gli articoli sono scomodi. Invece la “case history”  di Mediapart dimostra che si tratta dell’ennesima congettuta errata. Due dati sintetizzano il traguardo raggiunto da Mediapart. Come scrive Asher Schechter in un post sul blog dello Stigler Center, «la profittabilità di Mediapart emerge anche quando viene comparata a concorrenti molto più antichi e più grandi: il risultato operativo di Mediapart è stato del 18% nel 2016 contro il 6.5% del New York Times. Ugualmente, mentre il margine netto del Times è stato dell’1.9% lo scorso anno, Mediapart ha registrato un margine netto del 16.6%». L’esperienza di Mediapart dimostra qualcosa di importante e cioè  l’esistenza di una domanda di giornalismo di qualità che non abbia nessuna forma di sudditanza nei confronti del potere ed è questo che i giornali devono [ri]cominciare a fare se vogliono sopravvivere.
  • Mediaset killed the radio star – Piersilvio Berlusconi ha speso 155 milioni in due anni per R101, 105, Virgin e Subasio, sconvolgendo il mercato della pubblicità in radio e facendo incazzare i concorrenti. che ora gongolano per gli ultimi risultati di ascolto. Pier Silvio Berlusconi, amministratore delegato dell’azienda, e Paolo Salvaderi, CEO delle radio del gruppo, hanno ricevuto nei giorni scorsi i dati inviati esclusivamente agli editori radiofonici – e, quindi, non ancora pubblicabili – in cui verrebbe dimostrato che la potente e milionaria campagna acquisti degli ultimi mesi, e l’altrettanto massiccia operazione pubblicitaria e promozionale [un battage continuo, sia in tv sia sulla carta stampata] potrebbero non essere state premiate dagli ascolti. Anzi: in base ai primi dati del 2017, le radio Mediaset non avrebbero raggiunto i risultati sperati, a dispetto dei proclami dell’azienda. Non resta che aspettare i dati RadioMonitor di Settembre per verificarlo, sempre che, come pare, qualcuno non riesca invece ad impedirne la pubblicazione.
  • Anche gli editori online “sbirciano” i propri utenti – I giganti internazionali come Facebook e Google non sono gli unici a raccogliere i dati dei loro utilizzatori a fini pubblicitari. Anche imprese svizzere, come Tamedia o Swisscom, hanno cambiato le loro regole sulla confidenzialità e si lanciano in questo settore. Qualche settimana fa, gli utenti del sito di vendite online Ricardo sono stati avvisati per e-mail del cambiamento delle regole. Le informazioni potranno essere trasmesse a Tamedia, proprietaria della piattaforma internet, per «permettere lo scambio di dati». In un documento di dieci pagine il sito spiega che Tamedia può raccogliere le informazioni da tutte le sue pagine internet e utilizzarle per marketing o analisi di mercato. Il gruppo editoriale zurighese ha iniziato a unificare la politica sulla confidenzialità un anno e mezzo fa, spiega all’ats il portavoce Christoph Zimmer. I cambiamenti riguardano il giornale gratuito “20 Minutes”, i quotidiani a pagamento, i domenicali, tutte le riviste e i siti Homegate, Olmero, Ricardo, Starticket e Tutti. Admeira ottiene dati sulle dimensioni dell’economia domestica, la classe di reddito, il potere di acquisto e le abitudini degli abbonati principalmente da Swisscom e Swisscom TV.  La questione non è dunque quanto siano maligni Facebook e Google ma perchè sino ad oggi i publisher brancolano nel buio, anche, da questo punto di vista.
  • Su Facebook le pagine «nere» conquistano un milione di nostalgici del Duce – Perché Facebook non rimuove le fanpage che, in contrasto con la legge Scelba, fanno apologia del fascismo? Leggendo la policy internazionale del social network più grande del mondo non si trova traccia di alcun divieto in questo senso. La scusa di Facebook è che «i nostri standard devono valere in ogni Paese» mentre – aggiungiamo noi – l’apologia del fascismo è vietata solo in Italia [come in Germania quella del nazismo]. Quindi non si può proprio fare niente? La stessa Facebook Italia consiglia di segnalare contenuti e pagine illegali alla Polizia Postale o all’Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale). «Dopo una loro verifica, Fb avvierà la rimozione di tali contenuti e pagine». A parole è tutto perfetto [o quasi]. Ma alla prova dei fatti sembra che le cose vadano diversamente. Lo dimostra il fatto che molte delle pagine Fb che fanno apologia del fascismo sono già state segnalate all’Unar a febbraio: in cinque mesi avrebbero già dovuto essere sottoposte al centro di controllo di Facebook e rimosse dal social. Ma sono ancora lì. Una mappa dell’estremismo di destra italiano su Facebook che ha un solo difetto: quello di avere una rappresentazione grafica non all’altezza dell’ottimo lavoro fatto. È anche da questo punto di vista che “l’extra territorialità” degli OTT deve essere gestita, seriamente.
  • Le “fake news” sono un problema ma anche le “true news” non stanno benissimo – Il mondo digitale doveva essere un orizzonte radioso, in cui ognuno potesse informarsi di più e meglio. Dove ha condotto questa rivoluzione, soprattutto i grandi giornali generalisti? Basta fare un rapido giro sui siti degli stessi quotidiani, per capirlo. I contenuti furbetti, quelli capaci di ottenere il click facile con cui ripagare gli investitori pubblicitari, una volta confinati in una colonna di destra dell’homepage, hanno rotto il recinto. La gerarchia verticale, con le notizie importanti in alto, spesso sovvertita. Al di là dei moralismi, questo Circo Barnum informativo fornisce un quadro irreale della realtà. Tutti a preoccuparsi delle fake news, delle notizie inventate che dilagano online, lo abbiamo fatto anche noi da queste colonne, ma certo che anche le true news, quelle vere cioè, non stanno benissimo. I risultati della ricerca di volume e non di valore di cui abbiamo, ahimè, parlato spesso anche su DataMediaHub.

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Pier Luca Santoro

Marketing & Communication at DataMediaHub
Pier Luca Santoro è un esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence. Project Manager @DataMediaHub . Dal 1998 opera come consulente per progetti di posizionamento strategico, organizzazione, comunicazione & formazione per aziende pubbliche e private, associazioni di categoria e amministrazioni pubbliche. Sperimentatore e creativo ha sviluppato un’esperienza significativa nell’ambito dell’edutainment, nell’utilizzo dei giochi come medium e la gamification.
Dal 1987 in poi é stato responsabile del marketing e dell’organizzazione commerciale di grandi imprese [Star, Giuliani, Bonomelli].
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