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Finanziamenti all’Editoria nel 2016

Il Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria ha pubblicato i dati – finalmente in formato machine readable – relativi ai finanziamenti all’editoria, alla carta stampata, nel 2016. Si tratta di dati parziali poichè in realtà gli importi sono relativi al anticipo versato dallo Stato alle diverse testate ma comunque, in attesa di conoscere il totale effettivo, le cifre consentono di valutare al di là delle dichiarazioni come funzioni effettivamente il perverso meccanismo dei contributi diretti.

Infatti, il Dipartimento ha erogato in questi giorni alle imprese editrici di quotidiani e periodici che ne avevano titolo la rata di anticipo del contributo per l’annualità 2016, come previsto dall’articolo 2, comma 7-bis, del decreto-legge n. 63 del 2012, introdotto dall’art. 3, comma 1, lett. c), delle legge 26 ottobre 2016, n. 198. Nelle more dell’emanazione dei decreti di ripartizione delle risorse di cui al nuovo Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione, alla liquidazione della rata di anticipo si è provveduto utilizzando risorse disponibili nel bilancio del Dipartimento, che hanno consentito di erogare una percentuale pari al 43,36% del contributo spettante per l’anno 2015.

Complessivamente gli acconti versati ammontano a poco meno di 18 milioni di euro [17.965.717 €]. Di questi la fetta più importante, pari al 87.5% del totale, è relativa alla voce “contributi diretti alle imprese editoriali”.  Area di contributi che, come vedremo, non manca di presentare delle sorprese, per così dire.

I tre quotidiani che ricevono le maggiori sovvenzioni sono: Avvenire, Libero e Italia Oggi. Da sole queste tre testate assorbono quasi un terzo [31.98%] di quest’area di contribuzione statale – aka soldi nostri – ed oltre un quarto [27.98%] del totale degli acconti erogati. Se vogliamo augurarci che non vi siano irregolarità, che invece sono emerse spesso e volentieri in passato, nondimeno vi sono aspetti che dimostrano come si giochi spesso nel torbido con risvolti inquietanti.

È il caso di Italia Oggi, di Italia Oggi Editore – Erinne S.r.l., a sua volta di proprietà di Class Editori dal lontano 1991, che in base ai dati disponibili ha venduto una media di circa 40mila copie nel 2016, incluso il formato digitale, contro le poco meno di 60mila del 2015. Secondo i dati disponibili, i ricavi nel 2016 di Italia Oggi Editori – Erinne Srl ammontano a 19.6 milioni di euro con un risultato netto di esercizio positivo per 42mila euro. Si tatta insomma di una testata che fa parte di un gruppo editoriale, quotato alla Borsa Italiana dal 1998, con numerose ramificazioni che si fatica davvero a comprendere perchè debba ricevere dei contributi facendo così di riflesso in qualche modo concorrenza “sleale” ad altre testate a cominciare da quotidiano di Confindustria – che invece non riceve contributi diretti – di cui è il principale competitor nel nostro Paese.

Decisamente più torbida la vicenda di Libero, che pur essendo di proprietà di Angelucci, che guarda caso risulta indagato per truffa tentata [dal 2008 al 2011] proprio per il conseguimento delle erogazioni pubbliche e falso. Nel 2003 Libero ha chiesto ai proprietari del bollettino «Opinioni nuove» di prendere in affitto la testata. Il quotidiano è diventato ufficialmente il supplemento dell’organo ufficiale del Movimento Monarchico Italiano. In questo modo ha potuto beneficiare del finanziamento pubblico agli organi di partito[18], secondo quanto previsto dalla Legge 7 marzo 2001, n. 62[19]. Il d.P.R. 7 novembre 2001, n. 460 ha favorito la trasformazione in cooperative per tutte le imprese che intendono chiedere finanziamenti pubblici. Nel 2004 Libero ha acquistato la testata Opinioni nuove e si è poi trasformato in cooperativa di giornalisti, pur rimanendo a tutti gli effetti di proprietà del gruppo Angelucci ancora oggi.  Insomma, detta in parole povere un bel giro di carte pur di spillare soldi allo Stato e dunque in ultima analisi ai contribuenti, alle persone. Aspetto che sommato ad una linea editoriale che dal caso betulla ai titoli razzisti e xenofobi rende ancorpiù vergognosa, se possibile, l’erogazione di fondi a favore di questa testata.

A questi due casi si aggiungono altre testate per le quali l’erogazione dei contributi lascia perplessi, per usare un eufemismo.  È il caso de Il Secolo d’Italia, che riceve un acconto di 195mila euro per il 2016, dopo aver ricevuto la bellezza, si fa per dire, di 69 milioni di euro dei contribuenti in 24 anni, pur essendo esclusivamente online da fine 2012.  In pratica la testata in questione riceve contributi alla carta stampata per un giornale online. Così come, per restare nella stessa area politica, si fatica  a capire su quali basi vengano erogati 232mila euro di anticipo a L’Opinione delle Libertà, pubblicazione che ha ben poco a che fare sia con la lbertà, volendo entrare nel merito, che con la  carta stampata visto che si tratta di un PDF [di due pagine, due] ed anche l’abbonamento è solamente “digitale”.

Ed ancora, come avevamo segnalato in precedenza, resta insoluto [e ci sarà un perchè evidentemente] il “mistero” per il quale Area Ag. Societa’ Cooperativa P.a.,  pur avendo nella sua mission la realizzazione notiziari per l’emittenza radiofonica, ottiene nel 2016 la non trascurabile somma di 226mila euro di anticipi dopo le laute prebende degli anni precedenti.

Quelli riportati sono solamente alcuni esempi tra quelli possibili per le 47 testate/società editoriali che ricevono contributi diretti ed entrando nel dettaglio della maggior parte di queste si notano diverse anomalie, stranezze, diciamo, che probabilmente rientrano a pieno titolo nella legislazione in vigore ma che appare sufficientemente chiaro che lo facciano sfruttando le pieghe delle normative che evidentemente non sono state realizzate con la dovuta attenzione e competenza.

In conclusione, l’argomento si presta a semplificazioni ed eccessi, come si è visto in particolare negli ultimi anni, con falsificazioni pour cause della realtà che non fanno che renderlo ancor più controverso, ma una cosa è certa: sin qui i criteri adottati per salvaguardare quello che in linea teorica sarebbe il principio sacrosanto di difesa del pluralismo dell’informazione, nella realtà dei fatti, come abbiamo dimostrato anche con i dati più recenti disponibili, non funziona.

Nella legge del Novembre 2016, e relativo decreto del Marzo 2017, in merito ai criteri di calcolo dei contributi, come nell’attuale sistema, i contributi sono calcolati in parte come rimborso di costi e in parte in base al numero di copie vendute. Vengono riconosciuti in percentuale più alta i costi connessi all’edizione digitale, al fine di sostenere la transizione dalla carta al web. Si prevedono parametri diversi a seconda del numero di copie vendute e si introduce un limite massimo al contributo, che non potrà in ogni caso superare il 50% dei ricavi conseguiti nell’anno di riferimento.

Si ritorni invece ai criteri della legge del 16 luglio 2012, n. 103, recante disposizioni urgenti in materia di riordino dei contributi alle imprese editrici, nonche’ di vendita della stampa quotidiana e periodica e di pubblicita’ istituzionale, promossa dall’allora Sottosegretario Paolo Peluffo, l’unico che della materia aveva dominio e conoscenza, ma anche “polso” adeguato per resistere alle pressioni delle lobby, contrariamente ai suoi successori.

L’informatizzazione della filiera editoriale resta ancora oggi, al di là delle molte altre considerazioni possibili,  lo strumento di base per garantire trasparenza al sistema. Informatizzazione che attendiamo venga implementata ormai da ben 5 anni e che invece resta affossata da pretestuosità inconcepibili da ogni punto di vista.

Come affermavo in una recente intervista sul tema, «credo ci siano due aspetti da valutare: quello quantitativo che, appunto, deve essere legato alla informatizzazione delle edicole. L’altro aspetto è di merito: ci sono una serie di giornali che per la loro linea editoriale ricevono poca pubblicità anche perché molto spesso non sottostanno alle logiche di do ut des che invece in maniera non espicitata ma evidente si basano, come ben sappiamo, sullo scambio tra investimenti pubblicitari e “tutela della reputazione aziendale” anche attraverso pressioni da parte delle imprese. Allora, se tu sei un giornale con meno del 30 per cento delle pagine o spazi su internet occupati dalla pubblicità io ti sostengo perché è evidente che hai bisogno di sopravvivere».

Finché gli articoli dei giornali saranno scritti sul retro degli annunci pubblicitari credibilità e fiducia nei media non potranno che continuare a crollare inesorabilmente. Lo stesso vale, ovviamente, per i finanziamenti diretti sin qui, come evidente, mal allocati, nella migliore delle ipotesi, o peggio.

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Pier Luca Santoro

Marketing & Communication at DataMediaHub
Pier Luca Santoro è un esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence. Project Manager @DataMediaHub . Dal 1998 opera come consulente per progetti di posizionamento strategico, organizzazione, comunicazione & formazione per aziende pubbliche e private, associazioni di categoria e amministrazioni pubbliche. Sperimentatore e creativo ha sviluppato un’esperienza significativa nell’ambito dell’edutainment, nell’utilizzo dei giochi come medium e la gamification.
Dal 1987 in poi é stato responsabile del marketing e dell’organizzazione commerciale di grandi imprese [Star, Giuliani, Bonomelli].
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