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Una sele­zione ragio­nata delle noti­zie su media, gior­na­li­smi e comu­ni­ca­zione da non per­dere, commentate.

  • Relazione Agcom 2017, Stampa in Crisi Strutturale – Mettendo insieme quotidiani e periodici, i ricavi dall’utente sono scesi da 1.119 miliardi nel 2015 a 1.052 miliardi nel 2016 [-6%], mentre quelli da pubblicità sono calati da 817 milioni a 754 milioni [-8%]. Prosegue dunque il decremento strutturale delle copie cartacee, la cui dinamica secondo l’Agcom «è oramai da anni caratterizzata da un inarrestabile declino, pari al 43% nel quinquennio 2011-2016». Ma gli editori incontrano grandi difficoltà anche nel tentativo di valorizzare il prodotto tradizionale nel formato digitale: le copie digitali, che costituiscono circa il 12% del totale delle copie vendute, rappresentano infatti solo il 6% dei ricavi da vendita di copie. La crisi economica del settore editoriale si ripercuote sulle condizioni di lavoro. E dall’analisi dell’Osservatorio Agcom sul giornalismo emerge, non a caso, «il netto scivolamento della professione giornalistica verso la precarizzazione, un gender gap sia negli aspetti remunerativi sia nell’avanzamento di carriera, e la presenza di forti barriere all’ingresso per le nuove generazioni».  Un settore guidato da “vecchi” ancorati alle loro poltrone e alla loro obsolescenza. Siamo all’implosione.
  • Grandi Appetiti Attorno alle Radio – Nel grande mercato editoriale italiano c’ è un forte movimento sul fronte radio. Tutto nasce dalla salute del mezzo, la cui raccolta pubblicitaria cresce costantemente dal 2015 [e ha appena chiuso un maggio strepitoso a +14,8% sullo stesso mese 2016 e a +16,1% sul maggio 2015] e dalla mossa di Mediaset, che, con l’ acquisto di 105, Virgin Radio, 101, Radio Subasio, e l’ accordo commerciale con Rmc, è diventata di fatto nel giro di un anno e mezzo l’ attore principale anche su quel mercato. La radio, ovviamente, consente importanti sinergie nei pacchetti pubblicitari offerti ai clienti inserzionisti. Ed è per questo che un po’ di dossier relativi a network radiofonici hanno iniziato a girare sulle scrivanie di grandi gruppi. La stessa Sky, non fosse altro per esigenze della concessionaria Sky media, sta facendo riflessioni su possibili incursioni nel mondo della radio. Che, d’ altro canto, non può lasciare completamente nelle mani del rivale Mediaset. Se qualche big dell’ editoria volesse quindi consolidarsi nel comparto radiofonico, a quali prede potrebbe puntare? La principale potrebbe essere Radio24 per la quale si era ventilata la cessione del 49%, così come avvenuto del l’area formazione del Gruppo 24 Ore. La radio mezzo “social” da sempre viene spesso fruita durante altre attività, dalla guida dell’auto all’uso di Internet, al quale, appunto, sta sopravvivendo meglio di altri.
  • Mondadori: Successi & Prepensionamenti – Gli annunci dell’Amministratore delegato Ernesto Mauri, sono entusiastici. «Stiamo andando bene, vanno bene soprattutto i periodici. La pubblicità è in aumento». E poi allunga uno schiaffo ai dipendenti assicurando che «faremo di tutto per avere numeri tali da consentire la distribuzione di un dividendo» a fine anno. «Sarà l’azionista a decidere». Comunque con i numeri del semestre «stiamo andando verso quella direzione». E allora qualcuno deve spiegare perché per i periodici Mondadori è in arrivo il quinto anno di stato di crisi consecutivo nonostante il bilancio del gruppo sia in attivo ]l’utile netto dell’esercizio in corso è visto in significativo incremento di circa il 30 per cento]. Le redazioni della Mondadori sono piene di “abusivi “, colleghi seduti alle scrivanie che svolgono a pieno titolo il lavoro di redattori: dovrebbero essere immediatamente stabilizzati, cioè assunti, ma un sindacato rinunciatario, timoroso e fiacco non si pone neppure questo problema. I sindacalisti siedono quotidianamente a fianco dei “redattori di fatto ma non di diritto” e non fiatano. Il sindacato non vuole che si rivolgano a un giudice per rivendicare i loro diritti. Altrimenti – è la giustificazione irresponsabile – il sindacato perde il suo ruolo. Certo, ma è un ruolo spesso non esercitato, come in questo caso dove assiste  che però lo stesso sindacato non è in grado di garantire. Una vicenda che “puzza” di marcio ben spiegata e corredata da tutta la documentazione di supporto per approfondire.
  • Blackpills Arriva Anche in Italia –  Oggi i contenuti sono diventati la nuova dipendenza della generazione che va dai 15 ai 30 anni. Considerando che circa 700 milioni di Millennials in tutto il mondo ‘divorano’ le serie su smartphone e tablet settimanalmente, blackpills sta soddisfacendo questo nuovo tipo di esigenza attraverso un piccolo schermo nelle tasche dei Millennials. Ecco allora che, dopo Francia e Usa, arriva in Italia blackpills, piattaforma digitale mobile first che offre contenuti seriali fruibili innanzitutto tramite smartphone. Le serie puntano a stare al passo rapido dei Millennnials: con formati brevi e innovativi – dai 6 ai 15 minuti per episodio – sono facili da guardare in movimento. Blackpills crea serie che parlano ai Millennials attraverso un linguaggio crudo, diretto e senza filtri, trattando argomenti come sesso, droga e violenza. Blackpills fornisce immediatamente ai propri utenti accesso gratuito a tutte le serie con nuovi episodi ogni giorno. Il servizio trae valore dall’inserimento di video pubblicitari durante la visione di ciascun episodio. Presto sarà disponibile un’offerta premium. Uno dei punti di forza della piattaforma è quello di non dipendere da un unico modello di distribuzione, sia esso OTT, media o compagnie di telecomunicazioni/mobile. Fenomeno da studiare con grande attenzione.
  • Arrivano gli Ads su Facebook Messenger – Come era stato annunciato arrivano gli ads su Facebook Messenger, l’applicazione di messagistica istantanea che conta 1.2 miliardi di utenti nel mondo. Il social più popoloso del pianeta, dopo il test in Australia e Tailandia, ha annunciato che ora gli ads saranno implementati a livello globale, e dunque anche in Italia. Le persone vedranno gli annunci pubblicitari nella home tab del proprio Messenger e, se cliccano, saranno indirizzati o al sito web del brand, dell’impresa, o ad una “conversazione” su Messenger stesso. Le campagne, se gestite in automatico, saranno integrate, rendendo così così possibile pianificare comtemporaneamente su Facebook, Instagram e, appunto, Messenger. Dal punto di vista razionale funziona tutto molto bene, c’è solo da domandarsi quale sia il punto di rottura tra “simbiosi” delle persone con Facebook e l’invasività pubblicitaria. Difficile stabilirlo a priori ma non vi è dubbio che il rischio è assolutamente presente.
  • Sorpassi e Incidenti della Pubblicità Online – Gli investimenti pubblicitari digitali stanno per superare, secondo le previsioni, quelli televisivi. Ma davvero è tutto oro quello che luccica? Molti investitori si stanno rendendo conto che la valanga di pubblicità su internet – senza alcun rispetto dei limiti di affollamento, anche quelli di buon senso – non serve poi a molto. La coda lunga applicata al web advertising non funziona: oggi JPMorgan Chase è passata a programmare le proprie pubblicità solo su 5mila home page, minimizzando il rischio di rovinare l’immagine del loro brand ed evitando che una parte di ricavi, grazie al sistema di revenue sharing, finisse per alimentare siti di fake news o associazioni estremiste. Altri brand hanno modificato in corsa le loro pianificazioni, tornando su alcuni brand media garantiti. Ma c’è di più: oggi i brand non sono neppure tanto convinti dell’effettiva visibilità degli annunci sul web. Il Media Rating Council, l’organismo internazionale che stabilisce le metriche per i mezzi di comunicazione, pone due condizioni per considerare un annuncio visibile sul mobile: il numero di pixel [almeno il 50% dev’essere in chiaro] e il tempo [un secondo per un’immagine, due secondi per un video]. Tempi davvero molto ristretti per ipotizzare che un messaggio sia davvero “passato”. Sarà un ritorno al passato, agli investimenti sui media tradizionali [TV e carta stampata] o invece il presupposto per un’accellerazione su “owned media” e brand journalism? Per quanto mi riguarda non ho dubbi, se mi venisse chiesto un consiglio, di puntare decisamente sulla seconda ipotesi di lavoro.
  • Stupidità Funzionale – Si chiama “stupidità funzionale” ed è l’atteggiamento in ufficio per il quale viene richiesto alle risorse umane di attenersi solo a pratiche consolidate e alle direttive dei vertici aziendali, anche quando le ritengono migliorabili o addirittura errate. Ed è uno dei grandi limiti delle aziende tricolori, soprattutto perché imbrigliano la creatività e la possibilità di migliorarsi in favore di un usato neanche troppo sicuro. Dalla ricerca Hr Trends and Salary Report 2017, realizzata dal gruppo Randstad con l’Alta Scuola di psicologia Agostino Gemelli dell’Università Cattolica di Milano emerge che il 43% delle direzioni delle risorse umane pensa che la stupidità funzionale porti al fallimento degli obiettivi aziendali, il 36% ritiene che porti al successo, mentre per il restante 21% non porta né all’uno né all’altro. La situazione migliora quando si parla del conflitto creativo, che il 64% considera uno strumento di lavoro efficace e proficuo sotto ogni punto di vista, solo il 12% ritiene che sia negativo per i risultati aziendali, mentre il 24% mantiene un’opinione neutrale sull’argomento. Fantozzi è vivo e lotta insieme a noi. Sigh!

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