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Una sele­zione ragio­nata delle noti­zie su media, gior­na­li­smi e comu­ni­ca­zione da non per­dere, commentate.

  • [News]Brand Reputation – Intervista del Corriere della Sera all’amministratore delegato del Gruppo Sole24Ore sulla burrascosa situazione e i recenti sviluppi: dalla vendita del 49% dell’area formazione ai 50 milioni di aumento di capitale. Tra le altre cose Moscetti dice che: «È difficile trovare nuovi ricavi solo con il giornale, che però resta un fondamentale strumento per creare fiducia nel lettore e rafforzare la brand reputation per poter esplorare altri ambiti. Il Gruppo non ha solo il quotidiano ma anche la radio, l’agenzia di stampa, la divisione tax & legal, la formazione, la cultura, per cui da questo punto di vista siamo posizionati meglio di altri perché siamo specializzati e ci rivolgiamo a un pubblico formato da professionisti, manager, aziende. Mondi a cui siamo in grado di fornire prodotti e servizi adeguati». Il ragionamento ha, o meglio avrebbe, un suo senso se non fosse che in questo momento la brand reputation di cui parla l’AD del gruppo non è esattamente alle stelle, per usare un eufemismo, con una parte del pubblico che guarda con sospetto alle vicende giudiziare e, soprattutto, gli investitori pubblicitari che in alcuni casi – come Armani – hanno scelto di non pianificare più sul quotidiano e molti altri che chiedono compensazione – spazi gratuiti – per le copie gonfiate. Non a caso  nei primi 3 mesi il fatturato è calato di 9 milioni per i minori investimenti pubblicitari. Insomma, il futuro è molto più incerto di quanto Moscetti voglia far credere.
  • Nel Digitale la Visibilità non è Sinonimo di Credibilità – Nella rubrica “Vite Digitali” dell’amico Gigio Rancilio per l’Avvenire riflessioni molto interessanti su quanto siano effimere molte delle metriche quantitative. La credibilità «È la possibilità che una persona o anche un ente, una società, un governo, ha d’ispirare fiducia, di ottenere credito e riconoscimento». In maniera molto pragmatica Jeff Bezos, fondatore di Amazon e proprietario del Washington Post, definisce così la credibilità ai tempi del digitale: «È quello che dicono di voi [persona, azienda o prodotto poco importa – ndr] quando siete assenti». avere tanti clic o tanti fan non serve a nulla se non ci preoccupiamo di curare la nostra credibilità. Perché essere seguiti o letti non significa automaticamente essere considerati credibili o autorevoli. Se le persone non si fidano di noi, a nulla serve che ci seguano. Se non pensano che ciò che abbiamo da dire o da dare loro sia importante, utile o interessante saremo magari molto popolari ma la nostra credibilità sarà minima. Se, come noto, anche i risultati di Klout si possono addomesticare, quando scegliete i vostri “brand ambassador”, i vostri “web influencer” smettete di guardare ai numeri, a fan e follower, e costruitevi il “Digital Advertising Value Equivalent”: una precisa valorizzazione del costo che l’azienda avrebbe dovuto sostenere per ottenere la medesima copertura con il “pay per post” per definirne l’efficacia. Almeno sarete sicuri di non aver buttato via i vostri soldi, come spesso vedo che accade.
  • Una Ricetta per i Giornali: Chi Sale di Livello Paga – «In Rete dove spendi il tuo tempo è una cosa, dove spendi i soldi è un’ altra. La pubblicità, certo, va dove spendi il tempo. Ma c’ è anche un mercato, più limitato ma ricco, di persone che cercano i contenuti, che sono disposte a pagare per avere informazione di qualità. Non sono, però, convinto che quello dell’ abbonamento standard sia il modo migliore per catturarlo. Non puoi trattare i lettori tutti allo stesso modo: ci sono i pesci piccoli ai quali puoi dare una base gratis, i delfini che chiedono di più e sono pronti a pagare qualcosa e le balene che vogliono molto e verseranno di più». Queste le parole di Andy Rubin – il padre di Android il sistema operativo di Google che fa girare i telefonini di quasi tutto il mondo non Apple – che suggerisce di adottare un modello freemium come succede ormai da tempo per il mondo dei videogames secondo quanto riportato in un articolo de L’Economia, l’inserto del Corsera che lo definisce un genio. Che poi è esattamente quello che sostenevo, anche, a Digit16 a Novembre dell’anno scorso.
  • Le Pagine False su Facebook – Si parla molto, spesso impropriamente, delle “fake news” e troppo poco di appropriazione d’identità in Rete e sui social. Se si tratta di un problema che può avere anche gravi conseguienze per una persona, la questione diviene, se possibile ancora più spinosa se si tratta, di un brand, di un’azienda e/o organizzazione. Secondo quanto riportato,  vi sono decine di pagine Facebook, circa 50, che utilizzano la parola o il logo Inps in maniera impropria e spesso diffondono notizie fuorvianti. E’ lo stesso istituto ad accendere i riflettori sul fenomeno. «Nel 2017 l’Istituto ha monitorato e mappato tutte le pagine Facebook che nel titolo fanno riferimento in modo diretto o indiretto a INPS. Sono emerse circa 50 pagine che utilizzano la parola Inps o il logo dell’Istituto in maniera impropria. La maggior parte contiene informazioni fake che non hanno alcun carattere di ufficialità e notizie fuorvianti. Queste pagine sono state generate da utenti estranei all’Istituto e non possono essere chiuse perché è impossibile risalire a un fondatore/amministratore», fa sapere l’Inps. Un fenomeno che impatta direttamente sulla reputazione aziendale, da monitorare con attenzione.
  • I Guai di Visibilia –  A fronte dell’aumento di capitale sottoscritto nel corso del 2016 per oltre 700mila euro, il patrimonio a fine anno scorso era di 293mila euro, ancor peggio che a fine 2015. Il che significa che sarà necessario un ulteriore, ennesimo, ricorso all’aumento di capitale. E che dire dei debiti tributari aumentati, delle cause con il personale e la paura, da parte dei giornalisti di Visto e Novella 2000 [editi da “Visibilia Magazine”] che «la decisione comunicata di interrompere un anno prima del previsto gli ammortizzatori sociali in essere prelude alla volontà dell’editore di dar corso a misure più drastiche?»  Ed ancora, dalla relazione e bilancio civilistico Visibilia Editore SpA al 30 Giugno 2016, pubblicata in questi giorni, emerge come la raccolta pubblicitaria dell’online pesi l’8% dei ricavi – e sia comunque in calo – e non c’è voce che non sia in flessione, dalle vendite in edicola agli abbonamenti passando per la raccolta pubblicitaria del prodotto cartaceo, per una perdita complessiva di oltre 328 milioni di euro di ricavi. Se a questo si aggiunge che l’ex amica e socia Paola Ferrari n De Benedetti] è da tempo in aperta tenzone con l’onorevole forzista, si capisce come la Santanchè avrà parecchie gatte da pelare nei prossimi mesi.
  • Facebook non è un Tribunale – Ventiquattro ore per rimuovere qualsiasi contenuto “manifestamente illecito”, sette giorni per per rimuovere i contenuti la cui illiceità non è manifesta. E in caso di inadempimento sanzioni da 50 mila a 50 milioni di euro. E’ questa la ricetta tedesca, diventata legge dal 01 Luglio, per costringere i social network e, più in generale, i gestori delle piattaforme che consentono la pubblicazione di contenuti prodotti dagli utenti a contribuire più attivamente rispetto a quanto accaduto sin qui nella lotta ai contenuti illeciti online. Quella tedesca è una legge sbagliata, è una legge muscolare con la quale, con straordinaria miopia politica e giuridica, si immolano principi e diritti fondamentali di uomini e cittadini – oggi utenti del web – sull’altare di una guerra santa che non ha ragione di essere e che, peraltro, con questi strumenti non si può vincere. Svuotare Internet dai contenuti illeciti senza compromettere, in maniera importante, la libertà di manifestazione del pensiero è velleitario tanto quanto pensare di svuotare il mare con un secchiello. Non esistono scorciatoie o filtri magici per fermare il male lasciando correre il bene. Si può – e, anzi, si deve – rendere sempre più efficiente e veloce – nel rispetto del diritto alla difesa – la giustizia dei Giudici e, in taluni limitati casi, quella delle Autorità indipendenti ma guai a derogarvi specie quando in gioco c’è la libertà di parola. Se lo dice Guido Scorza, autorità riconosciuta nel campo, c’è da fidarsi
  • Rivolgersi alle Elite Paga – Il Digital News Report del Reuters Institute sottolinea che il 90% del fatturato online raccolto dal Nyt proviene dal 12% dei suoi lettori: l’apparizione della Legge di Pareto nella distribuzione dei ricavi prova che i lettori non sono tutti uguali. Lippmann aveva ragione, e ora la crisi economica impone all’editoria dei quotidiani di fare i conti con l’asimmetria che incrina il fondamento della democrazia liberale: la differenza di valore nei membri dell’opinione pubblica. All’inizio del 2016 il Wsj ha lanciato il “Ceo Council”, un’iniziativa riservata ad amministratori delegati e direttori marketing di imprese internazionali, accessibile solo su invito. I casi Business Insider e Businessweek: A questo segmento ristretto di lettori si rivolge anche il programma di associazione di Business Insider, con una quota base di partecipazione di 4 mila dollari all’anno; se si aggiungono altri 2.495 dollari, il lettore può accedere anche ai dati raccolti dalle divisioni di research e intelligence del Gruppo Axel Springer. L’offerta ha riscosso l’adesione di 7 mila nuovi soci solo tra aprile e maggio 2017. Politico Pro Money, dedicato ai provvedimenti di Congresso e Casa Bianca rilevanti per i decisori finanziari e imprenditoriali, prevede un contributo da 5 a 10 mila dollari all’anno. Il prezzo base per l’abbonamento a Businessweek è di 40 dollari per dodici mesi; ma l’accesso ai dati e alle informazioni finanziarie di Bloomberg LP richiede un’integrazione di altri 22 mila dollari, che permettono all’editore di alimentare la sua diffidenza nei confronti di Apple e di Facebook.  Rivolgersi, nel modo giusto, alle elite, paga!

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Pier Luca Santoro

Marketing & Communication at DataMediaHub
Pier Luca Santoro è un esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence. Project Manager @DataMediaHub . Dal 1998 opera come consulente per progetti di posizionamento strategico, organizzazione, comunicazione & formazione per aziende pubbliche e private, associazioni di categoria e amministrazioni pubbliche. Sperimentatore e creativo ha sviluppato un’esperienza significativa nell’ambito dell’edutainment, nell’utilizzo dei giochi come medium e la gamification.
Dal 1987 in poi é stato responsabile del marketing e dell’organizzazione commerciale di grandi imprese [Star, Giuliani, Bonomelli].
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