Giornalismo e social network. Un sondaggio tra i giornalisti italiani

Il giornalismo (e il mestiere di giornalista) è nel pieno di una radicale trasformazione, lo sappiamo bene ormai visto che questa fase dura da molti anni. È interessante però leggere quanto realmente i giornalisti italiani siano pronti, e come stiano vivendo concretamente, questa trasformazione. L’Istituto Ixè ha cercato di capire un po’ di cose a riguardo facendo un sondaggio su un campione di 261 giornalisti italiani, ponendo loro alcune domande i cui risultati sono stati pubblicati oggi.

Come al solito consigliamo la lettura completa del sondaggio (qui in formato .pdf) ma è utile mettere in evidenza alcuni aspetti particolari che emergono da questo report.

Facebook e Twitter sono i social più utilizzati con il 92% e l’82% degli intervistati che dichiara di utilizzarli abitualmente per il proprio lavoro . Fin qui nessuna novità, ma è interessante notare come altri piattaforme siano abbondantemente distanziati a cominciare da YuoTube (56%) e tutti gli altri sotto il 50% (ovviamente questa domanda prevedeva la possibilità di dare risposte multiple).

Non un grande novità, ma semmai un ulteriore conferma: i social network sono utilizzati a netta prevalenza dai giornalisti italiani come strumento di auto-promozione (la voce “promuovere il mio lavoro e fare marketing” è stata indicata dal 69% degli intervistati e il 67% ha indicato “per costruire relazioni”).

Solo il 50% dichiara di utilizzare i social per “per verificare i fatti, controllare, approfondire” e solo il 49% per “trovare storie” (ovviamente anche qui si tratta di multirisposte). Direi che una differenza del 20% tra la voce “trovare storie” e “promuovere il mio lavoro e fare marketing” potendo dare più risposte, è abbastanza significativa di come vengono percepiti e utilizzate le reti sociali tra i giornalisti italiani, e più in generale dalla categoria visto che comunque è la stessa differenza risultata in una survey identica tra giornalisti americani (in quel caso le due voci hanno raccolto rispettivamente il 52% il 72%).

Ma i giornalisti si fidano dei social come fonte? Sì ma con una certa moderazione, diciamo così. Alla domanda “Secondo Lei le piattaforme social sono una fonte affidabile di informazione?” il 50% dei giornalisti ha risposto in modo affermativo e il 49% invece dice di non fidarsi (l’1% non lo sa ancora). E se tra il fidarsi “abbastanza” e il “poco” prevale il primo (45% contro 41%) agli estremi prevale il “per niente” (8%) sul “molto” (5%).

Su questo punto sarebbe interessante capire quanto i giornalisti intervistati sentono di avere gli strumenti, la loro cassetta degli attrezzi, per utilizzare i soacial nework anche come strumento di verifica delle fonti. In questo la survey ci dice qualcosa quando pone la domanda “Lei si sente in linea con le nuove tendenze del giornalismo o, in qualche misura, a volte si sente ‘a rischio di obsolescenza’?”. Il 59% risponde sicuro “mi sento in linea” il 35% “Occasionalmente mi capita di sentirmi obsoleto” e solo il 3% ammette “mi sento superato” (quindi direi che solo il 38% sente di aver bisogno in qualche misura di fare un salto di qualità nell’acquisire nuovi strumenti).

Un ultimo aspetto che mettiamo in evidenza riguarda un tema che abbiamo affrontato molte volte su queste pagine: la trasformazione apportata dal brand journalism nell’informazione. Di fronte all’affermazione “La distinzione tra media tradizionali e social media, contenuti e pubblicità, giornalista e marchio, saranno tutti meno evidenti e forse meno importanti” la netta maggioranza (56%) del campione di giornalisti intervistati ha dichiarato di essere d’accordo (contro il 35% dei “non condivido”) ma c’è da dire che dai commenti alle risposte riportati è evidente che anche chi si è sentito in linea con questa affermazione lo ha fatto non perché trova positivo questa integrazione ma perché consapevole di una tendenza intrapresa.

Mi sembra molto interessante un commento riportato dall’indagine «Al momento in Italia non sembra esserci una direzione precisa. Probabilmente altrove e già iniziata una integrazione. Mi inquieta parecchio la possibile futura mancanza di distinzione fra contenuti e pubblicità. Ma non per un malinterpretato senso del rigore quanto perché e una delle molteplici vie che si sono già aperte per ritornare a dividere gli utenti in classi: quelli che si possono permettere di scegliere e quelli che assimilano tutto».

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