Post-it

Una sele­zione ragio­nata delle noti­zie di oggi su media, gior­na­li­smi e comu­ni­ca­zione da non per­dere, commentate.

  • Cancellare il Male da Internet  –  The Moderators, un breve documentario pubblicato pochi giorni fa su Field of Vision, piattaforma video fondata dalla documentarista premio Oscar Laura Poitras [Citizenfour, My Country My Country], illumina la faccia nascosta della Luna, scoprendo un mondo di persone che, nel corso di turni lavorativi di otto-nove ore al giorno, etichettano e riportano immagini di uccisioni, filmati pedopornografici, dick pics, prove audiovisive di decapitazioni e incidenti autostradali mortali, per cancellarne ogni traccia dai server delle società clienti. Spesso si tratta del loro primo lavoro. Secondo i dati raccolti da The Moderators, a livello globale la professione del moderatore di contenuti impiega più di 150 mila persone, «più del doppio dei dipendenti di Google, e quasi 9 volte quelli di Facebook». Nonostante gli algoritmi costantemente aggiornati e sempre meno fallibili, il mito dell’intelligenza artificiale e dell’automazione dipende ancora largamente da persone in carne e ossa. Per usare le parole pronunciate in un inglese stentato da uno degli specialisti intervistati da The Moderators, «humans are needed, that I’m sure».
  • I Top Fashion Retailer Italiani su Instagram – Nessuno mette più in discussione il ruolo centrale di Instagram per i brand di moda e abbigliamento. La natura visual di questa piattaforma permette di esprimere al meglio la personalità dell’azienda e delle sue collezioni, le scelte in termini di posizionamento e proposta di valore. Inoltre, si può collegare, in maniera semplice ma efficace, l’offerta di prodotto al lifestyle dei consumatori e facilitare il processo di valutazione delle alternative. Per questo motivo, Digimind, piattaforma di social media monitoring, ha  analizzato i 10 top fashion retailer nel nostro Paese nel periodo che va dal 6 gennaio al 20 aprile 2017. Un’analisi comparativa della performance relativamente a crescita ed ampiezza delle community, interazioni e tasso di crescita dell’engagement, top content, integrate da una lista di best practice da seguire per ottimizzare al meglio la content strategy su questo canale e in questo settore. Analisi che vale assolutamente il tempo di lettura anche se manca di profondità, della parte qualitativa su significato e implicazioni dei dati forniti.
  • Carrefour e la Campagna Social Sottocosto – La campagna “Sottocosto” di Carrefour Italia, con Giorgio Mastrota, ha voluto utilizzare un concept meno consueto del solito puntando alle televendite social, creando così una continuità tra la vecchia comunicazione analogica dove la radio prima e la televisione dopo, hanno cambiato il modo di informare e le abitudini di tante persone, e la “nuova era dei social”.  La campagna ha scelto come canale privilegiato di comunicazione e promozione la pagina Facebook della catena della grande distribuzione francese con 4 video “nativi” caricati nel mese di Marzo. Dai dati pubblicati direi che non ha funzionato, o comunque ha funzionato poco, diciamo. Infatti, i 4 video postati sulla pagina, che ha oltre un milione di fan, hanno ottenuto un numero di visualizzazioni che sono mediamente la metà della fanbase e, soprattutto, un livello di engagement molto ridotto con un numero di commenti e condivisioni che definire risicato è un eufemismo. Da tenere presente del perchè non sempre, anzi quasi mai, il “famolo strano” funziona.
  • Autodefinito – A Roma, il 10 maggio alla Camera dei Deputati, la quarta edizione del convegno “La Comunicazione al tempo dei Social”: #SocialCom17 . Il convegno dedicato all’analisi del rapporto tra social media, comunicazione e informazione che vedrà la Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini e altri leader politici, rappresentanti istituzionali, giornalisti, manager delle più importanti aziende presenti nel territorio nazionale, comunicatori, blogger e influencer, confrontarsi sul tema “Verità, post-verità, alternative fact. Lo storytelling diviene realtà?”. A margine della giornata di lavori il contest “Dalla Rete al Parlamento”, tutte le persone interessate potranno inviare, tramite mail o andando nell’area dedicata sul sito dell’evento, un proprio contributo scritto sui temi trattati durante il convegno. I contributi saranno pubblicati sulla rivista on-line SocialCom e 4 di loro, selezionati da una giuria di qualità, apriranno i tavoli del prossimo convegno #SocialCom18. Il sottoscritto, incautamente inserito tra i relatori dagli organizzatori, farà parte del panel conclusivo della giornata dedicato all’etica dell’influenza, tema di grande attualità con l’esplosione dell’influencer marketing, e di alcune pratiche non esattamente cristalline, per così dire, ma anche di magistrati che chiacchierano troppo e le molte storie anomale venute alla ribalta in questi mesi. Dopo essere stato invitato ho riflettuto a lungo sull’opportunità della mia partecipazione, o meno, e, alla fine, ho deciso positivamente. Speriamo di riuscire a produrre output concreti, pratici, applicabili dal momento della fine della giornata, concettualmente.
  •  Copyright e Web – Il web provider statunitense Break Media è responsabile per aver pubblicato contenuti prodotti da Mediaset violando il copyright. Anche se caricati da terzi. Yahoo invece, almeno per il momento, non lo è. Il feullietton fra editori tradizionali e provider sul tema della violazione online del copyright si arricchisce di un nuovo episodio. Senza però che venga messa la parola definitiva ad un argomento su cui si discute da tempo anche a Bruxelles e che rischia di trasformarsi in un limite alla libertà di espressione via Web. Novità potrebbero ben presto arrivare dall’Unione. «Bruxelles sta valutando la possibilità di modificare le norme facendo in modo che la responsabilità del provider non sia più a valle della pubblicazione, ma a monte», spiega a il Fatto Quotidiano Fulvio Sarzana, esperto di diritto dell’informazione. Concludendo che «Si sta valutando la possibilità di introdurre a carico dei provider un obbligo di controllo preventivo dei contenuti. Inclusi quelli caricati da terzi ma così c’è il rischio concreto di limitare la libertà alla circolazione delle informazioni online».  To be continued…
  • Editori che Hanno Perso il Metro – Metro è il quotidiano internazionale più letto e diffuso al mondo. Pubblica ogni giorno 74 edizioni distribuite in 124 capitali e grandi città, in 22 Paesi e in 13 lingue differenti. Metro è gratuito e conta – distribuiti in Europa, Nord e Sud America e Asia – 18.2 milioni di lettori al giorno e 24.6 milioni di utenti unici sul web. In Italia è uscito nel luglio del 2000, le edizioni sono 6 in altrettante città. Essendo free press vive soltanto di ricavi generati dalla raccolta pubblicitaria. Ebbene, dopo che lo scorso dicembre i giornalisti avevano accettato un durissimo piano di ristrutturazione proposto dall’editore che prevedeva la messa in solidarietà alla percentuale del 50% [quindi a metà dello stipendio],  in cambio di un minimo di stabilità per i quasi due anni di durata dell’accordo che parevano garantiti, arrivano invece altre cattive notizie. Infatti, secondo quanto riportato nel comunicato stampa del CdR, sono previsti altri tagli e, ai giornalisti che chiedevano una doverosa compensazione per l’ulteriore perdita che si apprestano a subire, proponendo un abbassamento della solidarietà in cambio di ore di lavoro in più da dedicare al giornale, è stato risposto offrendo 2 euro in più a buono pasto per ogni giorno lavorato. Editori che hanno perso il metro, della decenza.
  • Perché in Italia si Pubblicano Così Tanti Libri – Leggerne ne leggeremo pochi, di libri: ma ne pubblichiamo tantissimi. C’entrano rapporti e meccanismi tra editori, distributori e librai. Lo spiega bene il Post che dedica un ottimo approfondimento su come funziona il mercato del libro. L’editore incassa sul distribuito, ma guadagna sul venduto. È un meccanismo finanziario che favorisce l’incremento di produzione anche in assenza di vendite. Se un editore riesce a distribuire 5mila copie di un libro da 10 euro, riceve un assegno pari al 40% della merce che ha immesso sul mercato [il 60 per cento va al distributore che rivende i libri al libraio con uno sconto del 35-38% sul prezzo di copertina]. Con questi 20 mila euro l’editore paga il tipografo, la carta, il grafico e la redazione. Ma siccome il pagamento avviene dopo almeno tre mesi, i soldi deve anticiparli di tasca propria o fare una fideiussione con una banca, dando in garanzia l’assegno. In editoria, al contrario che in ogni altro mercato, esiste il diritto di resa: cioè il libraio rende i libri che non ha venduto e si fa ridare i soldi dall’editore sotto forma di sconti sugli acquisti successivi. In Italia le rese sono mediamente del 60%: significa che dopo tre mesi, ai 20 mila euro iniziali bisognerà sottrarre 12 mila euro, e in più pagare il distributore per riportare indietro i libri invenduti. La strada più semplice per uscirne è stampare un altro libro, in modo da avere un altro assegno, e così via nella speranza di imbroccare il titolo che metta a posto i conti. Aumentare la produzione è la tentazione di ogni editore per mantenere il fatturato inalterato anche quando le vendite calano. Anche perché le rese vengono messe a bilancio come attivo, sebbene in realtà costituiscano un passivo: è merce invenduta che difficilmente si riuscirà a vendere in futuro, che occupa spazio e che costerà altri soldi quando verrà mandata al macero. A grandi linee esattamente come funziona anche la filiera tradizionale dei publisher sulle edicole. Sigh!

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